Il Tomolo, pietra della vergogna.

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a cura di Enzo C. Delli Quadri

il-tomolo
Il Tomolo di Agnone (1)

Agnone è stato territorio d’Abruzzo fino al 1811. Poi è stato territorio dell’Abruzzo-Molise e, solo dal 1963, territorio della Nuova Regione Molise. Ecco una tradizione che Agnone condivideva con i comuni abruzzesi: La gogna della Pietra del Tomolo. Nella cittadina molisana la pietra del Tomolo stava al centro dell’omonima piazza, oggi Piazza Plebiscito. La pietra, una misura per cereali con tre cavità, datata 1455, vi è restata fino alla seconda metà dell’800 quando fu sostituita dalla fontana attuale. Oggi il reperto è depositato presso i locali della Biblioteca emidiana. [1]

Il rito della gogna a sedere nudo è del tutto simile a quelli descritti in questo bell’articolo abruzzese. Divertitevi a leggerlo. Nel 2010, nel corso di una edizione di “Arti e “Mestieri” il rito fu ripetuto in piazza con la regia di Umberto Di Ciocco. (Nota di Nicola Mastronardi)

Piazza Plebiscito - Agnone
Piazza Plebiscito – Agnone – Al posto della fontana era sistemato il Tomolo

Scritto tratto da http://www.iloveabruzzo.net/

Quando a Roccaraso e Pescocostanzo si vuol sottolineare che una certa persona versa in cattive condizioni economiche, si dice ancora oggi che essa “ha misse lu cule a lu tùmmere (ha messo il sedere sul tomolo).  La parola dialettale “tùmmere” deriva da tomolo ed indica non solo una misura agraria di superficie, corrispondente a mq. 2.700, ma anche – ed è ciò che in tale sede interessa — una misura di capacità per cereali, soprattutto grano, equivalente a circa  44 kg.

Il tomolo di Pacentro (AQ)
Il tomolo di Pacentro (AQ)

Lu tùmmere era di pietra e la sua forma ricorda quella di alcuni antichi mortai dove si tritavano sale e spezie, e che oggi sono assai ricercati per l’arredamento di ambienti rustici o per utilizzarli come soprammobile negli appartamenti moderni. A Roccaraso ed in altri centri abruzzesi – vedremo in seguito quali – esisteva una specie di tùmmere pubblico nel quale veniva misurata la quantità di cereali data in prestito e che all’atto della restituzione doveva essere ancora misurata nello stesso contenitore, con l’aggiunta di una certa quantità dello stesso cereale come interesse.

La funzione di questo recipiente era probabilmente quella di costituire un punto fisso di riferimento in un’ economia regolata spesso dal baratto, ovviando così ai mutevoli regolamenti nell’ambito della compravendita ed al deprezzamento della moneta.

Non sempre però chi aveva preso in prestito una certa quantità di cereali, misurata al tùmmere, era in grado di poterla restituire, soprattutto in seguito alla devastazione del raccolto da parte degli agenti atmosferici oppure a causa della siccità. Il creditore aveva allora due possibilità per rifarsi del danno subito: adire le vie normali della giustizia oppure vendicarsi in un modo alquanto singolare. Egli, infatti, nel giorno e nell’ora comunicati in precedenza al debitore, costringeva quest’ultimo a recarsi nel luogo dove era situato il tùmmere ed a restarvi seduto per un certo tempo con il sedere completamente nudo, esposto così ai motti pungenti o alla commiserazione dei passanti.

Lu tùmmere di Roccaraso è andato distrutto in seguito ai tristi eventi dell’ultimo conflitto mondiale, che ha causato la rovina completa dell’antico centro storico sottoposto a continui bombardamenti (nota di Ugo del Castello: Roccaraso è stata distrutta non tanto dai bombardamenti quanto dalle mine collocate dai genieri dei Paracadutisti nei punti nevralgici di tutti gli edifici. Furono salvati solo quelli dove alloggiò la guarnigione tedesca).

Tuttavia un esempio di tùmmere ben conservato e forse simile a quello di Roccaraso si ammira ancora oggi a Pacentro (AQ), in via Madonna delle Grazie (in figura). L’imboccatura, come si vede nella foto, è stata turata di recente per impedire che l’acqua vi ristagnasse e gelando d’inverno provocasse danni irreparabili all’importante reperto. In altri paesi si rinviene al posto del tùmmere  una semplice pietra, detta appunto pietra della gogna o della vergogna, un monolito squadrato di cui sopravvivono esempi a Pescocostanzo e Castilenti (TÈ).

A Pescocostanzo la pietra della vergogna è situata ai piedi della scalinata della chiesa di Santa Maria del Colle e nel 1966 la Pro Loco ha fatto rivivere ai divertiti turisti la scena del tùmmere, che nella tradizione locale presenta varianti degne di nota. Qui, infatti, chi aveva molti debiti e non poteva pagarli, si recava alla messa grande celebrata di domenica nella suddetta chiesa e dopo la benedizione scendeva frettolosamente per la scalinata, ai cui piedi è situato come si è detto il tùmmere, e calatosi i pantaloni vi restava seduto fino a quando l’ultimo fedele non avesse abbandonato la chiesa. Egli si esponeva pertanto volontariamente alla gogna ma da quel momento non aveva più debiti. Infatti i creditori, per antica consuetudine, non potevano più perseguirlo legalmente e né è mai avvenuto che qualche povero diavolo, dopo essersi seduto sul tùmmere, abbia ricevuto ancora pressioni da parte dei creditori: una specie di codice d’onore, dunque, rispettato da entrambe le parti.

Il-Tomolo di Gambatesa
Il-Tomolo di Gambatesa

Con il trascorrere del tempo la pena infamante del tùmmere dovette essere estesa forse ad una serie di altri reati, dato che, scrive il Gattinara: «A Pescocostanzo, scoperto il ladro di abigeato, si portava in pubblica piazza e, dopo un giudizio sommario, alla presenza di tutto il popolo convocato per tale occasione, si condannava al disprezzo ed alla fustigazione. Poggiato ad uno sgabello in pietra, doveva mostrare il deretano al popolo scoprendosi tra le risate e il disprezzo di tutti; e quindi veniva scudisciato».
Una ulteriore variante a quanto finora si è detto, è rappresentata dal tùmmere di Castilenti, in provincia di Teramo, sul quale ha scritto una gustosa pagina Luigi Braccili: «A Castilenti, un paesino della provincia di Teramo […] esiste ancora oggi una grossa pietra di forma parallelepipeda chiamata  tomolo. Oggi la pietra si trova ai piedi di un grosso olmo all’inizio di un viale della circonvallazione del paese, ma un tempo invece era sistemata nella piazzetta al termine di un piano inclinato che porta alla chiesa madre”.

Lu tòmmele, così infatti viene ancora chiamata la grossa pietra, serviva per farvi sedere quelli che subivano un fallimento. Era in un certo senso una specie di gogna, un mezzo ingeneroso per esporre al ludibrio coloro che non avevano saputo tener fede agli impegni finanziari». Ancora oggi nella zona della Vallata del Fino di uno che è incorso in un fallimento si dice: «Quello ha messo  il culo a lu … tòmmole». Infatti, il tomolo serviva ad un rito assai strano, oggi per fortuna in disuso, che metteva in ridicolo chi appunto doveva dichiarare fallimento.

Il rito avveniva nella piazza principale del paese all’uscita della messa grande, all’incirca verso le undici e mezza della domenica al cospetto di quasi tutta la popolazione di Castilenti. Il povero fallito doveva denudarsi il deretano … e sedersi più volte sul tomolo gridando ogni volta che si sedeva sulla pietra: tommolo è uno, tommolo è due, tommolo è tre, ecc. Naturalmente il numero delle sedute dipendeva dall’entità del fallimento. […] Per i commercianti della Vallata del Fino essersi seduti sul tomolo significava aver subito il marchio dell’infamia e difficilmente dopo aver partecipato da protagonisti all’infamante rito sulla piazza di Castilenti, riuscivano a riprendersi negli affari.

Quando il rito fu proibito, il tomolo fu tolto dalla piazza principale del paese e fu collocato alla periferia come per dimostrare a tutti che la civiltà aveva giustamente epurato un’usanza che era medioevale … Nessuno però ha avuto il coraggio di toccare il tomolo. Ancora oggi se qualche ignaro ragazzo vi si va a sedere sopra, subito viene richiamato a gran voce dalla madre come se si fosse seduto sui carboni accesi. Nessuno si siede sul tomolo, che rimane sempre lì come uno strano tabù.

Questa antica tradizione giuridica vigeva secondo alcuni autori anche a Vasto ( dove esiste tuttora la Piazzetta del tomolo) ed a Ortona, dove come tummere venivano utilizzati dei recipienti fittili del periodo romano, adibiti a misure pubbliche per cereali e sistemati poi all’ingresso di Palazzo Farnese.

Anche a Sulmona «nella piazzetta denominata Nunzio Federico Faraglia […] che prima ancora aveva nome di Piazza del Pesce, vi era una grossa e spessa lastra di pietra chiamata le staffe. In tempi antichi, forse nel sec. XVI, i debitori cocciuti erano costretti a battere tre volte il denudato deretano su quella pietra». Così afferma lo storico sulmonese F. Sardi de Letto, il quale aggiunge che nella costruzione della monumentale fontana sita a Sulmona in Piazza Garibaldi «quella pietra levigata servì precisamente a farne il bacino».

Lu tùmmere rappresentava una consuetudine giuridica popolare assai conosciuta in Abruzzo e forse ancora in vigore nel XVII secolo. Se fosse ancora oggi vigente, essa aprirebbe numerosi squarci sulla vita sociale dei nostri paesi e città, grazie appunto ai ‘falsi fallimenti’ messi in atto oggi da numerosi commercianti. Vedremmo così file interminabili di individui che leggendo tranquillamente il giornale attendono il loro turno per sedersi sul tummere e dichiarare il loro ben calcolato fallimento.

D’altro canto, quale funzione dovrebbe avere oggi una pietra della vergogna, in una società che ha perso da tempo la vergogna?

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[1] Il tomolo di Agnone, tre cavità, alla sommità della pietra, rappresentavano tre diverse misure di peso: “Mezzitte”, “Quarta” e “Misura” corrispondenti rispettivamente agli attuali 22 Kg,12 Kg e 1,750 Kg di grano. Un tomolo di grano corrispondeva a circa 44 Kg , sufficienti per seminare un tomolo di terreno (circa 3000 mq).

Copyright Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

2 Commenti

  1. Già, la vergogna, argomento di cui Altosannio, non a caso sente la necessità di riparlare, così come per converso, lo sarebbe per la dignità. Qualcuno dei grandi disse, a proposito: “Il senso della vergogna (o dignità), nella vita di una persona , è la cosa maggiormante importante: non bisogna mai perderla; per non perderla…non bisogna averla !”

  2. Bellissimo articolo ed interessante tradizione, pur se derivatamente medioevale e quindi legata a certi valori veramente antichi e un po’ lascivi… Conoscevo l’argomento per averlo sentito o letto, ma al mio paese- che io sappia- tale pietra o meglio la consuetudine di sedersi sul tomolo, non c’era;forse già allora era cambiato il concetto di “vergogna!!!?
    Invece le misure: tomolo, mezzitte , quarta, misure venivano ancora usate quando io ero ragazzina, sia per il peso di derrate , sia come misure terriere, quando si doveva seminare un campo…ne sentivo proprio parlare da mio padre col mezzadro.

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