Il professore Luciano Tavarozzi

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di Maria Delli Quadri

Luciano Tavarozzi (dettaglio estratto da una foto di gruppo)

Luciano Tavarozzi, più noto come Cî-ano (non come il ben più noto Galeazzo, ma proprio Cî-ano, Cî-ano), era il nostro professore di disegno al Liceo Scientifico che non aveva, all’epoca, nomi di papi o altro, ma si chiamava semplicemente Liceo Scientifico e basta. Era subentrato al professore Erminio Trabucco trasferitosi a  Salerno, perché la sua signora, Mattea Messina, nostra insegnante  di matematica, siciliana, non tollerava il clima degli 800 metri e passa.
Cî-ano, era il fratello maggiore di Ernesto Tavarozzi, ma mai due fratelli erano stati più dissimili tra  loro per indole e carattere: chiassoso e estroverso  il secondo, silenzioso e timido, quasi vergognoso il primo.

Per un lungo periodo di tempo la famiglia Tavarozzi ha abitato nel nostro caseggiato situato in vico Savonarola n°1. Le nostre famiglie erano legate da profonda  amicizia. Liandrea, il padre, faceva  il calzolaio; Lucia, la madre, originaria di Pescolanciano, era donna energica e grande lavoratrice. Poi veniva Luciano e, da ultimo, Ernesto.
I due fratelli, dicevo, erano diversi fra loro: Ernesto, il piccolo, era portato alla comunicazione e aveva il genio del commercio, che era la sua vita. Non a caso e stato capace di realizzare quel grande emporio che ha segnato un’epoca  viva e brillante  per  Agnone,  un faro luminoso per gli abitanti del luogo e  per le popolazioni dell’ hinterland.  La  ricchezza e  varietà della merce era quasi il preludio dei moderni centri commerciali. Il dott. Luigi D’ Onofrio lo chiamava “l’uomo dal multiforme ingegno”, perché (e rideva mentre lo diceva) “vende di tutto,  perfino i termometri!”.

Lucia e Liandrea (foto di Gabry Tavarozzi)

Ma torniamo a Luciano che è il protagonista della nostra storia. Pittore e artista, era portato al silenzio e alla meditazione. Tanto era chiacchierone Ernesto, quanto era laconico e silenzioso, ritroso e schivo Luciano, sì da apparire scorbutico. Un aneddoto che ne descrive la personalità è il seguente: era l’onomastico di mio padre che si chiamava Giuseppe. Luciano scese al nostro piano per fargli gli auguri. Si sedette, dopo di che io mi accostai per offrirgli dei dolci e del vino o liquore, non ricordo. Lui mi fermò esclamando: “No grazie! Ho mangiato e bevuto a casa mia”. Quando entrava o usciva, saliva o scendeva le due rampe di scale, lo faceva in totale silenzio e  noi non ce ne accorgevamo mai, tanto era defilato.

Opera grafica del prof. Tavarozzi (1961)

Cî-ano era pittore, scultore e grafico. Una delle sue opere giovanili, che per molti anni ha allietato la mia casa, è stata una scultura in gesso che riproduceva la testa di mia sorella Laura.  Questa rimase per molti anni in casa, poi, non saprei dire perché, finì in soffitta, e da lì la stessa misteriosamente sparì, probabilmente rimossa  dall’autore stesso.
Abitando tutti nello stesso stabile i rapporti erano molto stretti e si viveva in armonia, quasi un’unica famiglia. Quando Luciano si sposò, per festeggiare e invitare parenti e amici, Lucia chiese di utilizzare la sala della nostra casa, l’unico locale veramente grande di tutto l’edificio. Alla parete fu addossato un divano rosso, prestato non ricordo da chi, su cui sedevano gli sposi e fu, per quell’epoca, festa grande. Sempre in quella occasione  potemmo vedere per la prima volta Luciano sorridere e superare la sua innata ritrosia.

Dopo sposato, andò ad abitare altrove, sempre ad Agnone. Quando veniva a trovare i genitori, come suo solito, saliva i venti scalini in assoluto silenzio. Il leggero fruscio che produceva si sarebbe potuto scambiare per quello di un gatto: “è Cî-ano” dicevamo.

Fisicamente era piuttosto magro e spigoloso; non molto alto di statura, con i lineamenti del viso squadrati, con una leggera calvizie, con lo sguardo schivo che non si allungava mai  a guardare l’interlocutore direttamente. Quello che più colpiva in lui era lo spiccato accento agnonese, con le vocali  “E” e “O” strette e pronunciate, come tutti i compaesani.. Parlava poco con frasi essenziali e di facile approccio.

Frequentava una larga comitiva che amava riunirsi per qualche “merenda” fuori porta, in quel  di  San Lorenzo.  Quando era con gli amici si trasformava e diventava spiritoso, allegro e  narratore di aneddoti e barzellette.

1960: una rara foto in cui compare il prof. Tavarozzi e da cui è tratto il dettaglio del suo volto (foto di Olga Sabelli)

Come docente conosceva benissimo la materia d’insegnamento ed era anche molto pignolo. All’epoca il disegno era una parte importante del programma del tempo, avevamo anche la prova all’esame di maturità che durava ben 8 ore. Col pennino speciale e con l’inchiostro di china eseguivamo le nostre tavole che erano riproduzioni di monumenti  famosi dell’antichità: dal Partenone all’Eretteo, dai templi di Paestum a quelli di Siracusa, dalla cupola di San Pietro a quella del Brunelleschi. Quindi c’erano le colonne doriche, ioniche e corinzie, con le loro diverse scanalature, i capitelli, le volute, le foglie d’àcanto.

Una delle sue domande di teoria era: “Quante scanalature ha la colonna ionica, 20 o 45?”  Noi tiravamo a indovinare e rispondevamo: “28” e lui, trionfante per averci colto in castagna, esclamava: “Possono essere  16 o 20” e  noi restavamo spiazzati, al che lui rideva ironico della nostra ignoranza.

Talvolta, durante le ore di lezione,  il bidello Armando bussava alla porta, poi, affacciandosi, esclamava: “Professore, il preside vi desidera”. Così , dopo averci avviati al lavoro, sicuro che non avremmo fatto chiasso, piano piano sgusciava fuori chiudendosi, in silenzio, la porta alle spalle. Eravamo meno di  una decina di alunni, molto tranquilli, confinati in quell’auletta piccola, stretta e lunga del palazzo Apollonio sito in Largo Marsala alla Ripa. Sapendoci intenti al lavoro, andava  a colloquio con chi l’aveva fatto chiamare, in segreteria o in presidenza. Si fidava di noi e della nostra educazione, sicuro di poterci comunque controllare, anche a distanza, basandosi sul mormorio sommesso o concitato  delle nostre voci. A quei tempi non c’era nulla di male a lasciare una classe incustodita, perché la disciplina inculcataci dalle famiglie e dalla scuola era  talmente ferrea che noi eravamo terrorizzati; infatti,  in caso di disubbidienza, ci aspettava il resto poco piacevole a casa. Oggi una situazione simile non sarebbe consigliabile ad un insegnante: lasciare gli alunni potrebbe essere motivo di violenze e denunce.  Da parte nostra, per quanto tranquilli, salutavamo con sollievo l’uscita discreta  del professore e, buoni buoni, con la porta chiusa come lui l’aveva lasciata, iniziavamo a parlare delle nostre “cose” senza dare in escandescenze e continuando a disegnare.

Ma, in tutte le storie c’è sempre un ma. Eravamo educati, ma non ebeti. Come fu, come non fu, un bel giorno fummo presi da un raptus. Non appena lui tolse “il disturbo”, scattammo tutti in piedi pronti ad architettare qualche marachella. Tra un “sì” e un “no”, mi ritrovai seduta su una sedia issata sulla cattedra, pronta ad arringare il mio popolo come fossi stata la regina Taitù. Così dicevo, con voce altisonante: “Io sono la regina Taitù mangio, bevo e faccio CUCU”. I compagni, chinandosi e agitando sciarpe e cappotti, mormoravano: “Salam, Salam, tu sei la nostra grande Madre e noi ti amiamo sopra ogni altro essere. Proteggici e allontana da noi il maleficio!”. Io alzavo la mano e li benedicevo salmodiando, come facevano i preti nel confessionale: “Benedico et absolvo vos, quia parvuli estis” (benedico e vi assolvo, perché siete fanciulli).

Ed ecco che mentre i compagni-sudditi si genuflettevano di fronte alla mia persona con la testa china e con le gambe piegate,, la porta si spalancò e Luciano, forse richiamato dalle nostre voci concitate, rientrò come una furia. Nella foga mi precipitai giù dalla sedia e dalla cattedra a rischio di rompermi l’osso del collo e atterrai malamente sul pavimento. Il professore, livido di rabbia, gridò “Vi sospendo tutti”.  Poi “la pena” fu commutata in “accompagnamento dei genitori”.

A casa non dissi nulla dell’accaduto e pregai zia Lina Garibaldi, sorella di mio padre,  che gestiva un Sale e Tabacchi poco lontano dalla scuola, di fare le sue veci. La donna il giorno dopo fu puntuale, ma il preside, l’avv. Giuseppe Marinelli, non accettò il mio compromesso e mandò a chiamare mio padre. Fummo solo in due a pagare le conseguenze della vicenda: Nicola Paolantonio che si buscò la coppola del padre, unta e bisunta, scagliata con forza  sul piatto della minestra posata sul tavolo ed io. Inutile raccontare come finì la storia: ceffoni  sul viso e grida. Mio padre non aveva l’abitudine di usare le mani con noi, ma quella volta non volle sentire ragioni, ammesso che io avessi avuto il coraggio di esporle. Tutti gli altri, fortunati loro, se la passarono liscia con solo qualche  rimprovero più o meno morbido. Le esuberanze giovanili erano a quei tempi  un peccato mortale.

Luciano non  è stato, da noi alunni, mai dimenticato. Oggi non è più in vita, come tutta la sua famiglia di origine; ma il ricordo di questi piccoli episodi della mia vita scolastica sono rimasti indelebili nella memoria.

Agli esami di maturità (giugno ’54) mi capitò, come monumento da riprodurre, la cupola di Santa. Maria Del Fiore a Firenze. Grazie agli insegnamenti di Cî-ano, andai spedita verso la meta. Alla prima sessione, quella di luglio, fummo promossi solo in tre: Giustina Diana (di Poggio Sannita), Placido Amicone ed io. La memoria di quell’esame è rimasta a lungo nel mio ricordo perché, è vero, la prova suddetta è stata  ed è ancora un punto di svolta nella vita di ognuno di noi. Gli altri tre o quattro furono promossi a ottobre, tutto il resto della classe fu respinto.

Sono andata via dal mio paese nel luglio del 1964 e del professore non ho avuto  più notizie particolareggiate. Mi risulta che i quattro figli nati dal matrimonio si sono fatti onore nella loro vita. Di essi una sola, una donna, è rimasta in paese così come la vedova, signora  bella e avvenente.

Non ho più avuto modo di  ammirare le sue opere, ma voglio pensare che il suo talento di artista sia stato consegnato alla storia dell’arte e della pittura agnonese. Non so dove siano oggi le sue opere: mi piacerebbe sentirmi dire che il comune prima o poi intende organizzare una mostra per celebrare il suo ricordo, la sua bravura, il suo spirito libero e, a suo modo, anticonformista.

1 COMMENTO

  1. Cara Maria, il pregio della tua scrittura è senz’altro pari al pregio del tuo carattere: studiosa ed attenta, spigliata e allegra quanto basta,per tener viva l’attenzione di noi lettori, che riviviamo con te qualche immancabile marachella scolastica… e la memoria dei nostri professori del tempo!!

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