I rivali di Roma – Parte quattordicesima

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Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri indistruttibili rivali di Roma

Sanniti e Volsci

Siamo intorno all’anno 350 a.C., in questa parte quattordicesima della storia romanzata [1] di Paride Bonavolta [2] dedicata ai Sanniti, Tauro partecipa alle battaglie per difendere il confine sannita del fiume Liri da pretese romane, scontrandosi con i Volsci (zona di Velletri) e portandosi, poi, fino a Sora e Cominium (identificabile con la Valle di Comino, territorio in provincia di Frosinone). Qui trova anche pace per i suoi sensi.

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I rivali di Roma – Parte quattordicesima

La lunga marcia di avvicinamento ad Aufidena si svolse in un clima di festante euforia. I villaggi che i Tauridi attraversarono tributarono loro festose accoglienze che esaltavano la diffusa sensazione di marciare verso imprese gloriose.

            Avvenuto il ricongiungimento con le truppe di Ursidio e lasciato un contingente di stanza ad Aufidena per gestire l’approvvigionamento di scorte ed i collegamenti con il Sannio, il grosso delle truppe entrò infine nel territorio dei Volsci e, costeggiando il Rapidum, puntò su Arpinum (prov. Di Frosinone, n.d.r). Con l’ingresso in territorio ostile, anche se non molto abitato, le misure di sicurezza, finora solo simulate, divennero effettive e un nuovo clima si stabilì fra i saldati in marcia consapevoli che in qualsiasi momento potevano ormai trovarsi ad essere oggetto di azioni offensive.

            I primi villaggi si rivelarono abbandonati dagli abitanti che avevano preferito riparare in montagna con armenti e beni personali. Qualche altro si affrettò a compiere atti sottomissione offrendo provviste ed ospitalità. Gli ordini di Ursidio erano stati rigorosi ed imponevano, per quanto possibile, di evitare scontri con le popolazioni indigene. Solo dopo l’attraversamento del corso del Melfa si ebbero isolati atti offensivi di truppe nemiche per lo più consistenti in nutriti lanci di frecce o di grossi massi . Gli ordini erano categorici. Qualunque atto ostile doveva comportare la ricerca e la cattura dei nemici che, in seguito, sarebbero stati destinati come schiavi nelle miniere mentre i nemici uccisi dovevano invece essere lasciati ben visibili sul campo per costituire un monito.

            Man mano che ci si avvicinava ad Arpinum le costruzioni ed i grandi tumuli cimiteriali mostravano sempre più i segni visibili della preesistente presenza etrusca.

            Nei pressi di Arpinum ebbe luogo il primo vero scontro contro un nemico numericamente preponderante ma la disciplina ed il valore lo risolsero rapidamente a favore dei sanniti fruttando numerose insegne ed un consistente numero di prigionieri che Ursilio per il momento impiegò per la costruzione di alcune posizioni fortificate che, consistendo, secondo la tecnica sannita, in grandi recinti protetti da massi giganteschi sovrapposti, sarebbero servite per controllare le scarse vie di comunicazione e ad una protezione ai presidi sanniti sul territorio.

            Da Arpinum, evitando le più impervie strade di montagna, puntarono in direzione di Sora (prov. Di Frosinone, n.d.r) intendendo realizzare una serie di campi fortificati a metà strada tra i fiumi Fibrenus e Lacerno per fare intendere alle ormai non lontane truppe di Roma che il Liri, come stabilito nei patti, restava per loro un confine invalicabile e che ogni movimento di truppe sarebbe stato interpretato come un atto ostile.

            Gli scontri con le truppe volscie si fecero più frequenti ma non più intensi in quanto i Volsci erano ormai consapevoli che il loro destino era stato deciso ad un tavolo intorno al quale non erano stati seduti. Nelle zone passate sotto il controllo sannita iniziava intanto una non consistente ma continua penetrazione di coloni sanniti venuti ad occupare le terre più idonee all’agricoltura ed all’allevamento del bestiame. Fra i compiti di Ursidio anche quello di controllare che questa migrazione non portasse ad alcuna sovrapposizione dell’elemento sannita su quello locale che, sia pur integrato con alcuni elementi presi fra i nuovi venuti, doveva continuare a gestire le sorti delle diverse comunità. Per quanto possibile si cercò di far rientrare i civili fuggitivi sulle proprie terre e nei propri villaggi cercando di guadagnare la loro fiducia .

            Quando questi primi obiettivi parvero raggiunti Ursidio puntò verso Cominium (prov. Di Frosinone, n.d.r) che si sapeva essere dotata di solide fortificazioni realizzate dagli etruschi e ben difesa da truppe scelte. Per la sua posizione ad ovest delle Mainarde e delle montagne della Meta era la chiave di volta per il controllo e sfruttamento delle ricche miniere di ferro e rame che costituivano l’obiettivo finale della spedizione.

        Per prendere Cominium, Ursidio simulò un attacco subito tramutatosi in una precipitosa ritirata di fronte alla reazione degli assediati. Questi, tratti in inganno, si lanciarono al suo inseguimento cadendo in una imboscata tesa da Tauro così che la città poté poi essere conquistata senza problemi e la tentata resistenza costò alla città un saccheggio che Ursidio concesse ai suoi uomini pur raccomandando loro che venisse evitata ogni offesa alla popolazione.

            Tauro, ad ordine ristabilito, ricevette nuovi ordini dal suo comandante.

            – Ho deciso che prima che le vie di comunicazioni siano rese impraticabili dall’incipiente inverno tornerò in patria per fare un resoconto della nostra spedizione e per ricevere ulteriori ordini. Ti lascio il comando e sono certo che i saggi insegnamenti di tuo padre ti torneranno molto utili per rimettere ordine in queste terre, per dare avvio ad un razionale sfruttamento delle miniere e per organizzare l’invio in patria di quanto estratto. Di te parlerò senza dubbio in patria e, poiché tutti sanno che sono parco di elogi, tutti sapranno del tuo ottimo comportamento.

            Tauro colto alla sprovvista da questa decisione che sicuramente era la migliore prova della fiducia di Ursidio avrebbe voluto ringraziarlo ma Ursidio riprendendo l’aria dell’allegro compagno aveva altro da aggiungere.

            –Ti ordino anche di prenderti un po’ di riposo e di svago. Io sarò di ritorno non appena i passi montani me lo consentiranno e allora sarai tu, in primavera a ritornare a casa. Con l’occasione riporterai in patria i materiali che avremo scavati e al ritorno porterai invece delle provviste per ricostituire le nostre scorte.

            Rimasto a Cominium come comandante delle truppe sannite Tauro si dedicò con il massimo impegno alla non facile impresa di riavviare la vita cittadina e dell’intera regione cercando di conquistare la fiducia delle popolazioni sottomesse che erano tuttavia ben disponibili sapendo che tra i due mali che potevano loro capitare, Roma e Sannio, era loro toccato il minore.

            Si preoccupò di ben acquartierare le truppe per l’inverno e per tenerle occupate le impiegò nelle opere di ricostruzione anche delle proprietà private, cosa questa che fu molto apprezzata .

Ulteriore impegno fu mantenere i contatti con i vari distaccamenti sul territorio per controllare che tutto procedesse per il meglio e che non ci fossero problemi con la popolazione.

            I molteplici compiti di soldato, di magistrato e di amministratore della cosa pubblica assorbivano tutta la sua giornata, lasciando poco tempo alla struggente nostalgia di Paculla che continuava a ricordare così come l’aveva vista durante il suo solitario bagno del lago. Un ricordo od una visione che risvegliava un intenso desiderio di stringerla fra le braccia.

               Non appena trovava un momento di tempo, memore degli insegnamenti paterni correva, spesso solo, lontano dalla città con provviste o medicine per i più bisognosi preferendo quietare con questa attività fisica gli stimoli sessuali che spesso lo assalivano. Volendo avrebbe potuto prendere una donna del posto scegliendola tra le numerose giovani vedove o tra le donne degli uomini ridotti in schiavitù ma preferiva non farlo.

            Nei suoi giri fuori città gli era capitato di imbattersi in una coppia di anziani che vivevano con numerosi nipoti, alcuni dei quali, malati, necessitavano di cibo e medicine che procurò loro. Visitare quella povera casa portando quanto poteva era per lui diventata una abitudine per la gioia che ogni sua visita portava a quella gente bisognosa. Una sera vinto dalla stanchezza decise di trascorrere la notte nel fienile della casa. Avvoltosi nel pesante mantello di lana si lasciò scivolare nel sonno pur sapendo di compiere un atto di estrema leggerezza nel rimanere fuori dalla città senza alcuna scorta con il rischio di cadere vittima di un improvviso attacco di sorpresa.

            Caduto in un sonno profondo fu improvvisamente risvegliato dal rumore di passi discreti che si avvicinavano nella sua direzione. Messa mano alla spada attese in silenzio fingendo di dormire. Distinse così due figure che puntavano nella sua direzione e, con i nervi tesi, cercò di spiarne le intenzioni. Quando furono vicine realizzò trattarsi di due donne che portavano una tazza di latte caldo ed una grande fetta di pizza fatta con il granturco. Sentendosi rassicurato realizzò di non aver mangiato nulla nella giornata e si alzò per prendere quanto gli veniva offerto e che era tanto più prezioso in quanto offerto da povera gente cui tutto mancava.

            Le due donne dovevano essere madre e figlia in quanto fra loro molto somiglianti. Non potevano infatti essere sorelle perché una doveva avere dieci o quindici anni più di lui e l’altra non dimostrava più di quindici anni al massimo. Ritenne che le due donne vivessero nella casa con i due anziani ed i loro nipotini e che in occasione delle sue precedenti visite avessero ritenuto per loro più prudente nascondersi a lui. Forse ora avevano vinto il loro timore e con quella offerta di cibo intendevano esprimergli la loro gratitudine essendosi accorte che contrariamente al solito, fidandosi a sua volta di loro, era rimasto a dormire nella loro povera casa.

            Presa la tazza dalle mani tese della donna sorridendo per ringraziare ne bevve con avido piacere il caldo contenuto. La madre, quando ebbe finito di bere, levò verso di lui la mano per togliere una goccia di latte rimasta sul suo labbro con un gesto dolce che sembrò trasformarsi in una non voluta carezza. .

            Quel semplice gesto innocente, senza che se ne rendessero conto, li portò a ritrovarsi l’una nelle braccia dell’altro. Le loro labbra si avvicinarono e ne scaturì un bacio che da affettuoso si tramutò presto in un avido bacio di passione con il quale entrambi sembrarono voler scaricare sensazioni represse. Quanto stava succedendo li colse entrambi di sorpresa e incapaci di sottrarsi a quanto stava accadendo.

            Le mani di entrambi all’unisono cercarono sotto i vestiti il corpo dell’altro e sotto la spinta delle reciproche voraci carezze ben presto si ritrovarono nudi ancora sotto l’influsso di una spinta irrefrenabile. Caddero insieme sulla paglia e senza che una parola corresse tra loro le loro carezze si fecero più urgenti ed esigenti. Tauro si rese conto, toccando la donna fra le gambe, che il desiderio di lei era forte quanto il suo e che entrambi non potevano aspettare oltre. La penetrò ed il loro repentino amplesso si concluse in pochi istanti lasciandoli sfiniti per l’intensità con la quale era stato vissuto.

            Solo allora sembrarono accorgersi della giovane figlia di lei che entrambi avevano dimenticato. La ragazza era rimasta ferma ed in piedi ed aveva assistito al loro atto liberatorio con uno sguardo estasiato come se avesse appena assistito ad un meraviglioso scatenarsi delle forze della natura. Accortasi di essere osservata sembrò riscuotersi sentendo i loro occhi turbati su di lei. Sorrise loro con un tranquillizzante dolce sorriso che rivelava la dolcezza che l’atto fra loro appena conclusosi aveva infuso in lei che ne era stata spettatrice.

            Avanzando verso di loro, sempre sorridendo, la figlia lasciò scivolare la sua corta tunica sul corpo uscendone, con naturalezza, in piena nudità. Si avvicinò loro lentamente felice che i loro sguardi carezzassero il suo corpo appena sbocciato e che ai loro occhi doveva apparire di una innocente grazia giovanile. Raggiuntili ancora stesi sulla paglia, si adagiò con naturalezza al fianco di Tauro dalla parte opposta a quella dove giaceva la madre e piegandosi verso Tauro ne cercò le labbra mentre i suoi acerbi seni gli carezzavano il corpo e la mano sinistra risvegliava con una inesperta ricerca il membro di lui.

            I tre si resero conto di vivere uno di quegli strani momenti magici durante i quali la natura umana repentinamente liberandosi prevarica regole e convenzioni per riaffermare la sua inarrestabile spontaneità.

            La mano della madre si protese in una carezza piena di tenerezza materna verso il viso della figlia quasi per incoraggiarla nella scoperta di quel mondo nuovo che le si era appena repentinamente schiuso davanti agli occhi innocenti. La stessa mano guidò poi dolcemente il viso della figlia verso il membro di Tauro incoraggiandola con un dito ad impossessarsene con le labbra e imprimendole il giusto ritmo mentre lei a sua volta riprendeva per se le labbra di Tauro. Quella stessa mano guidò poi con amore le mani di Tauro sul monte di venere della figlia e poi alla scoperta tra i suoi peli ricciuti per prepararla all’atto d’amore che seguì e del quale questa volta fu lei testimone.

            Fu solo dopo che tutti e tre, con estremo pudore degli atti compiuti e delle loro nudità, ebbero dato tutto quanto potevano dare all’altro che, come liberati, sentirono di poter affidare alle parole quei sentimenti e quelle sensazioni che avevano risvegliato i loro corpi.

            La prima a parlare fu la madre rivolgendosi alla figlia che sembrava riscuotersi da un sogno realizzando con timore di aver iniziato il suo corpo sotto gli occhi della madre pur se le era parso che questa con premurosa maestria l’avesse guidata nei preliminari e nelle fasi successive della sua iniziazione.

            –Non preoccuparti bambina mia. Non coprirti, non hai nulla da nascondere o da vergognarti e non c’è nulla che io possa o voglia rimproverarti. Hai scoperto l’amore di un uomo in circostanze insolite ma nel modo più dolce che potesse succederti. Non tutte le donne hanno la stessa fortuna. Hai conosciuto in modo quasi irreale le gioie che il tuo corpo può darti e quelle che può dare ad un uomo. Non vedere in me la madre ma una donna che non diversamente da te quest’uomo ha risvegliato all’amore con una dolcezza ed una forza che sono difficili da ritrovare negli uomini.

            -Madre –farfugliò lei-non sapevo. . . non avrei creduto. . io. . .

            -Non temere piccola mia.

            -Ma io. . .

            -Va tutto bene. Lascia che la mano di quest’uomo ti carezzi come la mia carezza lui. Prenditi il tuo piacere, è così raro averlo. La nostra natura umana e di donne ci ha travolte in un momento nel quale dovevamo aver bisogno di quanto è successo. Sono caduti ostacoli e convenzioni che la nostra parte razionale normalmente ci avrebbe imposti nei nostri rapporti e nei confronti di questo straniero.

            La mano della donna carezzò ulteriormente il viso della figlia per infonderle la propria tenerezza mentre con l’altra cercava di coprirsi con la tunica di Tauro.

            –Non ti coprire madre -disse la figlia-Non mi ero mai resa conto di quanto tu fossi bella . Ti vedo come donna e questo mi mancava per conoscerti meglio. Sei così diversa nel tuo ruolo di donna da quello di madre che è il solo che io abbia conosciuto. Spero un giorno di assomigliarti. Guardarti nell’atto d’amore ti ha reso ancora più bella e mi ha permesso di capire quello che io stessa ho fatto.

            Tauro, pur compartecipe di quanto era accaduto ed in parte oggetto dei loro discorsi, si sentiva estraniato ritenendo giusto esserlo. Quella semplicità di discorsi femminili lo turbava ma gli permetteva, non volendo, di violare la parte più intima di due donne che aveva appena tenute fra le dimentico del reciproco loro ruolo che ora andava con semplicità ristabilendosi.

Fu quindi il primo che si ricoprì e che senza rendersene conto scivolò nel sonno.

            Quando poche ore dopo si svegliò notò che madre e figlia dormivano l’una vicina all’altra. Anche loro si erano ricoperte con una vecchia coperta ed i loro visi rilassati dimostravano come fossero in pace con loro stesse e con i propri corpi. Stava per allontanarsi ma poi tornò indietro per ammirare nuovamente le due donne. Scostata con delicatezza la coperta che le ricopriva ammirò ancora una volta i loro corpi, così diversi tra loro, che tanto piacere avevano saputo trasfondere al suo. Ricopertele delicatamente fece per prendere la propria borsa per lasciarla loro vicino ma poi si fermò ricordando una delle ultime frasi dette dalla la madre.

            -Tu sannita hai dato quanto hai avuto. Non ci devi nulla come noi non lo dobbiamo a te. Non pensare che quanto è accaduto sia avvenuto perché ci sentivamo in dovere di farlo per la gentilezza che hai mostrato verso la nostra famiglia cui nulla dovevi . Non è stato neanche un ossequio verso un vincitore perché il nostro orgoglio non si vende, né speriamo di ricevere alcunché da te ora o in futuro. Ci offenderesti e sciuperesti un momento di perfetto amore scaturito in modo inatteso e che resterà a lungo nei nostri cuori e nei nostri ricordi. Riprendiamo i ruoli che ci competono.

            Ricordando questa frase, si sfilò dal collo una collana d’oro e la mise vicino alla madre mentre vicino alla figlia lasciò un anello d’oro. Fatto questo e sperando che il suo gesto venisse interpretato come un dono, e non altrimenti, chiamato il cavallo che pascolava nel prato si diresse verso Cominium.

            Il giorno dopo Tauro decise di partire per le miniere e quando inaspettato vi giunse con una piccola scorta lo spettacolo che vide lo fece trasalire. Nonostante il freddo gli schiavi che erano in riposo data l’ora giacevano incatenati alle rocce privi di qualunque riparo e avvolti nella paglia dalla quale, oltre al reciproco calore, speravano di trarre riparo dal freddo pungente. Le guardie sannite, tutte indistintamente dormivano in improvvisati ma solidi ripari avvolti nei pesanti mantelli e nelle coperte. Le sue urla svegliarono tutti e la sua ira apparve evidente ai suoi soldati. Ordinò che gli schiavi venissero liberati dalle catene infisse nella roccia e che venisse dato loro un pasto caldo e coperte e dette disposizioni perché per loro si costruissero idonei ripari.

            –Questi uomini-urlò furioso ai soldati- hanno solo avuta la sventura di essere vinti. Sono soldati come voi ricordatelo. Ricordate che la fortuna può mutare e che il rispetto altrui si guadagna concedendo rispetto.

            Si trattenne per alcuni giorni alle miniere per assicurarsi che le sue direttive fossero fedelmente eseguite e ne approfittò anche per apportare utili modifiche al sistema di estrazione e di separazione dei metalli dalle scorie rocciose. Rientrando a Cominium riportò con sé gli schiavi più malridotti e lasciò come responsabile della miniera uno dei veterani che faceva parte dei suoi tauridi.

       Tornato in città fu ripreso dalla quotidianità del suo lavoro in questo notevolmente aiutato dalla popolazione locale alla quale gli schiavi liberati dalle miniere avevano decantato il suo comportamento. Più volte fu tentato di tornare a trovare le due donne ma scacciò l’idea sentendo che se l’avesse fatto il suo gesto poteva essere interpretato come una richiesta di quelle prestazioni che invece gli erano state spontaneamente concesse in quelle straordinarie circostanze.

            Presentarsi dalle due donne avrebbe rovinato un bellissimo ricordo e svilito il dono non richiesto che madre e figlia avevano con spontaneità e dolcezza offerto.

         Si preoccupò comunque che il suo aiuto a quella famiglia non venisse a mancare affidando ad altri lo incarico di provvedervi. Le stesse donne né gli fecero pervenire loro messaggi né lo cercarono e questo lo convinse che la sua scelta di non rivederle era stata la più giusta.

            Dedicò il tempo libero alla caccia di lupi ed orsi che il freddo aveva reso audaci tanto da minacciare persone e villaggi ed in questo modo, pensando a Paculla, che avrebbe quanto prima rivista, attese la primavera ed il ritorno di Ursidio.

           Puntuale ed impaziente di riprendere il suo posto, Ursidio tornò permettendogli di riprendere la via di casa.

 

 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.
Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma) al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.
I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosi quali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.
La vita del primo personaggio, Papio Pentro, interagisce con la conquista, da parte dei Sanniti, di Capua e Cuma, con Numerio, figlio di Capi (da cui Capua), con l’interesse di Roma di accaparrarsi la Campania, con la peste del 400 a.C..
[2] Paride Bonavolta, agnonese nella testa, nel sangue e nel cuore, da anni è tornato a vivere in Molise con tanta voglia di mettersi a disposizione per il bene del territorio.  Chiunque, interessato alle sue aspirazioni, può contattarlo tramite i seguenti contatti: e-mail: paride.bonavolta@virgilio.it; cellulare: 335 6644839

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

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