Il segreto della lana – Capitolo 3 – Racconti tramandati

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di Esther Delli Quadri
(dalla raccolta ” Mendicanti dell’anima”)

Cap. 1 – Materassi in eredità per leggerlo clicca QUI
Cap. 2 – Ricordi con le mani nella lana per leggerlo clicca QUI
Cap. 3 – Racconti tramandati 
Cap. 4 – La Sorpresa tra la lana per leggerlo clicca QUI
Cap. 5 – La lettera per leggerlo clicca Qui
Cap. 6 – La guerra la vergogna l’amore per leggerlo clicca QUI


Questa novella racconta di una nonna materassaia che lascia in eredità a sua figlia i suoi materassi di lana; lei, su consiglio della sua figlia, decide di lavorarli per ottenerne cuscini e coperte. Durante la lavorazione succedono cose significative che squarciano il telo su un passato traumatico che, insieme a tutto il contesto ambientale, il clima familiare, i ricordi, consentono, a chi legge, di vivere emozioni particolari.

Capitolo 3 – Racconti tramandati

Il lavoro procedeva. Decidemmo di usare vecchie federe da riempire di lana prima di metterla in lavatrice per evitare che i fiocchi la intasassero  danneggiandola. Eravamo prese, impegnate e felici di avere da  svolgere quel lavoro.
Ci alzavamo la mattina di buon’ora per andare a casa della nonna e lavoravamo leste leste.
Mia madre aveva lavorato per tutta la sua vita nel piccolo ufficio postale del paese ed era in pensione da pochi mesi. L’abitudine ad essere impegnata per gran parte del giorno era difficile da perdere . Per cui  mi era grata per aver trovato quella occupazione.
Disfacemmo i primi due materassi, lavammo la lana mentre io ascoltavo rapita  i racconti sulla sua infanzia.
Quando da bambina aiutava sua madre, mi diceva, spesso c’erano altre persone, donne che venivano ad aiutarla o erano clienti e venivano a commissionarle il lavoro. Spesso si trattenevano a chiacchierare. Mia madre bambina le sentiva raccontare dei tempi in cui nelle case non c’era acqua corrente e la lana dei materassi si lavava giù al fiume. Le donne la portavano lì e la lavavano cantando canzoni d’altri tempi, prendendo in giro quelle di loro più giovani perché avevano “lo sposo” o perché ancora non lo avevano. Il lavoro era pesante ma le donne riuscivano ad alleggerirlo in quel modo.
Mi narrava i racconti che suo padre aveva fatto a lei e ai suoi fratelli.
Il padre di suo padre era stato un contadino e un pastore. Aveva accompagnato le greggi per la transumanza. Rimaneva lontano molti mesi all’anno per questo. Ma sempre portava ai suoi figli nuovi racconti, su posti che loro non conoscevano, su gente di cui non sapevano niente . Gli parlava della grande pianura che era in fondo al loro percorso quando portavano le greggi lontano dalle montagne. Di come lo sguardo spaziasse su un orizzonte che sembrava lontanissimo. Della sorpresa di suo padre, il mio bisnonno, quando,  giovinetto, per la prima volta, vide ai suoi piedi quella ampia distesa verde. Del suo stupore quando  vide il mare, una ” campagna azzurra  che solo nostro signore può arare”, così lo aveva descritto ai suoi figli. Mi raccontava della volta che il bisnonno aveva riportato in dono ai suoi figli dei pupazzi fatti di fichi secchi. Di quanto fosse sempre felice di tornare sulle sue montagne perché, come diceva ” tutta quella distesa di verde o di azzurro ti leva l’aria, cambia pure i suoni e l’abbaio di un cane lì sembra un’altra cosa da qui “. Tra le sue montagne, le sue valli e i suoi fiumi si sentiva al sicuro, protetto, diceva.
Molta parte  dell’economia della zona aveva girato in passato intorno alla pastorizia. Le pecore davano latte e quindi formaggio. Fornivano carne, lana per abbigliamento e naturalmente per materassi.
Ma non tutti in passato, mi diceva mia madre,  potevano permettersi un materasso di lana. La lana era costosa. Una cosa per ricchi. I contadini invece usavano i ” sacconi ” grossi sacchi di pesante tela grezza riempiti con le foglie di granoturco. Ma siccome le foglie prendevano subito la forma del corpo schiacciandosi e andandosi ad accumulare ai bordi e agli angoli, le fodere dei ” sacconi ” avevano due grossi fori in modo che le donne potessero infilarci le braccia e scuoterle. Certo quei materassi non avevano la morbidezza dei materassi di lana!
Timidamente i contadini andavano da sua madre e contrattavano il prezzo per rifare la fodera dei materassi, del ” saccone”, quando era ormai completamente rovinata tanto da non poter essere più rattoppata. ” Le fruscie ” le fornivano loro dopo il raccolto del granoturco.
Mia madre mi diceva ridendo, aveva saltato sia sulla lana dei materassi dei ricchi, sia sulle
” fruscie” dei contadini provandone uguale divertimento.
Giorni d’incanto.
Stendemmo tutta la lana a ciuffi sui lunghi fili che erano sospesi sul  terrazzo della casa della nonna.
Quegli inconsueti fiocchi di neve adombravano appena come leggere nuvolette lo sfondo azzurro di un cielo senza nubi  e dondolavano alla brezza di quelle calde giornate mentre io distesa su una vecchia sdraio ascoltavo i rumori di sempre come se fosse  la prima volta, come se non li avessi mai sentiti: i rintocchi delle campane che giungevano nitidi all’orecchio, lo stormire del vento tra le fronde degli alberi, il nitido cinguettio di passeri, ghiandaie, gheppi, coturnici.
Sdraiata nella zona d’ombra del terrazzo respiravo l’odore delle piante  che crescevano sulle ripe, delle tante varietà di fiori tutt’intorno che la brezza mi portava. Forse mancavano all’appello alcuni suoni ed odori abituali, mi resi conto all’improvviso, suoni che io non avevo mai sentito o avevo sentito nella mia prima infanzia e poi mai più,  quelli delle attività di un tempo di cui mia madre e soprattutto mia nonna mi avevano parlato e che ormai nessuno più praticava. Fu la loro mancanza che attirò la mia attenzione, che invece, mi dissi, si era raramente concentrata su di essi quando ancora facevano parte del panorama acustico e olfattivo.
Volgendo lo sguardo giù, nella valle, vedevo scintillare al sole il nastro argenteo del fiume che vi scorreva.
Volevo assaporare fino all’ultimo istante le atmosfere di  quella casa piena di ricordi fino a che mi era possibile, prima che fosse messa in vendita. Imprimere così il loro calco sulla mia anima!
Quando fu asciutta pettinammo la lana in modo da districarla e allinearla in un’unica direzione e liberarla da eventuali impurità. Passammo  poi alla cardatura vera e propria per eliminare eventuali grumi . Capitava a volte che dovessimo passarla più volte tra i cardassi finché non diventava perfettamente districata e soffice.
Provvisoriamente mettemmo la lana già cardata in grandi federe pulite in attesa di avere la stoffa per le fodere che, così chiese mia madre, avrei comprato io in città  e gliel’avrei poi portata durante un weekend in modo che lei la  cucisse con calma per fare i nostri cuscini.
Tutta l’operazione ci portò via molte ore.
Alla sera avevamo le mani e le braccia dolenti a causa dell’uso degli scardassi ma eravamo felici come due bambine.
Mia madre mi faceva lunghi racconti che io ascoltavo tuffandomi completamente in quelle atmosfere passate aiutata anche dal familiare fruscio degli scardassi sulla lana che mi riportava all’infanzia e al tempo passato con mia nonna.
A tratti tacevamo entrambe, ognuna immersa nei suoi pensieri e ricordi .


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

1 COMMENTO

  1. Bella l’intesa madre/figlia… descritta con particolari così veri o verosimili, che par di vedere le due donne nella fattiva collaborazione. Quel lavoro era comune un tempo e faticoso, specie perché la lana delle pecore era a ciuffi piuttoso ridotti, non certo come quella delle merinos.Che anch’io ho avuto il piacere-allora nel 1960! di comprare per i miei materassi; ma usati ahimè solo 2/3 anni…

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