IV  Canto di Altosannio 

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Questo Canto di Gustavo Tempesta Petresine[1] fa parte di un suo libro di poesie intitolato “Ne cande[2], con Musica di Ludovico Einaudi   “Experience“, foto-quadro di Gaetano Minale, editing di Enzo C Delli Quadri.

Gaetano MInale- Campo di grano e di papaveri

IV  Canto di Altosannio 

Mamerte giovinetto chiama
schiere di cardi alla guerra,
e degli azzurri elmi alzano in alto
diademi di cristallo a euclidare il cielo.

Abbiamo bisogno di cuori di sangue
che pompino le arterie ostruite!

Riposo leggero sul seno di Aphrodite,
meravigliosa obliata madre
morta già Dea per divenire donna
e sviscerare figli per la guerra.

Il ventre compiuto di Ammaì
spigola piano chicchi di grano,
e ondeggia delle messi a valle
fra i “valloni” l’oro sovrano.
Rimestio, frusciare, ronzio d’estate,
innamorato amore di ore perdute!
Belare d’erba, barbaglìo di lana,
rumorio verde
di un mesto madrigale.
Dalla sparuta masseria,
solitario castello dell’ultimo signore,
quando la sera muore
mi sale dall’incenso resinoso del cerro
un profumo di dea.
Odorosa madre che tende la mano
e rinsacca nel grembo
un dolore di figlio;
ingoiando un endogino pianto,
sorridendo a un dolcissimo canto.
Obliati cuspidi di archi d’occhi neri
che dietro quei pensieri
riflettono del fuoco l’ara tua:
l’ara di pietra che già l’Horto canta
ed Hespero inghirlanda
dei suoi lucori vaghi.

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[1] Gustavo Tempesta Petresine, Nativo di Pescopennataro, si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati gli apprezzamenti e i premi che consegue continuamente. Il suo libro di poesie più bello e completo si chiama “‘Ne cande,”
[2] ‘Ne cande, nasce da un percorso accidentato, da un ritrovare frammenti e “cocci” di un vernacolo non più parlato come in origine, da mettere insieme in un complicato puzzle. I termini sono proposti cercando di rispecchiare la fonetica che fu propria del parlare dei nostri nonni, ascoltati in prima persona e qui proposti. Il “canto lieto”, quello che trattava di feste, amori e piccola ironia dove si contemplava il fluire non privo di stenti, di un vivere paesano, è svanito negli anni.

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