Il segreto della lana – Capitolo 6 – La Guerra la Vergogna l’Amore

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di Esther Delli Quadri
( dalla raccolta ” Mendicanti dell’anima”)

Cap. 1 – Materassi in eredità per leggerlo clicca QUI
Cap. 2 – Ricordi con le mani nella lana per leggerlo clicca QUI
Cap. 3 – Racconti tramandati.  per leggerlo clicca QUI
Cap. 4 – La Sorpresa tra la lana per leggerlo clicca QUI
Cap. 5 – La lettera per leggerlo clicca QUI
Cap. 6 – La guerra la vergogna l’amore

Questa novella racconta di una nonna materassaia che lascia in eredità a sua figlia i suoi materassi di lana; lei, su consiglio della sua figlia, decide di lavorarli per ottenerne cuscini e coperte. Durante la lavorazione succedono cose significative che squarciano il telo su un passato traumatico che, insieme a tutto il contesto ambientale, il clima familiare, i ricordi, consentono, a chi legge, di vivere emozioni particolari.

Capitolo 6 – La Guerra la Vergogna l’Amore

Mi fermai.
Le mie mani erano sudate e fredde insieme.
Man mano che ero andata avanti nella lettura avevo intuito la direzione che avrebbero preso gli eventi descritti. Ma non il modo!
Mia nonna aveva subito una violenza,dunque, e mia madre ne era il frutto! Il mosaico si andava ricomponendo. I tasselli che si andavano incastrando  cominciavano a delineare più chiaramente i contorni di una vicenda che aveva influito certamente anche sui rapporti dei protagonisti, sulle dinamiche all’interno della mia famiglia.
Ripresi la lettura col cuore pesante, decisa ad andare fino in fondo.

Passarono alcuni giorni. Io avevo preso la decisione di tornare in paese. Dopo quello che era successo non mi sentivo più al sicuro nella ” masseria”. E poi l’inverno alle porte e la provvista di legna che andava scemando mi avevano portato a pensare che forse era meglio tornare a casa. Anche lì avremmo avuto vita non facile ma almeno saremmo stati a casa nostra con le nostre comodità e senza spifferi dalle finestre. Nicolino avrebbe vissuto in un ambiente più pulito e adeguato per guarire completamente. Avevo  contattato dei contadini lì vicino. Mi avrebbero aiutata a trasportare la roba in uno dei giorni successivi.
Una notte sentii bussare alla porta di casa.
Colpi violenti.
In un attimo mi si ghiacciò anche l’anima.
Scesi dal letto e piano mi avviai giù  per le scale. Mi avvicinai al camino e presi le molle e il lungo tubo di ferro per soffiare sul fuoco. Ero decisa a difendermi. Mi avvicinai alla porta ma non aprii.
Era “lui”. Sentivo la sua voce.
Sentii che mi chiedeva aiuto. Poi sentii distintamente che mi implorava di perdonarlo. Mi sembrava che piangesse. Singhiozzi da ragazzo. Rimasi appoggiata al muro accanto alla porta . Ero ghiacciata e sudata allo stesso tempo. Non so quanto tempo passò. Alcuni minuti, credo . I colpi continuavano così come le richieste di aiuto e di perdono. Ad un tratto sentii altri rumori provenire da fuori. Voci di gente che gridava. Italiani! Le richieste di aiuto del ragazzo si fecero  ancora più insistenti.
Poi sentii dei colpi. Stavano sparando e i colpi erano diretti alla mia porta.
Subito dopo ci fu silenzio.
Udii uno scalpiccio di passi.
Poi delle voci che si avvicinavano, erano dietro la mia porta.
La voce del soldato taceva.
Sentii bussare. ” Aprite ” dicevano ” non abbiate paura. Siamo italiani, ….civili….” Aprii la porta, ma solo uno spiraglio. Alla luce fioca di poche fiaccole vidi dei volti sconosciuti. Non era gente del paese. Mi spiegarono che stavano inseguendo i tedeschi che si stavano ritirando. Gli americani erano alle porte. Mentre pattugliavano la zona avevano visto un soldato tedesco dirigersi verso la nostra masseria. Gli avevano intimato di fermarsi ma quello aveva cominciato a correre e si era fermato davanti alla nostra porta. Mi dissero che avevo fatto bene a non aprire  e vedendomi armata delle molle e del soffietto che avevo preso per difendermi si complimentarono per il mio coraggio.
Ma io li ascoltavo a malapena.
Lì, poco distante dalla porta di casa, illuminato dalle loro fiaccole, c’era il soldato tedesco, morto. Mi avvicinai.
Era disteso a terra sulla schiena. La sua divisa era tutta insanguinata e crivellata di colpi. Gli occhi, i suoi occhi blu, erano spalancati con una espressione quasi di sorpresa.
Rimasi immobile. Non riuscivo a parlare.
Quel ragazzo era venuto a morire davanti a casa mia dove solo qualche giorno prima mi aveva violentata.
Ma era anche quello che aveva salvato la vita di Nicolino. Mi aveva chiesto aiuto e io glielo avevo negato. Forse se avessi aperto la porta, se avessi spiegato quello che aveva fatto per noi sarebbe stato ancora vivo.
Ero un’assassina anch’io!
Gli uomini se ne andarono portando via il cadavere del soldato.
Al mattino sull’aia erano rimaste delle macchie di sangue e i segni delle pallottole sulla mia porta.
Nei giorni successivi gli eventi  si susseguirono con una  rapidità che non mi consenti di avere  del tempo per pensare e di questo ero grata perché avevo paura dei miei pensieri.
Nicolino migliorava di giorno in giorno così tornammo in paese con l’aiuto dei contadini vicini. Lì c’era un grande fermento: i tedeschi erano andati via e si aspettavano gli americani da un momento all’altro.
Tornarono le mie cognate dalla campagna e insieme cercammo di organizzarci alla meglio per l’incipiente inverno. I giorni si susseguivano densi di impegni. Ma le notti erano la parte difficile. Restavo per ore con gli occhi sbarrati e nei miei occhi si succedevano tutte le scene che avevo vissuto dalla malattia di Nicolino all’uccisione del soldato. Non avrei saputo dire come mi sentivo. Era un misto di sensazioni e sentimenti confusi e in contrasto tra loro. Ma mi sentivo male.
Una mattina bussarono alla porta. Corsi ad aprire col cuore in gola perché conoscevo bene quel modo di bussare.
Era tuo padre. La gioia per il suo ritorno, il sollievo di poter contare di nuovo su di lui per ogni cosa erano solo offuscati da un timore che da qualche giorno mi aveva assalito. Il timore divenne certezza col passare dei giorni: ero incinta!
Una sera dopo aver messo i tuoi fratelli a dormire raccontai tutto a tuo padre che comunque aveva già intuito che qualcosa mi tormentava. Mi conosceva molto, molto bene.
Non disse niente per un tempo lunghissimo. Rimanemmo in silenzio tutti e due. Lui con lo sguardo fisso sulle sue mani, io con le lacrime che mi colavano in grembo.
Poi si alzò e mi abbracciò. Io continuai a piangere in silenzio.
Mi disse che non dovevo sentirmi in colpa. Non ero colpevole di niente. ” Non siamo colpevoli degli errori che non abbiamo fatto ” mi disse.
Avevo fatto quello che al posto mio qualsiasi altra madre avrebbe fatto per salvare suo figlio.
Colpevole era la guerra.
Lui aveva visto cose che mai avrebbe pensato di poter vedere. Aveva fatto cose che mai avrebbe pensato di poter fare. Non era meno colpevole di me. Era stata  la guerra che ci aveva cambiato, reso tutti peggiori.
Mi disse che dovevamo andare avanti, riprendere la nostra vita come prima, anche se certamente niente sarebbe stato più uguale a prima, dovevamo cercare di dimenticare il male della guerra. Nicolino era vivo ed eravamo tutti insieme di nuovo. Il bambino che sarebbe arrivato sarebbe stato agli occhi di tutti suo figlio. Niente poteva far dubitare il resto del mondo che così fosse. Lui lo avrebbe accolto come tale pensando che era mio  e che in qualche modo, per merito suo, Nicolino era vivo. Per questo sarebbe stato anche suo figlio. ” Se posso accoglierlo io puoi farlo anche tu ” mi disse accarezzandomi, intuendo la tempesta che avevo nel cuore.
Arrivasti una mattina d’estate. In punta di piedi, come hai sempre vissuto.
La levatrice che dopo averti lavata e preparata  ti appoggiò nel letto accanto a me non poté notare il mio comportamento strano di madre perché tuo padre si avvicinò, ti prese in braccio e stringendomi la mano  mentre ti teneva disse:” Ora siamo al completo, ora che abbiamo la nostra Diletta! ” . La levatrice si complimentò per il bel nome che tuo padre aveva scelto per te e si dilungò sulla fortuna di avere avuto una figlia femmina dopo due maschietti perché così davvero la famiglia era completa.
Io restai per giorni a letto, senza forze. Ma non era stata la sofferenza fisica ad avermi resa così, bensì qualcosa che mi tormentava dentro e non mi lasciava pace.
Un pensiero mi distruggeva, mi rosicchiava l’anima:  ero la madre della figlia di chi mi aveva usato violenza e che IO avevo contribuito ad uccidere nonostante fosse colui che aveva salvato la vita di Nicolino!
Non riuscivo a toccarti, a prenderti in braccio. Le mie braccia si rifiutavano. Fu tuo padre ad occuparsi di te in quei primi giorni. Era lui che si alzava, ti cambiava, ti portava da me per la poppata e poi ti cullava passeggiando un po’ con te in braccio. Credo che fu in  quei giorni che prese ad amarti come fossi sua. Una volta, più avanti, mi disse :” All’inizio l’ho amata perché in qualche modo Nicolino era vivo per merito suo. Ma dopo l’ho amata perché l’ho sentita veramente mia.”
Lui era l’unico che riusciva sempre a calmarti. Con lui stavi bene, tranquilla. Credo che il vostro rapporto così saldo abbia avuto origine proprio in quei primi giorni.
Io invece non riuscivo né a tenerti in braccio, né ad accarezzarti. Una parte di me avrebbe voluto, ma un’altra non ci riusciva. Ero una donna spezzata, una madre sdoppiata.
Ricordo che un giorno mentre ti facevo il bagnetto sempre presa da quei miei pensieri disperati ti strofinai talmente forte che tu cominciasti a piangere. Mi accorsi che la tua pelle delicata era diventata tutta rossa. Ti asciugai, ti appoggiai sul letto ti baciai e accarezzai dappertutto e, piangendo e chiedendoti perdono, cercai di calmarti.
Fu allora che compresi che non eri tu quella da cui cancellare la colpa. Compresi in quei momenti che l’abisso che avevo davanti era più profondo di quello che avevo sospettato perché io amavo mia figlia ma non riuscivo a dimostrarglielo. Davanti ai tuoi bellissimi occhi blu io mi sentivo come in una tempesta: mi ricordavano ad ogni istante come eri stata generata, mi ricordavano che ero una ingrata ed una assassina. Una persona sporca. Non avevo il diritto di toccarti non perché fossi sporca tu, bensì perché lo ero io.
Quella è stata l’ultima volta che ho pianto. Fino ad oggi. Oggi che da pochi giorni tuo padre non è più con noi.
Quella incapacità, quella colpa mi hanno accompagnato per tutta la vita. Dentro di me c’è sempre stata da allora  una bufera di neve con un vento forte che mi spinge di qua e di la, senza tregua.
Tuo padre ha cercato di aiutarmi, ha sperato di riuscirci, ma con gli anni si è rassegnato. Ha compreso che l’abisso dentro di me non si sarebbe richiuso!
Si è accontentato allora solo di fare in modo che le nostre vite fossero il più normali e tranquille possibili.
E ti ha amato anche per me.
Sei cresciuta così, amata da tutti quelli che ti stavano intorno. Una bambina bellissima, ma  delicata come il vetro.  La figlia migliore che due genitori potessero desiderare.
Ti ho amato in silenzio dentro di me perché fuori non potevo, non ci riuscivo. Ero come bloccata.
Mi sono  chiesta tante volte se la tua fragilità non fosse anche quella colpa mia; se il latte che ti avevo dato non contenesse il veleno del senso di colpa e che in quel modo  ti avessi avvelenato; se la mia incapacità di dimostrarti il mio amore fosse stata la causa  della tua  fragilità.
Sempre timorosa, sempre timida come un leprotto. Così sei sempre stata quasi volessi chiedere scusa di essere venuta al mondo.
Ti ho osservato. Continuamente. La piega sempre un po’ triste delle tue labbra. La tua ruga di preoccupazione sulla fronte, di tanto in tanto, che tuo padre scherzando ti diceva di voler piallare con le sue dita, il tuo modo di vivere quasi come se avessi sempre  voluto chiedere scusa di qualcosa. La tua dolcezza infinita mista ad un senso di inadeguatezza ed ognuna di queste cose giorno dopo giorno ha aggiunto per me colpa a colpa perché comprendevo che la mia incapacità di dimostrarti il mio amore ti aveva procurato una sofferenza profonda. Le mie colpe negli anni sono aumentate.
Mi sono indurita, inaridita.
Mi sono punita.
C’è solo un piccolo angolo dentro di me che è come un’oasi nel deserto sconfinato di colpa e rimorso: è l’angolo dove sono, la tua tenerezza e la tua dolcezza, dove è il mio amore per te che adesso, che è tardi,  vorrei che tu sapessi che è sempre stato ed è grande ……
……Forse tuo padre aveva ragione quando mi diceva che bisogna perdonarsi perché non siamo colpevoli degli errori che non abbiamo fatto…….
Io non sono riuscita a perdonarmi, ma chiedo a te di farlo.
Se puoi.
Tua madre.

La lunga lettera di mia nonna terminava così.

Stavo piangendo. Quanta sofferenza si era portata dietro in tutti quegli anni! Nessuno di noi ne aveva mai avuto sentore, tranne il nonno che conosceva tutto. Era rimasta celata dietro quel suo aspetto severo e quel suo carattere che a noi era apparso fermo e forte, ma che adesso sapevo era stato forse solo una maschera per coprire la profonda disperazione che si portava dentro.
Guardai lungo le ripe e nella valle il paesaggio che tante volte avevo guardato pensando a lei, ai suoi pensieri mentre intenta al lavoro volgeva di tanto in tanto lo sguardo a quello stesso panorama.
Ora sapevo con precisione quali erano stati i suoi pensieri!
Il giorno dopo partii.
Misi il pretesto che c’erano dei problemi al lavoro e anticipai la partenza. Non volevo che il mio atteggiamento mi tradisse destando in mia madre qualche sospetto.
Avevo sempre notato che tra gli innumerevoli racconti che lei mi riportava e che le erano stati fatti nella sua infanzia e adolescenza mancavano i racconti del periodo della guerra.
Una volta le avevo addirittura chiesto. Quello era un periodo al quale mi ero sempre interessata molto, senza una motivazione precisa, con letture e seguendo documentari.
Mia madre era rimasta un po’ pensosa, quasi si sforzasse di ricordare.
“No” aveva detto “che io ricordi il nonno non mi ha mai fatto racconti di guerra” poi aveva aggiunto ” Forse è stato un periodo troppo duro e difficile con poche cose piacevoli da ricordare e da raccontare”
Ma il motivo non era quello. Ora lo sapevo.
La guerra aveva tracciato un solco talmente profondo all’interno della mia famiglia che solo cercando di accantonarlo i nonni erano riusciti ad andare avanti.
Nel periodo successivo al mio viaggio al paese lessi e rilessi la lettera della nonna.
Sapevo che  dovevo consegnarla a mia madre prima o poi.
All’inizio pensai che fosse  giusto farlo, non solo o non tanto perché mia nonna l’aveva lasciata tra la lana per lei, ma perché era giusto che mia madre sapesse che l’apparente freddezza di sua madre nei suoi confronti non era stata una mancanza di amore e perché mia nonna aveva diritto a tutte le attenuanti che la conoscenza degli eventi accaduti avrebbe inevitabilmente indotto nel giudizio di mia madre circa l’atteggiamento della nonna nei suoi confronti.
Poi un giorno rimuginando un’intuizione mi attraversò la mente.
C’era un altro motivo altrettanto importante per cui mia madre doveva leggere quella lettera.
Era qualcosa a cui mia nonna non aveva pensato, e cioè che sua figlia potesse attribuire a sé stessa la colpa dell’atteggiamento della madre nei suoi confronti!
I timori di mia nonna sulle conseguenze che quelle rivelazioni potevano avere su mia madre erano stati superati dal tempo ormai, pensai. Mia madre non era più una fanciulla o una giovane donna. Era una donna e madre a sua volta.
Mi dolsi soltanto che lei potesse essere rattristata dal fatto che, trovata la lettera, non gliela avessi consegnata subito ma avessi preferito leggerla prima di lei.
Se fosse accaduto non avrei neanche cercato di giustificarmi.
Le avrei chiesto soltanto perdono.

Era tardi quella sera quando  mi sedetti  accanto al telefono.
Feci il numero dei miei.
La voce di mia madre all’altro capo suonò sorpresa per la mia telefonata data l’ora.
D’un tratto ero io quella più fragile.
La mia voce tremava di pianto mentre le dicevo:
” Mamma….. Non so se potrai mai perdonarmi…. Ho qualcosa che è tuo … Era della nonna…. per te….. Verrò da te domani…. Potrai perdonarmi?”
Ci fu un breve silenzio.
” ….Ricorda tesoro…..Non ci sarà mai niente che io non potrò perdonarti. Ma c’è una cosa che non potrei perdonare mai  a me stessa: che tu non mi amassi!…..Vieni…. Ti aspetto….” fu la sua risposta.


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

 

 

1 COMMENTO

  1. La padronanza del linguaggio, la delicatezza dei sentimenti, la forza dell’amore , gli orrori della guerra sono trattati con tale maestria che non una ma più di una lacrima non cadute dai miei occhi per l’anacronistico e terribile episodio pur sempre di “guerra” che fu lo stupro della donna ….che ha messo poi al mondo una figlia…diletta!
    ….” una donna spezzata, una madre sdoppiata.
    “sempre stata da allora una bufera di neve con un vento forte che mi spinge di qua e di la, senza tregua.”

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