Ilario e … la pesca miracolosa

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di Luca Fasano[1]

Nel suo libro “Scì benditt’ lu citro” [2], Luca Fasano racconta alcuni episodi della vita santangiolese (Sant’Angelo del Pesco). Qui riporta di Ilario

Pesca sul Sangro

………la pesca è stata da sempre la prima passione santangiolese. …. io sono praticamente nato sul Sangro.

La colpa (o il merito) fu di Ilario, quello che si definirebbe un pezzo d’uomo, ferrarese purosangue, marito dell’ostetrica del paese. Ilario è stato forse il primo e più famoso pescatore di S. Angelo. Mentre la moglie aiutava le partorienti a sfornare le nuove generazioni di santangiolesi, lui saltava sul suo inseparabile “Guzzetto” rosso, caricava le canne e una cassa di birra (immancabile) sul portapacchi e volava, rombando giù verso il fiume, dove era capace di trascorrere intere giornate.

All’epoca, il Sangro era pressoché incontaminato, i pesci pullulavano e non erano rari nemmeno i gamberi di fiume. Ilario aveva in pratica l’esclusiva e, quando tornava, nove volte su dieci scaricava nel lavatoio sotto casa capitoni e barbi da un chilo in su. Bruno cominciò ad accompagnarlo sin da piccolo e Ilario era ben felice di caricarselo dietro il motorino o sulle spalle per guadare il fiume. La scintilla non tardò ad accendersi e quella scintilla, tramandata da Bruno a me, e da me ai miei figli Simone e Matteo, è ancora ben accesa dopo più di 50 anni.

Mentre Bruno, però, è riuscito a godersi, almeno in parte, quello che era uno splendido fiume, accompagnandosi poi, dopo il “maestro” Ilario, al “Sergente” (Florindo de Palatis), altro grande appassionato di pesca, io di quel fiume ho vissuto, da un certo periodo in poi, gli anni della decadenza. Ricordo grandi pescate solo quando ero pescatorello ancora alle prime armi. Alcune foto “d’epoca” mi ritraggono all’età di non più di 8 anni che, vestito solo di un pantaloncino corto, e munito di una minuscola cannetta di bamboo, mi sporgo da sopra un masso della “pantera di diavulitt” (allora una bellissima ansa del fiume – N.d.A.) per lanciare la mia lenza in acqua.

Pesca sul Sangro 1

A quel tempo, la nostra attrezzatura, oltre alla canna e alla lenza, prevedeva solo un barattolo vuoto di pelati “Cirio”, nel quale raccoglievamo i vermi di letame, mentre, per portare i pesci, utilizzavamo i rami delle piante del fiume, dove i pesci venivano infilati per le branchie, formando una sorta di corona. Le esche, come detto, erano i vermi che andavamo a raccogliere nei letamai di cacca più o meno fresca, aiutandoci con un semplice bastone. Se aveva piovuto da poco, tentavamo la sorte con i vermi di terra, ma procurarseli non era facile e i posti “buoni” erano tenuti segretissimi dagli altri pescatori. Fatto sta che, nonostante l’attrezzatura naif, non era raro allamare anche due pesci alla volta (all’epoca si montavano spesso lenze a due ami). Non erano certo i barbi da un chilo di Ilario, ma a noi, per divertirci, bastavano e avanzavano anche le “ruvelle” (i triotti, pesci di piccole dimensioni – N.d.A.). Il più felice delle nostre pescate era comunque Salvatore, il ciabattino del paese, fratello di Gemma Iannicelli, al quale regalavamo sempre volentieri i nostri bottini di pesca, che finivano regolarmente fritti in padella.

Dello stesso Ilario, io ho solo un ricordo sfumato, avendo condiviso soltanto gli ultimi anni della sua permanenza a S. Angelo. Di lui mi torna in maniera nitida alla memoria soltanto un episodio non particolarmente piacevole. Aveva catturato, credo sul lago di Bomba, vicino Villa S. Maria, un bel po’ di pesci gatto, pesci neri, bruttissimi, viscidi e con una pericolosa spina sul dorso. Non so perché, ma aveva deciso di farne una sorta di allevamento. Aveva così pensato di immetterli in un piccolo stagno, il “lago della Saletta”, un posto intricatissimo, popolato da bisce e topi d’acqua, sulla strada che conduce alla “Presa”, la diga di Ateleta. Io e Bruno decidemmo di accompagnarlo e per lui fu una fortuna. Immersi in acqua fino alla vita con gli stivali a tutta coscia, semisommersi dalle canne che circondavano il laghetto, più di una volta fummo costretti a sorreggerlo, prima che sprofondasse nel fango, perché, avendo presumibilmente abusato dell’inseparabile birra, sbandava vistosamente ad ogni passo. Riuscimmo a riportarlo a riva sano e salvo, ma quel ricordo ci rimase talmente impresso in maniera negativa che, da quel giorno, e sono ormai passati moltissimi anni, in quello stagno non siamo più tornati.

pesca sul sangro 2

Fra i ricordi piacevoli, invece, ce n’è uno che mi è particolarmente caro, risalente al 1971, quando avevo da poco compiuto i 16 anni. Ugo e Bruno erano stati invitati ad un matrimonio non ricordo dove e di chi, mentre io e mamma, dopo aver pranzato, ci eravamo regalati la classica “pennichella”. Durante la pennichella, si era scatenato uno di quegli acquazzoni estivi, brevi ma intensi, che non sono rari a luglio e agosto, soprattutto in montagna. Verso le 18, il sole d’estate era tornato a scaldare uomini e cose, le nuvole si erano improvvisamente aperte e la gente era tornata a riversarsi in strada. Io, che già da un paio d’anni mi avventuravo sul fiume anche da solo, decisi di tentare la sorte, ben sapendo che i momenti migliori per la pesca sono prima e soprattutto dopo un temporale. Inforcai gli stivali, e vestito di tutto punto (ne era passata di acqua sotto i ponti dal piccolo Luca con i pantaloncini corti…), mi gettai in discesa libera verso il fiume. Allora, per noi, scendere a piedi al fiume, “tagliando” per le scorciatoie, era un gioco da ragazzi (quali in effetti eravamo). Magari la salita era un po’ più dura, soprattutto se fatta a ora di pranzo con il sole a picco, ma in genere la vista e il peso del cestino, quasi sempre pieno o quasi, ci dava lo slancio per proseguire senza troppi affanni. Quel giorno però non avevo considerato la tanta pioggia appena caduta, che aveva intriso rami e foglie, e quando arrivai sul fiume, ero letteralmente zuppo dalla testa ai piedi. La vista dell’acqua, tuttavia, mi fece tornare presto il buonumore. Il fiume, infatti, che io temevo color caffelatte (estremamente negativo per la pesca), si presentava invece di una tonalità grigia, tendente al verde; il che faceva supporre che non vi era più terra in sospensione e i pesci potevano lascare le tane alla ricerca di vermi e altri animaletti che la pioggia battente aveva staccato dalle rive. La previsione si rivelò, una volta tanto, azzeccata e le mie speranze di successo si tramutarono presto in realtà. In meno di due ore, quando ormai la sera cominciava ad allungare le sue ombre sul fiume, con una semplice canna di tonchino e pochi vermi, riuscii a catturare una trota e oltre due chili di barbi. Con il cuore a 1000, ripresi veloce la scorciatoia verso casa, per evitare che il buio mi cogliesse per la strada. Dopo avere accuratamente relazionato a mamma della mia pesca “miracolosa”, mi infilai felice nel letto, non senza prima aver sistemato il mio bottino in bella mostra sul tavolo della cucina, con in primo piano il barbo più grosso, che sfiorava il mezzo chilo. Ugo e Bruno, tornati in piena notte dal matrimonio, alla vista di tanto ben di Dio, dopo aver lautamente mangiato al banchetto nuziale, non poterono fare altro che mangiarsi anche le…mani e maledire (benevolmente) gli sposi, che avevano fatto perdere loro quell’occasione, forse irripetibile.

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[1] Luca Fasano, Giornalista pubblicista, ha già pubblicato, per “ilmiolibro.it” del Gruppo editoriale l’Espresso, quattro opere: “Il cassintegrale” (2009), “Roma-Caserta solo andata” (2010), “Scì benditt’ lu citro” (2011) e “Viaggio al centro della Terra…di Lavoro” (2014), tutte dichiaratamente autobiografiche.

 

[2] Sciambenditt.

 

editing e foto a cura di Enzo C. Delli Quadri

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