La forza dell’Amore. Finché io viva e più in là

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di Annunziata Saulino [1]

Correva l’anno 1911 e in Agnone, una ridente cittadina situata tra le montagne dell’appennino centrale, nella regione Abruzzi- Molise, nacquero i due frugoletti che daranno vita a questa storia d’amore.

Il giorno 5 dicembre in casa Cerimele, in Piazza della Stazione, da Antonio e Antonina di Primio, nacque una paffutella bimba, quarta di 6 figli, alla quale sarà dato il nome di Maria Concetta, in onore della Madonna della Immacolata Concezione che si sarebbe festeggiata dopo 3 giorni.

Nella notte tra il 13 e il 14 dicembre, in casa Saulino in Corso XXVIII Ottobre, poco distante da Piazza della Stazione, da Luigi e Beatrice Ricciardi nacque un batuffolo di bimbo a cui sarà dato il nome di Angelo Maria, secondo di 3 figli ed unico maschio.

La vita della bimba Maria Concetta trascorse serena, circondata dall’affetto dei suoi cari fino all’età di 4 anni , quando, per una malattia che le provocava una forte infezione alla gola, la bimba rischiò di morire. Quattro medici dopo aver visitato la bimba si consultarono tra loro e convennero che la bimba, non potendosi alimentare, sarebbe morta da li a poco. Alla tragica notizia i genitori disperati si appellarono ai medici perché facessero l’impossibile per salvarla. Uno solo di essi si prese la responsabilità di curarla, le fece un taglio al lato sinistro del collo dal quale introdurre il cibo liquido. Fu reperito tutto il latte di asina esistente nel paese, più digeribile di quello vaccino, per alimentare la piccola: dopo qualche mese guarì.

La sorte era stata crudele anche con il piccolo Angelo Saulino: il papà Luigi, qualche anno prima della sua nascita, precisamente nel 1906, salpò i mari con la nave Madonna e andò negli Stati Uniti d’America a cercare fortuna; stette lì qualche anno e quando ritornò comprò un terreno in località Tirassegno e costruì un pagliaio di pietra. Lo sforzo, nel prendere le pietre, gli provocò una emorragia interna e morì, lasciando la moglie Beatrice con i figlioletti Concetta di 5 anni, Angelo di 3 e la neonata Maria di 3 mesi. Angelo resterà molto legato a questa casetta e in seguito dirà che per lui rappresentava il padre che non ha conosciuto. Da questo momento in poi, la vita di Angelo diventò dura e triste perchè la mamma con tre figlioletti dovette risposarsi con Filippo Orlando, vedovo anche lui,  che aveva 2 figli un pò più grandi, Domenico e Nunzietta. La famiglia presto si allargò: dal matrimonio nacquero Gaetano e Raffaela. Come in tutte le storie dove c’è un patrigno, questo maltratterà il piccolo Angelo, tanto è vero che quando da adulto vedrà il film di David Copperfield, dirà alla amata moglie ”questa è stata anche la mia vita”. Il piccolo, all’età di otto anni, venne mandato ad imparare il mestiere di muratore da uno dei più bravi appaltatori del paese che aveva la figlia Concettina della stessa età di Angelo.

I due fanciulli crebbero insieme prendendo il lavoro come un gioco. Concettina, bimba sveglia e molto svelta , quando Angelo non si presentava al lavoro, veniva inviata da suo padre a chiamarlo a casa. Cominciarono così a condividere la loro vita, Angelo frequentava la casa tanto da essere considerato parte della famiglia. Diventata giovinetta, all’età di 14-15 anni, Concettina cominciò ad essere corteggiata dai ragazzi del paese suoi coetanei, i quali consegnavano ad Angelo i loro bigliettini d’amore sapendolo di casa. Angelo,  segretamente innamorato di Concetta, nel consegnarle i biglietti, le suggeriva di non rispondere; un giorno, vinta la timidezza,  le chiese timidamente se mai lei avesse voluto sposare un ragazzo figlio di contadini: in cuor loro già sapevano di essere innamorati l’uno dell’altra e viceversa.

Quando i genitori di Concettina si accorsero che tra i due poteva esserci del tenero, decisero di allontanare Angelo da casa; per i due promessi cominciarono anni di sofferenza e pene d’amore. Dalla loro parte avevano una grande amica, Annina di Poggio Sannita, che era in affitto in casa di Concettina, ascoltava le confidenze della fanciulla e a volte si prestava ad essere ambasciatrice tra i due, per scambi di bigliettini d’amore.

Al bel giovanotto Angelo, oramai quasi diciottenne, fu proposto di prendere in moglie un’altra bella ragazza la cui famiglia era consenziente; Angelo veniva invitato spesso la sera a casa di questa e riaccompagnato dai fratelli di lei per evitare che si incontrasse con Concettina.

I due innamorati, comunque, riuscivano a trovare il modo per comunicare; la sera tardi Angelo andava sotto la finestra della camera di Concettina e lei faceva rotolare giù un filo del rocchetto; ad esso legavano i bigliettini d’amore.

Una sera Antonio, il padre di lei (al quale non dispiaceva il giovane di cui conosceva la serietà, la voglia di lavorare e la bontà), usci fuori al balcone della sua camera da letto e cominciò a fischiettare;  altre volte usci per dire: “stasera il cielo è nuvoloso o il cielo è pieno si stelle” e cose simili, tanto per far sapere ai due giovani che li aveva scoperti. In cuor suo, papà Antonio accettava la storia d’amore ma non poteva acconsentire perchè la moglie Antonina non voleva che sua figlia andasse a finire in una casa di contadini con dei fratellastri e un patrigno che non era per niente dolce. Desiderava per la figlia il matrimonio con un suo parente dello stesso stato sociale; per questo, spesso, la portava con sé a far visita a questi parenti sperando che i giovani si innamorassero. Cncettina,però, si rifiutava pervhè amava il suo Angelo.

Il bell’ Angelo, stanco di tanto soffrire e plagiato dalla famiglia dell’altra ragazza, quasi voleva cedere a sposare quest’ultima, ma Concettina forte, caparbia e risoluta decise di far valere i suoi sentimenti; si chiuse in camera per una settimana senza mangiare , usciva solo per andare in chiesa a Sant’Antonio dove si svolgeva la novena alla Madonna Addolorata , la cui festa era il 17 settembre; la fanciulla affidò tutto il suo dolore alla Madonna con le sette spade nel cuore chiedendole di poter vivere il suo amore con Angiolino che vedeva allontanarsi sempre più. Le sue preghiere furono ascoltate. Infatti, dopo qualche giorno,  il papà, con dolcezza le disse: ”Concettina, papà, io conosco Angiolino, è un bravo ragazzo, lavoratore, so che vi volete bene, digli di dire alla mamma di venire a parlare con me”. Il papà, insomma, le diede il placet anche con il parere contrario della moglie e anni dopo prima di morire dirà alla figlia “che bravo ragazzo ti ho fatto sposare”!

Si arrivò così al giorno del matrimonio celebrato il 26 ottobre 1932. Dei fratelli di Concetta partecipò solo il fratello Alfredo più piccolo di lei perché le sue sorelle più gradi Rosaria e Francesca erano partite per l’America, la sorella Annina per volere del marito, non poté partecipare al matrimonio e la sua figlioletta Custodina di 5 anni, che voleva molto bene alla zia Concetta, quel giorno fu mandata a casa di altri parenti per distrarla.

La cerimonia prevedeva prima il rito al Comune e poi quello in Chiesa, erano entrambi della parrocchia di Sant’Emidio. Dopo il rito al comune i due giovani iniziarono il corteo verso la chiesa, timidi e felici, loro avanti e i parenti dietro, il papà della sposa li teneva d’occhio, quando Angelo prese timidamente il braccio di Concetta, sentì dietro i passi del suocero prima veloci e poi rallentare quasi a voler togliere quel braccio, ma Angelo ancora più deciso strinse più forte il braccio della sua quasi moglie ed entrarono in chiesa , erano le h. 16,00 del 26 ottobre 1932.

Cominciò una avventura piena di gioie e di dolori.

Concettina dovette subito affrontare le difficoltà della vita coniugale. Lei, giovane sposa di ceto borghese, aveva lasciato la casa paterna dove c’era ricchezza, agiatezza, aveva servi e servitori che facevano le faccende di casa più pesanti. Ora abitava al piano superiore della casa della suocera dove vivevano insieme tutti: suocera, patrigno, nonna del marito, fratelli e sorelle. La suocera andava in campagna e lei doveva provvedere alle necessità di tutti: cucinare, fare il bucato, pulire casa, seguire i cognati, Gaetano che era un vero monello e Raffaela che non voleva studiare, ma soprattutto subire la gelosia della suocera Beatrice che pretendeva i soldi che Angelo riportava a casa dal lavoro. In più doveva fare anche i lavori più pesanti come andare alla fontana pubblica a prendere l’acqua con la tina in testa, cosa che faceva la mattina all’alba o la sera al buio per non farsi vedere dalla sua famiglia.

In casa non mancavano le provviste alimentari ma erano chiuse a chiave, la suocera disponeva della chiave, e comandava su tutto e tutti, si mangiava quando e come diceva lei e qualche volta che Concettina diceva alla cognata Raffaela di prendere una fetta di pane da mangiare insieme, le rispondeva “mamma mi fa brutto”. e così lei deperiva con il rischio di ammalarsi.

Non poteva andare a confidarsi a casa della mamma ne con sua sorella Anna perchè loro non avrebbero voluto quel matrimonio e così, con orgoglio e amarezza nel cuore, andava avanti; quando qualcuno le chiedeva come stesse, tirava fuori tanta forza e con il sorriso sulle labbra, diceva: “molto bene”. Aveva solo un’amica carissima la dirimpettaia Carolina Paolantonio in Bartolomeo con la quale si confidava; fu sua amica, confidente, sorella, collega; non rivelò mai a nessuno i sentimenti più intimi che le venivano rivelati.

Le cose in casa cominciarono a peggiorare quando Angelo nel 1935 fu chiamato a fare il servizio militare ad Ascoli Piceno nel 97° Reggimento Fanteria. La giovane sposa non poteva neanche godere dell ‘affetto e della presenza del marito il quale ritornò dopo 2 anni circa: Lei cuciva i vestiti per sé e la cognata, andava vestita molto bene, quindi non faceva trasparire all’esterno le sue angosce; nonostante questo, se qualcuno le parlava male della famiglia nella quale era entrata, lei la difendeva a spada tratta.

Quando ritornò il marito dal servizio militare, il lavoro scarseggiava; quindi decise di cercare lavoro a Roma nel 1938, erano quelli gli anni del fascismo; per andare a Roma ci voleva un permesso speciale e la tessera del partito fascista. Lui li ottenne.

A Roma tramite l’ing. Romeo Iannicelli di Agnone che lui conosceva, trovò lavoro nel cantiere della stazione Termini (dirà in seguito con orgoglio: quegli archi li ho montati io). Nella pratica era molto bravo, tanto è che l’ing. Iannicelli gli affiancò suo figlio Luciano appena laureato per fargli fare pratica e gli consigliò di seguire una scuola serale per conseguire il diploma di assistente edile stradale che lui conseguì, il giorno lavorava, la sera a scuola e la notte studiava.

Intanto Concetta stanca delle mortificazioni che riceveva a casa, un giorno decise di partire anche lei per Roma, di nascosto di tutti fece i documenti, mandò un telegramma al marito con scritto”Domani sarò a Roma “e partì con il parere contrario di tutti i familiari.

Angelo che aveva una stanza in affitto con un solo letto, si mise a cercare un’altra stanza più grande, la trovò in subaffitto in Via Ceneda n 4 con due lettini che di giorno facevano da divani e la sera li univano a letto. Concettina subito trovò lavoro in una camiceria, a lei il compito di controllare il lavoro delle altre sarte, e fare le asole, attaccare colli e i polsini, era molto brava e precisa; tutte le mattine le facevano trovare sul suo tavolo da lavoro guanti bianchi nuovi da indossare per non sporcare le stoffe. Per la sua bravura oltre alla paga settimanale le davano dei premi con i quali si vestiva, guadagnava bene e riusciva anche a mandare i soldi a casa, in Agnone.

Il cibo non si comprava liberamente nei negozi ma bisognava fare la fila allo spaccio e a chi aveva la tessera fascista davano una quantità stabilita si parlava di 50g 60g 100g (in base al nucleo familiare) di olio, burro, farina, zucchero, uova, pasta, riso ecc che dovevano bastare per una settimana.

La vita così tirava avanti, non si facevano mancare qualche serata a teatro o al cabaret, facevano il sabato fascista, il giorno non si lavorava e la sera ci si divertiva un po; passarono cosi gli anni, arrivò la guerra, maledetta guerra, gli uomini furono chiamati in guerra e le donne impiegate nelle fabbriche di armi. Concetta andò a lavorare allo Spolettificio Regio Esercito, le assegnarono il lavoro più delicato, quello di controllare e apporre le spolette alle bombe, apporre il sigillo con il suo timbro personale. Angelo invece fu richiamato in Albania e dovette partire per Bari da dove si sarebbe imbarcato per l’Albania.

Quelle furono ore tremende per i due sposi: Angelo sul treno e Concettina in giro per Roma a cercare la concittadina Agatina Marinelli, il cui marito Leonida Zanussi che lavorava nell’Arma dei Carabinieri, avrebbe avuto senz’altro un amico a cui raccomandare Angelo per non farlo partire per la guerra.

Aspettò per ore, davanti al portone dei due amici che, quella sera, erano andati a teatro;  tornarono a mezzanotte; quando videro Concetta disperata, le dissero che erano spiacenti di non poterla accontentare, perchè si erano proposti di non raccomandare più nessuno da quando un ragazzo, che avevano aiutato a non partire, fu messo di guardia ad una polveriera che esplose uccidendolo.

La povera e disperata Concetta , all’una di notte riuscì a prendere l’ultimo autobus che da piazza Esedra la riportò in via Ceneda, lasciandola però un po distante da casa; stanca e afflitta inciampava e cadeva nelle voragini provocate dai bombardamenti. Quando rincasò, senza perdersi d’animo, si buttò a terra in ginocchio davanti ad un quadro del cuore di Gesù che aveva in camera da letto, e pregò disperatamente tutta la notte. Il giorno seguente andò al lavoro come al solito, si sentiva serena e tranquilla, in cuor suo sperava nell’aiuto del Signore. Quando la videro le sue colleghe, le chiesero cosa fosse successo perchè quel giorno era tanto serena mentre il giorno prima piangeva disperatamente.

Nel pomeriggio di quello stesso giorno , ricevette un telegramma, dal suo Angiolino, che gli comunicava di non essere più partito per l’Albania, perchè all’ospedale di Bari , aveva incontrato Don Ciccio d’Onofrio , giovane medico di Agnone, che gli aveva fatto indossare un camice, facendolo passare per infermiere; presto si sarebbero ricongiunti.

Una volta ricongiunti a Roma, decisero di ritornare al paese ad Agnone.

Intanto anche ad Agnone ci furono le retate dei tedeschi che rastrellavano tutti gli uomini; Concettina ancora una volta ebbe un’idea geniale, fece mettere il marito a letto e sparse per tutta la casa la tintura di iodio , disinfettante molto maleodorante e quando bussarono i tedeschi al grido CAPUT, ella li fece entrare in camera da letto e fece capire loro che il marito aveva una malattia infettiva e che era moribondo; questi scapparono subito via e sbarrarono il portone con una grossa croce a significare di non cercare più in quella casa.

Passarono gli anni della guerra, con privazioni di ogni genere che i due giovani riuscirono a superare, arrangiandosi come meglio poterono.

Concetta da donna di casa si trasformò in sarta-ricamatrice: cuciva e ricamava il corredo a tutte le fanciulle del vicinato e a quelle del contado, le quali non potendo pagare con il denaro, ricambiavano con olio, farina, grano, uova, galline e tutto il ben di Dio che produceva la terra. Divenne così autonoma dalla suocera.

Arrivarono gli anni della ricostruzione, Angiolino lavorò in società con il cognato Emidio Marinelli, costruirono strade, la scuola elementare di Maiella (tanto è vero che un ingegnere in seguito dirà che ogni blocchetto di cemento che compone la scuola è passato sulla pancia e tra le braccia di Angelo Saulino); costruirono il palazzo del Comune con annesso ufficio postale in via Verdi di Agnone ed altri lavori, case e strade.

Quando nel 1958 il cognato morì, Angelo continuò a lavorare in società con la cognata Annina ancora per qualche anno, poi decisero di separarsi, quindi vendettero le attrezzature da lavoro e liquidarono la società.

Angiolino rimase solo con la gran voglia di lavorare, ma senza mezzi. Gli affidarono lavori a Poggio Sannita ma non aveva gli attrezzi da lavoro; servivano picchi e pale, Concettina sempre al suo fianco , non si perse d’animo, prese il “cannello delle sagne” (matterello per pasta in casa), lo infilò ad un picco e lo consegnò ad un operaio inviandolo al lavoro benedicendolo.

Iniziò cosi una nuova vita per la 4 volta: si trasferirono a Poggio Sannita per circa 3 anni e Concettina dirà in seguito che furono gli anni più belli della sua vita perchè ben accolta ed amata dai Poggesi.

Le cose cominciarono ad andare per il verso giusto: l’ANAS assegnò ad Angiolino i lavori di somma urgenza per il rifacimento di strade, ponti (vecchia strada per Castiglione Messer marino, Ponte Sente) S. Andrea -Sprondasino , case cantoniere, scuole in varie contrade di Agnone ( montagna, fontesambuco , secolare) scuola di Pietrabbondante ecc.
Man mano che gli affidavano i lavori, lui impiegava sempre più mano d’opera tanto che la ditta, a un c erto punto, contava più di 100 operai assunti. D’inverno, che le nevicate erano abbondanti, gli furono assegnati lavori di sgombro neve sulle strade della provincia.

Intanto Concettina sempre accanto, da donna di casa-sarta-ricamatrice si trasformò anche in segretaria-contabile del marito: pagava gli operai e quando i soldi non bastavano perchè la regione o la provincia ritardavano i mandati di pagamento, dava un po’ di più a chi aveva avuto meno la settimana prima e viceversa di meno a chi aveva avuto di più, in attesa di quei mandati che a volte non arrivavano perchè si perdevano nei meandri delle varie amministrazioni pubbliche, come quando negli anni 1972-75 costruì delle stalle a Bagnoli del Trigno e Poggio Sannita quarto II del valore di 300.000.000 di lire, lavori che non furono mai pagati dall’ ENTE CASSA PER IL MEZZOGIORNO e povero Angelo per soddisfare i suoi creditori fu costretto a vendere tutti i macchinari (ruspa, bitumiera, camion, impastatrici muletti ecc) e con il ricavato pagare fornitori ed operai; licenziò gli operai assegnando a ciascuno una qualifica del lavoro svolto, per far si che fossero assunti da altre ditte, e chiuse l’attività.

Si stava chiudendo un’epoca quella del buon senso e del rispetto delle persone, i venti della politica erano cambiati, dalla ricostruzione del dopo guerra si era arrivati al boom economico con il principio che chi ha più potere detta le regole del gioco (cosiddetta politica del magna magna).

Nonostante le tante spine che hanno punto Angiolino e Concettina, ci sono state tante rose profumate che loro insieme hanno offerto a Dio e alla Madonna che han fato si che il loro amore durasse tutta la vita.

Sessanta anni di matrimonio d’ amore vero e sincero, fino al 1992, quando Angelo morì lasciando la sua amata Concetta rassegnata al dolore. Sopravvissuta a lui per altri 20 anni, ha continuato ad amarlo pregando per lui, fino al 10 marzo 2011, quando anch’ella lo ha raggiunto nella vita eterna.

Così come recitava un loro bigliettino scambiatosi da fanciulli: FINCHE’ IO VIVA E PIU’ IN LA’

 


[1] Annunziata Saulino, Molisana di Agnone , libera professionista consulente fiscale, ama conoscere le tradizioni della sua regione.

Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Paola Giaccio 

 

 

 

 

 

 

 

2 Commenti

  1. Commuove e ammonisce questo racconto di vera vita vissuta!
    Vita dura e “movimentata”sorretta dall’amore reciproco dei due giovani e dalla grande voglia di vincere le avversità… Un po’ ho rivisto in queste traversie quelle stesse che ha dovuto superare mio padre NELLO STESSO PERIODO DI TEMPO… Forse mio padre all’inizio più sfortunato per la perdita della moglie: nostra madre!Ma alla fine su tutto e su tutti ha vinto l’AMORE !!!!

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