Il mondo di Maria: Campobasso

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Campobasso di una volta

Sono andata via alla chetichella dalla mia abitazione storica di via Monforte 25, nel capoluogo regionale, per motivi tutt’altro che contingenti, in gran parte dovuti alle condizioni di salute. Ora sono residente a Capracotta, nella casa dove ho avuto sempre il domicilio, ma provo un gran rimpianto per la città capoluogo, rimpianto affievolito e consolato dai lunghi anni trascorsi in questa città dove ho insegnato per 40 anni.

La mia abitazione è stata per tanto tempo un attico molto panoramico, al quinto piano (100 scale senza ascensore): dall’alto del terrazzo prospiciente tutta la parete esterna potevo scorgere, innevata, la Maiella, dall’altra parte le Mainarde, al centro il massiccio baluardo di Frosolone, irto di pale eoliche, tanti paesini che occhieggiano nella notte, monte Campo, monte Capraro, Pietrabbondante, monte s. Onofrio… Purtroppo non vedevo Agnone, il mio paese.

Il castello Monforte

La collina Monforte, simbolo della città col suo castello imponente e massiccio, testimone di un’epoca forte e potente, sovrasta l’abitato e io godevo della veduta straordinaria della parte più alta della città, rimboschita e verdeggiante. Case e casupole si addossano lungo il pendio, come un presepe. ll panorama della città a valle si stendeva, incompleto, davanti al mio sguardo e di notte, quando tutte le luci si accendevano, la collina di Oratino mi appariva in tutto il suo splendore. Io la chiamavo LOS ANGELES.

Panorama notturno (foto di Carmine Scarinci)

Il  terrazzo era gioia e delizia nelle stagioni intermedie, area di gioco e di passatempi; d’inverno, invece, le correnti di bora e maestrale provenienti dalla Maiella si rincorrevano e si scontravano come furie scatenate uscite dall’otre di Eolo, sibilando e facendo tintinnare i vetri, gli spifferi entravano e uscivano. Ricordo spesso il gelo della casa: Freddo cane!! Studiavamo con le coperte e lo scaldino; la gioventù però  ci veniva in aiuto.
A giugno la calura ci soffocava; con le serrande abbassate, il sole tramontava come una palla di fuoco dietro i monti, ma erano ormai circa le nove di sera. Allora si respirava, si usciva sul terrazzo, s’intrecciavano i giochi: mentre mio figlio Vincenzo si divertiva con un triciclo a paparella, mia figlia Carla come un maschiaccio gli scaricava addosso le bolle di sapone e il bimbo piangeva a fontanella; più in là Luisa, la tata, con la figlia Maria e “Tutanna” (Susanna tutta panna), il pupazzo grande del formaggini MIO, assistevano alla scena. “Tutanna” era il pupazzo di Carla e “Tottattotto” era l’orsacchiotto di Vincenzo. Più tardi, dopo la distruzione bellica di “Tottattotto”, arrivò “Pandino” (un piccolo panda).

L’interno della casa era una bomboniera: raccolto, con le tende chiuse, sembrava di vivere fuori dal mondo, senza più rumori di macchine, solo con il telegiornale. La tavola apparecchiata per 4, il soffitto di legno, i lampadari, lo studio con molti libri, luci in quantità, giochi e giochini sparsi, libri dappertutto.

In alto Carla con la tata Luisa e “Tutanna”; a destra Vincenzo e Carla con “Tottattoto”

 

 

 

 

 

 

 

Io cantavo, soprattutto a Carla, canzoni dolci e melodiche come “Carissimo Pinocchio”, “Kalinka” e “Mezzanotte a Mosca”. Lei ascoltava con gli occhioni sgranati. E poi recitavo fiabe ,filastrocche e nenie. Vincenzo, apparentemente indifferente a queste tenerezze, giocava su una stuoia di paglia, con costruzioni Lego e macchinucce.
Ciccio Bello, Le Barbie, Big Jim, quest’ultimo continuamente strattonato da Vincenzo, erano i compagni dei loro giochi. I compiti li facevano di pomeriggio, ognuno al suo tavolo. Il ragazzo puntualmente chiedeva: “Con quale penna scrivo, con la blù o la nera?” Io dicevo “Con la nera” e lui: “Va bene, con la blu”.

La TV offriva l’intervallo per i cartoni animati: Heidi, Remi, Lady Oscar, poi si usciva per fare la spesa, quindi a casa per la cena. Prima di cena si assisteva a “Furia cavallo del West” e, dopo Carosello, a nanna.
E poi, su e giù per le 100 scale: si andava e si veniva con naturalezza, solo i bimbi facevano difficoltà; e allora la tata Luisa, zoppa di oltre 15 cm, li afferrava in braccio e, cantando una filastrocca, diceva: “Tirullì, tirullà l’uosse rutte port u san”. Al quinto piano li lasciava, soddisfatti di essere andati in carrozza.

La mattina, la colazione: latte, la ciambella fatta da me, zuppa inglese, gli Oro Saiwa o i Gran Turchese, Pavesini…; seduti attorno al tavolo, lo zaino già pronto poi… via di corsa! Alle 8,30 tutti a scuola. La casa rimaneva silenziosa e, forse, anche triste. Una volta a settimana, dopo il bagnetto, come premio per essere stati bravi, un goccino di vermouth, una dolcezza di cui erano ghiotti e che aspettavano con ansia.
A pranzo tutti a tavola; ognuno dei ragazzi  avrebbe voluto  raccontare le sue esperienze, ma noi adulti che avevamo la testa come un tamburo, facevamo fare silenzio, mentre il loro cinguettio si smorzava lentamente.

Il cancello all’ingesso della mia casa, in via Monforte

La mia narrazione non segue un filo cronologico, né potrebbe, ma segue l’onda dei ricordi così come vagono nella mia mente. Oggi il palazzo è dotato di ascensore, il riscaldamento è stato potenziato. La casa è molto bella, ma tutti siamo andati via: ogni tanto qualcuno torna a cercare lo spirito antico: quello non c’è, ma una sua parvenza di intimità la trova sui quadri, sulle librerie, se guarda Pavese, Gadda,  Primo Levi e tanti altri ancora.

Che bella la mia casa!!

Ho cercato di essere una buona madre, affettuosa, garbata nei modi, accorta. Ho sempre insegnato loro l’amore fra loro, il rispetto per gli  altri.
A questo voglio aggiungere l’omaggio  per la città che mi ha accolta, mi ha ospitata, mi ha stimata e apprezzata come insegnante.

Campobasso, la Citta’ dei Misteri, delle Vie Crucis , della Processione del Venerdì Santo, del “Teco vorrei Signore”, dello Zucct-e-zzu¹


¹Zucct-e-zzu: canto caratteristico della settimana che precede la Domenica delle Palme

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[1] Maria Delli Quadri: Molisana di Agnone (IS), prof.ssa di Lettere, oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti. In questa rubrica Maria volge lo sguardo sul mondo almosaviano e nascono pensieri e ricordi.

EditingFlora Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine

2 Commenti

  1. Cara Maria, col tuo bel racconto, seguendo l’onda vagante dei tuoi ricordi, mi hai procurato un’onda di sincera commozione, perché mi sono un po’ ritrovata nella tua routine di vita:insegnante-35 anni- due figli, in un appartamento a CHIETI, con un vasto panorama al 6 piano -con ascensore- dove i figli son cresciuti tra scuola, compiti e “carosello” … MA POI… CIOè ORA … QUANTO TEMPO è PASSATO! INSOMMA vorrei affidarti la scrittura anche dei miei ricordi…perchè tu lo sai fare molto, molto bene, da vera prof. COMPLIMENTI.

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