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Mario Vaccarella

C’era una volta, una signora di una certa età, la nonna di uno di noi, persone con un nome comune qualsiasi ma per noi zia Maria, Teresa o Caterina non perché fossimo realmente parenti, ma in forma di rispetto, zia per tutti. Per tenerci buoni senza combinare guai, iniziava il racconto. A “porta piedi” uno dei piccoli quartieri del paese uno tra tanti di un qualsiasi altro paese pullulavano di gente ragazzi bambini, mai che io ricordi un periodo più popolato. Erano gli anni che vanno dal 65 in poi, almeno penso, i miei ricordi non hanno un’età definita perché tutti noi siamo passati in punta di piedi in quello scorcio temporale, come se il tempo e le cose intorno a noi rimassero ferme per generazioni e lo sono tuttora, purtroppo svuotati dell’anima, avvicendando memorie diverse da un punto qualsiasi della strada o piazzetta, occhi che registravano vita catalogata in forme emozionali del tutto personali. Questo luogo a vederlo oggi è un piccolo spazio quasi a senso unico per un’autovettura, per i nostri ricordi era piazza San Pietro. Mosca cieca, calcio, il gioco del cerchio, un due tre stella, mai così poco spazio è riuscito ad allargare i nostri orizzonti, case piccole, povere, ma la strada … quella ragazzi è stato IL giardino del re.

Ritorniamo al racconto.  Ogni qualvolta iniziava, ci chiedeva di intrecciare le gambe, capivamo subito cosa avrebbe raccontato, non erano fiabe, mille e una notte, Cappuccetto rosso o Hansel e Gretel. Per chi conosce la nostra dolceamara terra, le janare sono state per lunghi periodi storie e leggende, misteriosamente scomparse dopo quegli anni. Memorie tramandate oralmente, hanno lasciato spazio a quella scatoletta quadrata, che ha rubato le nostre fantasie; a caroselli promozionali, a sogni di plastica moplen alla scoperta del paese di balocchi, nutellandoci per chi poteva permetterselo. Si, piano piano la scatola ci spegneva l’immaginazione. Leggende che di vero lasciavano al mondo dei creduloni le certezze. Superstizioni, leggende, religiosità, non so, ma nel dubbio s’intrecciavano le gambe.

IL racconto iniziava, ma un odore acre, acidulo, distrasse la nostra attenzione, probabilmente anzi certamente da dietro gli orti, definizione non casuale, spazio che in quegli anni fu utilizzato per discarica pubblica col bene placido delle poche amministrazioni, succedutesi solo per opera dello spirito santo. Ripeto odori, perché anche la diossina che abbiamo respirato a intervalli tra un incendio e l’altro nella mia memoria ha avuto la certezza che anche quella fosse progresso e che oltre agli odori della natura questi ne avessero eguale diritto. Nessuno che io ricordi si è mai ribellato e oggi accusare qualcuno per questo è fuori del mio raccontare, anche se per molti di quei decessi, la casualità, l’età, il troppo lavoro, la mancanza d’igiene non ne sono state le cause. La zia ci invita a cambiare postazione in un punto della strada sotto un arco, in modo da sopportare meglio quell’insolito strano odore, noi ragazzi, l’aiutiamo a spostare tutte le sue cose. E’ fine aprile, sbuccia fave, che avrebbe cucinato la sera per l’indomani sulla solita fornace a legna, rigorosamente con tegame di creta, olio di oliva, un po’ di passata di pomodoro, aglio, il tutto cotto lentamente con tanta pazienza. Cosi come l’inverno cede il passo alla primavera, le fave erano i primi legumi dell’anno, così dure che nessuno al tempo di oggi le avrebbe mangiate. Sì se ben ricordo tutti i legumi che si producevano se non arrivavano a maturazione piena, non si toccavano, le primizie sarebbero stato uno spreco alla fame e alla miseria, ricordo senza rinnegare il passato e la sua genuinità, le bucce non erano sprecate per darle ai maiali, ma erano utilizzate in alcune insalate e mangiate.

Una bambina nata il 24 dicembre aveva dei poteri speciali, secondi solo al bambino che nasceva nella grotta; le Janare nascevano in quel giorno pur non sapendo di essere tali, sviluppavano forze misteriose in età  adulte spalmate di unguenti a cavallo di scope magiche e misteriose, un misto tra befane e fate permalose. Le nostre case sono sempre state come quelle dei tre porcellini, anzi come quelle dei primi due, fragili e insicure alle calamità della natura e ai malintenzionati; certi solo di essere difesi dalla provvidenza. Per questi fantastici personaggi spirituali era d’obbligo il passaggio da sotto le fessure delle porte, come soffi di vento, brividi di freddo in estate, come se non sapessero che le porte delle nostre case, pur avendo chiavi (rivolte alla strada) nella toppa mai erano chiuse a chiave. Quasi a indicare al mondo e al “prossimo” che nessuno si chiude in se’, ma ognuno è parte di esso. La porta simbolo effimero indicava solo una leggiadra riservatezza, valori ormai sopiti, purtroppo non solo nel mio piccolo mondo.

La zia con la sua flemma, raccontava di una donna, che dopo la mezza notte, si svegliava, si toglieva quei pochi abiti che aveva e nuda si cospargeva il corpo di un unguento stregato, dall’odore ammaliante, tale preparato le serviva per rendersi invisibile a occhi umani e leggera e impalpabile come il vento, solo sui suoi capelli non riusciva a cospargervi la pozione ed era quello l’unico punto vulnerabile. Preparatasi, diveniva strega, apriva la finestra e con un balzo era nell’aria diretta verso colui o colei con la quale durante il giorno aveva avuto un diverbio. Entrava nelle case da sotto l’uscio della porta come spifferi di vento, ma spesso vi trovava delle scope di saggina o dei pacchi di sale lasciate dietro la quale di proposito come antidoto perché, dovete sapere, continuava la zia, le janare quando trovano scope o del sale a chicchi prima di entrare sono costrette a contare i fili della saggina o i chicchi di sale e calcolarli perfettamente. Spesso ricominciavano d’accapo e il tempo passava e il sopraggiungere dell’alba le costringeva a demordere da tali cattive azioni e rientrare per non essere scoperte.  Talvolta non riuscendo nell’intento con le persone, se la pigliavano con gli animali: asini, caproni, maiali, che nella stalla al mattino sudati e impauriti e con il crine intrecciati, tiravano calci a chiunque fosse alla loro portata, ne’ indicavano il loro passaggio. Altre volte riuscivano a contare bene, e entravano a deformare bimbi e anziani o a renderli storpi , paralitici e muti. Alcune volte si scoprivano dal volteggiare dei capelli e si poteva afferrare e immobilizzare da questi, la strega chiedeva all’uomo cosa avesse  in mano, se questi diceva ”capill”,(capelli) la strega rispondeva ”e ij m n fuij com l vient sott la noc d bnvient”(io me ne scappo come il vento sotto la noce di Benevento ) se invece il contadino rispondeva “fil d fierr”(fili di ferro), rendeva vano qualsiasi possibilità di fuga alla strega. così da farle perdere per sempre i suoi poteri diabolici. Il racconto della zia terminava ma, metteva in noi un’ansia e una paura dal dubitare di qualsiasi passante e durante la stessa notte il sonno non era più così conciliatore. IL mattino dopo, per noi ragazzi, era tutto già dimenticato, eravamo pronti per un’altra avventura ,e pronti ad intrecciare la vita con la poesia .

 


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

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