Il bagnetto alla callara – Rame e ramai

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Flora Delli Quadri [1]

Il sapore dell'acqua e rame, un sapore unico
Il sapore dell’acqua e rame, un sapore unico

Il rame nella cultura locale: storia, curiosità, usi e costumi

Agnone nel passato era noto, e lo è tuttora anche se in misura minore, per essere il paese dei ramai. Per secoli questi umili artisti hanno girato con i loro manufatti tutte le fiere e tutti i mercati dei paesi circostanti, facendo conoscere e caratterizzando il loro paese d’origine.

Quando qualcuno di loro decideva di trasferire la sua attività altrove, allora diventava stanziale, apriva una bottega e lavorava il rame in loco.

Un fornitissimo negozio di rame nel centro di Agnone

La dinastia più numerosa dei ramai agnonesi porta il cognome di Cerimele. Per anni i Cerimele hanno gestito le fonderie, lavorato il rame, commercializzato i prodotti e tramandato il mestiere ad altri operatori. Terra d’approdo dei ramai migranti era, ovviamente, l’Abruzzo, ma non si escludevano anche altre regioni.

La “Ramera” dove si lavorava il rame

Tutti gli abitanti di questo bellissimo paese dell’Alto Molise hanno avuto a che fare in modo diretto o indiretto con il rame, attorno a cui nel passato si è mossa una delle economie più fiorenti, che ha determinato ricchezza e lavoro. Mia madre mi raccontava che quanto più rame una famiglia possedeva, tanto più era benestante e altolocata.

L’interno di una elegante cucina rustica

Quando Mussolini chiese oro per la patria, gli agnonesi diedero rame, che rappresentava il vero tesoro di quel paese. Tempo addietro, (anni ’80), facendo dei lavori di ristrutturazione in una casa, gli operai hanno trovato, murata nel muro, una discreta quantità di rame. “Il tesoro, il tesoro” hanno urlato gli addetti ai lavori. Ci piacerebbe pensare che l’avessero murato per non darlo alla patria, ma se anche non fosse così, è la riprova dell’enorme valore affettivo oltre che economico che gli agnonesi nutrono per questo prezioso metallo.

Una parte del corredo di una sposa

Il rame rappresentava una voce cospicua nella dote delle giovani spose sia per il valore in se, sia perché l’attività di una donna di casa ruotava attorno a tali manufatti. Ogni attività domestica aveva uno specifico recipiente di riferimento. A seconda dei locali della casa cambiava la tipologia. In cucina trovavi, a cominciare dai recipienti più piccoli:

  • mestolo fondo piatto (ru manìar)
  • mestolo fondo rotondo (ru cuppòin)
  • paletta forata (la cucchiarella)
  • imbuti di varie misure (ru muttill)
  • oliera (ru lambarùal)
  • cioccolatiera (la ciqquilatòira)
  • pilzinotto (ru plznòtt)
  • marmitta (quella che si appendeva al fuoco per cuocere giornalmente la pasta)
  • scolapasta (ru scola-bbreud)
  • tegami di varie dimensioni e fogge (tijella e vhssaura)
  • ruoti (di tutte le misure, anche con coperchio su misura per cuocere in umido)
  • bottiglia di rame (buttiglia, da riempire d’acqua calda e portarsi a letto la sera)
  • scaldini (da usare come piccoli bracieri portatili)
  • forno a campana (per fare dolci, fuoco sotto e fuoco sopra)
  • bacinella (ru vaccioìl, per le abluzioni mattutine)
  • soffietto (zufflatìur, quello a mantice)
  • Braciere (ru vrascìar)
Un locale dove sono conservati intatti gli oggetti della tradizione

In un angolo della cucina c’era poi l’immancabile tina che conteneva l’acqua da bere. Chi aveva sete prendeva ru manìer che si trovava appeso al bordo della tina e beveva, senza che ci si dovesse preoccupare dell’igiene. Che sapore quell’acqua, un sapore tutto particolare, il sapore del rame!

La tina col suo maniero

Una collocazione a parte avevano la conca e il passapomodoro. Il passapomodoro era un recipiente forato, largo e piatto (con un diametro di circa 60 cm), fatto esattamente a misura della conca, anch’essa larga ma più profonda (una conca appunto). Serviva a raccogliere la polpa di pomodoro quando, con movimenti circolari e successive pressioni della mano, si voleva separare la buccia e i semi dal resto del frutto.

Rame che fa bella mostra di sé su una rastrelliera

Tutti i pezzi erano appesi in bella mostra nella rastrelliera in cucina, puliti e lustri come il culetto dei neonati. Una volta all’anno venivano lucidati con aceto e sale e fatti asciugare al sole affinché non rimanesse traccia di umidità. Lo si faceva generalmente nel periodo pasquale per cancellare le tracce dell’inverno. Tutti i  vicoli, in quell’occasione, sembravano mostre-mercato dell’artigianato.

Nel fondaco della case, nascosti agli occhi dei passanti, stazionavano poi i vari paioli, quelli impresentabili perché sporchi di nerofumo. Non salivano, ahimé, agli onori delle vetrine ma subivano comunque un trattamento di bellezza per togliere l’eccesso di fuliggine.

Il paiolone (ru cuttrìall)

Si trattava di paioli di tutte le misure, adatti ai diversi usi: i pomodori, le conserve, il maiale, il sapone, il bucato ecc… Grosso modo la classificazione era la seguente:

  • paiolo piccolo (ru cuttrllucc)
  • paiolo (ru cuttrìall)
  • paiolone (ru cuttrllàun)
  • caldaia piccola (la callarella)
  • caldaia (la callàra)
  • caldaione (ru callaràun)

Cuttrìall e cuttrllàun

Ru callaraun serviva per fare il bucato pesante una volta al mese. La sera prima si metteva a bagno la biancheria da letto in acqua calda e liscivia. La mattina successiva, di buon ora, arrivava la lavandaia che iniziava il lavoro e finiva nel pomeriggio inoltrato.

Una delle usanze più caratteristiche era il bagno dei bambini all’aperto, d’estate.
La mamma, nei giorni canicolari, esponeva al sole “la callàra” piena d’acqua. Verso le tre del pomeriggio, (non sia mai che poi prendono freddo), i bambini entravano in acqua e vi sguazzavamo meglio che in una piscina. Il sapone, eccezionalmente quello profumato, provvedeva a scrostare lo sporco dell’anno. Li dove né vasca né doccia esistevano, in inverno ci si lavava a pezzi e d’estate i grandi al fiume, i piccoli alla “callara”. Quanti giochi in quella callara, che divertimento, che spasso! Era la nostra piscina all’aperto, consentita per un arco di tempo breve nella vita di ciascuno di noi poiché ben presto, da un anno all’altro, le nudità diventavano imbarazzanti. Io li rivedo quei bambini felici, li rivedo con gli occhi della mente: sguazzavano in questa improvvisata piscina, anche due o tre per volta, anche quelli dell’intero vicinato, insaponati e gioiosi, niente paletta né secchiello, solo manine battenti sul pelo dell’acqua che se una goccia arrivava loro in bocca, aveva necessariamente quel sapore li, il sapore del rame. Il nostro essere di oggi è legato indissolubilmente a queste esperienze. Sono loro, i nostri ricordi, che ci fanno sentire unici e senza uguali, perché noi, e solo noi, li abbiamo vissuti, non altri.

Una serie di pilzinotti
Una serie di pilzinotti
Il Maniero
Ru lamparùal (l'oliera)
Ru lamparùal (l’oliera)
la buttiglia d' l'acqua calla
la buttiglia d’ l’acqua calla

 

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[1] Molisana di Agnone (IS), prof.ssa di Matematica in pensione. Si occupa di cultura e politica; pur risiedendo altrove, ha conservato intatto l’amore per il suo paese d’origine che coltiva in forma attiva.

Copyright Altosannio Magazine
Editing: Flora Delli Quadri

12 Commenti

  1. Resto affascinato dalla capacità avvolgente degli scritti di Flora.
    Complimenti.
    Spero che altri nostri conterranei vorrano cimentarsi con queste “storie” che appartengono a tutti noi.

  2. che poesia! incomprensibile per che non l’ha vissuta! il rito del riempimento delle Bottiglie per scaldare il letto , avvolte nel pigiama, unica fonte di riscaldamento nelle fredde case…… Cuocere le sagne a tacconi, buttate una alla volta ne ru cuttrielle, proprio dove l’acqua bolle …e la prima aspetta l’ultima,….Scappa scappa chiudi la porta che le sagne scappano! e io bambina ci credevo, vedevo le tacconelle scappare fuori dal paiolo ……
    Altri tempi…

  3. Minella, il ricordo delle sagne a tacconi che scappano è un altro di quelli che mi intenerisce, mi era sfuggito totalmente dalla testa.

  4. Agnone per la sua posizione (quasi un cuneo inserito nella provincia di Chieti) anche se è sempre appartenuto amministrativamente alla Provincia di Campobasso, rivela la sua spiccata anima abruzzese per molti aspetti: culturali, artigianali, di usi e costumi, dialettali, culinari ecc… ecc…
    Quando le due regioni erano unite, l’appartenenza a due province diverse non costituiva una barriera tra Agnone e i paesi confinanti, tutti abruzzesi.
    Oggi invece sì.

  5. Bella e completa disamina dell’ARGOMENTO RAME, ricchezza in sé per tutti, ma forse per AGNONE di più grande e migliore privilegio…E poi quante FOTO , particolari e dettagliate che di più non si può: è il CULTO DEL RAME! Nella mia famiglia che io ricordi non c’era certo un TESORO; quindi poco rame= poca ricchezza= poco profumo! C’erano soltanto la tina col “manire” , un paio di tegami, lu cutturille, lu cutture, e due callare, per la hugliende –bollire le vinacce o l’acqua per il bucato. Ma IL BAGNETTO NON si faceva NELLA CALLARA. Al mio paese il bagno-una volta all’anno si faceva nella tina di legno, lu “tinacce” appunto per il bucato, al sole dietro casa, nel primo pomeriggio sempre…
    A questo punto trascrivo due righi di una parte di poesia di Modesto della Porta
    “BRINDISI”
    Seme fatte accuscì, care cumpare,
    che fa ca nen ce stà tanta quatrine?
    Lu bagne, o te le fij ‘mmezze a lu mare
    o ppure te le fij dentre a la tine,

    quande sti ’mbusse, a pare a pare,
    che fa che a mezze palme da la schijne
    ce stà la tine e nen ce stà lu mare?
    Seme fatte accuscì,’nche tre carrine

    nu’ seme ricche, seme miliunerie.
    Ci-avaste nu carofene scarlate
    pe’ farije scurdà’ ogne miserie,

    la vucche a rise de ‘na giuvinette,
    nu litre, quattre amice e na cantate
    ‘nche n’accumpagnamente d’urganette .

    Perdon ! volevo trascrivere solo due righi, ma la mano è andata da sola ed ha copiato un sonetto, il quarto di una poesia + lunga, ma allegra e conviviale, appunto BRINDISI .
    ( oggi c’è purtroppo anche chi strappa canali o atri oggetti di rame come refurtiva), ma forse La CALLARA per il bagnetto NO, la lascia essendo troppo ingombrante e piena d’acqua saponata e ricordi d’infanzia…
    Ed ora approfittando della tua bontà, cara FLORA, e del fatto che il commento verrà letto dalla REDAZIONE chiedo un gran favore: nel ‘ 55 a TRIVENTO, nel convitto femminile dalle suore, c’era una mia compagna di AGNONE- CARLA CERIMELE diplomata maestra, quindi oggi 78 anni ! vorrei sapere qualcosa di lei o semplicemente porgerle col mio ricordo cari saluti…
    Grazie, grazie dell’attenzione e scuse per l’esagerazione del mio commento. Sarò breve la prossima volta…

  6. Mi evoca, la descrizione, un passato lontano, quasi evanescente. Rivedo la cucina della casetta dove sono nato con una parete intera e una a metà che colpivano per fare bella mostra di tutto quel materiale da cucina, Avevamo tutto! Quante volte ho lavorato anch’io di gomito, primo figlio di quattro maschi, per aiutare mia madre a lucidare tielle, fessore, cucchiarelle etc. Conservo oggi, e gelosamente, la callare che utilizzo d’estate per far bollire barattoli e bottiglie di conserva. Che bello il rame! e che belli tali ricordi! Complimenti per la descrizione.

  7. Che bello questo articolo così esauriente e ben illustrato. La scrittura delle sorelle Delli Quadri è fluida e ricca. Incantata cara Flora

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