Il monastero di S. Croce di Verrino: scampoli celestiniani tra Capracotta e Agnone

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di Francesco Mendozzi 

Est locus Aprutii, cui profert accola nomen
Molisium, patriæ huic quondam, vel parte Laboris terræ…

Sono fermamente convinto che qualsiasi studio sui secoli XIII-XV in Alto Molise non possa prescindere dall’influenza esercitata dal priorato celestiniano di Agnone. Dico questo perché Pietro da Morrone, futuro papa Celestino V, canonizzato dalla Chiesa nel lontanissimo 1313, ha impresso un solco così profondo nell’establishment cattolico del suo tempo che le conseguenze sono ravvisabili persino nel secondo ’900, a partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

Papa Celestino V

In pochissimi anni, difatti, il celestinianesimo si allargò a macchia d’olio dalle montagne della Majella verso Isernia, dove tra il 1272 e il 1275 venne fondato il monastero di S. Spirito. Di lì, sull’onda della novità teologica, anche Trivento ne risultò contagiata, tanto che nel 1290 – ben quattro anni prima dell’elezione al soglio pontificio di Pietro Angelerio – in località Montepiano sorse un cenobio intitolato alla Madonna. Nel 1292 la badessa di S. Chiara di Isernia vendette poi alla congregazione celestiniana rappresentata dal monaco Tommaso di Agnone, la Chiesa di S. Maria, situata proprio in terra d’Agnone, corredando la cessione di tutte quelle proprietà a essa spettanti: stando agli studi del prof. Bruno Figliuolo, l’acquisto era stato favorito e sovvenzionato dall’Università di Agnone che forse intendeva così incrementare il dato spirituale della propria comunità.

Appare evidente che, al momento dell’elezione papale avvenuta il 29 agosto 1294, le città di Isernia, Trivento e Agnone ospitavano un monastero celestiniano ciascuna, ufficializzati dallo stesso Celestino V con bolla del 27 settembre 1294.

Chiesa di S. Maria a Majella

Tralasciando Trivento e Isernia – la prima perché non si può dire con esattezza dove sorgesse il priorato, la seconda perché esterna all’area altosannitica – mi concentrerò qui sul cenobio celestiniano di Agnone, di cui oggi sopravvive l’antica Chiesa di S. Maria a Majella, e in particolare sulla Chiesa di S. Croce di Verrino, dipendente dal monastero di Agnone. La fortuna della congregazione celestiniana agnonese, al pari delle altre, risiedette nella «fama di santità del suo fondatore e dei di lui compagni, [e] si guadagnò in breve la considerazione delle popolazioni delle zone in cui operava, suscitandone, insieme alla pietas, una concreta generosità, che si manifestò nel flusso delle donazioni, cui parteciparono in misura significativa anche gli strati sociali più alti della società locale».

Ebbene, lo storico larinese Ugo Pietrantonio (1917-2004) sostiene che al 1433 la conventualità del monastero di S. Croce di Verrino fosse già estinta ma poco dice dell’ospedale annesso a quella chiesa – com’era prassi dell’Ordo Cœlestinorum di provvedere a strutture assistenziali – e, soprattutto, è piuttosto paradossale che una carta topografica del 1700 firmata da Giovanni Pizzella e una del 1815 evidenzino i confini del feudo verrinese di S. Croce con tanto di chiesa, ospedale e i cosiddetti casalini, gli abituri della gente di campagna. Sulla base della storiografia più recente il priorato di S. Maria a Majella termina la propria attività soltanto dopo il 1789, in ottemperanza alle leggi sulla soppressione degli ordini monastici promulgate dai francesi in Italia.

Per quanto concerne la Chiesa di S. Croce di Verrino va detto che il 20 agosto 1443 – dieci anni dopo la data di presunta estinzione formulata dal Pietrantonio – essa risulta parte in causa tra i monaci celestini di S. Spirito del Morrone e Giuliano da Macchia, «da loro accusato di averli spogliati del possesso di quella chiesa». Il nome di Giuliano fa pensare al casato che tenne Macchia almeno fino al tardo XVII secolo, quando anche padre Carlo Borrello scriveva che, per Agnone, «Robertus de Maccla, & fratres eius tenent de supradicto Guillelmo Macclam feudum 1 militis».

Pianta topografica del 1700 del feudo di S. Croce di Verrino in territorio di Capracotta

La storia del monastero verrinese è fatta di donazioni e oblazioni, e i documenti conservati presso l’archivio della Curia vescovile di Trivento non fanno che riportarne soltanto le informazioni amministrativo-burocratiche: nomi, date e somme in danaro. Per conoscere quale fosse l’attività religiosa svolta in quella chiesa, non si può far altro che desumerla dal numero dei conventuali, probabilmente pochi, visto che la nomina ad abate del monastero di S. Croce di Verrino era spesso un incarico aggiuntivo per chi di fatto risiedeva nel cenobio di S. Maria a Majella. È il caso di Marino di Agnone (o da Anglona) – uno dei nomi maggiormente ricorrenti negli annali del celestinianesimo altomolisano –, procuratore ed economo del priorato agnonese e, al contempo, rettore e poi abate della Chiesa di S. Croce, un frate spesso alle prese con cause terriere.

L’encomiabile lavoro di geolocalizzazione effettuato dall’associazione culturale capracottese “Terravecchia” nel dicembre 2010 – nelle persone di Pasqualino Potena, Michele Carnevale e Sebastiano Conti – ha portato ad ipotizzare che il luogo in cui sorgesse la chiesa celestiniana di S. Croce fosse ampiamente in territorio di Capracotta, nelle immediate vicinanze dell’odierno Parco fluviale del Verrino.

Il probabile sito in cui sorgeva il monastero di S. Croce di Verrino (foto: S. Conti)

Sebbene non vi siano prove murarie sufficientemente consistenti per confermare o meno l’ipotesi dei ricercatori capracottesi, posso dire che nella traduzione della “Narratio historica” che ho firmato per “L’inaudito e crudelissimo racconto” – il mio ultimo libro –, ho avuto modo di scoprire che uno dei protagonisti, il calvinista slovacco György Lányi (1646-1701), durante la sua fuga del maggio 1675 che da Capracotta lo riportò in Germania, ebbe modo di ripararsi dalla pioggia battente in una piccola chiesetta (aedes) di Guastra da cui era possibile vedere casali diruti, molto probabilmente quelli di S. Croce o di S. Nicola della Macchia, la località più prossima.

Una prova, questa, che avvalora il persistere della congregazione celestiniana in Alto Molise da cui promana tuttora un dolce odore di alpestre santità.


Bibliografia di riferimento:

  • A. Frugoni, Celestiniana, Ist. Storico Italiano per il Medioevo, Roma 1954;
  • B. Figliuolo, I priorati celestiniani molisani di Trivento e Agnone dalle origini alla soppressione (secoli XIII-XIX), in G. Barone, A. Esposito e C. Frova (a cura di), Ricerca come incontro. Archeologi, paleografi e storici per Paolo Delogu, Viella, Roma 2013;
  • C. Borrello, Vindex neapolitanæ nobilitatis animadversio in Francisci Ælii Marchesii, vol. II, Ægidium Longum, Neapoli 1653;
  • F. Bozza, Lezioni di storia celestiniana, Homeless Book, Faenza 2014;
  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016;
  • F. Mendozzi, L’inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018;
  • G. Lányi, Narratio historica, crudelissimæ & ab hominum memoria nunquam auditæ captivitatis papisticæ, necnon ex eadem liberationis miraculosæ, Lipsiæ 1676;
  • J. Aurelien, La vie admirable de notre glorieux père saint Pierre Célestin, Louis Guérin, Bar-le-Duc 1873;
  • K. Borchardt, Die Cölestiner. Eine Mönchsgemeinschaft des späteren Mittelalters, Matthiesen, Husum 1994;
  • L. Gatto, Celestino V: pontefice e santo, Bulzoni, Roma 2006;
  • L. Pellegrini, «Che sono queste novità?». Le “religiones novæ” in Italia meridionale (secoli XIII-XIV), Liguori, Napoli 2000;
  • M.G. Del Fuoco e L. Pellegrini (a cura di), Da Celestino V all’«Ordo Cœlestinorum», Lib. Colacchi, L’Aquila 2005;
  • U. Paoli, Fonti per la storia della congregazione celestina nell’Archivio segreto vaticano, Centro Storico Benedettino Italiano, Cesena 2004;
  • U. Pietrantonio, Il monachesimo benedettino in Abruzzo e Molise, Carabba, Lanciano 1988.

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