La cicala

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A cura di Benedetto di Sciullo [1],Giovanni Mariano[2]
e di Enzo C. Delli Quadri

 Il fiume Sangro nasce a 1441 m s.l.m. sulle pendici del monte Turchio, sotto il Passo del Diavolo, nel parco Nazionale d’Abruzzo. Dopo un percorso di 122 km sfocia nel Mare Adriatico nei pressi di Torino di Sangro (CH). Il suo bacino copre per il 59% la provincia di Chieti, per il 37% quella dell’Aquila e per il 4% la provincia di Isernia. Inizialmente scorre da NW a SE in gole strette e profonde e, in località Villetta Barrea forma il lago artificiale di Barrea. Attraversa il centro abitato di Alfedena, il piano di Castel di Sangro, le località Ateleta e di Quadri segnando il confine tra le regioni dell’Abruzzo e del Molise. A valle il fiume Sangro forma il lago artificiale di Bomba con capacità di 83 milioni di m3 e l’invaso artificiale di Serranella.
Il fiume Trigno nasce dal Monte Capraro, a 1.150 m s.l.m., in località Capo Trigno nel comune di Vastogirardi, in provincia di Isernia. Entrato nella provincia di Campobasso, il fiume segna il confine con l’Abruzzo (provincia di Chieti) discostandosene solo per due brevi tratti: il primo nel comune di Trivento, il secondo nel comune di Montenero di Bisaccia, per sfociare nel mare Adriatico al termine di un corso lungo 85 km.
Il fiume Sangro e Il fiume Trigno rappresentano uno straordinario habitat naturale per numerose specie animali e vegetali.

Tra questi troviamo la cicala del Gruppo degli Eterometaboli e dell’ Ordine degli Emitteri o Rincoti, caratterizzata da apparato boccale pungente-succhiante che produce gravi danni ai vegetali succhiando la linfa e provocando malformazioni con le loro punture. Il suo apparato boccale prende il nome di rostro. A quest’ordineappartengono, oltre alla cicala, le cocciniglie, gli afidi (parassiti dei vegetali) e le cimici dei letti (parassiti degli uomini).

È impossibile non associare la cicala alla calura estiva così come è impossibile non accomunarlo all’ozio. In effetti, quest’insetto non è poi così fannullone come si crede e la sua vita è molto più lunga di quanto si pensi generalmente poiché il suo stato larvale dura parecchi anni durante i quali tutto fa tranne che oziare. Per quanto riguarda l’Altosannio, la cicala è nota soprattutto perché legata ad un famoso improperio indirizzato specialmente agli sfaccendati. Chi non ricorda, infatti, la frase “puozze fa lu bbuotte gnè ‘na cicare”?Pare appunto che l’insetto dopo molto cantare scoppi e da qui l’ingiuria (la mmallizzone la maledizione) di cui sopra certamente forgiata in tempi in cui l’ozio era quanto di peggiore potesse capitare in una famiglia.

Il tradizionale accostamento della cicala all’ozio trova il massimo del conforto nella famosa storia de La cicala e la formica”.La storia, tratta da una favola di Fedro, veniva raccontata ai bambini per insegnare loro che colui che ozia è sempre disprezzato. (oggi si racconta tutt’altro). Leggetela in dialetto: è sfiziosa.

Tanto tempo fa, c’era una cicala che conosceva una formica. Tanta tiempe fa, ci stave na cicare chi cunusceve a na firmiche.
La formica, durante l’estate metteva da parte tutto quello che le poteva servire per l’inverno: raccoglieva il grano che trovava in campagna, portava in casa un po’ di semi, si trascinava qualche briciola di pane ed in questo modo si preparava alla cattiva stagione. La firmiche, durante la state mitteve da parte tutte chille chi i puteve sirvì pi lu vierne: ariccuglieve lu grane chi truvave ‘ncampagne, purtave dentre a la case cò sumente, zi trascinieve quacche migliche di pane e cuscì zì priparave pi la cattiva staggione.
La cicala invece, sopra ad una quercia, non faceva nulla e cantava soltanto. La cicare mmece, sobbra a na cerche, nin faceve niente e cantave solamente.
Passò l’estate ed arrivò il freddo. Passette la state e minette lu fridde.
Quando cominciò a nevicare, la cicala andò a casa della formica a chiederle qualcosa da mangiare perché lei non aveva nulla: “Per piacere, comare formica, mi dai qualcosa da mangiare ché qua fuori fa tanto freddo ed io sto morendo di fame?” Quanna cuminzette a nenghe, la cicare iette a la case di la firmiche a circàreje co’ cose pi magniè ca esse nin tineve niente: “Pì piacere, cummara firmiche, mi diè co cose a magniè ca ecche da fore fa tanta fridde e i mi stienghe murenne di fame?”
La formica, senza neanche farla entrare in casa le domandò: “Che cosa facevi quest’estate mentre io raccoglievo i semi, le briciole del pane ed il grano?” La firmiche, senza manche farla ntrà dentre a la case i’addummannette: “Chi facive stà state mentre i ariccuglieve li sumente, li migliche di lu pane e lu grane?”
“Io, ” rispose la cicala “cantavo, stesa al sole su di una quercia.” “I,” arispunnette la cicare “cantave mbacce a sole sobbre a na cerche.”
“Ah! Hai cantato tutta l’estate” rispose la formica “e adesso balla!” “Ah! Si cantate tutta la state” arispunnette la firmiche “e mò abballe!”.

 


[1]Benedetto Di SciulloAbruzzese di Fallo (CH), libero professionista. Dedica tanto tempo alla cultura locale per mantenere concretamente vivi i palpiti di un mondo antico che accomuna tanti di noi e che, dal passato, ancora ci accarezza e ci emoziona superando oceani e continenti. Ha creato, con Giovanni Mariano, il sito www.faldus.itche celebra Fallo (CH) e i Fallesi.
[2]Giovanni MarianoAbruzzese di Fallo (CH), informatico. Cura con Benedetto Di Sciullo il sito dedicato a Fallo sapendo di fare piacere ai conterranei che apprezzano le abitudini, l’aria, i profumi dell’Alto Vastese. Ha creato, con Benedetto di Sciullo, il sito www.faldus.itche celebra Fallo (CH) e i Fallesi.

Editing: Enzo C. Delli Quadri 
Copyright: Altosannio Magazine

 

 

1 COMMENTO

  1. Articolo “completo” scientifico e narrativo, anzi ambientato nel nostro territorio sembra ancor più sfizioso!

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