I rivali di Roma – Papio – Parte Quarta

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Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri indistruttibili rivali di Roma

Storia romanzata di Paride Bonavolta [1]

(Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma) al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosi quali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

La vita del primo personaggio, Papio, interagisce con la conquista, da parte dei Sanniti, di Capua e Cuma, con Numerio, figlio di Capi (da cui Capua), con l’interesse di Roma di accaparrarsi la Campania, con la peste del 400 a.C..

In questa quarta puntata del capitolo dedicato a Papio, partiti da Volturno (Capua) e giunti a Cuma, Numerio e Papio  si ingegnano per carpire i segreti della città. Papio trova l’amore.

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I rivali di Roma – Papio – Parte Quarta

Numerio e Papio, un paio di giorni dopo, alle prime luci dell’alba, avevano lasciato Capua avviandosi a piedi verso la loro destinazione (Cuma). Qualche incendio ancora illuminava alcune zone della città e ancora un fumo denso ed un odore acre si levava dalle numerose pire sulle quali continuavano a bruciare i corpi dei caduti e, nel silenzio del primo mattino, si sentivano ancora i pianti con i quali in molte case si ricordavano i propri morti.

Non avendo particolari motivi di urgenza per arrivare in città ne avevano approfittato per familiarizzarsi con la regione compiendo, in previsione della marcia dell’esercito che li avrebbe un giorno seguiti, delle diversioni per conoscere il territorio e tutte le possibili vie di comunicazione. Alloggiando la sera in modeste taverne, che non potevano offrire nulla di più che un riparo sotto il quale riposare avvolti nei mantelli ed un pasto, mescolandosi ad occasionali avventori avevano discretamente cominciato a raccogliere informazioni e a familiarizzare con l’elemento indigeno acquisendo una sia pur rudimentale conoscenza della lingua e degli usi locali.

Durante i giorni di marcia era stato quasi naturale affrontare argomenti personali e così Papio aveva saputo che il suo amico era impaziente di tornare in Irpinia dove una   ragazza lo attendeva per diventare sua moglie. Numerio essendo cresciuto quasi senza conoscere la madre, morta quando era piccolo, soffriva nel non avere radici stabili avendo giocoforza seguito sempre il padre nei frequenti spostamenti che la sua vita da soldato aveva comportato. Conseguentemente, avendo spesso cambiato case, amici, villaggi sentiva il bisogno di un legame, di una casa, di una moglie e di figli che, anche quando i suoi impegni di soldato lo avessero portato lontano, avrebbero costituito un punto fermo cui tornare. Aveva deciso che quel punto fermo sarebbe stato il villaggio e la casa della futura moglie che gli avrebbero consentito di inserirsi in un contesto sociale dove trovare già dei legami e dove comunque la sua sposa, quando lui fosse stato lontano, non si sarebbe sentita estranea e quindi sola .Non appena ultimata quella campagna sarebbero avvenute le nozze.

Numerio aveva anche ammesso di essere stanco delle donne dei soldati, delle ragazze dai facili amori delle taverne e delle schiave che se anche gli si concedevano volentieri nulla escludeva che si sentissero comunque tenute a farlo, e di desiderare se non proprio l’amore una tranquilla vita familiare.

Papio, ed era la prima volta che lo confessava, aveva invece ammesso con l’amico di non aver mai fatto l’amore con una donna anche se sempre più l’età gli faceva sentire gli stimoli del sesso ed aveva aggiunto, cosa che non avrebbe mai detto ad altri, che la sua prima donna, che non necessariamente doveva essere l’ultima, l’avrebbe avuta solo per amore.

Durante il viaggio, merito anche di queste confidenze reciproche, il loro legame si era rinsaldato e ognuno aveva imparato a conoscere l’altro così da sapere quando era il momento di tacere o quando invece si poteva dare libero sfogo alla giovanile irruenza ed allegria.

Infine erano giunti a Cuma. Per entrare in città senza dare nell’occhio si erano mescolati alla moltitudine di persone, carri, asini, muli e cavalli carichi di ogni tipo di mercanzie che quotidianamente vi entrava venendo dalla campagna o dai vicini paesi e, sotto lo sguardo annoiato dei soldati del corpo di guardia, ne avevano varcate la porta principale .

La città, più grande di quanto si fossero aspettati,rivelava da una serie di particolari un’impronta greca che la differenziava da Voltuno (diventata Capua dopo la conquista da parte Capi, comandante dei Sanniti). Le strade, quasi tutte lastricate, erano disposte secondo uno schema preciso e dividevano la città in ampi riquadri, diverso rispetto a Volturno era anche il generale impianto delle piazze e dei numerosi templi che sicuramente si richiamavano a caratteri architettonici greci in quanto anche se più semplici nelle linee abbondavano di marmi e statue. Anche i cittadini, numerosi nonostante fossero le prime ore del mattino, apparivano del tutto diversi dai volturani per l’abbigliamento, per particolari somatici e per il modo di vivere e di gestire le loro botteghe ed i mercati. Il fatto poi che Cuma fosse un importante scalo marittimo aperto ai traffici con numerosi paesi dell’area mediterranea contribuiva sicuramente a darle una impronta ben diversa da qualunque altro centro dell’interno sia per la maggiore varietà delle merci in vendita sia per la presenza di numerosi viaggiatori e mercanti provenienti da porti lontani e fra questi entrambi, per la prima volta, avevano avuto modo di vedere persone di colore con le più diverse sfumature delle tonalità cromatiche del nero.

Inizialmente sconcertati da quel mondo così diverso dal loro avevano vagato lungo le vie principali cercando di farsi una prima sia pur orientativa idea della città decidendo poi, percorrendo vicoli sempre più stretti, ma non per questo meno frequentati, di dirigere verso la zona del porto.

La vastità del porto ed il gran numero di navi alla fonda aveva colpita la loro immaginazione e questo tanto più per Papio che vedeva il mare per la prima volta. Un mare dove navigavano od erano alla fonda imbarcazioni di ogni genere di stazza e di tipologie costruttive che denunciavano l’appartenenza a diversi paesi dell’area mediterranea. Non meno eterogenei rispetto alle imbarcazioni risultavano essere anche i loro equipaggi che, a terra o imbarcati, riempivano l’aria di richiami, imprecazioni e chiacchiere in numerose quanto incomprensibili lingue anche se sembrava che tutto ciò non sembrava creare per nessuno un particolare problema di comunicazione.

Tutti sembravano avere qualcosa da fare non fosse altro che crogiolarsi su un ponte di una nave o sorseggiare vino di fronte o dentro le numerose taverne. C’era chi caricava navi, chi le scaricava, chi comprava e chi vendeva. Avevano finito per sentirsi fuori luogo tanto da temere che questo potesse apparire così evidente da poter attirare l’attenzione su di loro ma presto si erano tranquillizzati.

Spiluccando da vari banchetti di venditori ambulanti avevano consumato una specie di pasto più che per fame perché attratti dalla varietà ed esoticità di quanto esposto. Quando la stanchezza aveva cominciato a farsi sentire, e mentre anche la città andava progressivamente svuotandosi, avevano deciso di trovare una sistemazione, anche se provvisoria, per la prima notte. La scelta era caduta su un modesto ma decoroso alloggio nei pressi di uno dei più popolosi mercati nelle vicinanze del porto dove sicuramente la loro presenza avrebbe dato meno nell’occhio .In un dedalo di vicoli, nei quali i cani randagi fattisi coraggio andavano in cerca di avanzi, l’indomani mattina quando la città sembrava meno affollata erano stati circondati da un gruppo di ragazzini seminudi che ricorrendo a lingue e dialetti diversi, si era offerto di trovare loro alloggio, cibo, donne o uomini se così avessero preferito. Una volta appurato che i due forestieri parlavano l’ osco le indicazioni si erano fatte più chiare e avevano finito per trovare quell’alloggio che ritenevano sarebbe stato definitivo in casa di un vecchio orafo al quale gli occhi, ormai stanchi, non consentivano più di lavorare,

Il soggiorno cumano aveva avuto inizio e l’orafo, un vecchio cortese che sembrava tutto e tutti conoscere nella sua città, si era dimostrato prezioso nell’aiutarli nella prima fase di inserimento nella vita locale. Il suo precedente lavoro faceva sì che tutti lo conoscessero e lo stimassero e che lui, a sua volta, avesse numerosi amici ad ogni livello sociale. Grazie ai suoi suggerimenti avevano familiarizzato con la città ed avevano individuati quei punti di ritrovo dei cumani che permettevano loro di cominciare ad acquisire, senza dare nell’occhio, molte di quelle informazioni che costituivano lo scopo della loro missione. Il timore di un possibile attacco sannita sembrava al centro di molti discorsi e cittadini e soldati fra loro parlavano apertamente di quelli che a seconda dei casi erano i punti forti o deboli in caso di un eventuale assedio. Sembrava che comunque i cumani si reputassero sufficientemente garantiti dalle opere di difesa cittadine e dalla preparazione militare dei difensori anche se non pochi erano i dubbi sulla possibilità di resistere ad un assedio visto che il lungo periodo di pace goduta aveva in parte infiacchito lo spirito combattivo e fatti trascurare opportuni miglioramenti che si sarebbero potuti approntare nelle opere di fortificazione.

Quando l’orafo era stato da loro informato che intendevano frequentare qualche scuola si era proposto di aiutarli nella scelta e, essendosi fatta una personale idea dei loro caratteri, aveva suggerito a Papio un vecchio amico, il maestro greco Archelao ed a Numerio la meno impegnativa scuola di un liberto greco che contava un gruppo cosmopolita ed eterogeneo di allievi. Il suggerimento era stato di buon grado accettato ritenendo che frequentando corsi separati avrebbero avuto modo di frequentare mondi diversi e quindi di acquisire informazioni da fonti diverse.

Papio ripensando alle parole con le quali l’orafo gli aveva suggerito il suo maestro aveva inizialmente dubitato che la scelta potesse considerarsi ottimale.

Non credo che altri in questa città possa vantare una cultura pari alla sua -aveva detto l’orafo-. Fino a qualche anno fa la sua scuola era la più rinomata di questa città ed i suoi discepoli venivano da ogni parte della penisola. Oggi Archelao é, come me, un vecchio stanco ma sempre lucido ed avendo chiusa la scuola accetta solo pochi e selezionati discepoli in specie se raccomandatigli da qualche vecchio amico. Parlerò con lui e ti farò sapere.

Quando aveva saputo che il maestro, grazie alla sollecitazione del suo amico orafo, si era dichiarato disponibile ad incontrarlo si era presentato a lui con un certo timore.

Archelao nei modi come nell’aspetto sembrava la vera personificazione di un maestro. I suoi occhi erano vigili e ascoltando Papio che cercava di motivare il suo desiderio di apprendere tutte quelle nozioni che sarebbero potute tornargli utili in una vita che ancora non sapeva finalizzare verso una meta precisa, sembravano esprimere tutta quella pazienza che un maestro doveva avere verso chi si rivolgeva a lui ammettendo incertezze ma pur tuttavia reclamando un qualcosa che non sapeva precisare. Ma quel primo colloquio grazie all’esperienza ed alla capacità di giudizio che Archelao doveva avere acquisita nei lunghi anni di insegnamento sicuramente aveva giocato a favore di Papio che si era visto accettato.

Dopo i primi incontri che sicuramente erano serviti ad Archelao per farsi una migliore idea del suo allievo e delle sue inclinazioni Papio, quasi senza rendersene conto, visto il metodo tutt’altro che didattico del suo maestro, aveva realizzato che praticamente avevano avuto inizio delle vere e proprie lezioni ed era stato certo che non avrebbe potuto trovare un maestro migliore. Dal canto suo anche Archelao, quasi a prima vista, era stato colpito dalla pronta intelligenza di Papio e si era intenerito dalla gran voglia di imparare di quel giovane volturano, sicuramente incolto, del quale lo colpiva l’impegno e la caparbietà con la quale, senza dare cenni di stanchezza, si dedicava allo studio avvalendosi di una prodigiosa memoria. Con reciproco piacere entrambi, senza bisogno di parlarne, avevano scoperta la gioia che le ore trascorse insieme dava loro e per meglio dedicarsi al suo nuovo allievo Archelao, sperando che Papio non se ne accorgesse, aveva finito per congedare alcuni dei già pochi discepoli che aveva essendo convinto che il tempo speso con loro fosse gettato al vento.

L’avvio di una vita da studenti aveva finito per rarefare la frequentazione di Numerio e Papio che avevano ormai ciascuno una propria vita, nuovi amici e soprattutto orari diversi. Ma questo era quanto avevano concordato proprio per avere l’opportunità di acquisire informazioni ciascuno per proprio conto per poi verificarle periodicamente nelle lunghe chiacchierate serali e, in un tempo relativamente breve, essendosi integrati nelle rispettive quotidianità, avevano finito per   accumulare buona parte di quelle informazioni che erano il reale motivo della loro permanenza in città.

Papio aveva saputo che Archelao viveva nella sua grande ed ordinatissima casa con l’unica compagnia di una nipote, figlia di una sua figlia che da qualche anno aveva lasciato Cuma per seguire il suo sposo ad Atene. La giovane, che venerava il nonno, aveva preferito rimanere con lui che aveva espresso il desiderio di chiudere la propria vita in quella città dove aveva sempre vissuto, dove aveva tutti i suoi ricordi, qualche raro amico ancora in vita, ma soprattutto perché molti dei suoi innumerevoli discepoli amavano, anche a distanza di anni, andare a trovarlo.

La prima volta che Papio aveva avuto modo di incontrare la ragazza, colto alla sprovvista era, suo malgrado, vistosamente arrossito provocando in lei un istintivo divertito sorriso.

Demetra, così si chiamava, aveva sedici anni, una aggraziata figura, lunghi capelli biondi raccolti in una treccia e grandi ed espressivi occhi verdi

Se la ragazza aveva notato l’effetto che la sua presenza aveva causata sul giovane discepolo di suo nonno la cosa non era sfuggita neanche ad Archelao, che fingendo di non essersi accorto del suo turbamento e per dargli tempo di recuperare si era lasciato trascinare in una lunga dissertazione della quale era certo, e la cosa non gli interessava, il suo allievo non avrebbe memorizzato alcunché.

Da quel momento per Papio si era rivelato impossibile non pensare a Demetra tanto più che nei giorni successivi a quel primo occasionale incontro era stato lo stesso Archelao a richiederle di interrompere le lezioni per portare loro dei leggeri spuntini e delle bevande. Demetra assolvendo al compito di tanto in tanto si fermava con loro per scambiare delle chiacchiere gradite a Papio anche se interrompevano quelle lezioni delle quali un tempo non avrebbe voluto perdere neanche un secondo.

Quando un giorno Demetra gli aveva chiesto di parlargli di lui e di cosa avesse fatto prima di dedicarsi allo studio Papio si era sentito disorientato perché, cosa che sentiva di non volere, avrebbe dovuto mentirle così come aveva inizialmente fatto con Archelao in quei primi giorni quando fra loro non esisteva ancora il rapporto che ora li legava.

Credo di poter dire di essere stato un soldato .
– Allora hai ucciso molti nemici?

Papio, impreparato alla domanda, volendo essere sincero ed attento a non tradirsi aveva soppesata la risposta.

Penso di sì. D’altro canto non è possibile affrontare dei nemici senza doverlo fare perché in quei momenti é in gioco la tua vita. Ma se vuoi sapere cosa ho provato devo confessarti che anch’io me lo sto chiedendo. Spesso mi capita di interrogarmi se sono un soldato o se sono un buon soldato o se voglio esserlo. Questa è una delle ragioni per le quali sono qui .Forse sto cercando di capirmi.
– E allora cosa sei?
– E’ quello che voglio appurare.Un tempo non avrei certo pensato che avrei passate ore piacevoli con un maestro come tuo nonno, ora mi sembra che le ore passate con lui siano le più importanti della mia giornata. Approfitto di questo periodo proprio per scoprire cosa in effetti sia. So per certo che in questo momento ho fame di sapere e che non sono altro che uno sciocco ed ignorante allievo di Archelao e cerco di scrollarmi di dosso la mia ignoranza. Non molto tempo fa avrei riso se qualcuno mi avesse detto che avrei trovato più piacere nello studio che in una battaglia o in una battuta di caccia o nel correre per inseguire i miei più improvvisi ed estemporanei desideri.

Poiché Archelao era presente, Demetra si era rivolta al nonno.

Nonno, Papio è proprio un allievo sciocco ed ignorante come si descrive?
– Zitta bambina- aveva replicato il nonno- vorrei nella mia lunga vita di maestro aver avuto più allievi come il nostro giovane amico. In tal caso sarei potuto morire molto più serenamente e con la certezza di aver seminato qualcosa di buono. Ma torna alle tue faccende di donna e non ci disturbare!
– Perché devo sempre andare via e starmene tutta sola senza avere nulla da fare?
Allora, se ti fa piacere, rimani ma stai al tuo posto ed in silenzio. Le mie condizioni, se anche Papio é d’accordo, sono che tu possa rimanere a patto di non farci mai mancare qualcosa da bere o da mangiare e che, quando é l ‘ora, provveda ad accenderci le lampade. Un ulteriore dose di cultura non potrà farti certo del male. Ma mi raccomando non interromperci mai se non é necessario.
– Per me nulla da eccepire maestro– aveva bofonchiato Papio pur rendendosi conto che la decisione era comunque già stata presa e che la richiesta del suo assenso era da considerarsi puramente formale.

Nei giorni successivi a quella estemporanea decisione, Papio, pur cercando di   nasconderlo, inizialmente si era sentito imbarazzato dalla presenza di Demetra ma lentamente vi si era abituato al punto che, presto, pur senza volerlo ammettere, si era reso conto che senza Demetra le sue lezioni sarebbero state vuote.

Con il tempo, senza che nessuno se ne rendesse conto, Demetra aveva cominciato a porre di tanto in tanto delle domande sui vari argomenti trattati e tanto il discepolo che il maestro, colpiti dalla acutezza delle sue richieste o argomentazioni, avevano cominciato a risponderle e non era neanche mancata l’occasione che entrambi alle volte sollecitassero un suo punto di vista. In pratica le lezioni erano diventate a tre.

La primavera stava per finire e Papio pensava sempre più spesso al vero motivo della sua presenza a Cuma. Gli eserciti sanniti sicuramente si stavano ricostituendo in vista dell’attacco alla città che lo ospitava. Sapeva che non appena l’estate fosse iniziata lui e Numerio avrebbero dovuto lasciare la città e riprendere il loro posto nelle file sannite.

Almeno con se stesso dovette convenire che la prospettiva di riprendere le armi non lo entusiasmava e che, potendolo fare, avrebbe preferito non interrompere le sue lezioni e soprattutto non tradire la città che lo aveva accolto portandovi gli orrori della guerra. Ma, soprattutto, non avrebbe voluto tradire la fiducia di Archelao e della nipote. Ma sapeva anche che il suo dovere era proprio quello di fare ciò che non avrebbe desiderato e sapeva pure che avrebbe portato a termine la sua missione anche se questo gli avrebbe procurato dei rimorsi.

Numeri, invece, era impaziente di tornare al campo sannita ma, quando ormai tutto era pronto per la loro partenza, aveva cambiata idea.

Credo che dovremo tardare la partenza di qualche giorno. Hai notato che per i lavori del nuovo acquedotto è interdetta la porta principale della città? Sarebbe meglio partire quando avremo la certezza che questi lavori non ne impediscano l’accesso. Sei d’accordo?

Papio sarebbe stato d’accordo su qualunque proposta che gli consentisse di rinviare anche di un giorno la partenza.

– Penso che tu abbia ragione. Vuol dire che il rientro sarà il più veloce possibile.

Questa insperata dilazione, come non aveva tardato a realizzare, era dovuta al fatto che Numerio si era invaghito della padrona di una locanda che frequentavano e che non voleva partire prima di essere riuscito ad entrare nel suo letto e averne goduti i favori.

Maggio era ormai avanti con i giorni e la partenza era stata fissata per la fine di giugno. Un giorno, a casa di Archelao, ebbe la sgradita sorpresa di vedere il suo maestro sofferente.

Mi dispiace per la lezione Papio ma ho una fastidiosa febbre che credo mi terrà a letto per qualche giorno.- Poi, vedendo la delusione sul viso del discepolo, aveva avanzata una proposta – Perché voi ragazzi non approfittate di questa mia indisposizione per prendervi qualche giorno di vacanza? Potreste fare insieme qualche gita nei dintorni per tonificare il corpo a discapito dello studio. Credo che qualche giorno di pausa non possa fare che del bene tanto a voi che a me. Quando riprenderemo, e spero al più presto, le nostre lezioni scopriremo che avremo tratto tutti dei vantaggi da questa sosta forzata.

Papio, terrorizzato all’idea di ritrovarsi da solo con Demetra e per lo più fuori dall’ambiente familiare che la casa del suo maestro era diventata, era rimasto in silenzio; eppure questo, doveva ammetterlo, era del tutto irrazionale perché ormai era abituato alla presenza di Demetra, anche se un conto era una lezione e ben altro era una gita. Messo di fronte all’inaspettata proposta a malincuore, e con stupore, aveva dovuto prendere atto di essere innamorato e di avere da tempo inconsciamente desiderata l’occasione di restare solo con Demetra, come sarebbe stato naturale fra due giovani.

Demetra aveva, invece, accolta la proposta del nonno con evidente gioia pronta a fissare un incontro per l’indomani mattina sostenendo esserle necessario del tempo per preparare degli infusi per il nonno ed uno spuntino da portare con loro.

L’indomani, accertatisi che ad Archelao non potesse mancare nulla e che avesse preso gli infusi preparatigli, dopo le ultime raccomandazioni i due giovani erano usciti con un programma, suggerito loro da Archelao, che prevedeva la visita ad un vecchio tempio ormai abbandonato ma di notevole bellezza.

La giornata era trascorsa piacevolmente e forse per entrambi troppo velocemente. A casa li aspettava Archelao di buon umore e con un viso più disteso, segno che la febbre andava scemando.

Per il giorno successivo Archelao aveva per loro programmata una escursione alle sorgenti di un piccolo fiume che scorreva nei pressi della città ed aveva loro consegnato un libro di poesie che lo stesso fiume aveva ispirato al più famoso poeta cumano consigliandoli di leggerlo sul posto.

Dalla sorgente, quasi nascosta in un bosco di querce inondato dal profumo di innumerevoli piante di ginestra, originava una cascata che formava uno specchio d’acqua purissima e l’unico rumore era quello di una natura che vive. Lo spettacolo era così perfetto e quasi irreale che per la prima volta, cosa che non avevano provato il giorno precedente, anche se l’antico tempio era poco frequentato, ebbero la sensazione di trovarsi soli.

I reciproci sentimenti erano evidenti ad entrambi senza che ci fosse bisogno di parlarne.

Era stata Demetra a rompere l’incanto. Preso il suo compagno per mano lo aveva guidato ad una quercia che più persone in circolo non sarebbero riuscite ad abbracciare e che allungava le radici nell’acqua. Invitato Papio a sedersi si era distesa vicino a lui posandogli il capo sul grembo e preso in mano il libro ed apertolo, ad occhi chiusi aveva cominciata a recitare a memoria, una poesia che, come se fosse proprio la vecchia quercia a raccontare, descriveva la bellezza di quel luogo e gli amori che aveva visto nascere e morire alla sua ombra. Quando Demetra aveva finita la poesia, per Papio era stato naturale chinarsi e baciarla sulle labbra che si erano schiuse ad un bacio che, iniziato come un gesto di tenerezza, presto aveva tradito il reciproco desiderio e la passione che li univa.

Al primo bacio ne erano seguiti altri sempre più urgenti e la mano di Papio era scesa a carezzarle il seno che si profilava sotto la leggera tunica e che denotava nel turgore dei capezzoli il desiderio. Demetra aveva portato la sua mano su quella di Papio che aveva temuto di essersi spinto troppo oltre con la sua carezza ma lei, scostandosi la tunica, l’aveva guidata a carezzarle il seno nudo. Il tempo non sembrava più esistere e quando Papio aveva accennato a chinarsi verso il suo seno ancora coperto per baciarlo Demetra, con gesto tipicamente femminile, abbassatasi la tunica aveva offerto ai baci i suoi seni nudi. Travolto dalle nuove sensazioni Papio aveva assaporato con lenti baci il calore della sua pelle, la rotondità del seno ed il turgore dei rosati capezzoli. Entrambi erano alla scoperta di un mondo sconosciuto ed avevano quasi un reverenziale timore di rompere la perfezione dei momenti che stavano vivendo.

Dopo un lungo bacio Demetra era stata la prima a parlare.

Quello che stiamo facendo lo vogliamo entrambi e sapevamo da tempo di volerlo anche senza bisogno di dirlo. So che sei uno straniero e che presto dovrai tornare alla tua gente e so che non sei quello che ci hai detto di essere . Non devi sentire alcun obbligo verso di me e sei libero di andare se e quando vorrai. Non faccio nulla che non voglia e non avrei voluto che nessun altro all’infuori di te fosse il primo a baciarmi e carezzarmi.
Demetra taci !- l’aveva supplicata intuendo scoperto, ma senza rimproveri, il segreto della sua identità.

Lei posatagli una mano sulle labbra per farlo tacere aveva ripreso a parlare.

Ho sempre sperato di poter conoscere l’amore nel modo dolce con il quale lo sto scoprendo e ho sempre sognato di poterlo fare con una persona amata. Tu mi stai semplicemente regalando la realizzazione del mio sogno più bello. Non chiederti altro e ti prego baciami e posa le mani e le labbra sui miei seni che lo desiderano.

Ma…ci sono troppi ma in questa storia.

Demetra dovette realizzare che l’incanto precedente sembrava essersi rotto e che Papio pur tenendola stretta si era allontanato da lei. Quando lui si era alzato lei era rimasta, così come era, distesa, con gli occhi socchiusi e con la tunica calata in vita. Intuiva che lui la stesse guardando e ne intuiva il desiderio essendo consapevole del proprio. Poiché Papio continuava a tacere e non accennava a muoversi o parlare, alzatasi aveva lasciata scivolare la tunica ed aveva sciolta la fascia che le cingeva i fianchi, offrendosi a lui. Aveva prima percepito e poi visto lo sguardo di Papio avvolgerla tutta senza indugiare sul suo pube biondo. Erano rimasti a lungo immobili l’una di fronte all’altro, lui vestito, ma con evidenti segni del suo desiderio, lei nuda ma, nonostante questo, pudica anche se evitava di coprirsi o di sottrarsi ai suoi sguardi. Poi Demetra si era lentamente diretta verso il laghetto immergendosi nell’acqua.

Solo allora Papio si era scosso trovando naturale togliersi a sua volta i vestiti per correre a raggiungerla.

Fermati– gli aveva intimato lei- Anch’io voglio vedere il tuo corpo così come tu, come   volevo facessi, hai guardato il mio e poi vieni da me perché voglio che tu mi prenda tra le braccia.

Papio che si era fermato istintivamente coprendo con le mani il membro eretto ma poi lentamente le aveva abbassate e si era diretto verso l’acqua consapevole che lo sguardo di lei non lo imbarazzava affatto. Demetra gli era andata incontro nuotando e presto erano stati l’uno contro l’altra cercando e carezzando, senza falsi pudori, i rispettivi corpi nudi. Demetra era uscita per prima dall’acqua con la stessa naturalezza con la quale poco prima vi era entrata per stendersi al sole sotto la quercia. Papio l’aveva seguita stendendosi al suo fianco.

Demetra devo parlarti.

– Non voglio sentire e sapere nulla. Non ora almeno.

– Ma io vi ho mentito, voi lo sapete, io partirò fra pochi giorni e non so quale sia il mio destino perché non é nelle mie sole mani!

– Zitto! Non rovinare questo momento!

Ma Demetra io sono un nemico! Sono un soldato sannita venuto a spiare la tua gente per conquistare questa città con le armi!

Questo lo so da tempo! Senza che tu te ne sia accorto un giorno ti ho seguito non per volessi spiarti ma per sapere dove eri quando eri lontano da noi. Ed è così che ti ho sentito parlare con il tuo amico Numerio. Devo dire che per essere delle spie, perché questo in un certo senso siete, non vi comportate con prudenza se una ragazza come me ha potuto ascoltare i vostri discorsi e scoprire i vostri segreti. So che a giorni partirete per riunirvi al vostro esercito ed é proprio per questo che oggi ti voglio e non voglio che tu parli ancora. Vieni, non vedi che ti aspetto? Devo forse pregarti?

– Ma Archelao…non posso tradire la fiducia di quel caro maestro che per me é come un padre!

– Sei uno sciocco adorabile. Mio nonno come saprai ha sposato un donna di Cuma e mi ha sempre raccontato che la prima volta che ha fatto l’amore con lei l’ha fatto sulle rive di questo lago dopo averle letto le stesse poesie che oggi ha dato a noi. Mi ha sempre detto che il giorno in cui fossi stata certa di aver trovato l’uomo giusto, al quale offrire il mio amore, questo sarebbe stato il posto giusto per farlo sempre che -aveva aggiunto sorridendo- fosse stata la stagione giusta. Come forse comincerai a capire, il nonno sa perché siamo qui. Sa pure di te e del tuo amico perché a lui, e solo a lui, ho raccontato quanto andate tramando e questo non per averne un consiglio ma perché fra di noi non sono mai esistiti segreti.

Poiché Papio restava immobile, lo aveva sollecitato con un sorriso canzonatorio.

Devo forse implorarti per avere il tuo amore? Vedo che il tuo corpo distratto da queste chiacchiere dimostra di non desiderarmi più.

Papio aveva guardato il suo membro che prontamente aveva reagito. Si era lasciato scivolare vicino a Demetra riprendendo a baciarla intuendo, mentre la sua mano la carezzava tra fra i folti peli biondi del pube che lei era pronta a riceverlo. Era però stata Demetra ad attirarlo impaziente su di sé e a guidare in lei il suo pene. Vinta la verginità di Demetra, conobbero insieme, e per la prima volta, l’amore così come lo avevano sognato.

Il resto della giornata l’avevano passato scoprendo i punti segreti dei rispettivi corpi dando e prendendo reciprocamente piacere, tuffandosi di tanto in tanto nel lago per rinfrescarsi e per tonificare i loro corpi in vista dei successivi abbracci.

A sera tornati a casa avevano trovato Archelao che li attendeva in piedi nonostante l’ora tarda e che aveva anche provveduto a preparare e mettere in tavola la cena. Papio aveva compreso che sarebbe stato sciocco nascondere quanto era sicuramente facile intuire fosse successo fra loro. Avevano consumato allegramente la cena e dopo mangiato, in giardino, Papio si era sentito di dovere delle spiegazioni ad Archelao .

Padre, so da tua nipote che sai chi io sia effettivamente e quali siano le ragioni che mi hanno condotto nella tua città. Ti chiedo scusa per averti mentito ma sono un soldato e devo rispettare, per il mio onore, gli ordini ricevuti. Con voi sono sempre stato felice e vicino a te sono   profondamente cambiato. Tu padre – continuava inconsciamente ad usare con il suo maestro tale appellativo – hai saputo darmi quello che non avrei pensato mai di volere, hai aperta la mia mente e l’hai indirizzata su di una via nuova anche se difficile. Oggi so di essere molto diverso dal ragazzo che hai preso come allievo. Con te e Demetra ho vissuto le ore più belle della mia vita e te ne ringrazio. Inoltre hai forse anche contribuito ad aprire il mio cuore all’amore ed oggi sono felice di amare tua nipote, ma, se pensi che ti abbia in qualche modo tradito non hai che da dirmelo ed accetterò come giusta ogni tua decisione compatibile con il mio onore di soldato.

Figlio– lo aveva interrotto il maestro- le tue parole mi rendono felice perché ogni maestro desidera vedersi ricompensato dall’affetto e dai risultati conseguiti dai propri discepoli perché solo così si é certi che valga ancora la pena di dedicarsi loro. Con te sono sicuro di aver seminato in un buon campo. Sta a te, e solo a te, curare che la crescita ed il raccolto siano buoni. Conserva i semi migliori per seminarli a tua volta quando sarà il momento. Hai portato molta felicità in questa casa a me e soprattutto a questa mia nipote che per me é figlia. I tempi sono brutti. Ovunque ci sono guerre e violenze e ritengo che tutto questo sia inevitabile come la storia ci ha sempre dimostrato. L’amore che hai dato e che a tua volta hai ricevuto non potrà più esservi tolto quale sia il destino che attende ciascuno di noi. Abbiamo tutti avuto un dono prezioso.

Quanto a te e Demetra, fin dal primo momento, mi siete sembrati fatti l’uno per l’altra e ciò che doveva essere si é compiuto. Tu non hai nessun impegno verso di noi, o meglio verso Demetra, salvo quelli che il tuo cuore, se vorrà, saprà suggerirti. Non tradiremo il tuo segreto di soldato perché se domani non sarete voi sanniti un giorno non lontano sarà Roma che vorrà sottomettere questa nostra città. Quello che succederà, ne sono certo, é già scritto. Demetra mi ha detto che tu le hai svelato il tuo segreto prima di sapere che lei già lo conosceva ed apprezzo questo tuo gesto perché ti deve essere costato molto violare la tua consegna. Comunque tranquillizza la tua coscienza perché in effetti parlando con noi del tuo compito segreto lo hai fatto sapendo di avere in noi degli amici. Avremmo affrontato ogni tipo di tortura o anche la morte pur di non tradirti e mi sembra che te ne sia stata data ogni prova.

Archelao aveva taciuto a lungo guardando con tenerezza i due giovani che, tenendosi per mano aspettavano che concludesse il discorso.

Quando dovrai andare, faccelo sapere per tempo così che ci si possa abbracciare da amici e augurarci quella buona fortuna della quale tutti abbiamo bisogno. E quando tornerai in armi con i tuoi soldati compi il tuo dovere fino in fondo perché il tuo onore é sopra ogni altra cosa. Ti sarei comunque grato se questi ultimi giorni che passerai a Cuma li volessi passare nostro ospite così che ognuno di noi possa darti quanto ancora vuole darti. Sei molto giovane ed hai la vita di fronte a te. Usala al meglio e non sprecarla.

Ciò detto Archelao aveva fatto chiaramente intendere che desiderava essere lasciato solo nel giardino prima di ritirarsi nella sua stanza per cercare di godere di quelle poche ore di sonno che i suoi anni avevano deciso dovessero bastargli.

Demetra, abbracciato con slancio il nonno e preso Papio per mano, lo aveva guidato nella sua stanza che, dai discorsi fatti, era sottinteso avrebbe divisa con lui fino al giorno della sua partenza. Prima di seguirla anche Papio si era avvicinato al maestro per prendere tra le sue mani quelle rugose del vecchio e baciarle, ma Archelao lo aveva trattenuto dal farlo tirandolo a sé in un forte abbraccio paterno.

Numerio, informato del fatto che fino alla partenza Papio avrebbe lasciato l’ alloggio che fino ad allora avevano condiviso aveva accettato la cosa con piacere perché in effetti si vedeva molto più libero per i suoi incontri amorosi.

I giorni erano trascorsi felici e quando Papio aveva annunciato la data della partenza nulla aveva turbata l’atmosfera che si viveva nella casa di Archelao, salvo un maggiore slancio negli abbracci dei due giovani perché l’imminenza del distacco sembrava renderli più esaltanti .

La consapevolezza del distacco aveva preparato tutti ad un addio che, seppur doloroso, era considerato come un evento previsto ed inevitabile.

I due sanniti avevano lasciato la città assorti nei propri pensieri e ricordi.


[1] Paride Bonavolta, agnonese nella testa, nel sangue e nel cuore, da anni è tornato a vivere in Molise con tanta voglia di mettersi a disposizione per il bene del territorio.  Chiunque, interessato alle sue aspirazioni, può contattarlo tramite i seguenti contatti: e-mail: paride.bonavolta@virgilio.it; cellulare: 335 6644839

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

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