LA CHIAVE

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Maria Rossi

libri scaffali

 A tutti quelli che seppero emozionarci

Scendo le scale controvoglia , armata di detersivi e strofinacci.

Che scocciatura !!! Mi sono imposta di portare a termine l’operazione “riordino e pulizia annuale della cantinetta  e del garage.” Entro nella cantinetta. C’è un bel fresco per fortuna, niente a che vedere con la calura estiva di fuori.

Il sangue rallenta la sua corsa nelle mie vene mentre giro intorno lo sguardo  sull’ indescrivibile disordine che c’è in giro. Scatole di apparecchiature elettroniche che sono già fuori uso da tempo sono ancora li ,a testimoniarne la garanzia!! Cianfrusaglie di Natale, bottiglie e damigiane vuote! Un intero anno di vita si potrebbe ricostruire analizzando gli oggetti che sono stati depositati qui per mesi! Comincio con l’eliminare le cose inutili. Il lavoro procede : posso adesso passare a sistemare con ordine le cose sugli scaffali .

Accidenti quanti libri si sono accumulati sul tavolo! Bisogna trovargli un posto in uno degli  scaffali. Sistemare i libri già ordinati in modo tale  da far posto e … approfittarne per dare una spolverata! Vecchi testi universitari, libri di lettura per cui non si è trovato posto in casa, , testi delle superiori e medie dei ragazzi, i loro libri di favole da bambini , i miei libri di favole da bambina : “ Il trittico di Marzolina”, “ Il lampionaio “ “Kim” “ Piccole donne” “ Le due orfanelle” “ Cuore”. ……… “Pattini d’argento “……….!!! 

……………Quel giorno scendeva una neve ghiacciata, come sottili aghi che pungevano il volto ogni volta che il vento faceva spostare l’ombrello. La mia mano inguantata in quella di mio padre , procedevamo in salita  per raggiungere la nuova scuola.

Avevo cercato di esprimere la mia opinione.  “Non voglio lasciare le mie compagne e la mia scuola di Maiella” avevo piagnucolato. Ma senza successo. Dovevo cambiare scuola perché la maestra D……., ex maestra di mio padre, e motivo per il quale io ero stata iscritta alla scuola di  Maiella  non sarebbe rientrata per problemi di salute e la mia “preparazione culturale “ rischiava di esserne compromessa  perché certamente si andava incontro ad un periodo di “interregno” con una girandola di supplenti !

“ Ma dovrò lasciare A………….!” avevo obiettato.
“ Con A…………… potrai giocare al pomeriggio perché abita qui vicino, e poi troverai molte altre amiche “ mi avevano risposto .
Mio padre cercò di entusiasmarmi al cambiamento .
Mi disse che aveva deciso di spostarmi perché era stato possibile inserirmi nella classe del maestro E. C., un maestro molto bravo e con il quale certamente avrei studiato volentieri.

E così quel giorno, tirata a lucido ancora più del solito, i miei scarponcini scintillanti, la “ scrima” tra i miei capelli tenuti da un cerchietto più diritta del solito, il grembiule candido e il fiocco  inamidato  sopra i miei pantaloni da “sci” azzurri  col maglione azzurro a disegni neri e  il mio cappotto beige con il collo di  pelliccia  marrone, percorrevo la strada con mio padre  che mi accompagnava  per il primo giorno nella nuova scuola.

L’eco delle parole di mia madre  “N’avè paura, ca ru marstr è bonfigl ! “non riusciva a consolarmi per la separazione dalla mia adorata A………..  e per aver dovuto lasciare le mie compagne di classe e la mia scuola che ormai conoscevo e alla quale ero abituata.

Come sarebbe stata la mia nuova scuola? E avere un maestro anziché una maestra  ,come sarebbe stato,? Forse era più severo! E le mie nuove compagne ? Non le conoscevo ! Nessuna di loro abitava vicino a casa mia, non erano mie compagne di gioco e quindi erano delle estranee. Con questi pensieri e preoccupazioni procedevo verso la mia nuova scuola  costeggiando la casa di zia L., attraversando “la  chiezza”, su per una strada stretta che ricordavo perché  ci ero passata  in  processione  con mia madre.

Ad un tratto mio padre  disse “ Ecco,siamo arrivati!”.

La mia nuova scuola  era in un palazzo piuttosto vecchio ma che aveva sicuramente conosciuto tempi migliori nel passato. Pensai alla mia scuola di Maiella, nuova e luminosa. Ho vaghi ricordi del portone e delle scale. Mi ricordo bene solo dell’aula della mia classe . Una stanza abbastanza ampia  con una finestra sul fondo  e due porte , una che dava su una piccola stanzetta usata dai bambini per appendere i cappotti e lasciare gli ombrelli, l’altra di accesso all’aula. Mi ricordo molto bene  della stufa che era quasi vicino alla porta d’ingresso. Una stufa a legna di terracotta rossa  con un tubo lungo per portare via il fumo, dotata di una valvola di ghisa per regolare il passaggio del fumo nel tubo!e con sopra un pentolino per umidificare l’ambiente. Dopo che mio padre fu andato via, ultimo appiglio ad un mondo conosciuto e nel quale mi sentivo a mio agio e protetta, rimasi sola.

Sola col nuovo maestro e con miei nuovi compagni di classe Il mio cuore batteva all’impazzata, le mie mani erano sudate . Ero certa che non avrei avuto voce per parlare se qualcuno mi avesse rivolto la parola o forse mi sarei messa a tartagliare !

Le immagini  si susseguivano nei miei occhi. Alcuni volti mi erano noti. Erano bambini che  avevano frequentato la scuola materna con me , altri abitavano alla  Ripa  e qualche volta ci avevo giocato quando con mia madre andavo a trovare Nonno Nicola. Una bambina , P. la conoscevo perché era spesso da sua nonna che abitava vicino a casa mia  e qualche volta giocavamo insieme.

Ma gli altri! Non li conoscevo affatto ! E le bambine mi sembravano così presuntuose ! C., R.  … Che sguardi mi lanciavano ! Sembravano dirmi con gli occhi: “Questo è il nostro mondo, che ci fai qui?!! “

Sentivo la voce del maestro che mi presentava agli altri bambini e pronunciando il mio nome   coglieva l’occasione per “ rinfrescare “  la “ mutolina “ scrivendo il mio nome sulla lavagna e spiegando agli altri bambini che andava scritto con la  “H”. E sempre la sua voce , che sembrava giungere  da così lontano  al mio cervello  annebbiato  dall’agitazione e dall’emozione, che mi dava il benvenuto e mi invitava a sedermi al primo posto, accanto a sua figlia M., anche lei allieva nella stessa classe.

Non osavo guardare in faccia il mio nuovo maestro perché mi vergognavo enormemente e l’unica cosa che desideravo  era non essere più al centro dell’attenzione, ma seguii subito la sua indicazione ed andai a sedermi al primo banco accanto a M..

La lezione cominciò. Dopo la preghiera, il maestro cominciò a spiegare o forse a correggere i compiti dati il giorno prima. Io faticavo a seguire, ancora presa dall’ansia. Ma soprattutto faticavo perché mi trovavo sotto il fuoco di fila delle domande della mia compagna di banco che voleva sapere tante cose di me, ma io non sapevo se dovevo risponderle  ed essere gentile o tacere perché il maestro ci aveva detto di fare silenzio . E così la mia ansia anziché diminuire aumentava.

Ogni tanto , mentre sussurravo piano la mia risposta alle sue domande per non essere sentita dal maestro,lanciavo qualche occhiata alla mia nuova compagna di banco e quello che vedevo allo stesso tempo mi incantava e mi spaventava.

Due occhi castani, vispi e in continuo movimento, in un visetto paffuto e incantevole con la sua fossetta sul mento. I capelli castani, lisci, mi pare tenuti da un cerchietto, ma non ne sono sicura. Era la gioia di vivere fatta bambina .

Tanto io ero timida e scontrosa tanto lei era aperta ed espansiva. Tanto io ero timorosa di tutto e per questo silenziosa tanto lei era spavalda e chiacchierona, per nulla spaventata neanche dai non infrequenti richiami del maestro, suo padre.

Capivo che una parte delle occhiatacce che mi arrivavano da alcune bambine della classe erano in parte dovute al fatto che il maestro, facendomi sedere accanto a sua figlia in quei primi giorni di scuola, aveva voluto mettermi a mio agio, ma aveva stravolto le loro abitudini di prendere posto tutte vicino. E per questo  cercavo di rispondere con dei timidi  sorrisi alle loro occhiatacce.

Inoltre avere accanto a me M……….. era la mia “ delizia e croce” . Lei era tutto quello che io avrei voluto essere : simpatica, allegra. Avrei fatto di tutto per conquistare la sua amicizia, ma non sapevo da dove incominciare. Mi sentivo come il brutto anatroccolo accanto al bel cigno della favola.

In seguito, quando diventammo amiche e cominciammo a frequentarci qualche volta, io continuavo sempre a guardare stupita quel miracolo della natura, quella esplosione di vitalità che sprizzava gioia da tutti i pori, la guardavo con ammirazione  bonaria, mai con invidia né con cattiveria.

Ricordo ancora le volte, non infrequenti, che M………… combinava qualche marachella e il maestro con voce dolce ma ferma,  la rimproverava, sempre però cominciando con le parole  “ M…………, papà………..”. Era la luce dei suoi occhi quella bimba, lo si capiva al primo sguardo.!

 Come la volta che venne un direttore didattico nuovo e alle nostre domande su di lui il maestro rispose che non era sposato e non aveva figli, motivo per cui M………. insisteva che non ci dovessimo rivolgere a lui non con le parole “Signor direttore” bensì “ Signorino direttore” e il maestro cercava di dissuaderla dal fare una cosa del genere spiegando che la forma “signor direttore” era corretta anche in questo caso!

Oppure la volta  che M…………. chiese insistentemente  al maestro “ Ma perché io non posso mangiare alla  “refezione“ se io ci voglio mangiare !!!!” E il maestro, con molto tatto, cercava di spiegarle che lei non poteva restare perché le cuoche per lei non avevano preparato e lei insistette “Ma allora, diglielo per la prossima volta! “.

Quando stavamo per andare via si vedevano arrivare delle signore che portavano delle cose cucinate per i bambini che mangiavano alla refezione.  L’aula si riempiva di odori, ma quello che soprattutto mi piaceva era quello del pane. Era un pane diverso da quello che di solito si mangiava a casa: erano delle piccole pagnottelle dorate  ancora calde da cui si sprigionava una fragranza deliziosa.!

Una  volta , di nascosto, prima di uscire  dall’aula  riuscii a spezzare  un pezzettino da una pagnottella  perché  ero curiosa di sapere che sapore aveva  scoprendo che era delizioso, come il suo odore !!! Ma erano destinate solo ad alcuni alunni della scuola quelle bontà  e…. già, forse M………… aveva ragione , perché  noi non potevamo restare a mangiare quel pane dolce e saporito!

Oppure la mattina che arrivando a scuola trovammo la bidella, o un bidello?, questo non lo ricordo esattamente, che si dava da fare intorno alla stufa che quella mattina non si decideva a funzionare a dovere e sprigionava un fumo acre e denso per cui si dovettero aprire le finestre. Mentre la bidella  era affaccendata intorno alla stufa e il maestro cercava di dare dei consigli utili a risolvere il problema suggerendo che forse il tubo si era riempito di fuliggine e che quindi bisognava chiamare qualcuno a pulirlo, noi bambini eravamo elettrizzati da quel diversivo inaspettato e chiacchieravamo tra noi allegri come non mai.

Ad un tratto la bidella, che di solito entrava nell’aula solo per mettere altra legna nella stufa e che invece quella mattina era rimasta li, scoraggiata dai numerosi tentativi falliti per risolvere la situazione  esclamò :

Niend maè, mademane n’em’ ch’ fa. Em’abbschiè le castagne!!!“. A queste parole M………….. cominciò a ripetere ridendo: “Em’abbschiè le castagne! Em’abbschiè le castagne “ e noi tutti, a quelle parole, giù risate  compresa la bidella, stupita e orgogliosa della sua battuta, e il maestro divertito per la stessa…………………..

……………Le mie mani si muovono automaticamente e continuano a far ordine, pulire e sistemare il caos del garage. La mia mente segue il corso dei suoi pensieri e torna al passato -passato, al passato recente ,di nuovo al passato-passato……………..

………………Guardavo dalla finestra la neve che continuava a cadere  e i mulinelli d’aria che la facevano danzare nel vento.

Il tempo passava, ma non così velocemente come avrei voluto,  per arrivare alla fine della giornata scolastica e di nuovo a casa,  con mamma.

Ad un tratto, il maestro, che nulla poteva sospettare dei pensieri che giravano nella mia mente  e che certo non immaginava di trovarsi davanti una bambina talmente chiusa a cui le sue attenzioni procuravano un accrescimento di ansia, per meglio inserirmi nello ”habitat” classe, mi chiamò alla lavagna  per risolvere delle divisioni. Come in sogno mi alzai e raggiunsi la pesante lavagna nera e sempre come in sogno iniziai a scrivere le divisioni che lui mi dettava.

La matematica non era la mia materia preferita ma sapevo che dovevo fare di tutto per eseguirle correttamente. Non potevo permettermi di sbagliarle. Non di fronte a lui. Non di fronte a  M………….. Non di fronte ai miei nuovi compagni!

Il mio cervello, concentrato fino allo spasimo, elaborava quelle operazioni e la mia mano le trascriveva sulla lavagna nella migliore calligrafia possibile. Procedevo lentamente, con attenzione. Quando terminai mi girai verso i miei compagni  e così facendo mi spostai dalla lavagna.

Ha sbagliato! Ha sbagliato!” era un coro di voci quello che improvvisamente si levò dalla classe. Il mio cuore si fermò. Il mondo intorno prese a girare. Il mio viso color porpora si abbassò ad osservare con attenzione gli scarponcini lucidi……….

Il maestro, che stava scrivendo sul registro, alzò la testa, guardò verso di me e poi si alzò e venne verso la lavagna. Controllò quanto avevo scritto e disse: “Non ha sbagliato. E’ solo un modo diverso di eseguire le divisioni. Questa è una divisione abbreviata.” E cominciò a spiegare ai miei compagni che cosa fosse una divisione abbreviata.

Poi mi posò una mano sulla testa  a  mò di carezza, mi incoraggiò con un “brava “e mi fece tornare a posto. Mi sentivo ancora più osservata.

Il mormorio era cessato ma restava il fatto che la diversità della mia divisione enfatizzava la mia estraneità all’ambiente! Dovevano trascorrere  ancora parecchie settimane  prima che mi sentissi completamente inserita nella mia nuova scuola.!

Il tempo passava e pian piano mi rendevo conto che la mattinata volgeva al termine e che presto sarebbe stata ora di tornare a casa. Poco prima che la mattinata finisse, mancavano forse circa 10 o 15 minuti, il maestro ci disse di riporre tutti i  libri e i quaderni. Tutti i bambini fecero silenzio. Anche M……………..

 Dal cassetto della sua cattedra il maestro tirò fuori un libro e cominciò a leggere. Era una storia. Una storia che io non conoscevo. Altri precedentemente mi avevano letto delle storie: i miei genitori, le suore all’asilo. Ma mai nessuno in quel modo! .

Il maestro leggeva e leggeva: La sua voce era calma, modulata, coinvolgente  e mano a mano che lui leggeva la mia mente  si liberava dall’ansia, il mio cuore si alleggeriva dall’oppressione ed io mi lasciavo trasportare in un mondo incantato.

Ero in Olanda e pattinavo sul  ghiaccio insieme ad altri bambini. Indossavo, come le altre bambine ,una cuffietta bianca con dei curiosi risvolti . Ai piedi avevo dei pattini di legno. Il freddo era pungente ma io non lo sentivo mentre inseguivo mio fratello Hans sul ghiaccio.

La voce del maestro continuava a leggere …………. Non sentii il suono della campanella quando suonò e forse fui l’ultima ad uscire dall’aula. Il maestro mise un segno alla pagina, chiuse il libro  e disse “ Continueremo domani, bambini. Adesso andate”. “Poi rivolto a me  sorridendo mi disse : “Ogni giorno prima che le lezioni finiscano leggiamo un pezzettino di una storia. Questa è la storia che stiamo leggendo in questo periodo. Si chiama “ Pattini d’argento”. Spero che ti piacciano le storie.”

Feci di si con la testa e gli rivolsi un rapido, timido sorriso, il meglio che mi riuscisse. Scesi lentamente le scale e presi la strada di casa con passo meno insicuro del mattino e col cuore felice.

Il  maestro mi aveva aperto la porta della mia nuova scuola leggendo una storia e, senza che ne fossi consapevole, forse, mi aveva dato la chiave magica per entrare nel mondo della mia nuova  realtà, accompagnata da un sogno.

A casa mi aspettavano .

Erano un po’ preoccupati per quel cambiamento. Mio padre mi chiese : ”Cosa hai fatto a scuola? “ E mia madre: ” Com’è il nuovo maestro?”. Penso che risposi sorridendo : “ Ci ha letto “ Pattini d’argento”. E forse non ci fu bisogno di altre parole.!………….

 …………Accarezzo con lo sguardo i miei libri di favola ancora una volta prima di uscire dalla cantinetta. Respiro il loro odore . Sono lì , testimoni del passato-passato quando i loro personaggi erano i miei amici segreti . Sono li.  Ancora oggi, come allora, riescono  a regalarmi un sogno bellissimo.


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine 

 

3 Commenti

  1. Quando gli eventi si imprimono nella nostra mente perché vissuti con intensità, con timore di essere sempre fuori posto ma i fatti poi ci danno ragione….tutto si trasforma in un eterno presente, sempre li in atesa di essere di nuovo catturati. Questo è ciò che il racconto di Ester mi suggerisce. Gradevole e schietto raccontare dell’autore.

  2. Ricordo anche io la stufa di terracotta con il pentolino per umidificare l’aria. Quando le condizioni del tempo cambiavano, di conseguenza variava il tiraggio e la “classe” si riempiva di fumo.
    Sapori e sensazioni di un’infanzia irrimediabilmente persa per sempre.
    Tout pass, tout lasse tout casse; e che vuò fa.

  3. Che piacevole, bella ed intima pagina di vita, di una vita di bambina attenta ed entusiasta-
    non ostante un’iniziale timidezza- alla scuola in genere e alle STORIE , le belle storie che una volta si leggevano in classe agli alunni… sì nell’ultimo quarto d’ora di lezione …
    L’ho fatto anch’io come maestra, ma non ricordo che l’abbia fatto la mia maestra, l’unica mia maestra delle elementari. ALTRI I SUOI MERITI: ottima e cara maestra che mi voleva bene, che mi valorizzava, importante nella mia infanzia; fu lei a convincere mio padre a farmi proseguire lo studio alla scuola media, presente tra l’altro nel mio paese, per la benefica e provvidenziale opera del Parroco don Vittorio Cordisco. Ho gustato co gran piacere le pagine del racconto, come fosse una sola pagina —abbreviata, come le divisioni abbreviate ( e LODE a te cara amica !) –con duplice animo : da BAMBINA e da MAESTRA.

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