La Forma Urbana di Agnone

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Scritto di Alessandro Cimmino[1]

Il territorio dell’Alto Molise presenta tracce significative di antichissime civiltà, dagli insediamenti trogloditici (Grotta del diavolo) a quelli trullici legati alle transumanze preistoriche.

Agnone affonda le proprie radici in epoca sannitica, come testimoniano i resti di mura ciclopiche in località San Lorenzo ed i numerosi reperti archeologici tra cui la celebre Tavola Osca (III secolo a.C.) custodita al British Museum di Londra. Lo stesso sito conserva anche segni della successiva colonizzazione romana.

Tuttavia, al principio dell’Alto Medioevo, l’area ove oggi sorge il centro storico di Agnone era completamente disabitata, ad eccezione di un piccolo oratorio dedicato a San Biase (San Biagio), poi ampliato in vera e propria chiesa.

Nell’VIII-IX secolo d.C. sul punto di maggiore emergenza del terrazzamento – corrispondente all’attuale zona di San Marco – venne innalzato dai Longobardi un fortilizio per il controllo del territorio.

Attorno a questa rocca e al suddetto edificio religioso nacque per un fenomeno di sinecismo, cioè per il concentramento dei minuscoli villaggi sparsi nelle campagne in un unico corpo urbano, Castellum Angelorum (Castello degli Angeli), più tardi denominato, con delle distorsioni linguistiche, Anglono e Anglone.

– Murazione medioevale e rinascimentale –

Una spinta determinante al processo di urbanizzazione fu esercitata da Landolfo Borrello, discendente dai signori di Pietrabbondante, che aveva prestato servizio militare presso i Dogi di Venezia.

Ritornato in Agnone con una colonia di soldati, imprenditori ed artigiani veneziani fece erigere, a sue spese, la chiesa di San Marco Evangelista, consacrata nel 1144. Possiamo ipotizzare che, inoltre, in quegli stessi anni, per motivi di sicurezza, si sia provveduto a far cingere di mura l’area dell’altopiano destinata al nucleo abitativo. La murazione avrebbe così inglobato anche le chiese di San Pietro Apostolo (X sec.) e di San Nicola (XI-XII sec.) che con San Marco vennero a costituire i vertici di una sorta di triangolo urbano; nei pressi di queste fabbriche religiose si aprirono gli accessi principali che ne ripetevano i nomi: Porta San Pietro, Porta San Nicola e Porta San Marco.

In età normanna (XII sec.) fu edificato – probabilmente inglobando il precedente torrione longobardo – anche un poderoso castello, di cui non restano tracce, nell’attuale largo Carlo Alberto.

In età angioina (XIII-XV sec.) la città registrò, grazie alle ferventi e variegate attività artigianali (vi operavano ramai, campanari, ferrai, orafi, argentieri, intagliatori, scalpellini) un notevole sviluppo demografico e un conseguente forte incremento edilizio avente per epicentri alcune chiese allora extra-moenia: Sant’Amico, San Biase, San Francesco.

– Torre della cortina urbana angioina (versante nord) –
– Torre della cortina urbana angioina (versante sud) –

Si rese, quindi, necessaria una nuova cortina muraria che le inglobasse; a questo sistema difensivo appartenevano le due torri cilindriche che sopravvivono lungo la rampa che conduce alla strada comunale per Castelverrino (versante nord), la torre cilindrica di vico De Stefano (versante sud) e le Porte gotiche, con arco ogivale, di San Nicola (al principio di via Poerio) e Semiurno (Porta Napoli, in una breve traversa di via Montebello).

 

– Porta San Nicola (XII-XIII secolo) –
– Porta Semiurno (XII-XIII secolo) –

A causa dei crolli registrati nel corso dei terremoti e delle numerose ristrutturazioni edilizie, non ci sono pervenuti gli altri fornici d’accesso di cui, però, rimangono i toponimi: Porta San Pietro (in piazzale Manzoni), Porta Berardicelli (o di Sant’Amico, nei pressi della “Ripa”), Porta dell’Annunziata (in vico De Stefano).

In età aragonese (XV-XVI sec.) si dilatò ulteriormente la perimetrazione muraria che inglobò i preesistenti complessi ecclesiali di Sant’Emidio a sud-est e di Sant’Antonio Abate a nord-est con la conseguente apertura di Porta Maggiore (sull’attuale corso Vittorio Emanuele II, all’altezza di largo Sabelli, detta anche Porta Santa Margherita per l’omonima chiesa che sorgeva, extra-moenia, nelle vicinanze) e di Porta Sant’Antonio (contigua alla chiesa, abbattuta alla fine del XIX secolo perché pericolante). A questa addizione sono da riferire le due torri cilindriche con basamento a scarpa che sopravvivono sul fronte meridionale, ad oriente di vico De Stefano.

È verosimile che ai citati ingressi cittadini, nel corso dei secoli, si siano aggiunti altri varchi di dimensioni ridotte (postierle) poiché permangono i toponimi Portillo di San Marco e Portillo di Sant’Emidio.

Il tessuto viario, particolarmente articolato, e la strutturazione delle insule non rientrano nei comuni canoni di classificazione dei centri di origine medioevale: non sono del tipo lineare (in cui la generatrice è rappresentata da una o più strade) e neppure a fuso di acropoli, radiocentrico, a ventaglio.

Difatti la policentricità urbana – i poli gravitazionali sono costituiti dai principali fabbricati religiosi, ben dodici chiese e tre monasteri entro le mura – ha dato vita ad una trama differenziata, con sostanziali variazioni aggregative; le strade prendono il sopravvento sulle piazze (gli slarghi antistanti alcune delle sette Porte ed i piccoli sagrati che si aprono in corrispondenza delle chiese non si possono certo considerare piazze).

Unica eccezione sembra essere, seppure con giacitura irregolare e forte pendenza, piazza Plebiscito (già piazza del Tomolo, poiché vi erano collocate le medioevali misure di capacità per le granaglie) ove convergono le principali direttrici viarie. Qui sorgeva, nell’area oggi occupata dal Caffè Letterario – almeno fino alla seconda metà del Settecento, come è testimoniato da Cesare Orlandi nell’opera Delle Città d’Italia e sue isole adiacenti – il Seggio: un tipo edilizio, a pianta quadrata, con tre facciate aperte da un ampio arco impostato su pilastri e coperto con una cupola; vi si riunivano gli Eletti dell’aristocrazia e del popolo per le attività amministrative.

Sulla stessa piazza insistono ancora: la chiesa di San Giacomo Apostolo, denominata anche della SS. Trinità, e, seppure fortemente rimaneggiati, l’uno di fronte all’altro, il Palazzo del Governatore (ex Pretura) e il Palazzo dei conti Martisciano (poi Bonanni, con uno splendido portale catalano), un tempo dotato di una torre «considerevolmente eminente». Dunque questo spazio, per l’assenza di un unico elemento dominante, religioso o civile, richiama più una tessitura protorinascimentale che medioevale.

– Finestra della Casa del Baglivo (in stile gotico fiorito) –
– Bottega orafa –

Un’importante fonte figurativa, una tela con l’effige di Santa Teodora – compatrona della città – conservata nella chiesa di Santa Chiara, presenta sullo sfondo una interessante veduta di Agnone che registra esattamente la situazione urbana del XVII-XVIII secolo.

In età vicereale-borbonica (XVI-XIX sec.) la popolazione continuò ad aumentare (prima dell’epidemia di peste, che nel 1656 funestò l’intero Regno di Napoli, contava più di 10.000 abitanti ed era la maggiore città della provincia Abruzzo Citra dopo Chieti) e si formò un nuovo consistente borgo al di fuori delle mura, nell’unica direttrice possibile: nord-est. L’attuale corso Vittorio Emanuele II divenne così l’asse delle nuove espansioni; furono realizzate tre insule a grande corte e due insule a sviluppo lineare destinate ad accogliere le classi sociali meno abbienti, come testimoniano la ridotta superficie dei lotti e l’assenza di elementi decorativi di rilievo.

La storia urbana di Agnone non ha avuto come protagonisti i feudatari che si sono avvicendati nel corso dei secoli (venne spesso governata da fuori e, comunque, con notevole discontinuità), ma i cittadini che hanno saputo contrattare politicamente i limiti delle loro libertà: statuti, consuetudini, immunità, privilegi di ordine fiscale ed assicurarsi, con il lavoro – e anche con lo studio – un relativo benessere, una propria cultura, un autonomo senso estetico (già durante la dominazione sveva ottenne il titolo di Città – riconfermato nel 1395 dal re di Napoli, Ladislao d’Angiò-Durazzo – quando ebbe una breve parentesi di vita “comunale”, fenomeno unico tra tutti gli insediamenti del Mezzogiorno d’Italia).

– Fregio scultoreo di Palazzo Fioriti –
– Fregio scultoreo di Palazzo Nuonno –

La “nobiltà” qui ha origine borghese, nasce soprattutto nelle botteghe e dalle botteghe. La forza del bello qui si legge sui muri delle case “personalizzate”, adornate di portali, fascioni, colonnine, medaglioni (a mo’ di scudi araldici), fregi, leoni veneziani; è una vera città-museo che si dispiega lungo le vie, all’esterno più che all’interno, a godimento di tutta la comunità più che dei singoli.

 

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[1] Alessandro Cimmino, molisano di Agnone, vive a Bojano. Laureato in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli ha pubblicato volumi, saggi ed articoli di arte, architettura, storia delle città, urbanistica.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

1 COMMENTO

  1. …E allora un plauso a questo magnifico articolo divulgativo sulla “nobiltà”borghese della città di Agnone, che ha saputo “reggersi e erigersi “a Comune.
    Lasciando testimonianza del passato storico importante dell’Abruzzo antico, nelle sue chiese, ma anche nelle strade, nei vicoli, nei selciati, nelle case è stata profusa tanta arte, che certo va salvaguardata ed elogiata, come è stato fatto da altri “nobili” agnonesi , amanti del territorio abruzzese-molisano e più specificatamente di AGNONE.

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