La Dodda (Dote)

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1834

di Maria Delli Quadri


“La dodda” 
(dote) era il complesso di beni, corredo e soldi, che una figlia doveva portare col matrimonio a suo marito. Mia madre, per esempio, portò una dote cospicua: corredo ricamato e ricco, guardaroba ben fornito, più 8.000 mila lire in denari, essendo lei unica femmina tra quattro maschi.  Nel 1926 questa cifra  era paragonabile a diversi milioni  e voglio credere fermamente che mio padre l’abbia sposata (lei 16 anni, lui 23) per amore e non per interesse. La famiglia di mia madre era benestante e aveva fatto studiare la ragazza fino alla sesta (prima media).

All’epoca non so dire quali fossero le usanze, perché non ero ancora nata, ma per i tempi più vicini a noi  (50 anni fa) certamente posso raccontare quello che so, avendolo appreso da esperienze dirette.
La prima pietra della” dodda” veniva posta il giorno della prima comunione, quando alla bambina vestita di bianco venivano regalate (con gioia della madre ma non con la sua) alcune scatole contenenti per lo più asciugamani, fazzolettini ricamati, pezze di stoffa da farci le federe, qualche servizio da tavola, un lenzuolo bianco, da ricamare eventualmente poi. La mamma apprezzava molto questi primi rudimenti, ai quali, nel corso degli anni, lei avrebbe aggiunto, un po’  alla volta, il resto che non sarebbe stato poco.
Così, un po’ alla volta, il corredo cresceva e si accumulava nella “cascia” (cassapanca), con sacrificio per le famiglie meno abbienti, che con parsimonia e decoro provvedevano a tutte le necessità. Non c’erano leggi scritte, ma norme e regole si, alle quali la famiglia doveva attenersi.

Quando la ragazza si fidanzava, allora si intensificavano le spese, per colmare i vuoti che immancabilmente si erano creati negli anni. La ditta Coltorti, marchigiana, che commerciava in corredi, godeva presso le popolazioni dell’Alto Molise e del Chietino di grande prestigio. Il titolare passava dalle nostre parti due volte l’anno con mercanzie di ogni genere, sempre di prima scelta.
Stava in albergo il tempo necessario, quindi cominciava il giro per le case interessate agli acquisti e, sul campionario, faceva scegliere, consigliava per la qualità e per il prezzo, mostrava, sciorinava, alla fine concludeva la vendita. Il pagamento era a rate non vincolate e comodamente dilazionate nel tempo. Vendeva anche vestaglie, camicie da notte, sottovesti e tutto ciò che poteva rendere leggiadro un corredo da sposa. Una volta io mi innamorai di una camicia da notte tutta “sciù- sciù”, trasparente come un velo. Mia madre fece opposizione all’acquisto e disse: “Ma con questa si vede tutto!”.  E il sig. Coltorti rispose candidamente: “Signora, non deve vedere lei!”. La mamma arrossì e dovette arrendersi, povera donna,  alla logica dell’uomo.

Il Primo Letto
Il lenzuolo più fine doveva essere ricamato, perché  veniva messo sul letto nuziale come abbellimento per i visitatori curiosi. Allora pizzi di Cantù, tombolo, merletti, ricami finissimi  erano eseguiti dalle maestre: ad Agnone correvano i nomi, tra gli altri, di Ida Rossi, Gina Lemme, le stesse suore dell’asilo; a Capracotta Lidia Sammarone, Giuseppina De Simone, Matilde Di Nucci, Giuliana Di Rienzo e le suore, tra cui la più brava di tutte era suor Concetta, di origine agnonese. Erano nomi mitici, veri geni dell’arte preziosa dell’intarsio e del ricamo. Al primo letto seguiva il secondo, pure lavorato, ma un po’ di meno …, poi il terzo e via di seguito gli altri.

Il corredo più modesto partiva da sei capi; poi via via da dodici, da ventiquattro. Questi i numeri che indicavano le paia di lenzuola (matrimoniali e singole) presenti nella “dodda“, tutte ben rifinite con punto a giorno lungo la piega e federe a riporto. Quando il corredo era poca cosa, la gente, compresi i parenti dello sposo, diceva con disprezzo: “Quella si è sposata con  una  valigia!”.

All’approssimarsi delle nozze il corredo veniva tirato fuori dai bauli, rinfrescato, stirato da donne esperte, poi esposto nella casa della sposa, perché tutti gli invitati potessero vederlo, apprezzarlo e valutarlo. Quando parlo di apprezzamenti voglio proprio dire ciò che la parola indica: i parenti dello sposo andavano a casa della sposa e davano a tutto il ben di Dio un valore in quantità, qualità, finezza. E sì che le camere utilizzate erano anche tre: nella prima erano esposte lenzuola (le ricamate in prima linea), servizi da tavola da sei e da dodici, con pizzi e ricami, asciugamani pregiati con cifre intrecciate, con scritte come “Lei e Lui“, di lino o di fiandra, federe con angeli e saluti, come “Buon giorno” o “Buon riposo”.

Era, questa stanza, un po’ la vetrina del corredo. Il resto veniva dopo: lenzuola, strofinacci, federe, servizi da tavola giornalieri, coperte (quella di primo letto era di seta, di broccato o fatta a mano con lunghe strisce ricamate o all’uncinetto), imbottite, termocoperte (non quelle elettriche), plaids, copriletti di piquet  e poi tutto ciò che può servire in una casa; quindi, alzando gli occhi, si vedevano, appesi tutt’intorno, abiti, cappotti, giacche, vestaglie estive e invernali, camicie da notte, liseuses; in un angolo c’erano scarpe nuove, pantofole, babbucce dai colori tenui con i pompon, calze velate o di lana, mutande (anch’esse cucite a mano), sottovesti e tutto ciò che la vanità femminile esigeva unito alla praticità. A casa della madre della sposa rimanevano panni, pannucci, fasce, camicilole (cacciamanielli) che poi sarebbero state utilizzate al momento della nascita del nipotino.

Molta della biancheria era tessuta a mano da donne solerti ed esperte in quest’arte antichissima che era stata tramandata di generazione in generazione con rito quasi sacro. Il telaio delle tessitrici occupava un posto importante nella casa e lì le donnette trascorrevano il tempo a ordire trame per stoffe più o meno pregiate.

Parlando di queste cose, il pensiero va alla mitica Penelope, la regina di Itaca che aspettò 20 anni il suo sposo, tessendo di giorno e distessendo di notte una tela al termine della quale avrebbe dovuto sposare uno dei pretendenti alla sua persona e al regno. In attesa del suo assenso, questi avevano occupato la  reggia e consumavano in pranzi e cene tutte le sostanze. La virtù della donna fu premiata: infine, quasi per miracolo, lo sposo tornò a casa  e, per dirla col poeta,”baciò la sua petrosa Itaca Ulisse”.

Ma torniamo al corredo; lo abbiamo lasciato ancora in esposizione, con tutte le bellezze messe in mostra, tra cui spiccavano alcuni preziosi come l’anello col brillante, il collier, gli orecchini, la catenina della comare, una boccetta di profumo, un mazzolino di fiori secchi, una foto dei fidanzati incorniciata, un ciondolo d’oro.  Più in là un vassoio con i confetti ricci di Carosella o di Orlando, una guantiera di bicchierini, grandi come ditali, dove offrire il rosolio, rigorosamente fatto in casa, liquore dai colori brillanti quali giallo, rosso, verde, paglierino, i cui ingredienti (le essenze) venivano acquistati nel negozio specializzato.

Dopo l’esposizione, il corredo, non senza emozioni e qualche lacrima della mamma, veniva portato nella nuova casa e qui rimesso nei bauli dove sarebbe rimasto per il resto della vita e dove la sposa, poi moglie e madre, avrebbe prelevato ciò che di volta in volta fosse servito per la casa. Quasi a suggello del patto matrimoniale veniva stilata, alla presenza di testimoni dell’una e dell’altra parte, una nota  che elencava i singoli capi portati in dote. La carta veniva sistemata, come ricevuta, in fondo al baule.

Il trasporto da una casa all’altra veniva fatto da donne vestito con l’abito migliore per mezzo di canstri portati sulla testa e ricoprti da grossi fazzoletti fiorati di “tibba” (pura lana colorata con tinte vegetali) che facevano anche loro parte del corredo.

Come si può notare, il viaggio del corredo era lungo e costoso: a volte anche inutile, se per caso il matrimonio andava a monte o semplicemente la ragazza non si sposava perché “nessuno l’aveva voluta”. Veri capitali rimasti chiusi e inutilizzati per anni e anni nelle soffitte. Poi  la curiosità di qualche nipote avrebbe riportato alla luce questi capolavori, ingialliti, ammuffiti, ormai da utilizzare solo in parte, inutili come i sogni delle ragazze per le quali quel corredo era nato.

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Le foto inserite sono frutto delle ricerche di Raffaele Coppola e di Rita Cerimele

NdA:  A completezza dell’informazione va aggiunto che la ricevuta che veniva posta in fondo al baule si chiamava “il doddario”;  come già detto essa veniva redatta da testimoni dell’una e dell’altra parte, ma a scriverla materialmente era una persona  terza che “sapeva di lettere”, cioè era in grado di scrivere con grafia  leggibile e chiara. All’elenco dei beni vanno aggiunti i materassi, anch’essi a carico della sposa; dovevano essere quattro e tutti di lana. Ognuno  portava con sé la fodera di ricambio.

Come si può vedere il corredo era un vero e proprio salasso. Le famiglie tuttavia si accollavano tutte le spese e a volte dovevano provvedere anche ai mobili della camera da letto. Forse per questo motivo la nascita di una femmina non portava grande gioia nelle case.
A Capracotta, tra gli abiti esposti col corredo, dovevano  esserci anche il vestito della suocera e del suocero per le nozze del figlio, la camicia o il foulard per i cognati, tutta roba regalata, l’abito della futura sposa per le prime promesse, più quello da indossare otto giorni dopo le nozze, quando la coppia “riusciva” per andare alla messa cantata.
Forse il “68” ha portato una ventata di aria fresca e ha fatto rinsavire le menti. Oggi certe consuetudini sopravvivono ancora, in misura ridotta, nei paesi più legati alle tradizioni, ma il grosso di queste inutili pantomime è sparito.
DEO GRATIAS

[divider] Editing: Flora Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine [divider]

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6 Commenti

  1. MARIA ,hai fatto una descrizione fedele e dettagliata una cosa hai dimenticato di dire  la pre parazione del letto della sposa  che per la prima notte  ,si metteva il  primo letto che era il più prezioso,ed il letto doveva essere preparato obbligatoriamente dalla suocera e da una ragazza vergine ricordo ancora che papà su ordinazione ,faceva dei con fetti grandissimi che servivano ad  adornare il letto degli sposi ,POI SUL LETTO i parenti che andavano a vedere la dodda ci  buttavano  i  soldi 

  2. Cara Maria,mia nonna cominciava a riempire la cascia appena nasceva una femmina, e mia madre ci ha fatto i copriletto all’uncinetto in filo bianco già all’età di dieci anni, impiegando un intero anno per ogniuno, all’epoca eravamo io e mia sorella,ora lo conserva mia figlia come una reliquia. Altri tempi…però io ero felice.

  3. Talmente esaustivo il racconto della “dodde” da parte della prof Delli Quadri, che io posso solo aggiungere un particolare mio personale. Tutta vera e puntuale la descrizione della “dodde”: sono anziana ed ho anch’io controfirmato quell’elenco del corredo da “sei”che mio padre mi assegnò(ma quasi impropriamente). Mi spiego : son rimasta orfana di madre a sei anni, insieme ad un sorellina di tre anni. Cresciute con la matrigna- papà è stato quasi sempre all’estero, in Svizzera, a lavorare, io non avevo il corredo, quando un anno dopo il diploma magistrale conseguito a TRIVENTO -1957- a 20 anni mi fidanzai, e a 21 mi sposai. Ma il mio fidanzato e sua sorella maggiore – anche la loro madre era morta-mi aiutarono in ogni senso a preparare il corredo:1° e 2° letto ecc ecc che avevo comprato e pagato a rate da un negoziante di fiducia di mia cognata…tra l’altro maestra di tombolo, che mi regalò due pizzi bellissimi…uno bianco e l’altro celeste e che ora veramente usa mia figlia 54enne prof, sposata e amante di cose belle. In realtà papà pagò solo la lana per i materassi – la buona lana merinos. [pagai il corredo con gli stipendi del mio primo anno di servizio da maestra-1959/60…
    Il particolare era questo e chiedo scusa se mi sono dilungata [ uscendo fuori tema come dicevo io a scuola ai miei alunni –essendo stata una maestra ] era questo: le 4 federe per materassi ,cucite da mia sorella, allora giovane sartina, su tre lati -escluso un lato minore- avevano le ASOLE, rigorosamente fatte a MANO, perché così i materassi si potevano aprire e cambiare o lavare… quante ore chine su QUELLA STOFFA PESANTE PER MATERASSI, che richiesero TEMPO, FATICA, DEDIZIONE, PAZIENZA E.. L’AIUTO DI UN’ALTRA GIOVANE SARTINA –ESSENDO VICINE LE MIE NOZZE…
    E mi vengono quasi i brividi, ripensando all’estenuante lavoro di mia sorella… Tutto questo lavoro è durato solo tre anni …Subito dopo il ’60 infatti cominciarono a vendersi i materassi permaflex e le federe, quelle banche federe di fiandra , con tutte quelle ASOLE FATTE A MANO, furono accantonate insieme alla lana…
    …”il grosso di queste inutili pantomime è sparito. DEO GRATIAS!”ha ben detto la prof alla quale faccio i miei complimenti per l’articolo che mi ha riportato indietro …nel tempo e nel mio paese- Montefalcone nel Sannio: una corregionale dunque; ma vivo oggi a Pescara con tutta la famiglia figli e nipoti, i miei tesori. Grazie dell’attenzione e dell’ospitalità.

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