I rivali di Roma – Parte dodicesima

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Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri indistruttibili rivali di Roma

Siamo nel 388 a.C., in questa parte dodicesima della storia romanzata [1] di Paride Bonavolta [2] dedicata ai Sanniti, Papio passa il testimone al figlio Tauro, alla sua adolescenza, alle sue prime esperienze militari e sessuali e cessa di vivere.

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I rivali di Roma – Parte Dodicesima 

Tauro (372 -321 a.C.) aveva sempre sentito di avere in se due anime in virtù dell’educazione impartitagli dal suo anziano genitore, Papio che aveva coltivato la mente del figlio intuendo come quel suo allievo avesse una naturale inclinazione per la vita all’aria aperta, per la caccia ed i giochi di guerra.

Saggiamente Papio non aveva voluto interferire con l’indole del figlio ed anzi l’aveva assecondato permettendogli di avere, anche in tale campo, la migliore scuola possibile.

L’infanzia ed i primi anni virili di Tauro erano trascorsi con non molta familiarità con gli anziani genitori nonostante il profondo affetto che lo legava a loro che a loro volta, cercando di non opprimerlo con il proprio indiscusso amore, cercavano di nasconderne ogni manifestazione esteriore.

Nei suoi primi ricordi associava la madre ad una donna decisa nella conduzione della casa e degli affari di famiglia sempre pronta a battersi con il marito, quando pensava che lui non la sentisse, perché gli vietasse ogni partecipazione alle attività finalizzate allo apprendimento militare.

Papio– supplicava la madre – cerca di frenare lo slancio di tuo figlio per la vita del soldato. E’ un ragazzo e non voglio, almeno fino a che non sia cresciuto ancora un poco, che maneggi quelle armi pericolose e si impegni in attività pericolose con quegli scapestrati dei suoi amici.
Lucrezia – replicava Papio – ricorda che alla sua età anch’io ero come lui e che sognavo solo di poter combattere qualunque nemico. Ricorda che nostro figlio è il nipote del conquistatore di Capua e che suo nonno, a sua volta, è stato per tutta la vita un soldato. Questo non puoi dimenticarlo. E’ naturale che alla sua età segua questa sua inclinazione cosa che del resto fanno tutti i suoi coetanei. Del resto non trascura per questo le lezioni ed è un ottimo allievo.
Ma è così piccolo!
Ha l’età giusta per imparare a difendersi e per prepararsi a difendere il suo popolo se ce ne fosse bisogno. Come sai penso che inevitabilmente ogni giovane prima o poi dovrà prendere le armi e quindi è giusto che sia preparato a ciò nel migliore dei modi.
Ma nostro figlio, a quanto sento in giro, è sempre tra i primi ad esporsi a qualsivoglia pericolo.
-Mi stupirebbe sapere il contrario visto il suo istinto di primeggiare e, forse, mi dispiacerei con lui se non fosse così. Se vorrà o dovrà essere un soldato è giusto che sia così: questo gli permetterà di occupare quelle posizioni di rilievo che il suo orgoglio ed il rango delle nostre famiglie gli impongono.
Ma – insisteva la madre – è ancora troppo piccolo!
Smetti di considerarlo un ragazzo ormai ha l’ età per imparare a maneggiare le armi e per apprendere le tecniche della difesa e della guerra. Lo sai che purtroppo sono convinto che i tempi che verranno ci porteranno sicuramente a scontri ben diversi da quelli normali per un popolo che voglia difendere e estendere il suo territorio. E comunque se anche ciò non dovesse verificarsi, e me lo auguro, è bene che abbia la migliore educazione militare possibile perché è un uomo, un sannita, un membro della nostra famiglia.
Probabilmente hai ragione, ma perché deve esporsi tanto ed essere sempre il primo ad offrirsi quando c’é pericolo?
Perché è giusto che sia così se questa è la sua indole e la sua scelta. Se vorrà essere un soldato è un bene che egli goda della fiducia di chi troverà al suo fianco e la fiducia la merita con questo suo comportamento.

Senza demordere Lucrezia riprendeva sovente l’argomento.

Non potresti impegnare di più negli studi nostro figlio?

Pazientemente Papio replicava.

E’ un ottimo allievo molto precoce ed anzi per non sentirsi obbligato ai suoi impegni di studio pur di essere libero apprende tutto con una rapidità sorprendente. E’ molto più avanti non solo dei suoi coetanei ma di molti altri dei miei migliori allievi. Non devi crucciarti Lucrezia-concludeva-ognuno ha in sè il proprio destino quasi che sia una predisposizione, Tauro deve seguire la via che il suo fato e gli dei gli hanno tracciata

Tauro condivideva le conclusioni paterne ed era intimamente convinto che il suo avvenire fosse quello di essere un condottiero del suo popolo in guerra. Passava gran parte del suo poco tempo libero ascoltando discorsi e ricordi dei veterani e, immagazzinando tutto nella sua mente, ardeva al pensiero di avere l’opportunità un giorno di ritrovarsi al centro delle vicende del suo popolo in circostanze che il suo comportamento in battaglia potessero influenzare. Sapeva che nulla poteva essergli rimproverato come discepolo della scuola paterna, sapeva di conoscere perfettamente il latino ed il greco, era un esperto oratore, i principi della matematica erano da lui facilmente dominati, eccelleva in storia, astronomia e aveva ottime basi in ogni altra disciplina che venisse praticata nella scuola paterna che sapeva bene essere di certo una delle più difficili e rinomate.

Era d’altro canto altrettanto certo di conoscere ogni tecnica di guerra, di maneggiare con disinvoltura e perizia ogni tipo di arma, di essere un ottimo cavaliere e di avere, per sua fortuna ed esercizio, un fisico integro che nessuna fatica sembrava scalfire.

Forte del consenso paterno, aveva fin dall’ infanzia seguiti amici e parenti in ogni attività virile di caccia o di preparazione militare anche quando si era trattato di sottoporsi a fatiche ed impegno che altri reputavano al di sopra delle sue forze. Non si nascondeva dietro a false modestie ben sapendo di eccellere nelle attività fisiche e militari tanto da essere conosciuto come il migliore nello individuare, seguire e leggere qualsiasi tipo di traccia ed uno dei migliori nell’uso delle armi. Il suo fisico si era perfettamente adattato alle sue esigenze e sopportava senza sforzo lunghe marce, sfrenate cavalcate, lunghi digiuni, prolungate astinenze dal sonno. Aveva inoltre appreso dal padre alcuni dei principali fondamenti di arte medica per cui all’occorrenza poteva essere di valido aiuto per intervenire a curare ferite e malattie. Queste sue doti, la sua disponibilità, la semplicità con la quale si prodigava nello interesse collettivo avevano attratto su di lui l’attenzione ed il rispetto dei veterani e dei vari comandanti delle diverse vereie che erano ben lieti quando potevano averlo al loro fianco. Il suo ascendente presso i coetanei era incondizionato e la sua superiorità nei loro confronti, dato il suo carattere aperto e la disponibilità assoluta di prodigarsi per gli altri, non avevano mai portato ad invidie o gelosie ma solo aperta ammirazione.

Prima di aver orgogliosamente fatto parte, come scorta, della delegazione sannita a Roma aveva già al suo attivo alcune significative spedizioni militari. In una iniziativa militare sui confini dei Sidicini, quando aveva realizzato che i suoi compagni erano caduti in una imboscata e che il suo comandante era stato mortalmente colpito, gli era parso naturale, come del resto lo era parso ai suoi compagni, prendere il comando e passare all’offensiva stanando il nemico per poi inseguirlo trasformano l’iniziale agguato in una rovinosa rotta dei nemici.

Questo episodio gli era valso la generale ammirazione e l’elogio di Mamerco Irpidio, comandante della spedizione, che da allora lo volle al suo fianco come aiutante. Dopo questo scontro fu evidente che Tauro aveva definitivamente tagliati i ponti con la scuola paterna e che si apriva per lui la via delle armi.

L’aver per la prima volta vissuta l’esperienza di aver dato la morte di propria mano a dei nemici, peraltro apparentemente suoi coetanei, gli fece apparire chiaro che il fatto non gli procurava nessuna sensazione particolare né di gioia né di dolore. La guerra in fin dei conti, pensò quasi inconsciamente fra sé, consisteva proprio in questo uccidere per non essere a propria volta uccisi. Pur tuttavia mostrò in pari tempo pietà per i vinti e per i feriti adoperandosi, a scontro finito, a soccorrerli e medicarli senza fare alcuna differenza tra amici e nemici.

E fu tra il sangue di un campo di battaglia che, dopo uno scontro portato contro i Sidicini, Tauro si trovò ad avere la sua prima esperienza sessuale. Quel giorno le truppe di Mamerco Irpidio avevano raggiunto un villaggio sidicino e avevano facilmente debellati gli atterriti difensori. Il capo villaggio temendo che gli stranieri si abbandonassero, come del resto sarebbe stato loro consentito, a saccheggi e violenze offrì loro, spontaneamente, la metà delle provviste del villaggio scongiurando Mamerco Irpidio di astenersi da ogni violenza contro gli abitanti

Mamerco Irpidio aveva ben volentieri accettato l’offerta ed aveva impartito i relativi ordini ai suoi uomini e aveva altresì ordinato di radunare tutti gli uomini validi in un angolo del villaggio. Fu proprio questo che lo mise fortemente in sospetto, constatando quanti pochi fossero i prigionieri rispetto alla popolazione ed al numero dei combattenti rimasti uccisi nello scontro.

Chiamato Tauro ordinò:

Raduna una coorte e senza dare nell’occhio rastrella la zona circostante il villaggio. Credo che qualcuno voglia giocarci un brutto scherzo.

Tauro aveva prontamente eseguito l’ordine e non tardò molto ad imbattersi in un folto gruppo di nemici in armi pronti ad intervenire non appena i sanniti avessero abbassata la guardia sotto l’effetto del vino che il capo villaggio in segno di sottomissione aveva messo a loro disposizione. Notò anche che in lontananza era in arrivo un nutrito numero di nemici probabilmente inviati in aiuto del villaggio dalla vicina Sidicinum. Non avendo tempo da perdere incitò i suoi uomini all’attacco dei sidicini appostati ordinando ai suoi di lanciare alte urla di guerra per mettere sull’avviso i compagni rimasti nel villaggio così che gli stessi potessero contrapporsi a loro volta ai sopraggiungenti rinforzi.

Seguì uno scontro cruento al quale non tardarono di unirsi anche gli abitanti del villaggio sicuramente al corrente del fatto che si era tesa una trappola ai nemici. Furono proprio questi ultimi anzi che si dimostrarono i più accaniti rivolgendo la loro primaria attenzione contro i sanniti feriti che avevano abbandonate le armi mentre alcuni dei loro compagni prestavano loro le prime sommarie cure. La tempestività della coorte di Tauro nel muovere all’attacco fu determinante per le sorti dello scontro perché colse di sorpresa i nemici ed impedì il ricongiungimento con gli accorrenti rinforzi che anzi visto che la sorpresa sperata era svanita preferirono ripiegare nella direzione di provenienza.

Mamerco Irpidio, colpito alla spalla che sanguinava copiosamente, imprecando contro l’inganno nel quale era stato sul punto di cadere urlò ai suoi uomini:

Che nessuno di questi traditori rimanga in vita! Uccideteli tutti e che ognuno quando sarà finito si prenda fino all’ultimo chicco di grano e goccia di vino . Prendete anche le donne e se resistono uccidetele: i bambini, se potete, salvateli ne faremo degli schiavi per le nostre campagne!

Lo scontro terminò ben presto e iniziò subito lo scempio del villaggio e dei suoi abitanti. I sanniti infatti già delusi dal precedente ordine ricevuto, che li privava dello sperato bottino, ora che avevano ricevuto l’ordine contrario sfogarono tutta la loro voglia di distruggere e prendere tutto quanto fosse loro possibile prendere. Agli urli dei feriti che invano cercavano di implorare la vita ben presto subentrarono le urla delle donne che i sanniti vincitori braccavano per prendere su di loro quel piacere violento che era il più antico premio per i vincitori.

Tauro non ritenne in cuor suo giusto partecipare allo scempio che si andava compiendo e con pochi altri, lasciando perdere le donne, si occupò di radunare i più giovani del villaggio. Entrava quindi nelle case, li cercava nei posti dove pensava si potessero essere nascosti pur compatendoli per la futura sorte che li attendeva come schiavi. Ma, ragionava tra sé, meglio uno schiavo vivo che un libero morto.

I primi incendi cominciavano ovunque a divampare scatenati dai vincitori ebbri di vendetta, ed il numero delle vittime indifese si moltiplicava. Negli angoli delle strade, nelle case, nelle piazze sanniti scatenati braccavano le donne e le prendevano sul posto senza tanti complimenti ed indifferenti alle loro urla ed alla disperata lotta per sottrarsi a quella umiliante violenza.

Entrato in una casa dall’aspetto più ricco delle altre un gruppo di soldati sanniti ne stava uscendo trascinando una giovanetta che si divincolava per sottrarsi alla loro presa. Con uno scarto improvviso la ragazza, riuscita a liberarsi, corse finendo per dirigersi verso Tauro, lasciandosi poi crollare addosso a lui che, travolto, cadde per terra sotto tanta giovanile furia.

Con stupore sentì le mani della ragazza cercare il suo corpo sotto le vesti e tentare di mettere a nudo la parte inferiore del suo corpo. Come inconsapevole di quanto stava accadendo Tauro si ritrovò improvvisamente denudato e sdraiato per terra. Fu allora che la ragazza cominciò a liberarsi dei propri abiti rimanendo ben presto nuda sopra di lui. Sentì sempre più attonito che le mani della ragazza cercavano il suo sesso mentre le labbra di lei lo coprivano di baci violenti e dolorosi sul viso e sul collo.

Ammutolito da questa repentina aggressione, non certo pericolosa per la sua vita, Tauro vide che i soldati che avevano trascinata la ragazza fuori della casa riconosciuto in lui uno dei loro, che fra l’altro godeva della fiducia del loro comandante, ridendo e lanciandogli osceni incoraggiamenti, si stavano allontanando alla ricerca di un’altra preda. Un attimo dopo, stupendosi, realizzo che lui e la ragazza, montata imperiosamente su di lui, stavano contemporaneamente perdendo la rispettiva verginità.

L’amplesso iniziato in modo così insolito e violento ben presto rivelò a Tauro il piacere che gli stava procurando mentre il suo corpo istintivamente si adeguava al moto che la ragazza sembrava avergli imposto. Il disperato offrirsi della giovanetta sembrava aver scatenato in lui altrettanto furore di quanto la giovane stessa andava dimostrando su di lui. Le mani di entrambi presero a cercare il corpo dell’altro e le loro labbra si unirono in un bacio appassionato che certo entrambi non avevano previsto ma che si rivelò dolcissimo nonostante la violenza della scena in atto. Raggiunsero insieme il piacere e senza che se lo aspettassero o lo conoscessero stupiti di quanto era imprevedibilmente loro successo.

La ragazza, stremata quanto lui dall’amplesso violento ed intenso, rimase ferma a cavalcioni di Tauro offrendo ai suoi occhi la visione di un corpo giovane e bello che ella non fece alcun gesto per nascondere ma che anzi sembrò offrire senza pudori come premio al vincitore.

Tauro, ancora scosso da quanto era successo, sentì che le sue mani si stavano levando verso di lei per carezzarle le spalle prima ed i seni poi finendo per indugiare sui rosei capezzoli che sembrarono subito rispondere alle sue carezze divenendo turgidi La piacevolezza di queste carezze e lo sguardo della ragazza che come lui sembrava trarre piacere da quelle carezze tanto da arcuarsi all’indietro fece rinascere in Tauro, ancora inconsapevolmente dentro di lei, un nuovo desiderio che fu subito avvertito dalla ragazza che cominciò a muovere il bacino per assecondare la sua rinascente passione.

Ormai consci di quanto stava loro accadendo entrambi si resero conto che questo secondo amplesso non era più il frutto di quell’iniziale terrore di lei che l’aveva spinta nelle sue braccia terrorizzata di diventare vittima della violenza brutale di un gruppo numeroso di soldati ubriachi.

Consapevoli del piacere raggiunto insieme pochi istanti prima entrambi stavano ora cercando di assecondare i loro corpi alla ricerca di un eguale piacere che entrambi volevano liberi da costrizioni o condizionamenti esterni.

La passione divampò nuovamente tra di loro senza che ancora una volta si scambiassero una sola parola. Ma questa seconda volta i loro corpi insegnavano loro a prendere il reciproco piacere pur cercando di ritardarlo per prolungarlo.

Intorno a loro erano scomparsi i rumori del mondo esterno, era lontana ogni violenza circostante ed entrambi erano inconsapevoli se qualcuno passava lì vicino o se occhi estranei erano posati su di loro. C’erano solo i loro due corpi giovani che in modo del tutto casuale avevano imparato a fare l’amore scoprendone la grande e struggente dolcezza.

Fu dopo un terzo e struggente amplesso che seguì gli altri in modo altrettanto naturale che la ragazza, dopo che Tauro si fu disteso al suoi fianco guardò a lui rimanendo in silenzio.

Fu Tauro il primo a parlare e le domandò semplicemente.

Perché?
Perché?- rispose lei – Perché ho capito che tu eri diverso dagli altri. Perché ti avevo già visto occuparti di radunare i bambini cercando di non spaventarli e di sottrarli alla morte. Non sarei potuta comunque sfuggire dalle mani di quei soldati che mi avevano trovata e ti ho scelto perché ti ho giudicato migliore di loro. Oggi il mio destino era comunque segnato, avrei comunque persa la mia purezza e forse anche la vita. Ho preferito prendere l’iniziativa che ho ritenuto istintivamente la più idonea.

Tacque confusa ed attese. Fu la volta di Tauro a parlare.

Io …. E’ stata la prima volta anche per me. Non avrei mai potuto farlo prendendo una donna con la forza. Spero che tu mi perdoni ma, comunque, sento di doverti dire che per me è stato meraviglioso.
Perché mi chiedi scusa, sono io che l’ho voluto: tu non hai nessuna colpa di quanto é accaduto, in effetti sono stata io che, con il favore del tuo corpo, ti ho usato violenza.

Sorrise di un bellissimo sorriso e riprese

Una donna vinta che violenta un vincitore! Io ho vinto un sannita! E’ tutto così incredibile.

Mentre parlavano Tauro aveva gettato sui loro corpi il suo mantello e la sua mano carezzava dolcemente il corpo di lei protetto da eventuali sguardi indiscreti in quel prato dove avevano, all’aperto, avuta la loro prima esperienza d’amore. Il corpo di lei, stretto al suo cercava quasi di adattarsi alla sua mano che lei di tanto in tanto prendeva fra le sue per guidare in nuove carezze.

Il mio nome – Tauro sentì il bisogno di presentarsi a lei – è Tauro Pentro figlio di Papio della terra dei Pentri. Tu come ti chiami?

La ragazza sorrise intenerita dal fatto che il suo vincitore avesse sentito il bisogno di presentarsi a lei come se il loro incontro si fosse svolto secondo le consuetudini di un mondo civile che sembrava invece molto lontano in quel momento ed in quelle circostanze. Le circostanze erano in effetti ben diverse, erano due giovani nudi che avevano più volte fatto l’amore senza conoscersi.

Erano in pratica un vincitore ed una vinta i rapporti fra i quali erano ancora da stabilire. In più entrambi si sentivano in un certo senso colpevoli per una passione travolgente goduta in un mondo circostante dove regnavano morte e violenza.

Lei sorrise ancora guardando Tauro con occhi luminosi e profondi che si rivelavano di un azzurro profondo, carezzò di un bacio lento la guancia di Tauro e rispose.

Mio padrone e signore, la tua schiava, se vorrai che da oggi io lo sia, si chiama Licia.

La ragazza ebbe un momento di indecisione forse pensando che il rapporto appena stabilito fra loro così repentinamente potesse non darle alcuna certezza per il suo immediato futuro. Sembrò pensare a lungo poi per cercare certezze riprese.

Spero che tu mi voglia con te. Non mi abbandonerai ad altri vero? Sarebbe terribile per me. . io. . . io ti prometto che saprò esserti riconoscente ed obbligata se mi vorrai, non ho nessuno e la stessa mia gente potrebbe rivelarsi ostile dopo quanto è successo fra noi.
Stai tranquilla Licia non ti lascerò ad altri e se vuoi ti porterò con me anche se mi pare così strano che io possa reclamarti per me. Ma ti devo qualcosa e terrò fede a questa promessa. Ma non ti dovrai considerare come dici una schiava ma . . . – sembrò cercare la parola più adatta e concluse -. ….. una conquista.

Risolto questo problema sembrò giusto a Tauro sapere qualcosa di più della ragazza che ora gli apparteneva.

-Quanti anni hai Licia?Io ne ho sedici.
-Io ho appena compiuti quindici anni
-E la tua famiglia?dimmi qualcosa di te.
-Non credo di avere più una famiglia visto come sono andate le cose. Mio padre era il nostro sacerdote e si è data di sua mano la morte in mia presenza quando i vostri soldati hanno cercato di prenderlo. Mia madre è morta da tempo e i miei fratelli sono entrambi caduti combattendo contro di voi. Come vedi non ho più nessuno ed ho solo te se tu mi vorrai.
Ti reclamerò come mio solo bottino e credo di non incontrare problemi per averti in quanto tutti sanno che non sono interessato ad ottenere nulla. Quando ti avranno data a me vedremo.

Tauro, dopo il racconto di Licia, si sentiva colpevole della morte che l’attacco sannita aveva portato nella famiglia di quella ragazza e sicuramente in tante altre famiglie. Ma questo era uno dei tanti corollari delle guerre e non si poteva pensare che non avvenisse. Certo se altri avessero attaccato e vinto il suo villaggio sarebbe accaduta la stessa cosa .

Poi Tauro riprese:

Devo mettere ordine nelle mie idee, oggi sono successe tante cose. Quello che è successo fra noi per me è stato importante e piacevole e quindi è giusto che io mi preoccupi per te e – aggiunse sorridendo maliziosamente – penso che sarà piacevolissimo farlo. Mi auguro che anche tu da questa nostra così particolare conoscenza abbia tratto qualcosa di buono .
Mio signore, oggi non dovrebbe essere un giorno di quelli che vorrei ricordare per gli orrori cui ho assistito e perché ho vista morire tutta la mia famiglia, ma è successo qualcosa che come donna è molto importante perché ho scoperto il piacere del mio corpo e, come forse avrai sentito dire, questo momento una donna non può scordarlo mai. Spero – aggiunse a sua volta con malizia – che in circostanze meno traumatiche ed in uno scenario più adatto si possa ripetere insieme questa esperienza. Ho scoperto un mondo sconosciuto e non posso proprio lamentarmi delle sensazioni che ho provato con te. Non ho, come avrai capito, nessuna esperienza in materia ma non credo che in circostanze diverse avrei potuto chiedere di meglio. Spero di saper essere per te quello che vorrai fare di me.

Il tempo era volato, i rumori del combattimento e le grida che accompagnavano i saccheggi erano ormai sopiti e i soli comandi che si sentivano erano quelli dei capi-manipolo sanniti che cercavano di ricomporre le proprie truppe e di richiamarle al dovere.

Tauro comprese che anche per lui la pausa che si era concessa era finita e che doveva riprendere il suo posto. Alzatosi cominciò a rivestirsi per riprendere l’aspetto del soldato e con esso il suo posto fra i suoi.

Anche Licia, visto che Tauro andava rivestendosi, si alzò restando per un attimo dinnanzi a lui in completa nudità ma senza alcun imbarazzo. Notò con piacere che gli occhi di Tauro la percorrevano con grande ammirazione e poi lentamente prese a ricoprirsi a sua volta ed attese gli ordini del suo nuovo signore.

Tauro presala per mano la condusse verso il campo dove erano stati radunati i prigionieri e qui giunto si appartò con il veterano che avrebbe guidati i prigionieri verso il Sannio. Licia, che li osservava con una certa trepidazione, comprese dallo sguardo che il veterano le rivolse mentre Tauro gli parlava, che il suo giovane amico doveva aver mantenuto l’impegno preso nei suoi confronti e ubbidendo ad un gesto rivoltole si unì agli altri prigionieri, tutti bambini più piccoli di lei. Fu subito circondata dai bambini piangenti che si strinsero intorno a lei per cercare conforto e si dedicò a loro.

Quando Licia ebbe raggiunto il Sannio e Tauro era ancora lontano fu accolta nella sua casa con grande familiarità ed affetto quasi fosse una di famiglia. Licia pensò di dovere anche questo sicuramente alle istruzioni che Tauro doveva aver dato al veterano che l’aveva condotta dai suoi e gli fu maggiormente grata.

Ben presto imparando a conoscere i genitori del suo nuovo padrone comprese quanta gentilezza fosse naturalmente insita nei loro cuori e come essi cercassero di cancellare nei suoi ricordi le terribili esperienze che doveva aver vissute. I due anziani coniugi le avevano rivolte poche e discrete domande e Lucrezia comprese senza che ci fosse stato bisogno di dirglielo quanto doveva essere accaduto fra i due giovani. In un certo senso Lucrezia pur così possessiva verso il figlio fu contenta di sapere che il figlio doveva aver avuta la sua prima esperienza virile con una ragazza tanto bella quanto dolce ed in un modo che ella immaginò non essere stato certamente preso con la forza viste le belle parole ed il sorriso sereno di Licia.

Quando anche Tauro non molto tempo dopo tornò fu lieto del rapporto instauratosi tra sua madre e la ragazza che gli evitò di dover dare spiegazioni.

Ritrovatisi i due giovani trovarono logico cercare nuovamente il piacere l’uno nelle braccia dell’altra in un rapporto paritetico fra uomo e donna e con molta discrezione che non dovesse mettere a disagio le persone con le quali vivevano.

Licia rivelando delle doti innate si rivelò un’ottima assistente di Papio nelle sue vesti di medico e visse con loro due anni felici.

Tra i due giovani non ci fu amore nel senso romantico della parola ed il loro rapporto proseguì su un binario di una relazione puramente fisica del tutto soddisfacente per entrambi.

Passati due anni Licia espresse il desiderio di ricongiungersi a Roma con un fratello di suo padre da tempo lì stabilitosi; questo suo desiderio fu espresso in modo molto garbato visto il ruolo che la ragazza aveva assunto in quel microcosmo che l’aveva così gentilmente accolta.

Nessuno ebbe nulla da eccepire alla sua richiesta ed anzi tutti furono felici sentendo che Licia poteva ancora contare su di una propria famiglia. Fu quindi deciso che sarebbe partita per Roma approfittando del fatto che anche Papio e Tauro si sarebbero presto dovuti recare a Roma con una delegazione sannita incaricata di stabilire nuovi accordi con Roma.

A Roma Licia fu accolta con gioia dalla famiglia paterna che si manifestò molto contenta di riabbracciarla avendo disperato di trovare qualche parente ancora vivo dopo l’incursione sannita nel loro villaggio dove tutti i loro parenti erano stati dati per morti. Grande fu anche la riconoscenza che essi dimostrarono a Tauro per aver accolta e riaccompagnata loro la ragazza e non sembrò certo che nei discorsi che seguirono ci fosse la minima traccia di ostilità verso chi bene o male aveva portato la morte nel loro villaggio lontano.

La notte prima di separarsi definitivamente i due giovani la trascorsero l’uno nelle braccia dell’altra ed il consueto piacere sembrò loro perfino più completo essendo consci del loro imminente addio. Si separarono quindi da buoni amici ma senza particolari rimpianti avendo sempre saputo che i loro mondi si sarebbero un giorno divisi.

Lungo la via del rientro verso casa Tauro, pur non volendo ammetterlo, dovette constatare come Papio sembrasse improvvisamente perdere le forze. Improvvisamente i suoi ottantasei anni, tanti Papio ne aveva, parevano voler prendere il sopravvento su di lui, le lunghe cavalcate lo stancavano anche se cercava disperatamente di non darlo a vedere e spesso cadeva in una specie di torpore dal quale gli era difficile riscuotersi.

A Tauro, che non aveva voluto prestarvi orecchie, tornarono allora alla mente le parole di sua madre quando si era parlato di quel lungo viaggio che avrebbe portati i suoi uomini lontani da lei. Allora era sembrato a Tauro che le paure di sua madre fossero del tutto fuori luogo come le sue parole. Aveva però realizzato come lei sentisse come una specie di premonizione il fatto che non avrebbe più rivisto il marito ma Lucrezia comunque, facendosi forza, aveva finto che quel viaggio in nulla differisse dai tanti intrapresi dal marito ed aveva finta con lui una allegria che sicuramente le doveva essere costata un grande sacrificio.

Non vista dal marito aveva comunque a lungo parlato delle sue ansie con il figlio.

Tuo padre, grazie agli dei, ha sempre avuta una tempra di ferro e non ricordo giorno che egli abbia trascorso a letto malato. Ma i suoi anni sono tanti e temo che, come a tutti i forti succede, vogliano prendere il sopravvento su di lui da un momento all’altro. Veglia su di lui, figlio perché io non potrò essere al suo fianco come vorrei. Darei la mia vita per non doverlo lasciare ma il mio posto di donna è qui in questa casa mentre voi uomini sarete lontani impegnati in grandi cose di vostra esclusiva competenza. Mi ha inoltre particolarmente raccomandato di occuparmi che la sua scuola rimanga aperta, che i suoi malati vengano tranquillizzati dalla mia voce e non posso tradire queste richieste che gli stanno a cuore. Non mi resta quindi che affidarlo a te. Se dovesse succedergli qualunque cosa ti prego di una cosa, fai l’impossibile per riportalo a casa così che io possa ancora stringerlo fra le mie braccia.
-Non chiamare la sventura su di noi madre
-Non voglio certo farlo ma ad una certa età sembra che i nostri sensi si acutizzino anticipando gli eventi ed in specie quelli più tristi. Sono vissuta con tuo padre trentatrè anni e credo di capirlo meglio di ogni altro. Il suo grande sogno, quello che lo ha sostenuto in questi lunghi anni, è stato quello di raggiungere questo accordo con Roma. Credo che nulla neanche la stessa morte avrebbe avuta la forza di impedirglielo. Ma le sue forze lo stanno tradendo. Promettimi che me lo riporterai vivo!

Tauro commosso dalle parole della madre pur volendo allontanare ogni triste pensiero aveva quindi promesso. Durante il viaggio ed il soggiorno a Roma non aveva più ricordata la premonizione materna sopratutto constatando la vitalità del padre .

Ora invece il problema gli si poneva ed era ben deciso, e non per rispettare la promessa fatta o almeno non solo per quella, a riportare il padre nella sua terra, alla moglie, ai suoi discepoli.

Quando apparve evidente che le forze del padre andavano scemando e che per venire a lui incontro si sarebbe dovuta rallentare l’andatura di tutto il gruppo desideroso di rientrare in patria il più rapidamente possibile, Tauro riuscì a convincere il padre a proseguire il viaggio da soli. Nonostante si aspettasse un fermo rifiuto del padre questi aveva subito accolta l’idea asserendo che sarebbe stato per lui sommamente piacevole affrontare quel viaggio con la sola compagnia del figlio.

Abbiamo ancora tante cose da dirci e ci sono posti che vorrei vedere con te-aveva detto. –Sarà piacevole un pò di calma dopo tanto trambusto.

Il non dover seguire un ben preciso programma di marcia, la possibilità di lunghe soste permisero ai due viaggiatori di raggiungere i confini del Sannio senza che le condizioni di Papio dovessero subire un ulteriore aggravio anche se, Tauro ne era certo, ormai il suo solo desiderio era quello di tornare a casa per cedere le armi a quella morte che sentiva immanente.

Nonostante tutto, furono giorni piacevoli che Tauro avrebbe sempre ricordato con gioia e nostalgia. Parlarono tanto e di tantissime cose raggiungendo una straordinaria intimità che la mancanza di tempo disponibile aveva fino ad ora impedito. La consapevolezza che quelli potevano essere gli ultimi giorni che padre e figlio avrebbero potuti trascorrere insieme davano ad ogni giornata un che di prezioso

Papio, lucidamente, dette precise disposizioni perché la scuola venisse affidata ad uno dei suoi più valenti allievi che da anni gli era vicino e sul quale da tempo faceva ormai assegnamento essendo sopratutto consapevole dello ascendente che aveva sui giovani allievi. Al figlio fece invece capire, senza che suonasse come una richiesta imperativa, che avrebbe avuto piacere che ritornasse nella loro terra natia, la Pentria, quasi a riscattare un suo involontario tradimento

Quella terra montuosa è la nostra vera casa, se vi andrai ti renderai conto di essere tornato a casa. La nostra antica famiglia è sempre vissuta tra quei monti e li sono le nostre radici.

Ed alla fine furono a casa con grande gioia di tutti ed in specie di Lucrezia. Il giorno dopo il loro arrivo, Papio morì nel suo letto serenamente tra le braccia della sua donna e circondato dal calore e dall’affetto dei suoi discepoli.

Da tutte le parti del Sannio giovani e vecchi accorsero per dare al vecchio maestro l’ultimo saluto e fu commovente vedere molte fra quelle persone piangere senza ritegno.

Lucrezia, priva del suo compagno, morì pochi mesi dopo felice di poter raggiungere lo sposo che le mancava. I suoi ultimi tempi furono pignolescamente dedicati a rispettare tutte le volontà di Papio riguardanti la scuola ed i suoi allievi. Curò poi i problemi connessi alle sue proprietà che aveva personalmente curato per anni ben sapendo che uno dei desideri del suo sposo era quello che loro figlio alla loro morte riprendesse il suo ruolo e posto fra la gente della Pentria.

I suoi ultimi giorni furono quindi sereni e seppe lasciare il figlio con una serenità interiore che lui stesso in poco tempo duramente provato nei suoi affetti non si sarebbe mai immaginato. Serenamente si addormentò nel sonno andando a raggiungere felice lo sposo cui aveva dedicata tutta la vita.

Tauro prese, quindi, la via verso la Pentria

 

 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.
Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma) al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.
I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosi quali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.
La vita del primo personaggio, Papio Pentro, interagisce con la conquista, da parte dei Sanniti, di Capua e Cuma, con Numerio, figlio di Capi (da cui Capua), con l’interesse di Roma di accaparrarsi la Campania, con la peste del 400 a.C..
[2] Paride Bonavolta, agnonese nella testa, nel sangue e nel cuore, da anni è tornato a vivere in Molise con tanta voglia di mettersi a disposizione per il bene del territorio.  Chiunque, interessato alle sue aspirazioni, può contattarlo tramite i seguenti contatti: e-mail: paride.bonavolta@virgilio.it; cellulare: 335 6644839

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

 

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