L’ Agricoltura dei Sanniti

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Epistola di Cleobolo [1] a Platone,
(Tratto da “Platone in Italia” di V. Cuoco)

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Non aspettar che io ti scriva né di filosofi né di filosofia. Questi montagnari l’hanno la filosofia, ma nel sangue. Non è giá che non abbiano anch’essi qualche libro, in cui predominano le opinioni de’ pitagorici. Giorni sono, ne aprii uno a caso, e trovai che parlava del mondo, ed incominciava da questa massima: «Il mondo, che vediamo, non è che l’immagine di un altro mondo, che non ci è concesso di vedere». Non ti pare di udir Parmenide e Timeo? Ma, o sante Grazie! come vincere la noia, l’orrore, che desta un’esposizione disordinata, uno stile rozzo, irto, che sente ancora tutta la barbarie ciclopica de’ nostri padri? Sai tu di che mi occupo?… Indovina… di agricoltura.

In quella parte dell’Italia, ove tu sei ancora, ti si presentano mille oggetti che dividono la tua attenzione: scienze, arti, commercio, lusso, vizi, guerre. Qui non vedi che una popolazione infinita e felice, la quale trae la sua forza e la felicitá sua dalla virtú e dall’agricoltura.

Agricoltura e virtú! E non bastano forse esse sole a render felice un popolo? E qui mi pare che conoscan l’agricoltura meglio di noi. Mi hanno giá fatto osservare che molte parti della medesima da noi sono intese male, specialmente quella che riguarda la concimazione de’ campi, opera principale tra tutte le altre opere agrarie, e per cui solamente può l’uomo restituire alla terra quella fertilitá che tutte le altre opere sue tendono a consumare. Ben veggo che Cerere è sempre la dea dell’Italia e della Sicilia e che tra noi non fu che ospite! Ben l’Italia è sempre la terra del pane e del vino! Ma gl’italiani non profanano le sante opere della dea, commettendole a mani servili; e la terra è qui lieta e superba per esser smossa bene spesso da un vomere trionfale.

Noi greci abbiam torto. Gli spartani, i tessali, i cretensi arrossirebbero di coltivar la terra, e ne lascian la cura agl’iloti, ai penesti, ai perieci. Pure ciò si perdoni a costoro, i quali almeno si dicon atti a molte altre cose. Si è detto dei medesimi che, se rovinan nella pace, sanno risorgere nella guerra. Ma un beoto, per Giove! a che altro è mai buono un beoto? Ed intanto un grasso beoto si crederebbe avvilito, se mai i frutti che mangia fossero stati coltivati da lui medesimo. E noi ateniesi che facciamo? Noi ce ne stiamo tutto il giorno nel fòro e nel Pireo, e lasciamo la cura delle nostre terre agli schiavi. Siamo piú ciarlieri de’ beoti, ma non meno inutili. Io incomincio a vedere che l’agricoltura non sará mai perfetta in un popolo se non quando gli stessi proprietári delle terre saranno agricoltori. I precetti sono figli dell’esperienza, e l’esperienza è figlia dell’agio e della ragione. Ci vuol tempo e qualche comoditá a poter osservare; ci vuol ragione per saper osservare, per ridurre le osservazioni a precetti; ragione, per ridurre di nuovo il precetto in pratica.

È verissimo: tra noi, Esiodo, Democrito e moltissimi altri hanno scritto de’ bei libri sull’agricoltura. Chi li legge? I ricchi non li curano: gli schiavi ed i poveri non li intendono; se l’intendono, per mancanza d’educazione non sanno metterli in pratica; se lo sanno, gli schiavi per infingardaggine (e non ingiusta, trattando essi, e senza mercede, le cose altrui), i poveri per miseria, non vogliono. Non avremo mai scienza vera, perché ci mancherá sempre la dimostrazione dell’esperienza; non mai scienza perfetta, perché ci mancheranno sempre le osservazioni, le quali in questa scienza non sono mai bastanti. I filosofi e gli agricoltori saranno simili a due musici, de’ quali uno suoni la lira in modo frigio, l’altro canti, nel tempo stesso, in modo lidio. E non sará questa la prima volta che gli stranieri, giudicando noi greci da’ nostri discorsi, ci crederan grandi; vedendo le nostre opere, ci troveran piccioli!

In questa parte d’Italia li servi son pochi. Gli italiani non hanno ancora il costume di ridurre in servitú quegli altri italiani che prendono in guerra, ma si contentano di farli passare sotto un giogo o sottoporli a qualche altro sfregio di simil natura. Da qualche tempo in qua si è incominciato ad introdurre il costume d’imporre ai prigionieri di guerra un prezzo per la libertá, e molti avvien che rimangano in servitú per non aver come ricomprarsi. Gli schiavi, che tengono gli abitanti delle regioni marittime, son loro recati e venduti da mercatanti stranieri: qui, perché il commercio è minore, questi sono piú rari; e l’agricoltura è tutta esercitata da uomini liberi. Non vi è angolo di terra il quale non sia coltivato. I sanniti dicono che la terra è un bene comune, di cui ciascuno ha diritto di aver la sua parte; ma tal diritto porta seco l’obbligazione di doverla coltivare; ed il campo abbandonato, dopo un dato numero di anni, ritorna alla comunitá. E tu, o Platone, non sei della stessa sentenza? Il diritto di proprietá, senza l’obbligazione di coltivare, parmi una stoltezza. Se l’uomo ozioso è ingiusto, perché vive rubando agli altri la propria sussistenza, il proprietário ozioso è due volte ingiusto, tra perché ruba la sussistenza al pari di ogni altro ozioso, tra perché, nel tempo istesso, consuma una parte degli averi di colui a cui scrocca gli alimenti. Egli mi par che rassomigli ad un parasito furfante, che vuol mangiare alla mia tavola, ed intanto mi ruba una parte del vasellame.

Nota bene: Quando, in questo scritto, il greco Cleobolo parla degli Italiani, si riferisce ai Sanniti

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[1]
Cleobolo Ateniese, di giovane età, ben nato, ben educato, ma nessuno sa se fosse stato un filosofo o un magistrato o un capitano.

Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

2 Commenti

  1. L’epistola sopra esposta a noi lettori, è pura verità di intenti tra natura ed essere umano, qualcuno asserisce che i principi dettati per il paradiso in terra erano proprio racchiusi in questo scenario un po arcaico ma sempre d’attualità contemporanea. Il Mondo è sempre lo stesso, noi umanoidi cerchiamo sempre di impoverirlo un po con la nostra bramosia di progresso verso la civiltà, che non è altro che consumismo e di quant’altro di più negativo per l’altre genti, che non siamo noi.

  2. In “SILENCIO CON BEETHOVEN, avvolta dalla musica ho letto il brano sull’agricoltura,
    Magnifico, eloquente tutto l’insieme ! Il video così vario e completo, dal fiore, all’abetaia, al cerbiatto, alla coccinella ecc hanno sciolto …in me un groppo di commozione ……..per questa attività a volte poco amata ( in gioventù anche da me.)
    Fortunatamente ho recuperato dopo la pensione, con l’amore e la coltivazione di fiori e di un piccolo prato ( visto che l’orto costava fatica e forza, che non c’è più….) pur essendo anch’io SANNITA CONVINTA!
    MA CHE BELLA LODE AI SANNITI!!!!!

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