I vecchi mulini ad acqua

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di Romolo Ferrara (1)

Nel tempo in cui la corrente elettrica doveva ancora essere scoperta, ad Agnone funzionavano quattro mulini,azionati dalla forza motrice dell’acqua del fiume Verrino.

Erano scaglionati lungo il corso del fiume esattamente nelle località denominate

Merenda, Scamozza, Ponte a valle e Santa Lucia.

Quest’ultimo viene ricordato come  mulino dei monaci ” il che fa pensare all’esistenza di un antichissimo convento.

Nei suddetti impianti veniva macinato il grano, l’orzo, il granturco del popolo agnonese e dei paesi vicini. Immaginiamo che dovevano lavorare intensamente per soddisfare la richiesta. Bisogna ricordare che il mugnaio ,proprietario e responsabile, aveva l’impegno di regolare spesso la velocità delle macine, vigilare che una partita di sfarinato venisse separata l’una dall’altra, intrattenere cordialmente i clienti.

Al mulino,come al forno rionale,si conversava del più e del meno: degli eventi che si verificavano nella comunità, delle attese circa il raccolto dell’annata. I mugnai erano considerati portavoce dei candidati politici ed amministrativi e, qualche volta, anche sensali per affari di carattere agricolo/pastorale.

Ma torniamo al loro incombente lavoro. Essi dovevano tenere d’occhio il canale di derivazione dal corso del fiume, perché l’acqua scorresse ininterrottamente sull’impianto molitorio; riparare gli argini ogni volta che la piena li rovinava; tenere in ordine l’opera muraria del fabbricato sulla quale sbatteva la corrente.

Insomma, c’era da lavorare  abbastanza per servire il pubblico in quel settore di attività, che prometteva bene.                                                                                                     Un altro aspetto del rapporto con gli utenti si rifletteva sul pagamento: se il cliente non disponeva di denaro liquido, pagava in natura, per cui il proprietario del mulino, disponeva di farina per qualunque acquirente.

Qualcuno ricorda la tassa sul macinato che, pagata al proprio mulino, obbligava il mugnaio anche all’incombenza di esattore per conto dello Stato. Un compito ingrato che turbava pure il pagante. Ma, per attenuare l’amarezza dell’imposta, qualche volta si pensava ad una mangiata di “sagne” impastate con farina fresca, condite con una bevuta dal “cicinaro” ( l’orcio portato spesso nella bisaccia dal nostro agricoltore).

Di queste espressioni era fatta l’economia ristretta del passato.

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(1)Romolo Ferrara ,molisano di Agnone, insegnante, educatore, con la passione per la musica liturgica e per la scrittura su questioni sociali, religiose, ambientali e di costume locale.

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EditingPaola Giaccio

Copyright: Altosannio Magazine

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