Il Passaggio alla rosa

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di Maria Delli Quadri [1]

annunziata
Agnone – facciata della chiesa dell’Annunziata

In prossimità della chiesa dell’ Annunziata di Agnone ci sono dei giardini che erano, un tempo, molto curati  e sicuramente lo sono tuttora. Per questo, io ricordo, erano una festa di colori e di profumi per la grande quantità di rose che spuntavano, una dopo l’altra, per tutta l’estate e parte dell’autunno.

In due di questi giardini, sopraelevati rispetto alle abitazioni, si svolgeva ogni anno, il 25 marzo, festa dell’Annunziata, un rito particolare che, ancora oggi a parlarne, ha del magico e del miracoloso: il passaggio alla rosa.

I due giardini, confinanti tra loro, erano di proprietà rispettivamente di Antonino Cocucci e di Antonino Bartolomeo, marito, quest’ultimo, di zia Custode, sorella di mio padre. In questi luoghi ameni e ridenti, forse per la buona esposizione, al riparo dalle intemperie, rimanevano anche in inverno, ben dritti, cespi spogli di rose a mazzetti che a primavera sarebbero fioriti di nuovo, avrebbero ridato vita e colore al mondo circostante, avrebbero deliziato lo sguardo dell’osservatore e inondato l’aria di profumi inebrianti.

la rosa a mazzetti usata per il rito
La rosa a mazzetti usata per il rito

All’approssimarsi della ricorrenza di questa festa particolarmente sentita, i gambi più robusti, prescelti per il delicato intervento e ancora privi del fiore, venivano trinciati di netto verticalmente con un coltello appuntito, sapientemente maneggiato dal “compare”, persona di fiducia della famiglia a cui apparteneva il bambino che sarebbe poi stato “passato alla rosa”.
Su ognuno degli steli, sempre il “compare”, aveva attaccato già  in precedenza un foglietto di carta con su scritto nome e cognome del bambino. Dico “bambino” e non “bambina” perché il male da combattere era di solito un’ernia che compariva sul corpicino del maschietto, più soggetto a questo inconveniente, rispetto alla femminuccia. Infatti si cercava di non far piangere tanto i pargoli per  timore che uno sforzo eccessivo potesse portare con sé il male.
La famiglia proprietaria del giardino già era stata avvisata precedentemente che in quel giorno, 25 marzo, sarebbero stati quattro o cinque gli ospiti, del paese o venuti dal contado, per affrontare la prova. A volte perfino il medico consigliava tale pratica, forse perché la responsabilità di un intervento non era alla sua portata ed egli, in cuor suo, sperava in una guarigione naturale.
Gli ospitanti non chiedevano danaro, ma accettavano, senza alcun obbligo di ricompensa, un piccolo dono in natura, come uova, un pollo o altro.
Fino a trent’anni fa i famosi giardini dell’Annunziata hanno svolto questo compito un po’ surreale; poi la tradizione si è persa e oggi nessuno pensa di ricorrere alle stesse pratiche, anche perché non ci sarebbero più gli attori e le comparse. Il rito non era solo prerogativa di Agnone: anche a Sulmona, nella omonima chiesa dell’Annunziata o a Poggio Sannita c’era la medesima usanza; in quest’ultimo paese, dove la cerimonia veniva chiamata “passata arborea“, le rose dovevano essere di macchia e non coltivate.

Le due abitazioni (2° e 3° nella foto), nei cui giardini si trovava la rosa – Sullo sfondo la chiesa

Il rito

25 marzo, festa dell’Annunziata! Nella chiesa, addobbata a festa, accorrevano numerosi i fedeli, accompagnati dallo scampanio solenne, vicino e lontano. Tutti erano ansiosi di assistere non solo alla messa, ma anche e soprattutto alla cerimonia che, in parte, si svolgeva anche all’interno del luogo sacro.
Al suono dell’organo entravano le mamme dei bimbi prescelti, di 2 o massimo 3 anni, emozionate, commosse, ansiose, con l’animo sospeso e proiettato al dopo, quando i loro piccoli sarebbero stati i protagonisti della funzione. Ognuna di loro stringeva al petto il figlioletto e, con delicatezza tutta materna, cominciava a denudarlo, per avvolgerlo poi con una coperta ben calda. Erano naturalmente sedute ai primi posti, riservati proprio per loro, mentre la folla, curiosa, cercava in tutti i modi di allungare il collo per osservare meglio. Non c’erano flash, né telefonini che lampeggiassero; c’erano solo i sacerdoti che celebravano, l’organo che suonava e diffondeva le melodie sacre in tutta la navata.

Al Gloria, il papà (o chi per lui), e non la mamma che rimaneva invece in chiesa, prendeva in braccio il bimbo e correva verso uno dei due giardini, seguito da qualche parente o amico, mentre le campane suonavano a distesa per accompagnare questa marcia devota e consacrata.
Intanto nel giardino prescelto l’attesa era grande: il compare e le persone di casa, tutti erano pronti … Si respirava un’aria di magia. Con qualunque tempo, pioggia, neve, vento, grandine o magari un tenue solicello di marzo il mondo diventava ovattato, tutti i rumori e le sensazioni si annullavano, i partecipanti, avvolti da un’ atmosfera di amore, nel calore della fede, facevano ognuno la propria parte, compiendo con calma tutti i gesti necessari: mentre il compare allargava in due parti il gambo già trinciato della rosa, mantenendole ben separate come due ali librate verso l’alto, il padre vi faceva passare il bimbo, nudo, per tre volte, tenendolo ben saldo tra le braccia e recitando nel frattempo l’Ave Maria o la Salve Regina. Il passaggio avveniva senza che al piccolo fossero procurate scorticature o lacerazioni causate da eventuali asperità rimaste negli steli.

Le campane a festa, il bimbo come un novello Gesù, nudo, passato alla rosa, le preghiere recitate con fede e devozione, avvolgevano questo piccolo mondo, escludendo  tutto il resto dell’umanità pur sofferente fuori dal recinto ideale, dove stava, forse, per compiersi il miracolo.

Poi, quando tutto era terminato, il papà riavvolgeva il bimbo nella coperta, di corsa tornava in chiesa mentre le campane continuavano a suonare a distesa, e riconsegnava il piccolino alla mamma in trepida attesa. Questa, aiutata da una parente, provvedeva a rivestire il figlioletto con abiti nuovi di zecca, dovendo lasciare quelli vecchi alla chiesa, bene appesi ad una gruccia, come ex voto (anche nella chiesetta di Santa Lucia in Agnone si lasciavano gli abiti dei miracolati).
La messa volgeva al temine e tutto forse si era compiuto.
Il compare era intanto rimasto nel giardino per ricomporre con lacci e foglie lo stelo trinciato. Con provate abilità ed esperienza, manovrava il ramo perché tornasse ad essere come prima. Il tempo avrebbe dato il suo responso: se dopo un anno la rosa fosse rifiorita, il bambino sarebbe magicamente guarito dal suo male e la fede avrebbe avuto ragione della scienza.
Riti, magie e credenze tramandate nei secoli dalla tradizione popolare.

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[1] Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti.

Copyright  Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

 

7 Commenti

  1. Io ho il seguente ricordo: ero molto piccola e stavo a casa di mia zia. Nessuno mi aveva detto niente e, senza chiedere il permesso salii nel giardino (dico salire perché essendo sopraelevato vi si accedeva da una scaletta). Arrivata sopra vidi un bambinello nudo, avrà avuto pochi mesi, che un uomo faceva passare attraverso lo stelo spaccato della rosa che mia zia, che faceva da officiante, teneva allargato. Il bambino, roseo e paffutello, non piangeva affatto. 
    Questa fotografia, che mi porto in testa da allora ben stampata nella memoria, mi ha sempre incuriosito ma non ho mai indagato. Tempo fa un intervento di Raffaele Di Ciocco me lo ha riportato alla memoria e così l’episodio è tornato a galla. Maria ha fatto ricerche e con la sua maestria, gli ha dato forma letteraria creando questo piccolo capolavoro.

  2. Ignoravo l’ esistenza di questo rito, Maria con la sua bravura mi ha fatto vivere tutta la magia di questa credenza popolare

  3. Non ne avevo mai sentito parlare, ma era un rito bellissimo, peccato si sia perso. Grazie Maria, leggerti è un vero balsamo

  4. Cara Maria, che magnifico inedito racconto; AL MIO PAESE NON L’HO MAI SENTITO !
    Fantastico e inusuale rito, magico e in fondo anche religioso, di quella religiosità antica, tradizionale, che sapeva anche un po’ di paganesimo…
    Ma che importava? La fede certo più grande dei nostri avi… ERA quella che compiva il miracolo !
    Se ancora alla tua memoria si riaffacciano antiche usanze, prego raccontacele : è un piacere leggerti.

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