I rivali di Roma – Parte quindicesima

0
81

Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri indistruttibili rivali di Roma

In questa Parte quindicesima della storia romanzata [1] di Paride Bonavolta [2] dedicata ai Sanniti, Tauro, dopo le sue avventure militari al seguito di Ursidio, torna al suo villaggio e può finalmente sposare la sua Paculla, durante le feste di Primavera.


 

I rivali di Roma – Parte quindicesima

             L’ arrivo nel suo villaggio fu ben diverso da quanto si era aspettato. Sembrava che tutti gli abitanti si fossero dati appuntamento per aspettarlo e tributargli grandi onori. La cosa lo stupì ma pensò che il suo arrivo fosse stato preannunciato da qualcuno dei suoi soldati che avevano seguito Ursidio e che conoscevano l’intesa dei due comandanti di avvicendarsi in un turno di rientro in patria.

            Tutta quella folla festante lo circondò e lo scortò dagli anziani che lo attendevano presso il piccolo tempio con i sacerdoti già pronti a sacrificare le vittime con le quali si volevano ringraziare gli dei per il suo rientro e il successo della spedizione. Se da un lato quell’accoglienza trionfale lusingava il suo orgoglio dall’altro finiva per rimandare il tanto atteso incontro con Paculla che inutilmente cercò con lo sguardo tra la folla.

            Agli anziani dovette sommariamente riepilogare i fatti salienti della spedizione ricordando di dare notizie sulle singole imprese individuali dei soldati del villaggio che erano partiti con lui ed i familiari dei quali erano tra la folla che lo circondava. Dovette avere una parola di conforto anche per le famiglie, per fortuna pochissime, dei caduti e accendere con il suo racconto gli animi dei giovani che in un prossimo futuro avrebbero fatto parte delle truppe sannite.

            Mentre cercava di non mancare a nessuna di queste incombenze che gli competevano nella sua qualità di comandante e di cittadino con gioia finalmente notò Paculla che ricambiò il suo muto saluto asciugandosi gli occhi velati da lacrime di gioia e di commozione.

            Dette infine ordine ai suoi, che lo avevano accompagnato nel viaggio di ritorno, di andare a prendere i trofei destinati al tempio e quanto doveva essere diviso tra le famiglie dei caduti.

            Quando finalmente riuscì a liberarsi cercò invano intorno Paculla ma immaginò che si fosse allontanata per incontrarsi da sola con lui. Si diresse quindi al loro lago certo di trovarvela.

            Paculla infatti era li e quando arrivò corsero l’uno nelle braccia dell’altra e le loro labbra si unirono in baci voraci. Quando le carezze di Tauro si fecero più insistenti Paculla sorridendo lo allontanò.

            – Calma la tua irruenza mio guerriero. Abbiamo fatto un patto ed intendo rispettalo e più ancora farlo rispettare a te. Avrai sicuramente fame e ho preparato per te qualcosa da mangiare. Mentre preparo togliti di dosso la polvere e la fatica con un bagno nel tuo lago. Ti aspetto.

Tauro non avrebbe voluto staccarsi da lei e le sue braccia tentavano di trattenerla stretta . Una mano era riuscita superando l’ostacolo della sua tunica a posarsi su quei seni che dopo il lontano bagno notturno erano stati ossessivamente presenti nei suoi pensieri e che ora riusciva a sfiorare.

            – Calma guerriero. Non manca molto alla festa di primavera durante la quale saranno decise le nuove coppie di sposi. Con i tuoi meriti e con la mia modestia nessuno potrà impedirci di essere tra non molto uniti per la vita. Ti prego quindi di non rendermi tutto difficile e rispetta la mia richiesta.

            Così dolcemente richiesto, sia pur a malincuore le sue braccia lasciarono Paculla che si mise a tirare fuori da un cesto le provviste preparate per lui.

            Sentendo il bisogno di un bagno si diresse verso il lago liberandosi dei vestiti coperti di polvere e di sporco e giunto sulla riva girandosi vide che Paculla voltata di spalle al lago stava predisponendo su un immacolato lino le provviste. Ebbe un attimo di indecisione se tenere addosso la fascia che gli cingeva i fianchi o se liberarsene per godere appieno di quel bagno tanto desiderato. Le sue mani per abitudine risolsero per lui il problema liberandolo meccanicamente di quell’ultimo indumento e finalmente fu in acqua assaporandone la gioia e fendendo con lunghe bracciate la intatta superficie. Dopo una lunga nuotata che gli scrollò di dosso la stanchezza nuotò verso riva dove trovò che Paculla aveva disposto per lui degli indumenti puliti . Uscito dall’acqua si diresse ai vestiti e levando gli occhi in direzione di Paculla notò che la ragazza senza alcun imbarazzo fissava apertamente il suo corpo nudo che non cercò di nascondere anche quando il rendersi conto dello sguardo di lei eccitò il suo membro. Rivestitosi si avvicinò a Paculla .

            – Ora anche il tuo corpo non ha segreti per me, – ironizzò la ragazza – questo lago è il complice ideale per. . . , diciamo così, . . conoscerci. Vieni a mangiare e raccontami delle tue avventure di guerra e non.

            Preso posto accanto a lei raccontò del viaggio, dei posti, degli scontri con i Volsci della sua esperienza di meddix di Cominium. Trovò naturale parlarle anche della incredibile avventura con le due donne tendendo a mettere in evidenza la delicatezza del rapporto che si era creato tra madre e figlia. Paculla che lo aveva ascoltato con attenzione volle sapere quali differenze avesse riscontrato nel duplice amplesso con la più matura madre e con la inesperta fanciulla. La domanda non parve indiscreta e inadatta e Tauro per dare una onesta risposta ad una precisa domanda rivivendo l’accaduto per la prima volta cercò, e non fu facile farlo, di paragonare le due esperienze.

            – Spero, quando sarà il momento – fu il pacato commento di Paculla – di riuscire a darti le cose che hai apprezzato in ognuna di loro perché vorrei essere oltre che una buona moglie l’unica compagna che tu voglia al tuo fianco. So che non sarà facile e che la tua vita di soldato spesso ti porterà lontano da me esponendoti a numerose tentazioni ma stai pur certo che vorrò sempre essere la prima se non l’unica donna della tua vita.

                Consumata la colazione Tauro assopitosi fu risvegliato da Paculla.

               – Vieni andiamo a fare il bagno insieme.

           Aperti gli occhi vide Paculla che in piedi e nuda e gli tendeva la mano. Pur avendola già vista nuda, seppure da lontano, fu colpito dalla pienezza e bellezza del corpo di lei ora così vicino e volutamente offerto al suo sguardo. I suoi occhi la percorsero con calma cercando di assorbirne la bellezza rivelata mentre Paculla lasciava che il suo sguardo la carezzasse e la mettesse ancora più a nudo di quanto ella stessa immaginasse.

            Senza parlare o avvicinarsi si denudò a sua volta e tenendosi per mano si avviarono verso l’acqua mente i capezzoli turgidi di lei ed il suo membro eretto tradivano la sensualità che era in loro .

            Gli ultimi passi furono fatti di corsa quasi a cercare rifugio al loro desiderio in quelle acque fresche Si immersero contemporaneamente prendendo a schizzarsi reciprocamente come due ragazzini.

            Tauro pensò che Paculla rivelandosi a lui avesse mutata opinione circa il fatto di non concedersi fino al giorno delle loro nozze e quando lei gli propose ridendo una gara per raggiungere un tronco che galleggiava sull’acqua lontano da loro entrambi vi si diressero, da abili nuotatori quali erano, con vigorose bracciate. Quando Tauro raggiunse il tronco si girò per vedere quanto distasse Paculla ma vide che la ragazza riguadagnata la riva lo guardava ridendo. Ripercorse rapidamente il percorso appena fatto e giunto a riva corse verso il punto dove pensava che lo stesse aspettando ma la vide che, precariamente rivestita, stava correndo verso casa sua ridendo della sua palese delusione e non gli restò che rituffarsi e spengere il suo desiderio in una lunga nuotata.

          La festa della primavera era una delle grandi feste del popolo sannita. Il risveglio della natura segnava la fine di un inverno che, specie nelle zone montuose, spesso finiva di isolare gran parte del paese. Con la bella stagione riprendevano le possibilità di interscambio ed i collegamenti e in molte case si poteva mettere in tavola più cibo nella certezza che il periodo più duro fosse ormai superato e che le provviste erano state sufficienti.

            I villaggi più grandi si trasformavano in grandi mercati all’aperto nel quale si davano appuntamento gli abitanti di intere vallate che spesso iniziavano il viaggio anche giorni prima per non mancare all’appuntamento.

            In quella giornata i sacerdoti avrebbero avuto abbondanza di offerte e di vittime sacrificali e si sarebbero tratti gli auspici per il futuro raccolto . Le sere che procedevano la festa le strade si popolavano e la notte veniva rischiarata dalle grandi torce, che portate sulle spalle dai più robusti, rischiaravano il viaggio verso il punto di raccolta. Falò venivano accesi di fronte alle case e ai piccoli centri rurali e presso quei fuochi tutti sapevano di poter contare su un eventuale posto di sosta nel quale l’ospitalità era considerato un dovere sacro. Molti si recavano all’appuntamento annuale portando prodotti e animali da scambiare e già lungo il cammino cominciavano una serie di scambi e baratti. Ognuno indossava le vesti migliori frutto del lavoro che nelle lunghe serate invernali le donne avevano passato intorno ai telai. In questa variopinta moltitudine secondo la tradizione, spiccavano vestiti di soli panni bianchi e senza alcun ornamento coloro che avevano atteso quel giorno per vedere accolta la propria richiesta di dar vita ad una nuova famiglia.

            Anche il villaggio si era risvegliato per tempo per accogliere le persone in viaggio e per dare gli ultimi ritocchi alla scenografia di rito. In più punti erano allestiti altari, spiazzi aperti destinati allo scambio di merci ed animali, posti di ristoro e di sosta e al centro di questa scenografia il grande spiazzo infiorato con tutti i possibili fiori della primavera nel quale le singole coppie avrebbero atteso che gli anziani ratificassero la loro unione.

            Fra le donne vestite di bianco anche Paculla attendeva il suo gran giorno circondata da amiche solerti e da parenti e, come lei altre fanciulle. Madri ed amiche si agitavano loro intorno controllando che gli abiti cadessero perfettamente, che i capelli fossero ben pettinati e che in genere tutto fosse in ordine. I più piccoli lasciati liberi dal controllo dei genitori, sotto l’occhio vigile di qualche vecchia, approfittavano della libertà e della moltitudine di coetanei per organizzare giochi sfrenati o simulare il rituale cui presto si sarebbe dato inizio e che un giorno li avrebbe visti protagonisti segnando il loro ingresso nella vita degli adulti . I padri ed in genere gli uomini ostentavano indifferenza per quella cerimonia e approfittando della inconsueta possibilità di riunione affrontavano quelli che potevano definirsi problemi da uomini quali il raccolto, le vicende politiche e militari e così via.

            I promessi sposi fino all’ultimo sarebbero restati lontani da tanta confusione, riuniti anch’essi in gruppo ostentando una tranquillità che in effetti molti di loro non avevano. I loro discorsi più che altro vertevano su sogni di future avventure e sulla esperienza che presto avrebbero avuta, per lo più per la prima volta, con le donne loro destinate.

            Maggiore era la generale confusione più allegra e festosa era la grande festa della primavera. Gladiatori e giocolieri si apprestavano ad essere oggetto di successiva attenzione dopo la cerimonia e davano gli ultimi ritocchi alla loro rappresentazione.

            Un suono di corno dette il segnale ai giovani ed a tutti i convenuti che la cerimonia stava per avere inizio. I promessi sposi si disposero come previsto su due file ed entrarono nel sacro recinto disponendosi gli uni di fronte agli altri sui due opposti lati. Dietro di loro, ma fuori del recinto, divisa per sesso si dispose la folla convenuta.

            Un prolungato suono dei corni annunciò infine l’arrivo dei sacerdoti e degli anziani che presero posto tra le due file di promessi sposi guardando verso l’occidente ed avendo l’altare di fronte.

            Si procedette poi al sacrificio di un giovane toro, simbolo sacro della gente della Pentria, ed il sacerdote più anziano estrattane le interiora dopo essersi consultato con i suoi fece annunciare che gli auspici erano favorevoli per un buon raccolto e per un periodo di operosa tranquillità. Un’ovazione di sollievo si levò dalla folla trepidante che prese ad agitare festante rami fioriti. Poi una coppia di bambini dette inizio alla seconda parte del rito portando una cesta piena di colombi candidi. Il sacerdote ne sollevò il coperchio ed i colombi si levarono in volo e dopo un ampio giro sullo spiazzo diressero verso occidente. Non ci fu quasi bisogno di annunciare che gli auspici per le coppie che si sarebbero tra poco formate erano favorevoli in quanto oltre a prendere la direzione giusta nessun colombo si era distaccato dal gruppo.

            Gli anziani dei vari villaggi convenuti fatto un passo avanti rispetto agli altri cominciarono poi a chiamare i nomi delle coppie che avevano ottenuta la loro approvazione e che da quel momento di fronte al popolo contraevano impegni reciproci ripetendo ad alta voce le sacramentali parole che li avrebbero uniti per la vita. Le varie coppie, per villaggio venivano chiamate con un rigoroso ordine di precedenza in relazione ai meriti acquisiti dai giovani maschi. Tauro fu quindi il primo ad essere chiamato e quando rivestito della sua bella armatura ebbe raggiunto il centro dello spiazzo, in un riquadro delimitato per terra da frutti e fiori di stagione, fu fatto il nome di Paculla che raggiante lo raggiunse tra il compiaciuto ed augurale vocio degli astanti. Quando tutte le coppie furono formate uscirono sotto un arco di fiori tenuto dai giovani di entrambi i sessi che era presumibile dovessero seguirli nello stesso cerimoniale l’anno successivo.

            In vista della loro prima notte insieme Tauro e Paculla si erano trovati concordi nel decidere di trascorrerla sul lago e Tauro aveva provveduto a far costruire una solida ed elegante piccola capanna di tronchi che sarebbe dovuta diventare nelle loro intenzioni un posto assolutamente interdetto a tutti gli altri. Fu quindi in quella capanna, il cui pavimento di assi era stato ricoperto di pellicce pregiate, che i due giovani poterono finalmente giacere con gioia reciproca nelle braccia l’uno dell’altra.

 

  


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.
Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma) al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.
I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosi quali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.
La vita del primo personaggio, Papio Pentro, interagisce con la conquista, da parte dei Sanniti, di Capua e Cuma, con Numerio, figlio di Capi (da cui Capua), con l’interesse di Roma di accaparrarsi la Campania, con la peste del 400 a.C..
[2] Paride Bonavolta, agnonese nella testa, nel sangue e nel cuore, da anni è tornato a vivere in Molise con tanta voglia di mettersi a disposizione per il bene del territorio.  Chiunque, interessato alle sue aspirazioni, può contattarlo tramite i seguenti contatti: e-mail: paride.bonavolta@virgilio.it; cellulare: 335 6644839

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here