La bustina di Marisa: Piccola, ma incisiva

0
383

di Marisa Gallo

«Scalinatella longa longa… strettulella strettulella, portame a chella sciaguratella…»
Vecchia e dolce canzone napoletana di Roberto Murolo… è il ricordo della mia amica Adelaide Frani Larivera con questa foto: a me invece ha ispirato una bustina-ricordo.

La scalinatella

La scalinatella della foto porta dritto dritto ad una “sciaguratella, proprio io”. Un giorno ormai lontano, mentre la percorrevo a scapicollo, ho riportato una cicatrice sulla fronte non vistosa, piccola ma incisiva, evidente al tatto.

Forse avevo 10-11 anni, era una qualunque delle visite che io facevo sempre alla zia comare, dalla quale mi recavo un giorno sì e l’altro pure, e/o forse più volte nella stessa giornata.

Avevo fatto come al solito delle faccenduole con lei: andare in cantina a mettere a posto o a prendere qualcosa… in quella sua cantina sempre “densa” di oggetti “riposti”, più o meno utili e significativi, ma usati di rado, ed anche di oggetti casalinghi: bottiglie vuote o piene di vino e di salse varie, qualche strumento di cucina e soprattutto della frutta, specie quella invernale, appesa in alto alle “mazze”: uva, sorbe, melecotogne, pomodorini, e sui ripiani le belle mele rosse e gialle ecc. Come era d’uso nei paesi un tempo, quando veramente si mangiava la frutta… di stagione, non conservata nei frigoriferi, ancora inesistenti. Certo non era possibile, specie nei nostri paesi molisani, trovare in ogni tempo le primizie… di stagione, provenienti da tutti i paesi del mondo, oggi globalizzato anche nei gusti.

La cantina, con la volta a botte, era ubicata sotte a nu suppuorte, a poco più di 100 metri da casa; ambiente poco luminoso, ma aerato, con la grata alla finestra – e la buca alla porta per il gatto – conservava tanti alimenti e ne spandeva intorno un grato e invitante profumo.

Si può capire quanto e perché io vi andassi volentieri: la generosità di zia comare soddisfaceva sempre il mio desiderio di leccornìe… segrete, presenti nella cantina, oltre alla presenza di tanti oggetti inconsueti che mi incuriosivano molto.

Dalla finestra di casa della zia affacciante sulla scalinata, intanto già prima avevo visto una mia compagna di scuola, che abitava proprio più in basso, lungo essa: Antonietta, dalle belle trecce bionde e dagli occhi color del cielo, con Emma, sua sorella più piccola, che agitando la mano mi salutavano invitandomi a scendere da loro, a giocare. Figuriamoci se potevo rifiutare l’invito!

Conoscevo Antonietta, mia compagna di banco già dalla prima elementare. Quell’anno – il 1945, essendo l’edificio scolastico non ancora riparato dai danni bellici – la sua mamma, za Annine, in una stanza della sua casa, per invito/ordine del Comune, aveva ospitato una classe di scolari, la mia classe, per cui in quella casa io frequentai la prima.

E ricordo quella saporita pizza, fatta coi residui grattati dalla “mesa”… che sembrava un ricamo – perché za Annina la bucherellava col ditale – e che la generosa Antonietta offriva anche a noi compagne durante la ricreazione! Mentre alla maestra, Giuseppina Mancini, za Annine portava un pezzo di pizza al pomodoro, che di per sé profumava l’aula e tutta la casa, con l’origano, il sedano ecc. Finite le incombenze, salutai la zia; ma invece di prendere la strada verso la chiesa per tornare a casa, infilai la scalinatella!

Mi comportai da monella… e con un seguito inimmaginabile.

Mi viene in mente un tratto del Pinocchio di Collodi: il Burattino, col suo vestitino fiorito di carta, già con l’Abbecedario sotto il braccio – comprato da Geppetto che aveva venduto la sua casacca – restando in maniche di camicia (…e fuori nevicava! precisa il Collodi) invece di andare a scuola, s’incamminò verso il paese dei balocchi, attratto dal suono di pifferi e tamburi… e finì nel Gran Teatro dei burattini “adescato dal divertimento” e poi… e poi… e poi…

Io feci più o meno lo stesso.

Richiamata e attratta dalle voci, accettato volentieri l’invito delle amichette, dopo i primi momenti  calmi e tranquilli cominciammo a scaldarci tutti e muoverci là intorno, “adescati dal gioco” più naturale ed effervescente del tempo: la cricatte, cioè a nascondino, lungo la scalinatella… “na vijarella sgarrupatella” proprio come nella canzone napoletana.

Altri bambini presto si aggiunsero ed il gruppo in breve tempo fu nutrito di grida, di risa, di spensieratezza, d’insolita gioia, perché il giro del nascondiglio si allargava verso la chiesa.

C’era infatti un’apertura tra la chiesa e la casa De Fanischissà in quanti la ricordano! – che ci  permetteva di fare il “periplo” della chiesa, girare per la “siberia” – una strada sotto alla chiesa, tanto che vi si accedeva anche dalla cripta – e risalendo la scalinatella, ritornare verso la “tana”, che era proprio sotto la finestra della zia comare.

C’era soltanto un ostacolo da superare: scavalvare una porta-finestra mezza murata, con macerie in pietra, credo residuo nefasto della caduta della casa o addirittura del bombardamento bellico – siamo intorno al 1949-50!

Chiaro che ognuno si arrampicava con foga ed agilità sulle pietre, le scavalcava, poi verso la chiesa “infilava” la strettoia, e quindi faceva il giro per non essere scorto. E un paio di volte c’infilammo, da monelli irrispettosi, addirittura in chiesa e quindi nella cripta – detta di Santa Caterina – ritrovandoci lungo la siberia immediatamente, e via di corsa alla “tana”.

Ma, ahimé, in uno di questi salti io caddi, semplicemente inciampando nelle pietre ammucchiate tra i calcinacci… urtando la fronte e procurandomi una lesione.

Sangue e… paura… e certamente dolore! Però più del dolore… io ricordo la sensazione di paura!

Fortunatamente passava l’organista Guerino, conosciuto bene, padre di due bimbe amichette, più piccole di me, che abitava proprio nelle vicinanze, di fronte alla zia; mi soccorse, chiamò zia comare e di corsa dal dottore, don Corrado De Fanis, medico condotto, che aveva l’ambulatorio proprio a due passi.

In breve, due-tre punti di sutura… e il danno fisico fu risolto! Ma la cosa strana era che mentre il dottore cuciva la mia fronte, io… piangevo non tanto per il dolore, quanto pensando di tornare a casa… dove forse avrei preso il resto!

Il dottore, bontà sua, cercava di distrarmi dicendo: «Te la ricordi ancora la canzone di Pierrot, che  mi hai fatto sentire? Su, cantala!».

Si riferiva al fatto che mio padre – pur non essendo molto amante di feste e festini, per suo carattere, ma anche per vicende non troppo liete della sua vita – a carnevale, proprio di quello stesso anno, mi aveva fatto vestire con la mascherina di Pierrot, e mi aveva detto di andare “ad esibirmi” a casa di zia comare ed anche dal dottore, don Corrado De Fanis, amico della zia, che abitava proprio vicinissimo a lei… ma che non c’entrava proprio niente!

Però ai genitori si ubbidiva allora. Eh già! Così pur con un po’ di timore e ritrosia, io ci andai e cantai qualche strofa di una triste canzone del malinconico mimo, del suo impossibile amore per Colombina, e quindi innamorato della luna, che mio padre stesso mi aveva insegnato! Chissà come gli era venuta l’idea. Non ho mai saputo come avesse appreso il motivetto, il cui ritornello aveva all’incirca queste parole indimenticate:

Canta Pierrot,
la più bella canzone del mondo,
canta perché
se tu piangi si burlan di te;
non sospirar
alla luna lontana nel cielo…
Bella è la vita,
se l’amor puoi sognare quaggiù!

L’unico mascheramento che io ricordi di aver fatto fu quello di Pierrot: forse mi avevano mascherata così per la facile iconografia del personaggio/maschera: un abito bianco con grossi bottoni neri, un piccolo cappello pure nero, e col viso dipinto di bianco.

E che ci si voglia credere… o no, io conservo tra le tante cose inutili della mia casa, ancora due di quei grossi bottoni di cartone, ricoperti di taffetà nera alquanto stropicciata, finiti ahimé nella scatola dei fili e bottoni! Scatola che credo non manchi in nessuna casa, tra le cianfrusaglie delle nonne, pronte e sollecite all’occasione, a trovare un bottone adatto o un filo “a colore”, quando figli e nipoti sempre alla nonna ricorrono per le emergenze.

Ebbene la nostalgia di quella maschera non mi ha lasciata, tanto che tra i semplici quadretti del mio angolo, sul mio pc, c’è Pierrot, che una nipote, prof di disegno, ora in pensione… ha “rivisitato” fortunatamente, e dipinto con colori più vivaci ed allegri, mentre si dondola sulla luna.

Non era usanza allora festeggiare il carnevale se non in casa, con amici, con qualche ballo, al suono di fisarmonica e/o organetto, o con una bella “tavolata” a base di salumi e dolci… Non c’erano le moderne sfilate di maschere o carri in maschera; noi bambine o ragazzine ci riunivamo nella “comunella” e, giocando, consumavamo insieme cibi vari o dolcetti; talvolta eccezionalmente ricordo un anziano bontempone, zi Vittorio Rampa, che “cavallerescamente” sfilava con altri quattro-cinque giovani, più che mascherati, vestiti con mantelli sgargianti, forse cantando qualcosa di carnascialesco (fantastico!), girando per il paese a cavallo; e accettando qualche “buon bicchiere di rosso”, distribuivano un po’ di allegria specie tra i ragazzi!

Ma in quel momento, nell’ambulatorio del dottore, io non avevo voce: mi ero sgolata nel gioco e mi ero ammutolita per la paura!

Erano tempi duri! Tant’è che mi riaccompagnò a casa la zia, supplicando i miei di non infierire “dopo”, quando cioè lei fosse andata via.

Non ricordo sinceramente se fui punita, oppure furono clementi… Ho rimosso il “dopo”, ma è rimasta la cicatrice e quando, anche involontariamente mi tocco la fronte, vola il pensiero a quel giorno, alla cricatte, a quella scalinata, alla strettoia della chiesa, che tanto affascinava noi bambini, ma che in verità era  utile anche ai grandi. Quella strettoia, non più larga di 40/50 centimetri, permetteva – a persone molto magre – di entrare in chiesa dal portone centrale della scalinata, ma poterlo fare, anche dalla parte opposta.

Di essa non ho mai saputo l’origine: forse un atavico accordo fra i rispettivi committenti dei due manufatti: chiesa e palazzina… li portò a lasciare quello stretto passaggio!? Oppure per l’esatto contrario: un disaccordo?! Storie di tempi lontani, ma anche di tempi attuali.

Oggi le leggi sono più conosciute e meglio applicate (!?), ma pur facendo contratti/accordi chiari e palesi, possono  accadere  comunque controversie, imprevisti disaccordi, abusi irrisolti, tra vicini di casa, tra paesani, tra la gente in genere, con interessi soprattutto economici da incanalare e dirimere.

Oggi quella strettoia è stata chiusa; per cui si può entrare in chiesa dai due portoni, ma facendo il giro sotto l’arco Sanchez, l’arche de la chiese, o di don Currade, come viene comunemente chiamato in  dialetto. E con orgoglio paesano posso dire che il dottor Corrado De Fanis ancora “vive” – con stesso nome e professione – nella persona di un suo diretto nipote.

Chiaramente le macerie – non so quando – sono state rimosse; inoltre per tanti anni c’è stata vicinissima all’entrata della chiesa una costruzione, che era sinceramente soffocante. Però, ultimamente – con perspicace decisione dell’amministrazione comunale – pur essa è stata abbattuta, creando uno slargo/sagrato degno di questo nome, permettendo così alla chiesa ed alla canonica di respirare!

Lo stesso è avvenuto, qualche anno fa, per la piazza del Popolo.

Lodevole e diffusa – almeno auspicabile ancora – l’usanza della gente, alla domenica, di fermarsi e socializzare – dal sacro, al profano!: cioè incontrarsi di persona, guardarsi negli occhi, altrimenti anche in paese oggi si comunica coi media.

Pure la scalinatella oggi è stata rimessa in sesto con nuova pavimentazione; quella porta finestra è stata aperta e attraverso pochissimi gradini, si va direttamente sul sagrato, anche da un B&B, sorto da alcuni anni nella grande, signorile e un po’ misteriosa casa, che un tempo fu di Donna Cristina, moglie di don Aleardo, il vecchio esattore di Montefalcone. Conosciuto in paese da tutti, egli mi ha risvegliato altri ricordi, che amalgamati dalla nostalgia, ho raccontato in un’altra bustina.

La zia comare non c’è più ma il suo affetto e la sua generosa affabilità mi sono rimasti inalterati nella memoria e nel cuore pur dopo tanti anni.

Oggi anche la cara amica Antonietta, divenuta poi Suor Adria, da tempo ahimé ci ha lasciato, dopo aver svolto per tanti anni la sua missione con i malati nella clinica Pierangeli di Pescara.

Invece l’ambulatorio del dottore oggi splende a nuova vita; vicinissimo all’arco Sanchez, conservando fascino e struttura antica, con le sue  belle colonnine in pietra bianca, essendo divenuta abitazione privata di altra famiglia, non ha più odore di alcool etilico denaturato, o tintura di iodio… Odore misterioso e timoroso per i bambini che un tempo varcavano la sua soglia, per malanni, vaccinazioni, cadute… e che certo non cantavano, ma piangevano o si ritraevano dalle medicazioni…

Eh già! La vita prosegue, cambia coi suoi ritmi più o meno convulsi, le sue sorprese, i suoi reconditi  eventi e ci lascia i ricordi che riaffiorano a scaldarci l’anima, pur con immancabili cicatrici… come quella che oggi sulla mia fronte si confonde con le rughe dell’avanzante e non leggiadra vecchiezza!

P.S.: Le foto sono tutte dell’amico Giancarlo “l’Ancia Sannita” Petti, che ringrazio.

Editing: Francesco Mendozzi
Copyright: Altosannio

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here