I rivali di Roma – Parte sedicesima

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Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri indistruttibili rivali di Roma

Parco archeologico di Fregellae

In questa Parte sedicesima della storia romanzata [1] di Paride Bonavolta [2] dedicata ai Sanniti, Tauro assolve ai suoi doveri di soldato e, dopo aver assistito alla nascita di suo figlio e nipote di Papio Pentro, Mamerco, riprende le armi e, prima con Ursidio e poi da solo, conquista Arpino e Fregelle (territori dell’attuale pr. di Frosinone, sul fiume Liri)


 

I rivali di Roma – Parte sedicesima

            Ma il tempo concesso a Tauro, dai suoi impegni di soldato, volò via rapido ed il giovane pentro dovette mettersi sulla via del ritorno intimamente combattuto dalla gioia di riprendere la vita che amava ed il dolore di lasciare la giovane sposa che tanta gioia e piacere aveva saputo dargli in quel breve periodo trascorso insieme. Il viaggio di ritorno si svolse rapidamente ed ad Aesernia Tauro trovò l’ ordine di Ursidio di mettersi a capo di nuove truppe che si sarebbero unite a quelle già presenti nel territorio dei Volsci.

            L’incontro con Ursidio rivelò il gran senso di cameratismo e di amicizia che si era instaurato fra loro. Ursidio volle festeggiare a modo suo il novello sposo organizzando un ricco banchetto al quale presero parte numerose donne molto condiscendenti che invano tentarono, istigate dall’anfitrione, il renitente novello sposo che dovette subire le amichevoli e pesanti battute salaci del suo comandante.

            Fra i compiti che attendevano Tauro c’era quello di visitare i vari presidi sanniti provvedendo a rilevarne le truppe per sostituirle con i rincalzi che aveva condotto con sè. Dovette in un paio di occasioni riportare con le armi l’ordine in alcuni villaggi scoprendo che la gente del posto era stata istigata e pagata da Roma per creare noie ai sanniti. Decise quindi di riunire buona parte delle truppe e di dare una dimostrazione della loro organizzazione procedendo a delle esercitazioni e scontri simulati presso la confluenza del Liri con il Lacerno e quindi ben in vista delle truppe romane acquartierate sull’altra sponda.

            Quando l’inverno fu nuovamente alle porte Ursidio gli impartì nuovi ordini.

            – Prima dell’ inverno si dovrà scortare nel Sannio un grosso carico del materiale estratto e riferire al Consiglio della Lega sull’andamento della nostra spedizione. Questi ultimi mesi ci hanno impegnati entrambi piuttosto duramente e ritengo che sia opportuno che sia tu a tornare anche perché hai una giovane sposa che ti attende con impazienza.

            – Scusami Ursidio ma il nostro programma era che ci saremmo alternati nei nostri rientri e quindi è giusto che sia tu a tornare in Patria.

            – Mio caro Tauro, sono un vecchio soldato e ti assicuro di non essere affatto impaziente di tornare da una moglie brontolona e loquace e da una caterva di figli e nipoti che sembrano vivere in una completa anarchia. Qui mi sento più a casa e come sai se voglio posso ancora dare prova della mia decrescente virilità approfittando del mio ruolo di vincitore e della disponibilità di numerose vedove tutt’altro che inconsolabili che sanno ancora lusingarmi anche perché sperano di trarne dei benefici. Tu hai una moglie giovane e sicuramente impaziente di rivederti e di fare di te il centro di ogni sua attenzione sotto ogni profilo. Seppur vecchio e se anche è passato tanto tempo ricordo ancora come sia dolce giacere con una giovane sposa innamorata che ancora anteponga ad ogni dovere di padrona di casa e di madre il piacere del marito. Uno dei vantaggi dell’età è quello di lasciarsi andare a piccoli ozi e grandi vizi che in patria sono certo di non poter trovare. La mia età è ormai molto prossima a quella alla quale si ritiene opportuno che un soldato, salvi casi eccezionali, debba appendere al chiodo la sua spada. Va tranquillo, preferisco rimanere qui con i miei soldati perché avrò tanto tempo, me lo auguro, per stare lontano da loro. E poi -aggiunse con il suo contagioso buonumore- sta tranquillo che i diversivi piacevoli, come già ti ho detto, non me li farò mancare.

            Sulla via del ritorno si fermò a riferire al Consiglio e notò con piacere come quegli anziani avessero grande considerazione dei suoi punti di vista e dei suggerimenti che a loro richiesta dette.

            Forse- pensò tra sé –cominciano a pensare a me non più o non solo come al figlio di Papio

            Sciolte. le truppe che lo avevano accompagnato e fissato il nuovo incontro per la metà del mese di marzo dell’anno successivo volò letteralmente verso casa rallentato solo dal fatto che portava con sé un paio di cavalli carichi delle sue poche cose e di tanti regali destinati per la maggior parte a Paculla. Questa volta era sicuro che nessuno sapesse del suo arrivo e quindi avrebbe potuto correre direttamente fra le braccia della sua sposa. Quando fu in prossimità della casa iniziò a chiamare a gran voce Paculla impaziente perfino di vederla prima di essere arrivato. Non avrebbe perso neanche tempo a lavarsi questa volta, l’avrebbe subito presa fra le braccia e si sarebbe chiuso nella loro camera.

            Richiamata dalle sue urla vide una figura tozza portarsi sulla porta di casa e, dopo un momento di indecisione, correre verso di lui con goffa andatura. Solo quando fu più vicino realizzò che chi gli correva incontro, reggendosi il ventre ingrossato da una avanzata gravidanza, era Paculla. Smontato da cavallo al volo l’accolse tra le braccia accorgendosi di quanto fosse difficile stringere a sé una donna in attesa di un figlio.

            – Mi sei tanto mancata Paculla- le mormorò tra i capelli – Da quanto tempo aspetti?

            – Credo proprio che tu abbia posto il tuo seme in me fin dalla nostra prima notte . Quando sei partito pur pensando che forse aspettavo un nostro figlio ho preferito tacere per non crearti ulteriori pensieri . Sono successi tanti cambiamenti nella mia vita di sposa.

            -Pensi che sia un maschio?Ho sempre sentito dire che le donne da strani segni riescano a capire il sesso dei nascituri.

            -Vuoi tanto un guerriero come primogenito?– domandò sorridendo Paculla. – Mi dicono che tutti gli uomini vogliono che i loro figli siano maschi, ma come fareste senza di noi? Prega gli dei che ti accontentino perché io già lo faccio ben sapendo che è questo che vuoi.

            – Sono uno sciocco a porti questa domanda. In effetti è vero che sarei contento che fosse un maschio ma se sarà una femmina sarà egualmente la benvenuta. Vuol dire che nel mio cuore dovrò avere due Paculle una grande ed una più piccolina ma ci sarà amore a sufficienza per entrambe, te lo assicuro.

            Rimasti soli, Tauro non sapeva se le condizioni della moglie gli consentissero di prenderla come desiderava tra le braccia e fu Paculla che intuendo il suo dilemma e desiderandolo a sua volta dovette incoraggiarlo.

            – Non temere soldato, puoi avermi anzi devi avermi perché se tu non lo sai, come credo, le donne nel mio stato hanno desideri sfrenati ed io non sono diversa dalle altre.

            Tauro non se lo fece ripetere ma i suoi approcci, tra il sorridente divertimento di Paculla, si dimostrarono goffi ed inesperti di fronte all’evidente ingombro del suo ventre.

            I giorni che seguirono si rivelarono per entrambi caratterizzati da una nuova tenerezza ed i due giovani difficilmente passarono il tempo uno lontano dall’altra anche se Tauro dedicò parte del suo tempo a controllare che in campagna e nel suo allevamento di cavalli tutto procedesse per il meglio. Il buon maniscalco aveva, come prevedibile, fatto un buon lavoro in sua assenza e Tauro non poté che complimentarsi con lui e con la stessa Paculla che, in un certo senso, aveva sovrinteso che tutto procedesse nel migliore dei modi in sua assenza.

            Solo nella sua casa sul lago Tauro preparò ed intagliò la culla del suo primo figlio con grandi motivi floreali ed una testa di toro. La passione per la moglie dopo i primi slanci si era tramutata in dolcezza verso di lei ed in una serie di piccole attenzioni che provocavano le scherzose e divertite lamentele di Paculla.

            Il tempo passava e Tauro cominciava a temere di dover partire prima della nascita dell’atteso figlio; Paculla notando questa sua inespressa ansia cominciò a pregare gli dei che la impazienza del marito potesse essere ricompensata dall’evento e dal desiderato figlio maschio. Sembrò che gli dei volessero essere benigni verso di loro perché il parto avvenne con leggero anticipo e con facilità. La stessa Paculla volle personalmente, sia pure affaticata, ad annunciare allo sposo il sesso del nascituro quando l’impaziente Tauro fu ammesso dalle donne nella stanza di lei di fronte alla quale attendeva con impazienza notizie che nessuna delle donne presenti al parto voleva dargli.

            – Onora il tuo dio Marte -gli annunciò la sua sposa – e sacrifica a lui perché il tuo desiderio è stato esaudito. Sei padre di un bellissimo maschio.

            – Farò come tu dici ma ringrazio soprattutto te. Lasciami stringere il piccolo se posso.

            Preso con evidente imbarazzo e goffaggine il piccolo lo guardò a lungo stupendosi delle sue proporzioni ma la moglie ancora una volta leggendogli nello sguardo dovette rassicurarlo che era notevolmente superiore al peso medio. Quando Tauro rassicurato riconsegnò il piccolo alla madre con evidente sollievo Paculla gli domandò quale nome avrebbe voluto dare al bimbo. Fra loro infatti non avevano mai volutamente affrontato questo problema non volendo ipotizzare alcun nome finché non fosse andato tutto bene e non si fosse saputo il sesso del loro primogenito.

            – Questo giovane sannita avrà nome Mamerco se è vero che devo al dio Marte aver esaudito il mio desiderio. E poi. . quale migliore nome per un futuro soldato di quello che ricorda il dio della guerra? Paculla sorrise felice vedendo che nonostante gli evidenti tentativi di frenarle lacrime di commozione e tenerezza rigavano il viso dello sposo.           

Rientrato a Cominium trovò che fervevano i preparativi per muovere su Arpinum e dopo i grandi festosi saluti e complimenti di Ursidio si immerse nel suo lavoro anche per sdebitarsi con un comandante che gli aveva permesso di trovarsi a casa alla nascita del suo primogenito.

            La battaglia ingaggiata per conquistare Arpinum si rivelò più dura del previsto e nel corso della stessa Sesto Ursidio riportò una preoccupante ferita all’addome che lo costrinse a cedere il comando a Tauro disponendo che le truppe avrebbero operato nella territorio dei Volsci fino ai primi dell’autunno dopodiché, lasciati alcuni presidi, il grosso dell’esercito si sarebbe diretto in patria per sciogliersi.

            – Il tuo prossimo obiettivo – gli venne comunicato- sarà la sottomissione di Fregelle (Città al confine fra il territorio dei Volsci e quello degli Aurunci, alla sinistra del Liri di cui formava un’importante testa di ponte) che non credo ti darà gli stessi fastidi di Arpinum ma la conquista della città è per noi di estrema importanza per il ruolo che la stessa giocherà in futuro nei nostri rapporti con Roma, se questi dovessero peggiorare. Il controllo di Fregelle, vista la sua posizione sul Liri, è la chiave di volta per il controllo del confine e dei circostanti territori. Una volta presa la città dovrai porre particolare attenzione a stabilire buoni rapporti con i maggiorenti locali per farne degli amici fidati e non disposti a cedere alle lusinghe o alle minacce di Roma che certo non mancheranno.

            Come previsto Fregelle cadde con relativa facilità e la particolarità di quella battaglia fu rappresentata dal fatto che fu combattuta sotto lo sguardo delle legioni di Roma acquartierate sull’opposta riva del fiume. Tauro non appena poté si portò sulla riva da lui controllata per rendersi conto delle posizioni tenute dai legionari di Roma sulla opposta e non distante sponda e vedendo lo stabile acquartieramento romano ben fortificato ebbe la certezza che Roma aveva delle mire su Fregelle e che non si curava molto di dissimularle.

            Assolti i compiti affidatigli al comando delle truppe destinate a rientrare in patria si ricongiunse con Ursidio visibilmente ancora convalescente e demotivato ben sapendo che la grave ferita riportata aveva in pratica posto la parola fine alla sua carriera di soldato.

            – Muoveremo insieme fino a Venafrum – gli annunciò Sesto Ursidio – dopodiché scioglieremo i reparti e rientreremo a casa.

            A Venafrum le truppe sannite accolte da esponenti della Lega ricevettero calorose accoglienze e grande ammirazione destò il bottino preso in quei tre lunghi anni di guerra. Finalmente liberi dalla rigorosa disciplina i soldati poterono finalmente abbandonarsi ad allegre bevute nelle quali finì buona parte delle ricompense ricevute. Ursidio e Tauro si videro costretti a prendere parte a banchetti e festeggiamenti in loro onore e dovettero più volte parlare delle azioni più significative della loro missione. Soprattutto Tauro fu assillato da domande su Fregelle, sugli apprestamenti romani e sulla difendibilità del territorio in caso di deterioramento dei rapporti con Roma .

            I due amici, dispiaciuti della imminente separazione, poterono infine salutarsi. Ursidio abbracciò Tauro con slancio paterno e volle consegnargli suoi personali regali per Paculla e per il piccolo Mamerco.

            – Torna ai tuoi cari e rinfodera la spada. Goditi la famiglia dalla quale sei stato tanto lontano e dimentica, finché ci riuscirai, che sei un soldato. Pensa solo alla tua famiglia ed ai tuoi interessi, perché quando si è soldati, non si sa mai quanto tempo si ha per farlo e se lo si spreca non si può fare altro che rimpiangere l’errore fatto.

            – Sei stato un maestro e sopratutto un amico, Ursidio e sicuramente come dicono che avvenga con il primo amore non scorderò mai il mio primo comandante.

            – Bando alle adulazioni figliolo, lo vedi ormai sono ridotto proprio male e ti confesso che per un soldato non è il modo migliore di tornare a casa sopratutto se sai che non ci saranno per te altre chiamate. Non fare i miei errori. Io torno a casa da estraneo per la mia famiglia perché non l’ho mai considerata più importante del mio lavoro. Moglie e figli in pratica non li conosco per il tanto tempo che ho trascorso lontano da loro. Spero di essere in grado di conquistarmi almeno l’affetto dei nipotini che devo imparare a conoscere. Certo tutti si mostreranno lieti di rivedermi e mi tratteranno con il rispetto che mi si deve ma penso-aggiunse con un sorriso divertito- che saranno terrorizzati all’idea che sono tornato per restare. Ricorda, vivi la famiglia come un bene prezioso. Va ora non fare attendere i tuoi.

            Un violento abbraccio, come solo Ursidio, nonostante le ferite ancora aperte poteva dare, fu l’ultimo saluto tra i due amici.

 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.
Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma) al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.
I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosi quali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.
La vita del primo personaggio, Papio Pentro, interagisce con la conquista, da parte dei Sanniti, di Capua e Cuma, con Numerio, figlio di Capi (da cui Capua), con l’interesse di Roma di accaparrarsi la Campania, con la peste del 400 a.C..
[2] Paride Bonavolta, agnonese nella testa, nel sangue e nel cuore, da anni è tornato a vivere in Molise con tanta voglia di mettersi a disposizione per il bene del territorio.  Chiunque, interessato alle sue aspirazioni, può contattarlo tramite i seguenti contatti: e-mail: paride.bonavolta@virgilio.it; cellulare: 335 6644839

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

 

 

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