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Il Diavolo Cotto: Il mostro di Villacanale – I° PARTE

di Gustavo Tempesta Petresine [1]

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Antefatto

Era da poco finita l’estate; le strade del paesino conservavano ancora l’eco degli schiamazzi che turbe di giovinastri erano soliti fare dinanzi all’unico bar esistente in paese.

A cominciare dall’anno 2010, per via di fattacci insoliti, quell’eco, man mano che conduceva al termine e al ristabilirsi della paciera calma, solita e ripetitiva come ogni anno portava con se un’angoscia sopita.

Girolamo Cacaruscio”, trasferitosi nel piccolo borgo in cerca di pace, dopo una vita passata a Como, dove a detta dei soliti saccenti e malelingue del paese, era stato lasciato da una moglie giovane fuggita con un commerciante marocchino, comprò una casa in vendita a buon prezzo. Pare che avesse, sempre a detta del solito informato, una buona rendita derivante dagli affitti di tre appartamenti di sua proprietà collocati nel centro della città di Como. Altre malelingue affermavano che fosse immischiato in un giro di donne insospettabili che si prostituivano usando come lupanare le case di proprietà di questo, sborsando al Girolamo una percentuale su ogni prestazione.

Stufo delle stanze di vita quotidiana, mancante di ogni interesse e di ogni considerazione per i propri simili, il Cacaruscio aveva istigato nel suo prossimo il sospetto di essere uno di quei tipi refrattari ad ogni stimolo esterno. Amante solo dell’ingozzarsi di cibo e del dormire pomeriggio e notte per poi alzarsi da letto a mezzogiorno e dieci.

La sua pigrizia lo aveva portato: non a decidere scientemente il posto dove avrebbe lasciato la sua corpulenza alla terra, bensì ad aprire svogliatamente una carta geografica del bel paese puntando un dito in modo casuale sulla smilza figura dello stivale.

Era una mattina di settembre, l’aria sapeva di limitrofo e poche voci ridondavano nel silenzio più discreto di una piazzetta vuota. Dei camioncini di media taglia approvvigionavano la nuova casa di: mobili, suppellettili, elettrodomestici e comodità che il Girolamo non lesinava di farsi mancare. Vennero anche degli idraulici, degli elettricisti e degli imbianchini da Agnone, dove l’uomo del Nord aveva stabilito degli accordi per “rinfrescare” e modificare gli impianti esistenti.

Le poche anime radicate in paese si riunivano per curiosare, ridacchiando nel vedere scaricare mobili di fattura inusuale e ammennicoli di ogni forma e dimensione.

Terminata la via crucis del trasloco e finito di sistemare l’abitazione, il Cacaruscio si assiepò nel “locus amoenus” che aveva scelto per vivacchiare nel totale disinteresse e nella più sciatta ignavia possibile.

Raramente lo si vedeva uscire di giorno e le poche volte che lo faceva era per recarsi in quel di Agnone o Castel di Sangro tornando con il suo “Suv” stracarico di cibarie, scatolame per lo più e cibi precotti e confezionati. I pacieri e serafici abitanti del borgo spettegolavano sul fatto che avesse depositato una grossa somma in una banca di Napoli dove per altro venivano spediti i bonifici relativi alle percentuali dovute dalle “affittuarie” di Como. A volte si assentava per giorni, ma qualche maldicente aveva sparso la voce che in quella casa c’era l’unica luce accesa nel paese per l’intera notte anche quando sembrava che nessuno ci fosse in casa e che dopo la mezzanotte passando nei dintorni si sentivano echeggiare strane parole dal significato oscuro emesse da voci lamentose e sofferenti.

Fatto

Era, ormai, da qualche anno che non apparivano sui muri del paese quelle strane figure e quei disegni di un cuore trafitto da un coltellaccio da cucina schizzati da sangue vero, che ad una analisi risultò essere sangue di qualche lucertola o di un malcapitato gatto. Quegli “spilinguacchi” tornarono a manifestarsi con l’arrivo del nuovo arrivato, accendendo di nuovo nei paesani l’inquietudine vissuta negli anni precedenti.

Ogni uno sapeva di non sapere, ma la paura di essere additati a sapienti faceva retrocedere anche gli indefessi chiacchieroni dal fare supposizioni sul caso, e così i giorni trascorrevano nell’elusione dalla brutta faccenda.

Finché qualcosa di nuovo venne a rompere quel delicato equilibrio che si reggeva sulla consapevole inconsapevolezza.

Il non precisato giorno di un pomeriggio d’ottobre pallido di sole e minaccioso di pioggia, un’auto di piccola cilindrata si affacciò scoppiettando dalla marmitta forata, sulla strada che immetteva al paese. Un uomo anziano accompagnato da un giovane alla guida chiedeva informazioni su una donna del luogo avendo sentito dire che la donna in questione era in possesso di poteri taumaturgici. In effetti l’anziano uomo era affetto da una forma di sciatalgia che gli procurava lancinanti dolori soprattutto nei mesi più umidi dell’anno.

Il settantenne, incontrata una anima dispersa nell’inoltrato mese di ottobre che passeggiava senza dimostrare fretta, si affrettò a domandare.

Scusi! Sapete dove abita quella donna che incanta la sciatica?”

Il gentile paesano si prodigò non solo a rispondergli, ma lo accompagnò anche sul posto dove aveva abitazione la guaritrice.

Prima di andarsene, l’uomo dette una voce alla donna dicendole che l’anziano signore voleva parlarle.

La donna posava in piedi su un balconcino, indaffarata a curare le pianticelle in un vaso. Si affacciò sulla strada come per scrutare meglio quello che a lei dovette sembrare lontano e rivolgendosi all’anziano signore domandò cosa volesse da lei.

Il vecchio imbastì il motivo per il quale era stato indirizzato in quel paese dove gli avevano detto della presenza di quella donna particolare non conoscendone nemmeno il nome.

Devi tornare fra quindici giorni, bisogna che nasca la luna nuova,” disse la donna. Poi soffermandosi fra le sue parole, emettendo un accorato sospiro continuò:

Non sono io a fare i miracoli, bensì è la Madonna che mi trasmette questi poteri!”

L’anziano rimase male a quella risposta e risalendo in macchina pensò, che in fondo la sorte gli aveva evitato di essere abbondantemente preso per i fondelli da qualcuno che, pur sentendosi in buona fede, rendeva un pessimo servizio a quelli che come lui avevano creduto a un’illusione.

Potevano essere le cinque del pomeriggio quando l’auto scoppiettante uscì da Villacanale. Il solarello pallido era svanito per fare posto a una nuvolaglia scura che minacciosa si andava sempre   più addensando sul paese opprimendo con il suo grigio cupo i prati e gli alberi ancora verdi dall’estate passata. Una figura attraversò loro la strada, credettero dovesse essere un animale selvatico che avendo annusato l’odore del temporale in arrivo cercava rifugio in qualche tana o anfratto di roccia. La macchina si arrestò e i due scesero a guardarsi intorno. Sull’asfalto roso e reso chiaro dal tempo videro un oggetto che a prima vista sembrava essere una cartaccia rossa arrotolata e gettata dal finestrino da qualche automobilista che li aveva preceduti, nel raccoglierla si resero conto che si trattava di un lapis lucente e vermiglio. L’anziano ne umettò la punta ma un pezzo di mina gli rimase sulla lingua. L’anima della grossa matita si era spezzata nel cadere.

Le prime gocce di una pioggia fredda si fecero sentire, i due risalirono in macchina chiacchierando del pomeriggio passato e della donna che “incantava la sciatica”.

Un potente Suv veniva loro incontro con una certa andatura. Nello sfiorarsi, le vetture, compromisero entrambe le fiancate dei veicoli. Dopo le solite diatribe che si accendono in questi frangenti stipularono il CID scambiandosi i dati, ma a ragione del caso o all’uopo di questo racconto nessuno dei tre trovò una penna. L’anziano si ricordò del lapis e riuscendo a salvare una parte integra della mina, dopo avere sminuzzato per la sua metà la grossa matita, incise con forza le credenziali del Girolamo sul foglio. Lo stesso fece il Cacaruscio che con fare scocciato salutò i due infilandosi involontariamente il Lapis nel taschino.

Non tutti sanno che il Diavolo è una “persona”seria; tende le trappole che porta fino in fondo vestendosi da buon consigliere lisciando e carezzando il malcapitato che docile si abbandona alle sue lusinghe.

Artemisio Cirulli quel tardo pomeriggio vagava per la campagna intorno al paese. Era conosciuto da tutti come uno spiantato che non disdegnava di fare qualche dispettuccio su commissione se opportunamente ricompensato con qualche fiasco di vino. Passava la sua vita in solitudine dormendo in qualche capanno di pietra stato un tempo ricovero dalla pioggia per i pastori. Rubacchiava qui e là dagli orticelli e si rimetteva alla misericordia di chi gli concedeva l’elemosina.

Aveva visto la scena dell’incidente e essendo dotato di un acuto spirito osservatore concessogli dalla natura per riparare a quel destino sciatto che gli aveva riservato, aveva notato anche che l’uomo del Nord si era infilato il lapis nel taschino della giacca.

In paese continuavano ad apparire le figure sui muri, i cuori squarciati dal coltello, disegnati, grondavano sangue che al freddo della notte rimaneva rappreso formando grumi. Cominciò anche a mancare qualche pecora che alle luci del mattino venne trovata sgozzata e mutilata di orecchie e lingua.

Quando una realtà sociale viene in qualche modo sorpresa dall’arrivo di un elemento esterno, la comunità stessa aguzza l’arma della diffidenza e in genere tende a riversare sul “capro espiatorio” nuovo arrivato, i piccoli vizi della comunità, per giustificare le proprie malefatte.

Il settimo giorno della settimana che DomineIddio elargisce agli uomini, di buona volontà e non, tornava ciclicamente e insieme a questo puntuale alle sette la mattina si vedeva la sagoma roboante della Yamaha che trotterellava con in sella una donna minuta dallo sguardo spiritato. Era la dottoressa “Vincenza di Penna che girava per i paesi dell’alto Sannio a cercare reperti e testimonianze di un tempo sepolto. Le sue visite in paese solo la domenica inducevano a pensare che durante il resto della settimana avesse altro da fare.

Portava con se voluminosi libri chiosati al margine delle pagine da lettere strane e un mazzo di matite rosse.

I “delitti” aumentarono in frequenza e grado, in quanto, alla partenza domenica sera della dottoressa, il lunedì successivo venne rinvenuto un vitellino imbavagliato e sgozzato, al quale erano state amputate le zampe con una rudimentale sega trovata sul posto, insieme a un lapis che quasi si confondeva con il colore della pozzanghera di sangue non ancora rappreso. Il disegno del solito cuore con infisso il coltellaccio da cucina faceva orrida mostra di se sull’intonaco liscio di un muro.

Furono chiamati i carabinieri del nucleo Agnone che cominciarono ad indagare sui granguignoleschi fatti. Fu interpellata la ricercatrice in quanto qualche paesano aveva loro spedito una lettera anonima dove si diceva che una donna si tratteneva in paese la Domenica anche fino a notte inoltrata.

Fu sempre una Domenica mattina quando Artemisio Cirulli, aggirandosi nel piazzale della chiesa di S. Michele Arcangelo, aspettò il termine della funzione per raggranellare qualche elemosina.

La dottoressa Vincenza di Penna stava fotografando la effige del Cristo deposto dopo la crocefissione rappresentato con il braccio destro disteso lungo il fianco e la mano sinistra sul petto in corrispondenza del cuore.

Se l’occasione fa l’uomo ladro il colpo di genio non è acqua fresca. Il caso volle che “all’uscita dalla messa” Il Cirulli incontrò lo sguardo della “fotografa.” Dopo esserglisi fatto innanzi tendendole la mano da “mesengone” qual’era, colse nello sguardo della donna una antica disperazione e dimostrandosi viscidamente apprensivo riuscì a trovare le parole per irretirla e tenerla in suo possesso. Artemisio Cirulli conosceva bene quale fosse l’attività notturna della donna, in quanto spesso egli rovistava di notte negli orti a rubacchiare roba da mangiare.

Il diabolico patto fu presto siglato!

Una damigiana di vino vecchio, un vestiario nuovo e scatolame vario per un intero anno fu il prezzo che Vincenza dovette pagare. Per essere completamente scagionata dalle indagini, valse la sordida reticenza dell’Artemisio che più che ascoltare la sua coscienza e denunciare la ricercatrice preferì dare retta ai moti della sua pancia e della sua condizione sociale.

Avendo i carabinieri rinvenuto il lapis, questo fu considerato prova determinante per le indagini sul caso.

I paesani non si davano pace e in preda a un reverenziale timore si inchiavardarono nelle loro case, di notte, rinforzando le porte e le finestre con spranghe di ferraccio arrugginito.

Il capro espiatorio doveva assumere un volto dietro il quale c’era senza alcun dubbio un nome e un cognome.

Girolamo Cacaruscio ricevette un mandato di garanzia. Di malavoglia si presentò negli uffici della pretura di Isernia dove un sonnacchioso magistrato lo guardò di sottecchi Nel sudore che gli umidiva la fronte e la viva preoccupazione che i paesani con le loro chiacchiere malevole avessero allertato la “benemerita” riguardo al fatto delle allegre signore che si prostituivano nei suoi appartamenti allungò la mano tremolante a prendere il fazzoletto nel taschino della giacca, insieme a questo fece bella mostra di se un mozzicone di lapis lucido e vermiglio.

………………………..per la II Parte cliccare QUI

I riferimenti a nomi, fatti, cose e persone, sono frutto della mia immaginazione


[1] Gustavo Tempesta Petresine, Molisano di Pescopennataro (IS), si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati i premi conseguiti e la stima di tutti.

Copyright Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

About Gustavo Tempesta Petresine

Gustavo Tempesta Petresine, Molisano di Pescopennataro (IS), si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati i premi conseguiti e la stima di tutti.

Un commento

  1. Stupita è dire poco ; nel racconto ci sono quasi tutti gli elementi per un triller, ma con venefici effetti soprattutto sugli animali sgozzati o decapitati, con armi trovate sul posto…
    Scritto da un allievo di Socrate di non più 20 anni, che legge PAPERINO, ma anche libri gialli e ROSSI visto che il colore predominante del racconto è questo: vuoi del sangue, vuoi di un mozzicone di lapis …
    Certo diversa dal lapis ROSSO E BLU di DIEGO VALERI che forse un maestro delle elementari avrà letta al nostro scrittore e che la sua moderna e fantastica penna ha magistralmente ampliata e modernamente modificato.
    Ma io parlo così per deformazione professionale…

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