Il Camoscio d’Abruzzo

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1861

a cura del Dott. Eugenio di Zenobio,
 http://www.camosciodabruzzo.it/

Descrizione

Fu lo zoologo tedesco Oscar Neuman che nel 1899 descrive per la prima volta una nuova specie di camoscio, chiamandola
Rupicapra ornata. E’ il camoscio d’Abruzzo, fino ad allora confuso con quello alpino.

Ormai la differenza tra le due specie è provata da studi morfologici, etologici e biologici. In questi ultimi anni ciò è stato dimostrato studiandone il DNA: ossia, qualora ci fossero stati ancora dei dubbi, lo studio genetico ha confermato che il camoscio alpino e d’Abruzzo sono due specie distinte, e che quest’ultimo appartiene al ceppo spagnolo. Infatti camoscio d’Abruzzo e camoscio spagnolo sono molto simili.

Le femmine e i giovani vivono in branco (i maschi vi rimangono fino a 2-3 anni per poi iniziare ad errare, e sono questi i soggetti più a rischio di morte perché spesso si ritrovano in luoghi sconosciuti pieni di insidie), mentre i maschi sessualmente riproduttivi (da 8 anni in poi) si ricostituiscono al branco per la stagione degli amori che inizia i primi di Novembre. E’ questo il momento degli scontri -anche molto violenti- tra i maschi che si contendono il diritto di accoppiarsi con le femmine del branco; una volta acquisito sul campo questo diritto, difenderà il suo harem dalle incursioni degli altri maschi adulti.

I piccoli nascono nella prima quindicina di Maggio: le femmine rimangono nel branco, mentre i maschi dopo 2 anni si allontanano per iniziare una vita solitaria fino all’età della riproduzione.

Il camoscio è un erbivoro legato alle praterie di alta quota, oltre i 2000 metri. Si è visto che nel PNd’A i pascoli preferiti dalle femmine e dai piccoli sono quelli del festuco-trifolietum thalii, leguminose ricche di sostanze proteiche. I maschi -invece- non avendo particolari esigenze alimentari, si cibano di un po’ di tutto. I pascoli di festuco sono presenti in minima parte sulla Majella e assenti sul Gran Sasso: ciò fa ritenere che le positive reintroduzioni di camoscio su Majella e Gran Sasso, abbiano dimostrato la grande adattabilità del camoscio d’Abruzzo all’ambiente.

E’ un animale abituato a vivere in luoghi impervi come sono quelli di alta quota, soprattutto pareti rocciose e cenge dove si riparano per sfuggire agli attacchi dei predatori. Nella stagione estiva li troviamo in alta montagna, mentre d’inverno scendono più in basso vivendo ai limiti della vegetazione, prediligendo pareti esposte a sud dove c’è meno concentrazione di neve e più possibiltà di trovare cibo.

In caso di pericolo (derivante da un predatore o da un turista) emette un fischio di allarme per avvisare l’intruso di non avanzare. In caso contrario, fuggirà mettendosi al riparo su pareti rocciose molto ripide, dove non può essere raggiunto.

Camoscio sentinella

Classificazione scientifica

Tutte le specie animali e vegetali hanno una classificazione scientifica. Per individuare una specie, si indica prima il genere e poi la specie (insieme di individui che hanno le stesse caratteristiche).

Il Camoscio d’Abruzzo appartiene al genere Rupicapra.

Il genere Rupicapra è suddiviso in 2 specie:

Rupicapra rupicapra (al quale appartengono i camosci dell’Europa nord orientale-Asia minore) e
Rupicapra pyrenaica (che comprende i camosci dell’Europa sud occidentale).

La specie Rupicapra rupicapra comprende 7 sottospecie:

Rupicapra rupicapra rupicapra (è il camoscio alpino)
Rupicapra rupicapra cartusiana (situata sui monti Chatreuse in Francia)
Rupicapra rupicapra tatrica (dei Monti Tatra, nord Europa)
Rupicapra rupicapra asiatica (in Turchia)
Rupicapra rupicapra carpatica
Rupicapra rupicapra balcanica
Rupicapra rupicapra caucasica

La specie Rupicapra pyrenaica è a sua volta suddivisa in 3 sottospecie:

Rupicapra pyrenaica ornata (è il Camoscio d’Abruzzo)
Rupicapra rupicapra parva (camosci dei monti Cantabrici)
Rupicapra rupicapra pyrenaica (dei Pirenei)

Come si vede il Camoscio d’Abruzzo deriva da una specie diversa di quello alpino. La differenza tra le due specie sta nella colorazione del mantello invernale (nella R.r.rupicapra il mantello è molto più scuro) ed estivo ( il Camoscio d’A. ha un colore più rossiccio), nelle corna (molto più lunghe nel R.p.ornata), nella struttura corporea e nel comportamento.

Lo straordinario disegno del suo mantello, le sue magnifiche corna, l’agilità e l’eleganza dei suoi movimenti, hanno portato a definire -giustamente- il Camoscio d’Abruzzo, come il “Camoscio più bello del mondo”.

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Presenza nel territorio e sua diffusione

La Rupicapra ornata deve la sua salvezza all’istituzione del Parco Nazionale d’Abruzzo nel lontano 1922. Nato dalla Riserva Reale di Caccia, il Parco è sorto proprio per proteggere gli ultimi esemplari di camosci (e di orsi marsicani) rimasti ancora in vita nella zona della Camosciara. Si pensi che negli anni venti erano rimasti 15-20 capi e dopo la seconda guerra mondiale 30-40!

Questa decimazione fu dovuta al bracconaggio spietato, come provano le pubblicazioni di allora. Con la Riserva Reale di Caccia, il camoscio ebbe vita abbastanza tranquilla. Poi nell’intervallo che va dall’abolizione della Riserva Reale all’istituzione del Parco, ci fu una drammatica riduzione numerica della popolazione. Dal 1922 ad oggi sono stati fatti passi da gigante, grazie alla severa protezione e salvaguardia dell’Ente Parco.

Oggi all’interno del Parco si contano 600 esemplari in libertà, più quelli che vivono nelle diverse aree faunistiche (grandi recinti dove l’animale vive in condizione di semi-libertà, necessari per effettuare la ricerca scientifica e assicurare il ripopolamento della specie).

Con il forte incremento della popolazione, si è avuta una densità troppo alta (come in Val di Rose).

Onde evitare incroci tra consanguinei e il rischio dello svilupparsi di malattie ed epidemie, si è deciso di creare nuclei originali per garantire la sopravvivenza della specie.

Ed è così che il camoscio è stato reintrodotto -con successo- nel 1990 sulla Majella e nel 1992 sul Gran Sasso, da dove si era estinto.

In futuro sono previste reintroduzioni nel Parco Nazionale dei Sibillini (dove ci sono testimonianze storiche della sua presenza) e nel Parco Regionale Sirente-Velino, con lo scopo di allargare l’attuale areale del “Camoscio più bello del Mondo”.

Nel Maggio 2005 si contano 3 distinte popolazioni di camoscio d’Abruzzo. Una storica sui Monti del Parco Nazionale d’Abruzzo con 600 animali censiti nell’estate 2004 (anche se qui la popolazione è sicuramente sottostimata, e secondo me si aggira ALMENO sui 700 individui); una seconda sul Gran Sasso con 171 individui + 36 kids (tot 207) , e un terzo nucleo sulla Majella con 200 animali di cui 39 kids (estate 2004).

N.B. I dati su Majella e Gran Sasso risultano da monitoraggio costante (radiotelemetria e osservazione diretta) da parte del personale degli Enti Parco. In totale possiamo quindi dire che la popolazione stimata di Rupicapra pyremaica ornata è di 1100 animali. A questi vanno aggiunti i 3 animali immessi nel 2004 nell’Area Faunistica di Rovere (AQ) nel Parco Regionale Sirente-Velino al quale si spera che a breve seguirà una reintroduzione in natura all’interno del Parco, e gli individui presenti nelle Aree Faunistiche di Farindola e Pietracamela (Parco Naz. Gran Sasso e Monti della Laga), di Lama dei Peligni (Parco Naz. Majella), e nello Zoo di Monaco di Baviera (Germania), arrivando ad una decina di animali.

In più c’è il discorso Sibillini: nonostante si sia concluso il progetto Life NAT/IT 8538 finanziato dalla UE che prevedeva tra l’altro la realizzazione di un’Area Faunistica all’interno del Parco dei Monti Sibillini, ad oggi camosci sui Sibillini ancora se ne vedono ! I forti e inspiegabili ritardi di reintroduzione sui Monti del Sirente-Velino e sui Monti Sibillini, non vanno altro che a scapito della conservazione della specie.

Novembre 2010. Oggi per fortuna le cose sono cambiate in meglio, si sono cioè messe in atto quelle azioni concrete che da tanto si auspicavano. Sono finalmente arrivate le reintroduzioni sui Monti Sibillini e si è ormai in procinto di rilasciare i primi animali anche sul massiccio del Sirente-Velino. Questo sempre per allargare l’areale della specie tutelandola da rischi sanitari e genetici che potrebbero minacciarne la sopravvivenza. E tuttora sono in corso progetti per la conservazione della specie finanziati dall’Unione Europea, come il LIFE COORNATA 2010 che vede coinvolti i 4 Parchi abruzzesi e il Parco dei Sibillini.

Sull’andamento della popolazione ad oggi e sugli ultimi dati, visita la pagina DINAMICA DELLA POPOLAZIONE.

I suoi predatori

I predatori naturali sono il lupo che ha finalmente ricolonizzato l’intero Appennino (nel 1990 è tornato anche sulle Alpi, grazie all’istituzione e alla salvaguardia di arre protette, e non per l’immissione -come qualche ignorante vuol far credere- di lupi in montagna. Addirittura ci sono favole metropolitane che raccontano di lupi paracadutati da elicotteri…….!!!), in piccolissima percentuale l’orso marsicano e l’aquila reale.

Altro grande predatore è la lince. Questo perché la lince -che è un felino- non ha difficoltà a risalire pareti rocciose, a differenza invece del lupo. Ma ad oggi non si può parlare ancora di una popolazione vitale di linci in Abruzzo, per cui non costituisce per il camoscio una grande minaccia. Anche se la sua presenza è storicamente e da sempre segnalata nel Parco Nazionale d’Abruzzo così come su Majella e Gran Sasso, la versione ufficiale di Enti Parco e famigerati studiosi della Natura è quella che la lince sia stata clandestinamente reintrodotta. Io sono assolutamente convinto che la lince in Appennino non si è mai estinta. E gli studi che vengono tuttora portati avanti dal Gruppo Lince Italia (chi vi scrive è uno dei menbri) dimostrerà presto (si spera !) il contrario.

Oggi la vera minaccia per il Camoscio d’Abruzzo è rappresentata dall’uomo e dalle sue attività: il volo a bassa quota di un aereo, ma soprattutto di un aliante che può facilmente essere scambiata per un’aquila reale, disturba fortemente il camoscio. Si ricordi -poi- che in Abruzzo è ancora diffuso il bracconaggio.

Tra questi aspetti va inserita anche la regolamentazione del flusso turistico nell’accesso ai sentieri che portano alle zone dei camosci. Cioè limitare -in determinati periodi dell’anno, soprattutto d’estate- l’accesso ai sentieri dei camosci, onde evitare che il numero massiccio dei turisti (spesso sono indisciplinati: schiamazzi, abbandono dei sentieri, addirittura danno da mangiare agli animali!) arrechi disturbo alla specie, come purtroppo avviene.

Il turista deve essere gestito in modo da costituire per il Parco una ricchezza e non un danno.

Nel PNd’A l’accesso ai sentieri del camoscio è limitato nei mesi di Luglio e Agosto da ormai 5-6 anni, e i risultati si sono visti. Lo stesso non accade nel Parco Nazionale della Majella-Morrone e nel Parco Nazionale del Gran Sasso-Laga. Si spera che il prima possibile i due Enti Parco prendano atto della situazione (davvero insostenibile per i camosci di Pizzo Cefalone -PNGSL-) e decidano – finalmente – per una limitazione turistica controllata.

 

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