La chiamavano “la Befana”

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di Flora Delli Quadri

Come immaginavo la befana

Ho un preciso ricordo di bambina: seguivo in corteo la processione della Madonna di Costantinopoli quando, alzando gli occhi verso un “finestrillo” di una casa in piazza Libero Serafini, vidi un viso che sporgeva quel tanto necessario per guardare senza essere visti. Il volto era scheletrico e veramente brutto: denti sporgenti, naso aquilino, pochi capelli in testa, occhiali da miope. “Mamma mia com’è brutta, è spaventosa” conclusi tra me e me, chissà chi è”. Quando chiesi alla mamma chi fosse mi rispose “È la Befana”!
Da quel momento ebbi la certezza che in quella casa vivesse veramente la Befana e per un buon arco di tempo credetti che quelle fossero le sue vere sembianze.
Fu solo un pomeriggio di maggio di molti anni dopo che la Befana si materializzò: vestita di nero, con un abito di foggia antiquata, un cappellino belle époque e una borsettina di mezzo secolo prima, si stava recando con altre donne  alla messa per il rito mariano. La forte miopia la costringeva a sporgere la testa in avanti e a camminare curva, con un’andatura quasi tremolante.
Dunque la Befana era una persona in carne ed ossa, più ossa che carne, che usciva dai miei ricordi di bambina e diventava una persona reale.

Anni dopo, all’annuncio di mia madre che una nuova inquilina avrebbe abitato la nostra casa, scoprii che “la Befana” aveva anche un nome e un cognome, si chiamava Esterina Galasso, “la signorina Esterina Galasso! Una mia vicina di casa, sua parente, le aveva indicato l’appartamento sopra al mio lasciato libero dalla famiglia che vi aveva abitato fino ad allora e lei ci si trasferiva. Finalmente avrei potuto rompere l’aura di mistero che la circondava e conoscerla da vicino. E così fu.

Le due case in cui ha abitato: Piazza Libero Serafini e Vico Savonarola

Frequentandola, potei osservarla meglio. Aveva dei lineamenti normali con dei tratti di signorilità ed eleganza retrò e dietro gli occhiali da miope nascondeva uno sguardo buono e gentile. Solo l’eccessiva magrezza le davano quell’aspetto spaventoso che mi aveva tanto impressionato da bambina.

Si rivelò essere una donna sensibile e raffinata, con una discreta cultura classica e una educazione formalmente perfetta, come si conveniva nelle famiglie per bene. Come tutte le signorine della sua epoca aveva frequentato la scuola quel tanto che era necessario e poi si era dedicata alle arti femminili, ricamo e uncinetto.
Nelle giornate calde, quando mia madre con le vicine sedeva davanti al portone per cucire o rammendare, lei scendeva appoggiandosi ad un bastone, si sedeva a sua volta e conversava con garbo e discrezione. Ci teneva a mostrarci i capolavori del suo corredo, lenzuola, asciugamani, tovaglie. In quelle ore serene passate insieme realizzai che quando sorrideva o si animava, il suo viso si illuminava e vi affiorava la bellezza, quella che distingue gli animi buoni. Visse in quella casa circa una decina anni.
In quei dieci anni, o giù di lì, mentre per lei e per mia madre le giornate scorrevano uguali, per me la vita cambiava: diploma, università, attesa del futuro.

Centrino di tulle ricamato
Guarnizione in tombolo

Un giorno, circa nove mesi prima della mia laurea, mi chiamò in gran segretezza e mi disse: “Senti, ti ho preparato un regalo e te lo voglio dare adesso poiché non so se arriverò a vedere la tua laurea”.
Aprì un baule con solennità e mi porse una scatola, che ancora conservo, in cui erano contenuti quattro fazzoletti in lino ricamato, di quelli che una volta si usava tenere nelle borsette per soffiarsi educatamente il naso. C’era poi un quinto fazzolettino ricamato su tela bisso e un finissimo centrino viola, con ricamo fatto direttamente su tulle, risalente agli inizi del secolo. Per ultimi, un guarnizione in tombolo da usare per camicie da notte o matiné e un velo ricamato da portare in chiesa per coprirsi il capo. Commossa la ringraziai e la rassicurai che di sicuro l’avrei invitata alla festa di laurea.

Purtroppo non mi aspettò. Arrivò la befana, quella finta, che non mi portò regali. In compenso “la Befana”, quella vera, mi aveva fatto il regalo più prezioso: mi aveva regalato la sua storia, oggi chiusa in un cassetto del mio comò.

Fazzolettino ricamato a mano
Velo per coprire la testa
i quattro fazzoletti per la borsetta

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[1]Flora Delli Quadri: Molisana di Agnone (IS), prof.ssa di Matematica in pensione. Si occupa di cultura e politica; pur risiedendo altrove, ha conservato intatto l’amore per il suo paese d’origine che coltiva in forma attiva.

Editing: Flora Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine

1 COMMENTO

  1. Ciao, Flora Delli Quadri.
    Molto bello ed interessante il tuo racconto.
    Sobrio, essenziale, lineare, … ed anche elegante nella esposizione che cattura interamente l’attenzione del lettore. …

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