Il mio 8 settembre, breve esodo

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di Alessandro Delli Quadri

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NOTE DI GUERRA (ndr): Appena due giorni dopo l’annuncio dell’armistizio con gli Alleati e della fine dell’alleanza militare con la Germania, il popolo di Isernia, intorno alle 10,30 del mattino, all’udire del rombo degli aerei amici, accolse con festosi saluti gli anglo-americani che sorvolavano il cielo. Si trattava in effetti di aerei militari americani i quali, inaspettatamente, iniziarono a scaricare sulla città molisana bombe che uccisero circa 4000 persone, radendo al suolo l’intero centro abitato. Secondo diverse ricerche storiche il bombardamento di Isernia si inserisce all’interno di una serie di attacchi “strategici” che l’esercito anglo-americano intraprese sul territorio italiano, al fine di indebolire le linee di resistenza tedesche. In particolare Isernia rappresentava un punto di passaggio fondamentale per i tedeschi verso la Campania e la costa adriatica. Si pensa che uno dei principali obbiettivi del bombardamento fosse il viadotto Cardarelli, ubicato nella zona sud della città, che doveva essere distrutto al fine di interrompere la comunicazione tra l’asse tirrenico e quello adriatico. Nonostante ciò, il viadotto Cardarelli è una delle pochissime strutture cittadine a non aver subito alcun danno dal bombardamento.

Le linee del fronte (ndr)I fronti di guerra tra alleati a sud e tedeschi a nord localizzate nella nostra regione (Abruzzo e Molise) erano sostanzialmente tre e seguivano il corso dei fiumi Biferno, Trigno e Sangro: 1) la linea Viktor-Stellung lungo il Biferno, dall’Alto Volturno a Termoli; 2) la linea Barbara-Stellung  lungo il Trigno, da Isernia a San Salvo; 3) la linea Bernhard-Stellung lungo il Sangro, da Castel di Sangro a Fossacesia, saldata con la linea Gustav, la linea di Cassino che congiungeva il Garigliano con  la foce del Sangro. Agnone, in posizione intermedia tra Trigno e Sangro, ma marginale rispetto ai due fiumi, è stata solo una stazione di passaggio, non coinvolta in nessuna sanguinosa battaglia.

La guerra nella valle del Trigno (ndr)Tra la fine di ottobre e i primi del novembre 1943 la valle del Trigno fu teatro di importanti, per quanto brevi, operazioni belliche, legate agli sviluppi della II guerra mondiale. In quei giorni sulla linea San Salvo-Isernia si attestarono, infatti, e poi si scontrarono, nell’ambíto della cosiddetta “Campagna d’Italia”, da una parte le truppe alleate avanzanti dalla Puglia e dall’Italia meridionale e dall’altra quelle tedesche in ritirata verso il Sangro e il nord della penisola. La popolazione locale, rimasta esposta, spesso indifesa nei confronti di tali operazioni, subì gli eventi alla stregua dí una terribile calamità naturale pagandone le conseguenze in termini di disagi, danni e lutti.

Capracotta, kaputt (ndr): I primi tedeschi arrivarono a Capracotta il 9 settembre 1943 e vi rimasero fino all’11 novembre dello stesso anno. In attuazione della tattica “terra bruciata”, per non lasciare postazioni logistiche alle forze alleate, l’8 novembre, esattamente un mese dopo l’occupazione, tutta la popolazione fu fatta sgomberare dalle case e le squadre addette alla distruzione, per quattro lunghi interminabili giorni, minarono ed incendiarono gran parte del patrimonio edilizio. Nella notte dell’11 novembre i tedeschi partirono da Capracotta lasciando dietro di sé solo macerie e morte.

In questo scenario di guerra si inserisce il racconto di ALESSANDRO DELLI QUADRI che narra dell’esodo delle famiglie da Agnone verso le contrade

L’asino

Il 10 settembre 1943 fu bombardata Isernia. La notizia, appresa per radio e riferita a voce da testimoni oculari, generò tra gli abitanti del Molise, Agnone compreso, apprensione vivissima. Ben più allarmante fu l’arrivo nei giorni successivi di alcuni profughi isernini che, persa la casa, cercavano una qualche sistemazione, soprattutto presso parenti.

Per paura di nuovi bombardamenti e in mancanza di rifugi attrezzati, dopo aver a lungo valutata la cosa, anche in casa mia si prospettò l’eventualità di un’evacuazione in tutta fretta. Mio nonno suggerì di rifugiarci eventualmente nel pagliaio di sua proprietà, alle Macchie (località distante un paio di km, ad est di Agnone). Era un rustico come tanti altri nella nostra campagna, utilizzato come palmento e per riparo dalla pioggia. Aveva, però, pretese archeologiche per essere stato costruito a suo tempo su ruderi di epoca imperiale e ne facevano fede il pavimento in cocciopesto rosa e frammenti di mosaico rimasti qua e là, specie sotto la vasca per la pigiatura dell’uva.

Il palmento, cioè la vasca per pigiare l’uva

Il locale era obbligatoriamente privo di ogni arredo o comfort in quanto, essendo isolato, veniva spesso visitato dai ladri. Occorreva pertanto dotarlo di qualcosa di conveniente, ma non appetibile da parte dei “visitatori” notturni e si pensò a dei sacchi di paglia da tenere lì a disposizione e da utilizzare alla bisogna. Detto, fatto! Lucia, la mezzadra di mia zia Custode a Fiorito (una contrada a due chilometri da Agnone, in direzione sud-ovest)  ci fornì tre sacchi di paglia, prestandoci l’asino per il trasporto. Legati i tre sacchi sul basto della cavalcatura, ebbi l’incarico del trasporto da Fiorito alle Macchie.

All’epoca avevo dodici anni e assunsi il ruolo di “vetturino” con molto sussiego. Da Fiorito, tutt’altra direzione rispetto alle Macchie, fino al paese tutto filò liscio: la bestia conosceva la strada e non ci fu alcun intoppo. Anche l’attraversamento del paese fu abbastanza tranquillo, ci fu qualche problema di “guida”, ma tutto sommato modesto. In fondo il somaro obbediva, anche se a fatica. Per arrivare alle meta, però, bisognava attraversare un fiumiciattolo e fu proprio lì, al guado del vallone delle Macchie, che l’asino si impuntò e non ci fu verso di farglielo attraversare.

Né tirando, né spingendo di lato si riusciva a smuoverlo. Mi ricordai di aver letto da qualche parte che era possibile aver ragione della testardaggine dell’animale coprendogli la testa. Avevo la giacca beige e, sicuro di quello che facevo, me la tolsi. Coprii la testa all’asino e abbottonai l’indumento sotto la gola. L’asino lasciò fare e appena finito, con uno strattone, scrollandosi di dosso la giacca che finì in acqua, prese la rincorsa sulla destra, lungo la corrente. Mi vidi perso! Mi misi a correre inseguendolo, chiamandolo addirittura: “Puccì, Puccì!” (era questo il verso per richiamare l’asino). Girato il gomito del ruscello, lo ritrovai, fermo già sull’altra sponda, quella giusta, che mi aspettava. Fu un colpo di fortuna! Anche se i sacchi erano un po’ bagnati, afferrai la cavezza e tornammo sulla strada senza difficoltà. Riuscii a recuperare la giacca e tenendola per mano, arrivammo in men che non si dica al pagliaio.

Qui tutto era in ordine. Legai l’asino, misi la giacca al sole e cercai la chiave sotto una delle tegole del tetto. C’era! Quindi da quel punto fu tutto semplice. Aperta la porta, scaricai e sistemai i tre sacchi di paglia dopo averli tenuti un po’ al sole, riuscendo anche a rimettere a posto le funi del basto. Intanto la bestia aveva trovato da mangiare ed io la assecondai dandole tempo sufficiente. Appena la giacchetta riprese un aspetto da indumento, nascosta di nuovo la chiave, ripresi la strada di casa con l’ansia del guado.

Mi ero ripromesso che il ritorno, soprattutto in salita, lo avrei fatto cavalcando, ma almeno fino al guado non volli strafare pensando che poteva capitare qualche complicazione. La fortuna fu dalla mia. Davanti a me camminava un contadino che conoscevo, lo chiamai chiedendogli di aspettarmi. Il contadino si fermò e informatosi sulla provenienza della cavalcatura, prese lui la cavezza e, miracolo, nell’attraversare il ruscello l’asino non fece alcuna difficoltà. Conclusi dentro di me che non basta averne l’intenzione per guidare un asino secondo i propri desideri. Un asino è un  asino, d’accordo, ma anche se asino va guidato con saggezza. Se poi usi l’esperienza unita alla saggezza che ne deriva, le cose vanno a posto, sempre! Fu una lezione di vita. E mi adattai ad un più modesto rientro da pedone.

Inizia l’esodo

Il 29 settembre 1943, di pomeriggio, una pattuglia tedesca accompagnata dall’interprete irruppe in casa nostra. Obiettivo: considerata la centralità dell’edificio, requisircela e quindi stabilirvisi. L’interprete, viste alcune perplessità dei militari sull’opportunità della requisizione, suggerì comunque a mio padre di lasciare immediatamente la casa e non farsi trovare al loro ritorno.

Le linee del fronte che separavano l’Italia del Sud da quella del Nord

Con una rapidità unica fu preparato tutto l’essenziale da portare: materassi, coperte, stoviglie e vettovaglie. I cugini di mio padre, avvisati in fretta e furia, con due robusti cavalli organizzarono il trasporto a tempo di record. Sul basto di una vettura furono caricate in bilico due casse di “zita” (due bauli utilizzati per contenere il corredo delle spose, quindi “zite”) piene di roba, che arrivarono a destinazione senza danni; con l’altro animale trasportammo due sacchi di frumento e due materassi. Mia sorella portò sulla testa un canestro pieno di piatti, pentole e quant’altro, e io mi caricai di cuscini e vettovaglie.

In men che non si dica ci ritrovammo nella nuova dimora e ci disponemmo a passarvi la notte. Le due casse di “zita” furono disposte, rovesciate e affiancate, in modo da realizzare, insieme a uno dei coperchi poggiato su pietre, un lettone per tre persone. Quella sera ci accampammo alla meglio, eravamo in sei, e a noi grandicelli (io e due mie sorelle) toccò dormire nella vasca del palmento, sopra un materasso. La mia sorellina più piccola, di 2 anni, avrebbe dormito con mamma e papà, sulle casse di zita (per ottenere una parvenza di letto si apriva uno dei due coperchi e lo si appoggiava sull’altro poi si riempiva alla  meglio lo spazio rimasto vuoto del baule aperto ottenendo, così, un letto quasi a due piazze).

Si parte con le masserizie indispensabili

L’indomani il paese si ritrovò occupato e iniziò l’esodo di quelle famiglie che, sapendo dove recarsi, intendevano sottrarsi ai bombardamenti alleati, dati per certi. Arrivò anche la famiglia di mio nonno e quindi al secondo giorno ci ritrovammo in tredici in un “monolocale”. Cinque, tra giovani e ragazzi, furono sistemati stabilmente nel vascone su materassi, tre adulti sul lettone poggiato sulla “tinaccia”, i miei genitori sulle casse di zita con la mia sorellina, un mio zio sul tavolo predisposto ogni sera. Solo una mia zia, malata, ebbe il privilegio di dormire su una brandina pieghevole. Una notte il mio cuginetto di 5 anni, che dormiva con noi nella vasca dell’uva, si svegliò urlando: un topo che aveva deciso di fargli compagnia, gli camminava addosso.

Il tesoro

Cominciò un ménage insolitamente eccitante per noi giovanissimi, data l’incoscienza dell’età. La stagione si mantenne buona, nei dintorni vennero ad abitare altri nuclei familiari quindi non eravamo isolati. Bastava arrivare sulla strada per avere notizie sulla situazione del paese e sugli avvenimenti, via via più allarmanti. Uno dei primi giorni, ancora col buio, gli adulti, convinti che nessuno li vedesse,  scavarono una buca nel ciglione, al confine con la masseria vicina, per nascondere un po’ di oro delle donne ancora in nostro possesso, un prosciutto e qualche altro cibo non deperibile. Fu solo dopo tanti anni che scoprimmo che il nascondiglio segreto, segreto non era affatto: una contadina, già al lavoro a quell’ora in un campo poco distante, aveva visto tutto. La incontrai dopo anni, a guerra finita, e mi chiese se la pentola con i soldi nascosta quella tal mattina valesse molto. Aveva visto tutto. Ridendo, le elencai i tesori nascosti. Lei scoppiò in una sonora risata e mi confessò che in tutti quegli anni aveva spesso ripensato a quella mattina di settembre, alla “pentola misteriosa”, fantasticando sul “tesoro” nascosto. Chissà se qualche tentazione l’aveva avuta o, quanto meno, sperato che qualcosa rimanesse anche per lei: “non si può mai sapere”, avrà pensato.

Il grano

Il vero problema, all’epoca era il grano per fare il pane e sfamarsi. Un’avventura in tutti i sensi fu quella capitata a mio padre per riuscire a recuperare un sacco di frumento rimasto nella scuola di Secolare occupata da una guarnigione tedesca (lui era maestro elementare in questa località, a circa 10 km dal nostri rifugio, sulla S.S.Istonia per Vasto). Avvertito per tempo dell’imminente occupazione, partì all’alba dalle Macchie e una volta lì, dopo iniziali insuccessi, grazie ad un militare dall’aspetto più gentile degli altri, gli fu permesso di entrare, passando tra i soldati stesi a dormire sul pavimento. Trovato il sacco, senza vettura, con una carriola e a rischio di essere preso, fece un buon tratto di statale verso il paese, finché, infilato un sentiero, trovò una persona amica che col cavallo, per vie non transitate, portò il frumento alle Macchie. Questo sì che era un vero tesoro: avremmo avuto di che sfamarci per un mese intero.

Il maiale

All’epoca ogni famiglia aveva un maiale, c’era quindi la necessità di tornare in paese due volte al giorno, mattino e sera, per dar da mangiare al povero animale rimasto solo a casa. Alla bisogna, di regola, provvedevamo io e mia sorella grande, mentre uno degli zii, il più giovane, con cui ci accompagnavamo all’andata, curava il suo. Eravamo giovani e gagliardi e prima di avviarci ci venivano fatte molte raccomandazioni di stare attenti ed evitare i tanti pericoli. Ma quali? Tanto per incominciare io ero molto alto per la mia età e arrivavano già notizie su rastrellamenti di giovanissimi. Una sera, eravamo al 5 di ottobre, arrivarono notizie così allarmanti sui rastrellamenti che la nonna, temendo il peggio, mi costrinse a vestirmi da donna col vestito marrone a pois di mia sorella, stivaloni di gomma e lo scialle nero in testa. Al ritorno facemmo le strade più inusuali, temendo brutti incontri.

Un’altra sera tornò anche mia madre per impastare il pane l’indomani, e dormimmo io e lei a casa. Nella notte fummo svegliati da urla e voci assordanti provenienti dalla strada. Obbligati all’oscuramento e consci che affacciarci avrebbe potuto significare beccarsi una fucilata, arguimmo che stessero rastrellando le case dei vicini e che stessero arrivando alla nostra. Nell’incertezza, aprimmo piano piano il balcone che dava sul corso principale e strisciando sul pavimento, con la testa nascosta dai vasi di fiori, riuscii a vedere, schierati per il corso, interi reparti di tedeschi e un alto graduato che li passava in rassegna. Al termine della parata, quando ripresero i comandi urlati, tirammo un respiro di sollievo: era uno scaglione che si preparava a partire. Tornammo a letto e dormimmo per la prima volta un sonno come si deve.

Per alimentare il maiale riportavamo dalle Macchie qualcosa di cotto, tipo patate e verdure adatte, ma una volta a casa occorreva accendere il fuoco, scaldare l’acqua per scottare la crusca e completare il tutto. Al mattino, poi, c’era da pulire la stalletta. Il maiale, avvertendo il nostro arrivo, grugniva a pieno regime, pregustando il lauto pranzo.

Lo considerammo perduto quando i tedeschi cominciarono a rastrellare il bestiame. Temevamo che col grugnito avrebbe denunciato la sua presenza. Una sera, addirittura, trovammo parcheggiato un carro armato tedesco proprio davanti alla stalla, tanto che per entrare e uscire dovetti appiattirmi lungo il muro. La buona sorte, quando si dice, fu però dalla nostra parte e la bestia, come fosse stata ammaestrata, non si palesò e nessun tedesco addetto al carro se ne accorse.

La razzia di bestiame

Successivamente la situazione precipitò. La razzia del bestiame si generalizzò e fu necessario nascondere tutti i capi. Scomparvero quindi muli, asini e cavalli. In una situazione così divenne un problema la vendemmia e il trasporto del mosto. Nella seconda metà di ottobre si videro, lungo la nostra mulattiera, una processione interminabile di donne con in testa le “tine” di rame e il loro carico di mosto. Ci si arrangiava come meglio si poteva. Inusuale quella lunga teoria sulla nostra mulattiera. Per pochi giorni quello che era un sentiero di campagna  si trasformò in una vera e propria “calle major”.

I polli

Alla Croce delle Macchie, così si chiama il punto di passaggio obbligato per andare e tornare, si erano piazzati cinque autocarri tedeschi che ospitavano attrezzature per la sussistenza tra cui, ricordo, anche grossi macinacarne sempre in funzione. Una mattina capitarono tre tedeschi armati solo di pistola che, senza degnarci di uno sguardo, fecero un sopralluogo intorno al pagliaio, affacciandosi anche dentro e allontanandosi in silenzio. Evidentemente cercavano vettovaglie e bestiame. Qualche giorno dopo qualcuno venne a riferire a mia nonna che mio zio, il suo figliolo più giovane, era stato preso dai tedeschi di stanza lì. La nonna, preoccupatissima, risalì alla Croce e trovò il figlio intento in un’attività poco usuale per un ragazzo: era stato preso e obbligato a spennare polli. Facendo capire all’interprete che l’esperta per quel lavoro era lei e non il ragazzo, chiese ed ottenne di poterne prendere il posto. Eseguito il lavoro a regola d’arte, furono rilasciati, madre e figlio.

Crepitio di mitraglia

Il bel tempo continuava.  Spesso cenavamo seduti intorno al tavolo al lume della lucerna, con la porta aperta e il fuoco acceso nell’angolo. Un giorno arrivarono nel pagliaio dei vicini molte persone, tra cui un gruppo di ragazze. Stettero lì, come per una scampagnata e rientrarono in paese prima che annottasse. Quella sera stessa, proprio mentre cenavamo, vicinissimo, sentimmo un secco e prolungato colpo come di mitraglia. Terrorizzati, riuscimmo solo a spegnere la lucerna e chiudere la porta. L’attesa, nel silenzio che seguì, fu all’insegna dell’angoscia, che crebbe allorché sentimmo dei passi. Furono attimi eterni. Poi, una voce nota:
“Pasqualì (mio nonno), c’è qualcuno nel pagliaio qui vicino?
“No, perché”?
“E’ crollato il tetto!”.
Era crollato di colpo e le lastre di arenaria che lo coprivano, le “liscie”, abbattendosi via via sul pavimento avevano procurato l’ingannevole crepitio. Sapevamo che dell’allegra brigata che aveva animato la giornata non era rimasto nessuno e tirammo un sospiro di sollievo.

La linea Gustav. Nella parte abruzzese segue proprio il percorso del Sangro

Mitragliamenti veri però ce ne furono e io stesso mi ci trovai coinvolto. Quel giorno ero andato da solo ad accudire il maiale e a metà mattina, mentre stavo rientrando, una raffica mi sorprese vicino casa. Ricordo ancora, al riparo dell’arco di un portone, le pallottole che colpivano la strada bianca, facendo schizzare terra e breccia. Ormai però l’arrivo degli alleati era vicino.

Adolescenza eroica

Agnone, fortuna o caso, fu miracolosamente risparmiato dai bombardamenti. I tedeschi avevano appena lasciato il paese quando arrivò l’ordine di bombardare e far saltare i ponti per tagliare l’avanzata degli alleati. Lo stesso destino non toccò a Capracotta poiché, spostata com’è sulla  linea del Sangro,  fu distrutta completamente e la popolazione sfollata.

Per quanto riguarda Agnone, verso il 20 del mese di ottobre iniziarono i rientri. Alcune famiglie adottarono il sistema di tornare la sera in paese e di giorno bivaccare in campagna. Noi restammo ancora, pur cominciando ad avere problemi. Da un certo giorno non potemmo più attingere acqua al pozzo perché non più potabile. Vi era caduto un pezzo di carne appeso in un anfratto del gabbiotto per mantenerlo al fresco e, malgrado ci avessero prestato la “laupa” (un attrezzo con più uncini per ritirare il secchio dal pozzo), non era stato possibile recuperarlo.

Fu all’arrivo degli inglesi che, procurandoci il cloro, riuscimmo a potabilizzare di nuovo l’acqua. Finché rimanemmo lì bisognò provvedere con l’acqua del vallone, mentre per bere si attingeva ad una conca di acqua sorgiva sulla riva destra dello stesso vallone. Poi arrivò la pioggia, e il tetto, anche se riparato alla meglio, ci obbligò a rientrare in paese verso la fine del mese.

Da quel momento cessò la parentesi eroica di noi adolescenti.
Il maiale fu ammazzato a metà gennaio. 

 

____________________
[1]Alessandro (detto Sandro) Delli Quadri: era nato ad Agnone nel 1930. Vissuto per la maggior parte della vita a parma, in Emilia, non ha mai dimenticato le tradizioni, i fatti, i personaggi del nostro paese. È morto il 28/3/2014, all’età di 84 anni. Di lui restano pagine indimenticabili che ha pubblicato, oltre che su Altosannio, anche sull’Eco dell’Alto Molise e sulla Gazzetta di Parma.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine 

 

10 Commenti

  1. Storia stupendamente narrata da Alessandro e altrettanto stupendamente illustrata dalla sorella Flora.
    Grazie

  2. All’epoca dei fatti, raccontati da Alessandro, avevo 3 anni. Con la famiglia di mia madre (Amicarelli) – mio padre era la fronte – ci rifuggiammo a Santa Lucia, zona sul fiume Verrino. Ricordo che tutti i giorni, con mia madre e mia sorella Ezilda, salivamo da Santa Lucia ad Agnone (5 Km. in bella pendenza) per verificare che nulla fosse successo alla nostra povera casa che, peraltro non era di nostra proprietà, e alle povere cose che conteneva.

  3. Sono piacevolmente ammirato dal racconto di Alessandro Delli Quadri. Bello, commovente. Dovrebbe essere letto nelle scuole di
    tutto l’ALMOSAVA. Lo faranno? Io me lo auguro. Intanto lo segnalerò a mezzo mondo. Un Brava a Flora che lo ha stupendamente illustrato.
    F.to: Enzo Delli Quadri
    (commento scritto sulla prima versione del racconto, poi modificato)

  4. Guido Piccirilli, grazie.
    Purtroppo, non avendo gli originali, per gli articoli mi servo di foto di repertorio prese da Internet. La foto da lei indicata era riportata come foto di Isernia bombardata.
    Pertanto se errore ci fu da parte mia, fu in buona fede.

  5. cara FLORA, si vede nel palpitante e scorrevole racconto di tuo fratello SANDRO che “SIETE” proprio figli di MAESTRO! Naturale senz’altro, ma anche geneticamente appresa l’arte dello scrivere bene!!!
    Mi è così TANTO piaciuto questo racconto : pur di TRAGICI episodi di guerra si tratta! Ma la naturalezza,la compostezza e un un po’ d’ironia- lui vestito da ragazza, così alto ci avranno creduto che era ‘na faimmena? lo rendono piacevole e …quella piccola sorellina di due anni così’ dolce sei tu per caso?COMPLIMENTI ALLA SUA MEMORIA!
    E Grazie a te che lo hai pubblicato rendendo partecipi tante persone di una cronaca “dura” ma stemperata dal ricordo del “lieto fine”della guerra!

  6. Alessandro Delli Quadri ci racconta in modo mirabile le sue esperienze di giovanissimo adolescente al passaggio del “fronte” in Agnone, dopo l’otto settembre 1943.
    Le notizie iniziali, del bombardamento di Isernia da parte degli americani e la distruzione dei paesi che guardavano verso la Valle del Sangro da parte delle truppe tedesche, poiché successivamente si sarebbero attestate sull’altra sponda, chiariscono e costituiscono una utile premessa al bellissimo racconto … Buona lettura a tutti.

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