L’ alpino e il mulo

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a cura di Paola Giaccio

L’ALPINO
L’alpino va per montagne e sentieri,
e i cieli sono neri, son lì da ieri ad aspettar i nemici ad arrivar.
Per portar le munizioni i loro muli dovran usar.
L’inverno freddo arriverà,
le loro gambe congelate ben presto verran tagliate,
se nessun le curerà.
Lo stanco alpino lotterà, il nemico ucciderà e ben presto,
tornerà ad abbracciar la sua famiglia e la sua vita ricomincerà.
LUCA BELLICINI
SCUOLA ELEMENTARE DI
BERZO INF. CLASSE 5^

Durante la prima guerra mondiale il mulo rappresentò l’unico mezzo di trasporto attraverso i difficili sentieri di quelle montagne che ne furono il teatro. Non è dunque per caso che tali sentieri continuano a tutt’oggi ad essere chiamati mulattiere. Il mulo, che possiamo considerare vero mezzo da combattimento, fu fondamentale, se non indispensabile, per trasportare armi e rifornire i reparti in alta montagna. Da un calcolo fatto durante la Seconda Guerra Mondiale ne risultavano presenti, a fianco degli alpini, circa 520.000 unità.

Per gli Alpini quindi il mulo è stato un mezzo indispensabile. Viveri, armi, munizioni, foraggi, materiale vario. Ma anche i feriti e morti caricati sui basti (che nell’Artiglieria da Montagna pesavano sino a 75 chilogrammi). Traino di slitte su pista ghiacciata, tra bufere di neve e temperature scese sino a 46° sotto zero. Ore ed ore, giorno dopo giorno, con rare soste. Dai sentieri impervi, con difficoltà di mantenersi in equilibrio, su pietrisco instabile, nei tratti sovrastanti precipizi, ai pianori invischiati nel fango oltre ai garretti, ai guadi dei fiumi in piena, alle piste ghiacciate o sprofondati nella neve.

E’ mezzogiorno, si fermano a mangiare” commentava ironico il Sergente Sguario, capo pezzo del quarto pezzo. Essendo pressoché cessato l’urto delle fanterie, l’artiglieria russa infieriva ora con maggiore furia sottoponendo il paese a un martellamento continuo. Una slitta e un mulo presso un pezzo saltarono in aria. “Guarda Scudrèra” disse il capitano a Serri indicando il conducente che metteva al riparo il suo mulo dietro una pila di cassette di granate. Scudrèra aveva passato un braccio attorno al collo del mulo e col viso appoggiato al muso gli andava accarezzando la mascella. “Non aver paura” – gli diceva lisciandogli il pelo – “ci sono sempre qua io, il tuo padrone non si dimentica di te, stai sicuro: piuttosto che lasciarti fare prigioniero ti sparo una fucilata in un orecchio. Va bene?”, gli domandava infine sorridendo e tirandogli l’orecchia, e poiché gli era così vicino, affettuosamente gliela baciava, senza esitazione e senza pudore…
(da “Centomila gavette di ghiaccio” di G.Bedeschi – Editore Mursia)

“…Questo comportamento così umano nei riguardi del mulo non deve stupire e sono sicuro non stupisce certamente gli alpini che per oltre 120 anni hanno vissuto una simbiosi irripetibile con lui. Fino a qualche anno fa il mulo era l’unico mezzo da trasporto per muovere in alta montagna; al mulo era legata in buona parte la sopravvivenza dei reparti che operavano in zone impervie sprovviste di strade. La sua resistenza, la sua agilità, la sua grande generosità, ma anche la sua spiccata sensibilità resteranno nella storia. Vi sono molti episodi che narrano di conducenti che hanno diviso la “pagnotta” con i muli, del mulo che protegge l’alpino, dell’alpino che parla col suo mulo. Tra le battute che circolavano nelle caserme degli alpini una è singolare. Correva voce che “Dove il mulo non arriva, l’artigliere era capace di portarselo in spalla”. Ma la scena più commovente si aveva quando il conducente. con il foglio di congedo in mano andava a salutare il suo mulo. Purtroppo oggi il mulo non c’è più nell’Esercito Italiano, schiacciato sotto il peso del progresso, è stato mandato in pensione. La difficoltà di reperimento di giovani capaci di governare il mulo, il sempre più sfavorevole rapporto costo-efficacia. e l’avvento di nuovi materiali e sistemi d’arma. hanno determinato la fine del mulo nei reparti alpini. Al presente nei reparti alpini il successore del mulo è un mezzo ruotato da montagna in possesso di una buona mobilità fuori strada e in grado di soddisfare le esigenze operative delle truppe alpine. Certamente questo veicolo non sarà mai in grado di sostituire il mulo in quanto sarà impossibile, nonostante gli enormi progressi della tecnologia, realizzare un mezzo capace di percorrere gli impervi sentieri dell’alta montagna con l’agilità e la bravura del mulo. Durante il mio servizio ai reparti alpini ho visto molte volte muli che percorrevano un sentiero – affacciato sul vuoto – largo appena 50 centimetri senza la minima difficoltà. Il mulo mancherà tanto ai reparti alpini, specialmente ai Quadri più anziani, che lo consideravano un protagonista importante di ogni attività. Questi buoni, pazienti muli con le stellette, in tante guerre e in pace, hanno diviso tutto con gli alpini e moltissime volte hanno determinato la salvezza di migliaia di “Penne Nere”. Con loro si chiude un’epoca. Gli Alpini lo ricorderanno sempre con affetto, orgoglio e rimpianto. Addio muli, addio “sconci” indimenticabili”. (Gen. Tullio Vidulich – ex Pres. Museo Nazionale degli Alpini)


Editing: Paola Giaccio
Copyright: Altosannio Magazine

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