Il segreto della lana – Capitolo 1- Materassi in eredità

1
562

di Esther Delli Quadri
( dalla raccolta “Mendicanti dell’anima”)

Cap. 1 – Materassi in eredità
Cap. 2 – Ricordi con le mani nella lana per leggerlo clicca QUI
Cap. 3 – Racconti tramandati   per leggerlo ciocca QUI
Cap. 4 – La Sorpresa tra la lana  per leggerlo clicca QUI
Cap. 5 – La lettera per leggerlo clicca QUI
Cap. 6 – La guerra la vergogna l’amore   per leggerlo clicca QUI

Questa novella racconta di una nonna materassaia che lascia in eredità a sua figlia i suoi materassi di lana; lei, su consiglio di sua figlia, decide di lavorarli per ottenerne cuscini e coperte. Durante la lavorazione succedono cose significative che squarciano il telo su un passato traumatico che, insieme a tutto il contesto ambientale, il clima familiare, i ricordi, consentono, a chi legge, di vivere emozioni particolari.

Capitolo 1 – L’eredità dei materassi

Quando mia nonna morì io ero andata via di casa per il mio primo lavoro già da qualche mese.
Tornai al paese per il funerale ma non mi trattenni: il lavoro, i ritmi di vita imposti dalla città in cui vivevo non lasciavano  tempo.
Il dolore, il rimpianto devono essere consumati anch’essi in fretta in questa nostra società!
La velocità del mio vivere in “città ” aveva suscitato la sua curiosità, qualche mese prima, in occasione di uno dei miei ritorni a casa.
Aveva saputo allora, durante una nostra conversazione in cui lei mi aveva chiesto di descriverle la mia giornata, che per pranzo non facevo in tempo a tornare a casa e mangiavo qualcosa in mensa o in un bar.
Con sorpresa mista a sdegno  aveva esclamato ” “Queste tue parole tolgono l’appetito….!!!”
Povera nonna !
Per lei il pranzo era un momento sacro della giornata. Ai suoi tempi, lei mi diceva,  veniva preparato con religiosità. I cibi cuocevano lentamente, li si assaporava già durante la loro cottura perché se ne era sentita una spaventosa mancanza negli anni bui.
” Il cibo è sacro ” ci diceva quando, cosa rara, le capitava di dover buttare piccoli tozzi di pane induriti e ammuffiti. E baciandoli aggiungeva   ” Bisogna averne rispetto come della  vita “.
Noi bambini ridevamo a quelle uscite. Ai nostri occhi, era eccessivo quel cerimoniale intorno a pochi pezzi di pane ammuffito!
Nel viaggio di ritorno in treno, dopo il funerale, ripensai alla sua vita, ai ricordi che avevo di lei.
Una vita del passato la sua.
Onesta e laboriosa. Semplice, anonima e silenziosa. Come tante.
Era stata materassaia quando ancora si usavano i materassi di lana. Io avevo vaghi ricordi del suo lavoro.
Ricordavo  che una stanza della sua casa era adibita appunto ad ospitare i materassi da rifare e tutti gli attrezzi che servivano per quella operazione : gli scardassi, due tavolette dilegno ricoperte di cuoio, con un manico all’estremità, i grandi aghi che servivano per ” impunturare ” il materasso, il pesante spago con il quale veniva realizzata l’impuntura.
Quando c’era un nuovo materasso da rifare per noi bambini era una festa perché prima che la lana venisse lavata avevamo il permesso di saltare a nostro piacimento nel grosso mucchio  posto su un ampio telo sul pavimento della ” stanza dei materassi “.
Per il resto ricordo solo il tipico rumore degli scardassi, quasi un fruscio alle mie orecchie, che faceva da sottofondo ai miei sonnellini pomeridiani nella calura estiva a casa di mia nonna.

L’estate, poco dopo la sua morte,  tornai al mio paese  per un paio di settimane.
I miei genitori volevano che prendessi alcuni oggetti dalla sua casa e che li tenessi per ricordo.I miei cugini avevano già scelto cosa volevano, quindi  toccava a me.
La casa doveva essere svuotata e, possibilmente , messa in vendita, mi dissero.
Mi aggirai tra quelle stanze che erano state lo scenario di tante mie giornate infantili con l’animo rattrappito dalla consapevolezza dell’inesorabile scorrere del tempo, consapevolezza che l’essere umano ha in sé fin da l’ età del discernimento , ma di cui pare essere dimentico per la maggior parte della sua vita, per ricordarsene a tratti,  soltanto nelle occasioni ineludibili che lo mettono di fronte  all’evento ultimo.
Una casa vuota dei suoi abitanti è qualcosa che ti prende forte lo stomaco, quando si sa che essi non torneranno più.
Gli oggetti sono gli stessi di sempre ma sembra che giacciano sepolti sotto cumuli di polvere che li rendono appannati ai nostri sguardi oppure la loro presenza è talmente incombente da segnare ancora più forte, per contrasto,  l’assenza delle persone che sono venute a mancare.
I rumori consueti colpiscono le orecchie come se li si sentisse per la prima volta. Il rumore del galleggiante del serbatoio era  uguale a quello di sempre ma alle mie orecchie giungeva come se fosse amplificato. Amplificato dal silenzio intorno.
Mia madre mi accompagnava.
Pensai a quanto doveva essere anche più penoso per lei vagare per quelle stanze.
Il rapporto con sua madre era sempre stato piuttosto teso anche se mai, che io ricordassi, c’era stata tra loro una parola fuori posto.
La confidenza, il contatto fisico, le espansioni affettive non avevano mai fatto parte di quel rapporto. Era come se un muro  invisibile le dividesse. Noi tutti avevamo sempre pensato che fosse una questione di caratteri che non si prendono. Mia nonna, infatti, era più aperta, più disponibile con  i due fratelli di mia madre, più grandi di lei. Con loro sembrava più a suo agio.
Diversissimo era stato invece il rapporto di mia madre con suo padre.
Mio nonno aveva per lei attenzioni continue. Quando qualcuno chiedeva a mia madre chi avesse scelto il suo inconsueto nome, Diletta, lei rispondeva con voce vibrante di affetto ” lo ha voluto mio padre per me !”.
Il mio rapporto con mia nonna invece, al contrario,  era stato sempre caldo, sorprendentemente affettuoso.
La sua mano aveva indugiato spesso con tenerezza sui miei capelli. Sembrava quasi che riversasse su di me tutto l’affetto che non era stata capace di esternare a sua figlia!
Mia madre, con la quale io avevo a mia volta un ottimo rapporto, sembrava felice di vederci insieme e felice  che io fossi riuscita a suscitare in mia nonna quella tenerezza che lei sembrava non essere stata in grado di risvegliare.  Era come se il mio stretto rapporto con mia nonna, per una sorta di legge del  contrappasso, la riscattasse di quella mancanza di confidenza e vicinanza che lei  doveva aver sentito molto profondamente.
Di tanto in tanto in quel nostro vagare da una stanza all’altra facevo qualche commento per rompere il pesante silenzio.
Ma mia madre sembrava distratta, lontana.
Si fermò davanti alla porta di quella che era stata la sua stanza da ragazza e si guardò pensosa intorno.
Sembrò incerta. Come se volesse dirmi qualcosa ma fosse in dubbio se dirla o no, forse in dubbio sulla opportunità di parlarmene.
Poi si voltò e mi  guardò impensierita.
” ……Sai, …..le sue ultime parole per me sono state……” Perdonami!…. Prendi tu i materassi….. Tienili tu… Usali tu….!”
Ero sorpresa che la nonna avesse usato quella parola. Ma anche del fatto che l’intera frase sembrava senza senso.
Intuii che mia madre era rimasta fortemente colpita da quella richiesta di sua madre.
Avevo compreso da tempo la sofferenza che quel rapporto così poco espansivo aveva causato in lei. La richiesta di perdono, pensai, doveva essere risuonata alle orecchie di mia madre come una conferma che le tensioni tra loro, la freddezza di sua madre verso di lei era stata quindi consapevole.
Mi avvicinai e mi strinsi a lei ” ....Forse vaneggiava, mamma. …la frase non ha molto senso!”
” ……Si …… forse…. hai ragione…. non so …”
Cercai di dirottare la conversazione su qualcosa di più leggero.
” … Così ti ha detto che tutti i materassi sono tuoi.” dissi ” Cosa pensi di farne?
Non so…”  rispose” … Io penso che si riferisse ai materassi di lana….. Quelli che ancora ci sono in casa…..certo non agli altri, quelli moderni, non avrebbe senso…”
” Si,…. lo penso anch’io….” ...lei ci teneva molto ai suoi materassi di lana… Era qualcosa che aveva sempre fatto parte  della sua vita… Se ha voluto che li avessi tu era perché voleva darti qualcosa a cui lei teneva….” aggiunsi cauta ” .….ma quanti sono ?
” …. Sono tre…i due nella sua stanza da letto e questo qui…. nella mia.. Gli altri erano stati sostituiti da tempo con quelli di tipo moderno…”
” ….Sono malmessi…..” osservai tastando quello sul letto ” saranno anni che non vengono ” rifatti “
” ……Si… molti anni …. da quando lei non è stata più in grado di “rifarli” sono rimasti così….”
” Pensi che ormai siano da buttare via?” chiesi.
” ...No…. non credo…… a meno che non siano ammuffiti….. Ma ho controllato…. È lana buona. Si può lavare e cardare …. Credo che lei intendesse questo …. Che li tenessi e li riutilizzassi…..Solo che io non saprei come usare tutta questa lana…..I materassi per dormire ormai sono fatti di materiale più facile da tenere…….Ma non vorrei neanche gettarli via. Mi sembrerebbe poco rispettoso nei suoi confronti….. Cosa potrei farne? ……Hai un’idea?….” mi chiese.
Riflettei un po’.
Poi ebbi l’idea. “..….Potresti farne dei cuscini” dissi ” ..…dei cuscini per divani …. Anzi …sto pensando che …beh… potrebbero essere proprio dei cuscini fatti come piccoli materassi, impunturati e tutto come i materassi di una volta. … Che ne dici?” suggerii
Si, è una bella idea….veramente……sarebbero abbastanza anche per te per i tuoi divani….e forse se ne potrebbero ricavare anche un paio di   trapunte, sottili da mettere sul letto nei periodi più freddi…..
Ottima idea… Cuscini e  trapunte…. La lana dovrebbe bastare anche ammesso che un po’ non sia più riutilizzabile perché troppo rovinata….”
” Il problema è solo trovare una materassaia…” aggiunse lei ” È un mestiere che ormai non usa più…”
…..Ma perché cercare una materassaia?…….Potremmo farlo noi… Come passatempo...” mi venne in mente all’improvviso. ” Hai ancora gli attrezzi della nonna?
” …Si… tutto il materiale deve essere ancora lì, nella ” stanza dei materassi”…”
” Tu dovresti ricordare come si fa…l’hai aiutata tante volte nel suo lavoro!….”
Tacque un momento prima di rispondere.
Poi disse ” L’ho aiutata spesso , è vero …conosco a memoria tutti i passaggi …” e aggiunse ” ….è un lavoraccio… Te la senti di impegnare le tue ferie in una impresa del genere?”
Le diedi un bacio mentre rispondevo.
Non so pensare a niente di meglio per trascorrere il mio tempo libero… Te lo immagini che bello passare qui delle ore , insieme, io e te, a chiacchierare e lavorare…. Lo sai che adoro i tuoi racconti e soprattutto il modo in cui racconti….. Mi piace soprattutto ascoltare i racconti che ti faceva il nonno, a te e ai tuoi fratelli… Hanno un gusto particolare, come mangiare un pane di altri tempi e … trovo che facciano bene .. al cuore!”
Si illuminò.
Il suo volto si aprì ad un sorriso.
I suoi occhi blu cobalto scintillarono di gioia.
Era una persona timida mia madre, schiva e, credevo,  insicura.
Una persona dolce, di quelle persone che suscitano negli altri l’impulso di proteggerle, di ripararle dalle tempeste della vita. Sembrava che avesse sempre bisogno di appoggiarsi a qualcuno: prima a suo padre, poi a suo marito. Faceva pensare ad una pianticella che ha bisogno di vivere all’ombra di una quercia alta e forte che la ripari dai raggi troppo intensi  del sole della vita!
Suscitava anche in me quel sentimento.
Io che , invece , per carattere assomigliavo molto di più a mio padre e anche a mia nonna: decisa, forte, determinata. Un tratto che  accomunava anche i  miei zii.
In qualche occasione mi era venuto da pensare,  che nel rapporto con mia madre i ruoli si erano invertiti: era come se io fossi la madre e lei la figlia. L’ impulso a proteggerla, a ripararla che sembrava aver guidato suo padre, mio nonno, e mio padre, suo marito, prendeva anche me.

Mia madre era  sia per aspetto che per carattere come una fragile porcellana. Il suo viso anche quando sorrideva conservava una vena impercettibile di tristezza. A volte avevo pensato che questa differenza così profonda tra il suo modo di essere e quello di mia nonna potesse essere stato davvero la causa alla base del loro rapporto un po’ teso. Sembrava a tratti come se mia nonna fosse infastidita da qualcosa che era in mia madre e non riuscisse a trattenere il suo fastidio, salvo poi pentirsi un attimo dopo e arrabbiarsi con sé stessa per non essere stata in grado di dominarsi.
Ne derivava un atteggiamento altalenante nei confronti di mia madre, a tratti brusco, a tratti con tentativi di tenerezza per riparare al brusco precedente.
Quelle volte che avevo assistito a queste scene  mi ero accorta che mia madre ne usciva fuori come frastornata, impotente. Vinta.
Mi ero avvicinata in quelle occasioni  a lei,  da piccola inconsapevolmente, chiedendole di starle in braccio, da  grande  cingendole le spalle per farle sentire la mia vicinanza, il mio affetto.
Possono una madre ed una figlia essere così vicine e allo stesso tempo così distanti, mi ero chiesta spesso crescendo e riflettendo su di loro?
Evidentemente si, era la risposta che derivavo dalla osservazione .

segue………………………..


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

1 COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.