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Il memoratorio di Monte Capraro: origini della lingua italiana sulle alture dell’Altosannio

di Francesco Mendozzi

Il versante occidentale di Monte Capraro a Capracotta (foto: A. Mendozzi)

In merito alla storia, alla distribuzione geolinguistica e alla tipologia dei primi testi in volgare, Rosa Casapullo, sull’Enciclopedia dell’Italiano (2011), scrive che «un terzo gruppo è costituito da testi, risalenti alla fine del XII e all’inizio del XIII secolo, che segnano la fine dell’affioramento episodico del volgare e l’inizio di vere e proprie tradizioni discorsive [tra cui il] memoratorio di Monte Capraro (1171)». L’insigne professoressa dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa si riferisce a un memoratorio, ovvero a «una notizia breve da tenere nella memoria per i tempi moderni e futuri. Se ne fa grande uso nei documenti che vanno dal IX al XII secolo. Uno di questi si trova a Montecassino ed è particolarmente importante per il nostro Molise perché contiene, in un contesto in lingua latina, alcune parole in italiano che riconducono al territorio compreso tra S. Pietro Avellana e Capracotta il primato nazionale per il suo uso».

Mauro Inguanez (1887-1955)

Di quel memoratorio, prima della Casapullo, se n’è infatti occupato nel 1973 il filologo Arrigo Castellani (1920-2004), e prima ancora, nel 1942, l’archivista di Montecassino don Mauro Inguanez (1887-1955), il quale, primo fra pochissimi, trascrisse il prezioso documento facente parte del «fondo di pergamene della Prepositura cassinese di S. Pietro Avellana». In Molise c’ha invece pensato l’arch. Franco Valente a rispolverare e divulgare questa perla della storia e della lingua italiane in un bell’articolo online del 6 dicembre 2012 che potete leggere qui. È complicato aggiungere qualcosa a quanto detto da Valente, e sarebbe oltraggioso rimettere le mani sulle congetture del Castellani – linguista tra i migliori del nostro Paese – o dell’Inguanez – archivista per precisa scelta dello Spirito Santo.

I SS. Simone e Giuda Taddeo, gli apostoli martiri

Ciononostante, posso offrire qualche ulteriore elemento di riflessione, a mio avviso sfuggito al fluir dei decenni, sia sulla chiesa intitolata a Simone e Giuda, sia sui germi della lingua italiana da sempre esistiti (spesso allo stato letargico) sul territorio dell’Altosannio prima ancora che in altri lontani luoghi d’Italia. Per fare ciò mi baserò direttamente sulla relazione di padre Inguanez, giacché Castellani e Valente, nei rispettivi contributi, hanno approfondito quel documento esclusivamente per quanto concerne la parte redatta da frate Ruele, ovvero la notitia sulla Chiesa dei SS. Simone e Giuda, che riportava quanto segue:

Fratel Ruele prior heremitus sancti iohannis de monte caprarum […] sanctorum apostolorum Symonis et Iude in territorio de sancti iohannis p. subdita […] de sancti iohannis fecit pro ipsum et pro aliis fratibus heremitis de sancti iohannis li quali laborasseru pro ipsi et pro aliis fratribus li quali fusseru in sancti iohannis et pro facere orationem quilli iurni li quali non gisseru al labore. qualunqua homo volesse departire ista ecclesia da sancto iohanne sci scia excommunicatus.
Ruderi del monastero di S. Giovanni di Monte Capraro

Se, come ha rivelato Franco Valente, il memoratorio sembra riferirsi ad una «qualche vertenza sulla giurisdizione di questa chiesa», esso tratta soprattutto della sua consacrazione, avvenuta probabilmente il 28 ottobre 1171, giorno in cui ricorre la memoria liturgica dei due santi apostoli. Dirò di più: detta consacrazione fu celebrata da Raone, vescovo di Trivento, il quale, in memoria di ciò, «concesse una indulgenza di un anno, da lucrarsi dai fedeli ogni anno in detto giorno». La consacrazione avvenne alla presenza del succitato Ruele (o Raele), priore di S. Giovanni di Monte Capraro e di S. Nicola di Vallesorda nel 1160 e riconfermato a quella carica dieci anni dopo. Nel nostro memoratorio v’è poi la donazione di un feudo – probabilmente quello di Vicennepiane – effettuata da Ugo di Montemiglio, padre di Ruele, allo stesso monastero di S. Giovanni di Monte Capraro.

Dal punto di vista lessicale, Castellani mise in evidenza le forme volgari terminanti in -ru (laborasseru, fusseru, gisseru), la prima attestazione italiana di «quilli iurni» e le curiose forme di «qualunqua» e della palatalizzazione di «sci scia». A queste mi sento di aggiungere il «fratel» iniziale, che Castellani aveva riportato come «frater» per via d’una macchia di umidità presente sulla pergamena che rendeva illeggibile le lettere che seguono fr-. Trovo che il «fratel Ruele» del memoratorio richiami prepotentemente san Francesco d’Assisi e quel frate presente tre volte nel suo eterno Cantico (frate sole, frate vento, frate focu), il tutto mezzo secolo prima! Non solo. Il sostantivo latino frater, che col suffisso diminutivo -lus diventa fratellus, nella pergamena cassinese viene impiegato in un’accezione modernizzante che forse non è da intendere in senso diminutivo.

La Chiesa di S. Giovanni di Montemiglio a S. Pietro Avellana (foto: F. Valente)

Dirò di più. Dalla lettura dell’intero memoratorio emerge un’ulteriore notizia che, soprattutto per i capracottesi, appare compenetrata di fascino e mistero. Mi riferisco al fatto che la chiesetta montana intitolata agli apostoli Simone lo Zelota e Giuda Taddeo era in realtà dedicata anche a una terza martire: Lucia di Siracusa. Alfonso Di Sanza d’Alena, proprio in riferimento al feudo di Vicennepiane, aveva già fatto rapida menzione a questa terza intitolazione. Il memoratorio, nella prima parte, quella realizzata dal vescovo Raone, recita dunque così:

In nomine summe et individue trinitatis. Ad futuram memoriam declaramus et notum facimus quod deo propitio et auctore Ego Rao dei gratia sancte triventine sedis licet indignus antistes cum maxima clericorum et laycorum baronum et nobilium virorum turba ac utriusque concidionis status et etatis frequentis ecclesiam quandam dedicavimus et consecravimus multis sanctorum reliquiis ibi conclocatis ad honorem dei et perpetue virginis marie et precipue vocabulo sanctorum apostolorum idest Symonis et Iude, et Sancte Lucie virginis vocabulo est consecrata. Manet autem ecclesia ipsa in territorio montis qui dicitur caprarum.
La festa di S. Lucia a Capracotta (foto: A. Mendozzi)

Negli scorsi mesi sono stato invitato a produrre una pubblicazione sul culto di santa Lucia a Capracotta e nei comuni limitrofi. L’attestazione di questo culto sul suolo capracottese-sampietrese a partire dalla seconda metà del XII secolo, certificata dal memoratorio di Monte Capraro, sposta di almeno tre secoli indietro le lancette dell’indagine storica, che allo stato attuale vuole l’arrivo della martire siciliana a Capracotta sul finire del Quattrocento e la costruzione di una chiesa a suo nome soltanto nel 1948. Insomma, gli echi della regola di Monte Capraro erano in realtà più ampi di quelli che oggi gli studiosi riconoscono loro. Tuttavia, il passo successivo da compiere sta nel confrontarli, dal punto di vista amministrativo e linguistico, e da una prospettiva altosannita, coi Placiti Capuani, e questo è un compito per me piuttosto difficile da assolvere.


Bibliografia di riferimento:

  • A. Castellani, I più antichi testi italiani. Edizione e commento, Pàtron, Bologna 1973;
  • B. Croce, Note sulla letteratura italiana nella seconda metà del secolo XIX, in «La Critica», I:1, Napoli 1903;
  • A. Di Sanza d’Alena, In cammino nel tempo. Percorso storico genealogico della famiglia di Sanza d’Alena e delle famiglie collegate, dal XVII al XXI secolo, Ilmiolibro, Roma 2015;
  • M. Inguanez, Memoratorio della consacrazione della Chiesa dei SS. Simone e Giuda sul Monte Capraro, in «Bollettino ufficiale della Diocesi di Trivento», XIX:1, Trivento, gennaio 1943;
  • G. Marcato Politi, La sociolinguistica in Italia, Pacini, Pisa 1974;
  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016;
  • R. Simone, Enciclopedia dell’Italiano, vol. II, Ist. dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2011;
  • B. Terracini, I segni, la storia, Guida, Napoli 1976;
  • F. Valente, Luoghi antichi della Provincia di Isernia, Enne, Bari 2003.

Copyright: Letteratura Capracottese

About Francesco Mendozzi

Francesco Mendozzi è nato a Roma nel 1984 ed è laureato in Relazioni internazionali. Figlio di capracottesi, nutre da sempre una sconfinata e genuina passione per la propria terra d’origine, tanto da aver pubblicato la “Guida alla letteratura capracottese”: una bibliografia ragionata e commentata, in due volumi distinti, su tutto quel che è stato scritto e su Capracotta e dai suoi cittadini sparsi per il mondo. Le sue ricerche sulla letteratura e sul territorio altosannitico lo stanno portando a riscoprire ignote pagine di storia comune che via via troveranno spazio nella sua nuova collana editoriale degli “Argomenti di letteratura capracottese”.

Un commento

  1. Ciao Francesco, complimenti. Non ti difettano perspicacia e spirito d’iniziativa! Certo è impegnativo il lavoro di ricerca “linguistica” che hai intrapreso, affiancando quella degli altri ricercatori, ma NAPOLI (dove forse dovrai recarti per i PLACITI CAPUANI)non è LA MERICA…PERCIò GRAZIE PER IL GIA’ FATTO ED AUGURI PER IL FUTURO….

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