I rivali di Roma – Parte decima

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Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta [2]

In questa parte decima della storia romanzata di Paride Bonavolta dedicata ai Sanniti, Papio viene sconvolto da una tragedia immane che lo porta a ripartire dalla sua terra per dedicarsi alla studio di materie prima trascurate. Siamo nel 400 a.C.

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I rivali di Roma – Parte decima

400 a.C. Papio ormai quarantenne poteva contare su di un gruppo di ex discepoli che gli avevano chiesto di restare con lui per collaborare all’andamento della scuola quando i suoi impegni lo costringevano, anche per lunghi periodi, ad assentarsi per rispondere agli inviti sempre più frequenti della Lega di condurre ambascerie o mediazioni anche fuori dei confini nazionali. Ma l’anno in corso doveva improvvisamente sconvolgere il suo mondo.

Ad un anno di carestia era seguita una diffusa pestilenza e Papio, chiusa la scuola per evitare il diffondersi del contagio, l’aveva trasformata in un lazzaretto per curare il sempre crescente numero di malati che si rivolgevano a lui per il solo fatto di aver spesso criticate regole igieniche ed alimentari dei suoi concittadini e del suo popolo.

Visto che anche i sacerdoti non facevano che trarre auspici sempre più sfavorevoli che contribuivano a diffondere un crescente panico un suo aiuto era stato chiesto tanto a livello locale che nazionale. In prima linea come collaboratori aveva Gaia ed i due figli, il più grande dei quali era ormai ventenne, ed alcuni discepoli. Nessuno di loro aveva infatti voluto lasciare la città per la campagna dove sicuramente minore sarebbe stato il pericolo del contagio. Pur consapevole del pericolo cui esponeva se stesso e la sua famiglia Papio aveva ritenuto suo dovere adempiere a quell’ingrato compito e gli altri erano stati irremovibili nella loro decisione di non abbandonarlo. Del resto le notizie che arrivavano da tutto il paese confermavano che il male era ovunque diffuso e che nel Sannio sembrava non esserci alcun posto sicuro dove rifugiarsi.

Con dolore un giorno si era dovuto rassegnare all’evidenza che tutti i membri della sua famiglia erano stati attaccati dal male e che, la sua esperienza glielo insegnava, non si sarebbe potuto fare nulla per guarirli. Disperato, sperando che si ripetesse quel raro miracolo che aveva salvato qualcuno dei malati, aveva lottato contro il loro male ma la sua lotta, come del resto era prevedibile, era stata senza esito e si era dovuto rassegnare a vedere tutti i suoi cari morire di quel terribile male che aveva trasformata la città ed il paese in un vasto campo di desolazione e di morte.

Aveva imprecato contro il fato che lo aveva risparmiato arrivando a pensare di darsi personalmente la morte ma il senso del dovere verso i suoi discepoli, che seppure decimati erano rimasti al suo fianco, e verso chi guardava a lui come riferimento avevano finito per prevalere . Nei rari momenti di calma consultava freneticamente i suoi testi cercando utili indicazioni per debellare il male ma i suoi sia pur tanti libri erano in genere finalizzati a ben altri argomenti e si malediceva per la incompletezza della sua pur vasta conoscenza riscontrando di aver dedicata tanta parte della sua esistenza alla salute della mente trascurando quella più basilare del corpo. Aveva rimpianto di aver dedicato, soprattutto durante il suo soggiorno in Egitto, solo una piccola parte del suo tempo ad esplorare anche il campo della medicina forse ritenendo, in quanto giovane, che la salute del corpo fosse legata a due semplici eventi quali l’età ed il fato contro i quali non poteva esistere rimedio.

Con la primavera incipiente il male aveva cominciato ad attenuarsi per poi sparire con la stessa rapidità con la quale a suo tempo era esploso e la vita era ripresa in una nazione prostrata e decimata. La calma che era seguita a Papio era sembrata persino peggiore dei momenti passati. La scuola era chiusa senza che ne fosse prevedibile una prossima riapertura, la casa era silenziosa e vuota e molte delle persone a lui care erano morte.

Gli erano spesso tornati in mente le considerazioni relative alla incompletezza della sua preparazione. In un mondo dominato da un forte senso di sottomissione al fato ed al volere degli dei poco o nulla si sapeva dell’uomo in quanto essere fisico e la medicina era lasciata nelle mani superstiziose dei sacerdoti e di praticoni che ripetevano cure e rituali tramandati nel tempo senza capirne l’essenza. La religione del resto tendeva a vedere negli eventi come quello appena concluso più un segno dell’ira degli dei che un concatenarsi di fatti imputabili all’uomo e all’ ambiente che lo circondava. Le regole igieniche ed alimentari erano imposte per religione da tempi remoti ed ogni deviazione dalle stesse suonava come blasfema come Papio aveva potuto inizialmente constatare quando, forte delle esperienze acquisite viaggiando in paesi dove si poneva maggiore attenzione alla cura delle malattie, aveva inutilmente contrastato desuete usanze e cure.

Lentamente, ricordando esperienze passate di persone che avevano dedicata la loro vita allo studio ed alla cura del corpo umano si era maturata in lui l’idea di riprendere la strada in paesi lontani per dedicarsi allo studio di quello che prima aveva trascurato, i segreti del corpo umano, le cause dei suoi mali ed i possibili rimedi.

Presa la decisione e doverosamente informato il Consiglio della Lega aveva riaperta la scuola affidandola ai suoi migliori collaboratori ed aveva lasciato il paese per intraprendere un secondo lungo viaggio convinto di adempiere anche ad un preciso dovere verso il suo popolo.

 


[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.
Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma) al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.
I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosi quali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.
La vita del primo personaggio, Papio Pentro, interagisce con la conquista, da parte dei Sanniti, di Capua e Cuma, con Numerio, figlio di Capi (da cui Capua), con l’interesse di Roma di accaparrarsi la Campania, con la peste del 400 a.C..


[2] Paride Bonavolta, agnonese nella testa, nel sangue e nel cuore, da anni è tornato a vivere in Molise con tanta voglia di mettersi a disposizione per il bene del territorio.  Chiunque, interessato alle sue aspirazioni, può contattarlo tramite i seguenti contatti: e-mail: paride.bonavolta@virgilio.it; cellulare: 335 6644839

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

 

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