Il Molise esiste … con troppe pecche e storture

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I dati ufficiali dicono che il Servizio Sanitario Nazionale consente che ogni regione abbia, rispetto alla popolazione, le stesse risorse, la stessa quantità e qualità di personale e, a grosse linee, le stesse procedure e la stessa organizzazione. 

Perché in alcune regioni, quasi tutte al Nord, la Sanità è una eccellenza a livello mondiale e in diverse regioni del centro-sud essa langue a livelli del terzo mondo? 

Sicuramente il problema sta nel sistema di gestione, negli apparati burocratici e nelle persone che quel sistema e quegli apparati dovrebbero far funzionare. 

Nunzia Zarlenga e sua sorella Loredana ci offrono uno spaccato desolante di quel che succede in Altosannio e, in particolare, nell’ Alto Molise della regione Molise. E noi di Altosannio non possiamo non associarci a questa situazione davvero incresciosa e foriera di molti problemi per i cittadini del territorio.

Nota di Enzo C. Delli Quadri

Il Molise esiste…purtroppo!

Tempo fa, quando una di noi due (Loredana) teneva corsi sulla “qualità dei servizi” e sulle tecniche di “Analisi e miglioramento dei processi”, un canadese le disse “se un autobus parte in ritardo noi ci mettiamo tutti in fila per denunciare l’accaduto perché la protesta sul disservizio è un dovere e non un diritto!”. Abbiamo pensato e ragionato spesso su questa frase, soprattutto quando continuiamo a sorprenderci positivamente già solo per il fatto che un autobus sia in circolazione!

Ed è per questa frase così apparentemente semplice e scontata, ma cosi distante dai nostri comportamenti ormai frutto di rassegnazione, che abbiamo deciso di trasformare il titolo di un tristissimo spaccato di vita personale, “28 giorni di incubo”, in un urlo fortissimo che speriamo possa scuotere tutte le persone spente di fronte al degrado di una condizione che nega il diritto più sacro: il rispetto della dignità della persona.

Ormai assuefatti all’inutilità delle proteste e denunce abbiamo metabolizzato il danno maggiore: la rassegnazione che non ci fa più notare le assurdità e che ha disattivato tutte le energie necessarie alla lotta per riappropriarsi dei propri diritti, per vigilare e pretendere il buon funzionamento della “cosa pubblica”.

E con il racconto dell’accaduto speriamo almeno di essere utili a tutte le persone che per sfortuna si potrebbero trovare nella stessa situazione, e che, per doppia sfortuna, dovranno lottare contro le avversità aggiuntive “meritate” per il solo fatto di vivere in territori di serie Z, come il Molise.

Nostra madre il 25 luglio è stata colpita da un ictus gravissimo che ha tenuto la sua vita attaccata ad un filo per diversi giorni e che l’ha lasciata con il lato sinistro del corpo completamente paralizzato. Un uragano che distrugge la sua autonomia, le nostre vite mediamente serene e che, oltre al pericolo di morte, lascia l’angoscia su quello che potrebbe essere il futuro.

Uscite dall’incubo del pericolo di vita non immaginavamo che saremmo entrate in quello peggiore del sistema sanitario molisano, se non altro perché non accidentale ma provocato dall’uomo.

E, strano a dirsi, tutte le nostre energie, messe cosi a dura prova dall’evento, invece che essere rivolte all’accaduto, alla famiglia, a mia madre, sono state assorbite ingiustamente per occuparsi degli aspetti burocratici della faccenda.

Mamma viene ricoverata ad Isernia, nel reparto di Neurofisiopatologia, con notevole ritardo visto che le due ambulanze del “Caracciolo” erano impegnate in altri interventi e che abbiamo dovuto aspettare quella inviata da Trivento. Abbiamo quindi iniziato nel peggiore dei modi, perdendo le famose 3 ore nelle quali sarebbe stato possibile quanto meno limitare i danni cerebrali.

Ad Isernia lo staff medico salva la vita a nostra madre che è assistita giorno e notte egregiamente da un fantastico personale (che porteremo sempre nel cuore) di alta professionalità, competenza e soprattutto estremamente cortese e umano. Reparto che, per inciso, verrà chiuso a breve e trasferito a Campobasso.

Una volta che la paziente è stabilizzata, si inizia a parlare di riabilitazione e di assistenza per completare il percorso ospedaliero. E qui ha inizio la parte peggiore del film dell’orrore!

Ci viene detto che sarà trasferita presso la Gea Medica di Isernia, struttura che, in quei giorni tristissimi, capiamo essere molto nota a tutti i pazienti e rispettivi familiari che hanno vissuto lo stesso annuncio di trasferimento come una sorta di “deportazione” .

Noi stessi abbiamo avuto esperienze dirette con tale struttura, talmente negative, che portammo via di corsa una nostra parente se non altro per poterle offrire pulizia e un minimo di assistenza “alla persona” prima ancora dell’assistenza sanitaria.

Le condizioni di mamma richiedono una riabilitazione specifica post ictus talmente qualificata che dobbiamo puntare ad avere il massimo delle possibilità per sperare in un minimo di vita futura dignitosa ma, soprattutto lei, consapevole della situazione, NON vuole andarci.

Ci informiamo e decidiamo di portarla in uno dei centri qualificati di Roma, convenzionati col Sistema Sanitario Nazionale (SSN) e nei quali, i cittadini di TUTTE le parti della penisola possono formulare richiesta attraverso la compilazione di moduli da parte dell’ospedale in cui il paziente è ricoverato.

A questa nostra richiesta, evidentemente così esageratamente complicata, i medici rispondono che non possono richiedere trasferimenti ad altre strutture, che non possiamo scegliere dove curarla e che l’unica alternativa è la Gea.

Sulle prime siamo incredule, non capiamo bene cosa ci stiano dicendo. Forse la nostra intelligenza o competenza non è sufficiente ad afferrare quali meccanismi complicati o normative rigorose impediscano a mia madre di fruire di un servizio sanitario definito NAZIONALE.

L’unica cosa che sappiamo per certo è che in Italia il cittadino è libero di scegliere come e dove curarsi: su questo non ci piove, è un diritto.

Riusciamo, con non poca fatica, a contattare direttamente uno dei dirigenti Asrem, precisamente il dott.Lucchetti, nella speranza di riuscire a capire dov’è l’inghippo o, nella nostra ingenua speranza, l’equivoco sorto tra noi e il personale dell’ospedale.

Ci sentiamo rispondere candidamente che è proprio come ci dicono in ospedale:” Non possiamo autorizzare trasferimenti fuori regione, abbiamo l’obbligo di saturare i posti liberi nelle strutture molisane” ( altro che centralità del paziente!) quindi o Gea o niente visto, oltretutto, che mia madre è residente in Molise.

Qualche giorno dopo scopriamo che “l’obbligo“ di cui parla Lucchetti viene da una circolare interna da lui stesso sottoscritta e che comunica alle strutture di riferimento di non effettuare trasferimenti di pazienti fuori regione!

E diventiamo cosi attori del bellissimo gioco di “salta l’ostacolo”, che ogni giorno alza il livello della difficoltà a fronte di una proporzionale perdita di forza ed energia risucchiata dal dolore e dalle notti in ospedale. E ti sembra di avere un pubblico cattivo che guarda i tuoi tentativi goffi di sopravvivenza nella giungla delle regole e che non vede l’ora di vederti soccombere per sentirsi più potente di te.

Dopo attimi di panico pensiamo che se il problema è l’appartenenza al Molise a mali estremi estremi rimedi: cambiamo di corsa la residenza di mia madre. Tutto sommato siamo ancora fortunate! Una di noi risiede a Roma, mamma può richiedere residenza presso una figlia e non costare un euro alla Regione Molise pur essendoci nata e pagato le tasse per una vita. Viaggio al cardiopalma verso Roma, pure il Ferragosto alle porte, ma grazie alla cortesia di un dirigente del Municipio, avviamo il procedimento e tiriamo un sospiro di sollievo per aver risolto. Comunichiamo quindi la novità ai medici: ora la richiesta può partire!

Ma il gioco “salta l’ostacolo” sfodera un altro NO, e questa volta la paletta rossa è la dott.ssa Vilma Sferra della direzione sanitaria del “Veneziale”. Che la mamma non abbia più la residenza in Molise non conta nulla, anzi, a suo dire, abbiamo aggravato la situazione “perché altrimenti prima avremmo potuto trasferirla in un altro distretto sanitario” (o forse intendeva un “distrutto sanitario”??).

Non riusciamo neanche a capire le motivazioni nonostante il nostro modesto livello intellettivo eppure immagino che un cittadino abbia diritto quanto meno a spiegazioni CHIARE da parte di dirigenti amministrativi, a poter visionare una normativa, ad avere un articolo di legge da studiare, ma dobbiamo accontentarci della scienza infusa e della poca capacità comunicativa della signora che ci liquida con un esplicativo “così è”.

E’ chiaro solo che siamo prigionieri nel gioco e che o Gea o morte !

Grottesco, inaccettabile, irrazionale: ostaggi, prigionieri della ASREM .

Piantoniamo mamma, come non lo è stato neanche Riina, nel timore che avvenga il temuto trasferimento in nostra assenza! Dopo diversi giorni di corse, ansie, preoccupazioni e incazzature arriva il fatidico momento in cui ci comunicano che mamma deve lasciare il Veneziale ed andare presso la Gea.

In mancanza di alternative ci assumiamo la responsabilità, firmiamo il rifiuto del ricovero, prenotiamo e paghiamo un’ambulanza privata e via di corsa verso Agnone. La decisione è quella di tenere mamma a casa per qualche giorno mentre cerchiamo di accedere ad una delle strutture qualificate di Roma per via privata, alla modica cifra di non meno di 13 mila euro al mese!!!!Ma siamo disposte a tutto, anche ad accendere un mutuo ciascuno.

Ma il viaggio la stanca, mamma è anche diabetica, capiamo che c’è qualcosa che non va e decidiamo di portarla all’ospedale “Caracciolo” per assicurarci che stia bene.

Conclusione: viene ricoverata nel reparto di Medicina del “Caracciolo” che poi è l’unico rimasto in Agnone.

Spieghiamo al primario Dott. Di Nucci la situazione, che vorremmo portarla a Roma, che non è più neanche agnonese, ma romana. Chi conosce il dott. Di Nucci sa di quanta pacatezza e serietà è dotato per cui, ci dice “e che problema c’è? Faccio io la richiesta a Roma per la riabilitazione“. E così è stato. Dopo qualche giorno, mentre mamma ha continuato a ricevere le cure del caso, il S. Lucia risponde e accetta la richiesta di ammissione. Il 21 agosto, dopo soli 27 giorni di incubo, sempre con ambulanza privata (quella dell’ospedale non ci è concessa dalla direzione sanitaria) mamma è partita ed ha cominciato il suo percorso di speranza.

Il Dott.Di Nucci ha fatto qualcosa di illegale? Assolutamente no! E’ un professionista serio che sa quello che può fare e che mette al primo posto il paziente.

Siamo raccomandate? Assolutamente no! Per altra paziente sarebbe stato lo stesso.

Siamo andate a fondo della vicenda ed è questo che veramente deve interessare tutti voi: ad oggi non c’è alcuna normativa statale che impedisca o limiti la libertà del cittadino che ha DIRITTO DI DECIDERE DOVE E COME CURARSI”. Il SSN è uno e la regione Molise non è uno stato a parte né ci risulta ci sia stata una recente secessione dall’Italia!

Nel maggio 2018 in sede di Conferenza Stato Regioni la Commissione Salute ha SOLO avanzato un’ipotesi di regolamentazione dei trasferimenti fuori regione, ma di fatto NON C’E’ ANCORA ALCUNA NORMA.

Lo stesso coordinatore della Commissione Salute dott. Antonio Saitta dichiara: “Il diritto alla salute è sacrosanto, le prestazioni ad alta complessità non verranno messe in discussione per quelle più semplici invece stiamo studiando un ridimensionamento. Perché non è possibile che un cittadino di Cosenza vada a Milano, in una struttura privata convenzionata con il Sistema sanitario nazionale, per farsi operare al tunnel carpale quando potrebbe fare lo stesso intervento nell’ospedale della sua città. Ecco in casi come questi il rimborso non sarà previsto. Quale sarà il criterio di selezione delle cure dobbiamo ancora deciderlo.” Ci siamo intesi? Ripetiamo: non c’è ancora alcuna norma.

Che valore ha la circolare di Lucchetti? ZERO!

Poteva la Sferra opporsi? NO.

Ma è successo e ci hanno fatto perdere tempo prezioso oltre che causarci ansie, costi e preoccupazioni di cui mamma, che per fortuna ha intatto linguaggio e intelletto, non aveva assolutamente bisogno e che l’hanno portata in uno stato di prostrazione da cui adesso bisognerà risollevarla.

Noi abbiamo sbagliato una sola cosa: a non fare intervenire la Procura, a non farci mettere per iscritto dai dirigenti quanto ci hanno detto, a non formulare per iscritto le nostre richieste in modo da pretendere risposte ufficiali che oggi avremmo esibito in denunce formali. Se mai doveste trovarvi nella stessa situazione non perdete tempo: DENUNCIATE!

NESSUNO può decidere per voi, qualcuno lo dica ai soloni strapagati, incompetenti e superficiali, o forse addirittura servi di una politica che ha mangiato sulle spalle dei molisani: in questa Nazione le leggi le fa lo Stato e i cittadini hanno tutti gli stessi diritti, in Molise come in Lombardia.

Possiamo solo sperare che i politici di questa regione, e non solo, si decidano veramente a tutelare i cittadini da certi abusi di dirigenti presi con buoni sconto, e se c’è qualcuno che legge queste righe, vada a fondo della vicenda!

Conclusione: noi abbiamo risolto, lo dobbiamo alla nostra tenacia, al nostro amore per mamma ma anche alla rabbia che ci fa ribollire il sangue di fronte ad un qualsiasi abuso, ma chi non ha nessuno o non è sufficientemente informato sui propri diritti cosa diventa? Un pezzo di carne da macello?

Mia madre non è più molisana, ho deciso che appena possibile me ne andrò anch’io e la mia famiglia: questa non è una regione per giovani e neanche più per vecchi!

Senza lavoro, senza futuro e neanche un presente dignitoso, senza servizi.

By by Molise, con rancore e con qualche rimpianto, e che il vento porti, dove deve, tutti i discorsi infarciti di belle parole “sulla lotta allo spopolamento”.

Una parola vogliamo spenderla per il “Caracciolo”: invitiamo i “dirigenti sanitari” e i politici che in campagna elettorale hanno fatto passerella, a visitarlo: è davvero ospedale in area disagiata a cui l’unica parola che calza a pennello è “disagiato”.

Tac obsoleta e spesso senza medico, un reparto di medicina con letti arrugginiti, un solo materasso antidecubito funzionante, sedie a rotelle preistoriche, spazi ristretti e tanto altro ancora ormai arcinoto e sotto gli occhi di tutti.

Vi alleghiamo qualche foto. Decidetevi, cosa volete farne?

Ci deve stare poco? Bene, ma quel poco sia di qualità, funzionante, rispettoso della dignità dei malati e di chi ci lavora. Se deve proseguire con il livello attuale assumetevi la responsabilità di chiuderlo: lo diciamo con dolore dopo esserci battute per anni per la sua salvaguardia.

Lasciate le poltrone degli uffici e controllate gli ospedali e le strutture che consigliate, controllate l’operato del personale. Ce n’è tanto per bene ma altrettanto che non merita di portare lo stipendio a casa.

Controllate, ma non negli studi dirigenziali in cui sorseggiate anche il caffè, andate tra le corsie, al capezzale dei malati, parlate con loro, con i loro familiari…e poi datevi una mossa o sotterratevi che almeno piantiamo ceci!

L’arrivo al S. Lucia di Roma, eccellenza della riabilitazione, dopo 28 giorni di incubo, è stato come essere proiettati nel nord Europa, dove tutto funziona. La prima coccola a mamma è stata una doccia dopo 28 giorni, è stato il sorriso e l’accoglienza del personale preparato e cordiale, è stata la solerzia con cui sono stati attivati tutti i controlli medici tra cui persino il supporto psicologico.

E la coccola a noi è stato sollevare le nostre coscienze con la consapevolezza che, nonostante non abbiamo alcuna certezza del suo recupero, nostra madre vedrà esercitato il suo sacrosanto diritto di malato e sperare nel meglio che chiunque dovrebbe avere.

E scendono le lacrime, non tanto per le energie che crollano, ma perché pensiamo che siamo a soli 200 km di distanza, con il ricordo di tutte le persone sofferenti che abbiamo incontrato in questi giorni e per un attimo lo stomaco si contorce perché quello che è un nostro diritto si trasforma in un senso di colpa come se fossimo privilegiati.

Resta una curiosità grandissima: quanti parenti/amici dei Lucchetti o Sferra o chi per loro sono stati ricoverati alla Gea e gli è stato impedito di scegliersi il luogo di cura?

Nunzia e Loredana Zarlenga

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