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Il Braciere ….

di Maria Delli Quadri [1]

braciere.7Il braciere era una istituzione  nelle case dei nostri paesi di montagna; insieme col camino esso costituiva la fonte di calore necessaria per la nostra sopravvivenza. Era un bel  recipiente circolare,  di rame, con il bordo di ottone cromato e due manici cesellati; esso faceva bella vista al centro della stanza dove la famiglia si riuniva  per lo più di pomeriggio: i ragazzi per studiare, le donne per cucire o fare la maglia, gli uomini anziani per guardare un giornale se sapevano leggere, per fumare la pipa o il sigaro o, semplicemente, per conversare: una pedana circolare di legno,  con un grosso foro al centro,  conteneva il recipiente. 

Noi posavamo i piedi gelati sul supporto in cerca di calore e di intimità, stando attenti a non accostare troppo gli stivaloni di gomma, calzature che portavamo sempre nei mesi invernali. Ogni tanto una palettina di ferro, guidata da mani esperte “sbrasciava”  (rimestava) la carbonella che si ravvivava e mandava per un attimo  un guizzo luminoso, poi la cenere accarezzava di nuovo  gli anellini di fuoco e li ricopriva per farli durare più a lungo. Una scorzetta di arancia o di mandarino, messa tra i carboncini, emetteva un sottile filo di fumo e un odore particolare che aromatizzava l’aria della stanza e dava un senso di fresco e di pulito.

Il camino era quasi spento in quelle ore, dopo avere donato al braciere tutto il suo carico di carbonella, messa apposta in abbondanza ad ardere, e sarebbe stato riacceso di lì a sera per cucinare una minestra o la polenta in un paiolo di rame o anche per raccogliere la famiglia riunita nella cucina.

La stanza dove era collocato il braciere era la cosiddetta “sala”, con arredi poveri ed essenziali: un tavolo col centro sopra, alcune sedie, una credenza  ai cui sportelli di vetro erano infilate le fotografie del figlio militare o emigrato nelle lontane Americhe, una cartolina di Napoli col pennacchio fumante sul Vesuvio e,  dentro, in bell’ordine, tazze, bicchieri di quelli buoni, una zuccheriera e qualche brocca. Erano, queste cose, un tocco di leggerezza,  messo in risalto  dalla trina bianca fatta con l’uncinetto, tutta pizzi e pon pon, sistemata sull’orlo dei ripiani.

In un angolo del vano, negli ultimi tempi (anni’ 50 o ”60), troneggiava un televisore poggiato sui piano di vetro di un carrello alto e lucido che obbligava lo spettatore a tenere alzati occhi e testa  Mai acceso di pomeriggio, solo un po’ di sera, trasmetteva telegiornali, documentari , tribune politiche e qualche spettacolo leggero come il Musichiere e “Lascia o raddoppia”.. Una macchina da cucito, situata  di fronte alla finestra, indicava che la padrona di casa aggiustava, accorciava, rivoltava abiti,  gonne e pantaloni già usati da fratelli e sorelle più grandi, che adattava  per noi ragazzi, a mano a mano che crescevamo.

Seduti tutt’intorno, noi ragazzi ascoltavamo i discorsi degli adulti, i quali raccontavano episodi della loro vita, fatti e vicende di altre epoche, storie di malocchio, di fatture, di strregonerie o, se erano uomini anziani, eventi della prima  guerra mondiale, delle battaglie di Africa, dell’occupazione. Eravamo affascinati nell’ascoltare e avevamo gli occhi sgranati per la meraviglia. Ogni tanto rivolgevamo qualche domanda, col massimo rispetto, e raccoglievamo le risposte come la verità assoluta.

Erano quelle voci i nostri libri di fiabe, le nostre enciclopedie, i nostri tablet e, come gli antichi popoli ascoltavano le storie delle imprese eroiche della guerra di Troia, di  Achille, di  Ettore,  di Ulisse, narrate dal vate, così noi gelosamente custodivamo nella memoria dati e informazioni, rielaborandoli ed enfatizzandoli, poi, a tempo debito.

Se fuori infuriava la tormenta, intorno al braciere si provava un senso di calore, di protezione, di serenità, di pace..

Poi, a sera, quando la famiglia si ritirava  ciascuno nel proprio letto, col mattoncino caldo per i piedi stretto al petto per non disperderne il calore, la donna copriva il braciere e quello che era rimasto  dei carboni e della cenere calda, con una campana, lo “scaldapanni” fatta con listelli di legno, incrociati, sulla quale si sistemavano i panni umidi o ancora bagnati, i pannoloni di stoffa e le fasce dei neonati.  Nel silenzio della notte questi si sarebbero asciugati, pronti per l’uso, il giorno dopo.

Anni dopo al liceo…

Il Liceo scientifico era situato, tanti anni fa, nell’antico palazzo Apollonio, in fondo alla Ripa. Io vi ho frequentato i primi quattro anni. Nel palazzo vi era una cucina, eredità del passato, che possedeva un grosso camino, dove il bidello Armando tutte le mattine accendeva, all’alba, un gran fuoco sul quale buttava sacchi di carbone per farli ardere e per  preparare, così, il riscaldamento delle cinque aule, più la presidenza e la sala dei professori. Questo vano, caldissimo, era adibito ad aula e aveva, tutt’intorno, tende e tendine a quadretti bianchi e rossi, per nascondere gli stipi, gli stipetti, le fornacelle, gli armadi a muro, tipici delle case di altri tempi.

Dove metteva l’uomo tutto il ben di  Dio del carbone? Nei bracieri che trovavano posto, l’uno dopo l’altro, nelle aule, al centro di esse; e qui i recipienti rimanevano fino alla fine delle cinque ore di lezione. All’inizio i carboni ardenti erano come una luce per noi che, quando potevamo, prendevamo a pretesto  una carta da buttare nel cestino per allungare  le mani gelide e  assorbire un po’ di quel calore. Sembrava che le dita si sciogliessero dal torpore che le stringeva come una morsa e acquistassero nuova vita. Poi, a poco a poco, i carboni si smorzavano  ricoperti dalla cenere,  il tepore si indeboliva via via e l’aula si raffreddava: non più il rosso incandescente ma una patina grigia di cenere tiepida

Alle 13, 30 uscivamo e, dopo avere lanciato l’ultimo sguardo al braciere ormai spento, volavamo giù per le scale incontro al il freddo di fuori, alla  pioggia o anche alla neve, verso la libertà del lungo percorso fino a casa.

Oggi il braciere resiste ancora  in poche case, ma i ragazzi non lo circondano più posando i piedi sulla pedana e ascoltando le storie dei grandi, hanno altro da fare,  assorbiti come sono da passatempi diversi e attività sportive, musicali o ludiche. Ognuno col suo telefonino, vive, pur stando con gli altri, in perfetta solitudine, manovrando i  tasti del pc, scrivendo messaggini con un linguaggio infarcito di segni aritmetici e parole monche che solo loro capiscono,  scattando foto che durano lo spazio di un battere di ciglia con smorfie e pose improbabili, cliccando ogni tanto  “mi piace”; e così consumano “il migliore tempo della loro vita”.

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[1]  Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine 

 

 

 

 

About Maria Delli Quadri

Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l'espressione scritta dei suoi sentimenti.

4 commenti

  1. Sono anch’io una molisana, Marisa Gallo, maestra in pensione -77 anni- diplomata a Trivento nel 1957…ho letto con piacere l’articolo il “braciere” semplicemente perché avendone scritte poche parole a riguardo in un mio lavoro- un breve romanzo personale- e avendolo vissuto il “braciere, ed essendoci caduta dentro col sederino-conservandone non il trauma, fortunatamente ero troppo piccola:due anni, ma solo la cicatrice- ho “risentito” improvviso e gradevole quel l’odore di scorza di mandarino e di fumo che si sprigionava dalla carbonella accesa. In casa mia non si usava tutti i giorni, ma specie quando si faceva il pane, la brace di avanzo del forno veniva accolta dal braciere della “saletta” ed allora anch’io andavo in sala ,restando un po’ da sola a leggere, tanto che la mia matrigna mi rimproverava dicendomi:< che fai lì da sola come una “cestunia”?( tartaruga) Doverosi, ma spontanei i COMPLIMENTI, dunque alla prof, MARIA DELLI QUADRI per la “delicatezza e l’ampiezza dell’articolo, ma anche PER IL SITO TUTTO . Credo che pure l’articolo di oggi su Fb sia di un parente Enzo DELLI QUADRI – letto, confermato e …sottoscritto- l’articolo stesso su ALTOSANNIO –ALMOSAVA dal quale sono arrivata alle tradizioni, poesie ecc del sito. Devo precisare che io solo da qualche anno NAVIGO e quindi sono poco esperta, anzi spesso ricorro all’aiuto di un vecchio compagno di scuola media di MONTEFALCONE-mio paese natio- Rodrigo Cieri , esperto di PC e non solo…e vuoi vedere che vi conoscete? Di nuovo complimenti al vostro impegno E BUON VIAGGIO IN MOLISE! Ho accennato alla mia incompetenza di PC ed annessi…tanto che solo ora ho visto che il mio commento dovevo e potevo scriverlo qui e non ALTROVE, come inconsapevolmente ho fatto. Pazienza! repetita iuvant , ma forse in questo caso …scocciano.

  2. Non ricordavo più questo racconto. Molto bello, devo dire, sentito nel cuore e nell’animo. Grazie a me per averlo scritto.

  3. Sono originaria pugliese della Daunia, quindi vostra confinante. Anche io ho ricordi sul braciere: quando mia nonna vi appoggiava sui bordi i suoi lunghi ferri da calza che servivano da griglia per fare abbrustolire il pane, che poi strofinata con uno spicchio d’aglio e condiva con l’olio d’oliva; ricordo lo scaldapanni che era però fatto di fasce di ferro; quando da ragazza negli anni sessanta studiavo, seduta a un tavolino accostato a una finestra, con i piedi appoggiati al bordo del braciere. Purtroppo ricordo anche una ragazzina con la faccia deturpata dal fuoco, di cui si diceva che fosse caduta sulle braci.

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