21. I rivali di Roma – Mamerco – Parte ventunesima

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Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri rivali di Roma

di Paride Bonavolta

Qui incontriamo Mamerco, terzo personaggio della storia romanzata [1], dopo il nonno Papio Pentro e il padre Tauro. Una vita scapestrata, la sua, fino al ritrovarsi vicino al padre durante le vicende della seconda guerra sannitica (326-304 a.C.)

I rivali di Roma – Mamerco – Parte ventunesima

In questa Parte ventunesima della storia romanzata di Paride Bonavolta [1], siamo nel 334 a.C. e seguenti – Mamerco lascia, giovanissimo, il proprio villaggio per conoscere la gente dei territori sanniti e circostanti – sceglie di non presentarsi come il figlio di Tauro e nipote di Papio Pentro – fa lavori umili – di bellissimo aspetto, entra nelle grinfie di un commerciante e della giovane moglie.

            334 a.C. – Mamerco percorreva le vecchie strade della sua terra. Ad un certo punto si accorse che di fronte a lui si stendeva una vasta pianura che non conosceva. Era uscito dal suo mondo ed aveva iniziato il tanto desiderato viaggio. Ringraziò mentalmente il padre che, dopo il loro lungo dialogo, gli aveva aperto quella via sconosciuta. Si lasciava alle spalle,lo comprendeva bene,la sua infanzia e la prima giovinezza e questa considerazione lo portò a farne un bilancio.

            La terra montuosa dove era nato, i boschi che la circondavano, facevano parte integrante della sua natura e sentiva di averle perfettamente assimilate fino a farne parte di sé stesso. Adorava quelle montagne sia nel momento di massimo rigoglio, quando sembrava di nuotare in un incontaminato mare di verde, sia quando, d’inverno, tutto era coperto, per lunghi mesi, dal bianco della neve che sembrava ancor più restringere i suoi già limitati orizzonti. Nei lunghi mesi invernali le strade si chiudevano e minori erano i contatti anche con i paesi vicini e le già poche evasioni costituite dalle battute di caccia si rarefacevano e tutto sembrava assopirsi in attesa della successiva primavera.

            Amava la sua famiglia.

            Paculla era sempre stata con lui, come del resto con tutti gli altri, una madre eccezionale che aveva saputo farlo crescere in un mondo sereno e tranquillo ma regolato da ferree leggi per quanto riguardava la partecipazione alla quotidianità delle numerose attività familiari. Tauro era il suo idolo ed in lui aveva sempre visto l’uomo che sarebbe voluto diventare. Nonostante le numerose assenze dovute alla sua vita di soldato aveva saputo essere vicino ai figli essendo un padre affettuoso più che un severo pater familias.

            I rapporti con i fratelli erano sempre stati ideali. Ursidio, di due anni più piccolo, pur avendo un carattere diverso dal suo, era sempre stato l’ideale compagno di giochi e di avventure e viveva con gioia quel piccolo mondo dove erano cresciuti e ,a differenza di lui, non amava allargarne i confini. Murcus, nonostante il maggiore divario di età, era molto più vicino al suo carattere essendo sempre pronto a recepire novità e avido di conoscenze ed esperienze.

            Per i due fratelli più grandi Murcus era sempre stato un’ombra che non li lasciava mai e che cercava in tutto e per tutto di competere con loro. La formazione dei tre fratelli era stata affidata da Tauro a due diversi precettori. Didio Lupo, un anziano veterano, curava la loro preparazione militare mentre Stazio Mago, un liberto greco, curava la loro formazione culturale. Particolarmente felice era stato per lui il rapporto con Didio Lupo per la specificità del suo compito particolarmente gradito. Didio Lupo aveva fatto parte delle truppe di Tauro e lo aveva sempre seguito nelle sue campagne fino al momento in cui una grave ferita l’aveva costretto, suo malgrado, a restare nel villaggio. Questa forzata inattività aveva depresso Lupo che aveva però ritrovata la gioia quando Tauro gli aveva affidata la preparazione militare dei suoi figli, che lui aveva finito, in un certo senso, per considerare come suoi non avendone mai avuti. Era ben felice, infatti, quando i ragazzi lo circondavano per rivolgergli domande sulla sua vita militare o per farsi raccontare delle imprese del padre Tauro.

            – Raccontaci di quando nostro padre con Sesto Ursidio conquistò Cominium. Dicci dell’ovazione che le truppe gli riservarono a quando con Caio Ponzio combatté in Campania.

            Il veterano,ben consapevole del numero di volte che queste e simili altre domande gli erano state rivolte, era sempre disponibile a questi racconti che lo riportavano ad un periodo felice. Si rendeva anche conto che i suoi racconti i tre ragazzi li conoscevano ormai a memoria e per questo cercava ogni volta di arricchirli di particolari inediti, e spesso fantasiosi, che li rendevano più coloriti ed appassionanti. Quando i ragazzi cercavano di coglierlo in castagna, rispetto ad una precedente versione, a seconda dell’umore, si difendeva dando la colpa alla sua senescente memoria o contrattaccava sostenendo che era la loro memoria a tradirli sostenendo che lui ricordava tutto e perfettamente. Il massimo del divertimento per i tre fratelli era stato stuzzicare Didio Lupo quando si avvedevano che Tauro, non visto dal veterano, si poneva all’ascolto con aria divertita avendo fatto cenno ai figli di non far scoprire la sua presenza. Indubitabilmente, come lo stesso Tauro affermava ai figli quando si univa loro, Didio Lupo era stato un ottimo maestro e non c’era quindi uso di arma o tecnica di guerra che essi non avessero imparata ed assimilata. Consapevole degli ottimi insegnamenti militari, che i figli avevano ricevuto, Tauro si era personalmente riservata quella parte dell’istruzione che riguardava che si poteva definire l’arte del comando ben difficile da insegnare se il destinatario non aveva ad essa una predisposizione naturale.

            Mamerco, tra i suoi ricordi, aveva personalmente care le ore che il padre aveva loro dedicate nell’istruzione militare e le giornate di caccia cui di tanto in tanto   potevano dedicarsi tutti insieme. Con minore affetto Mamerco ricordava invece gli insegnamenti di Stazio Mago anche se riconosceva l’utilità, pur per un futuro soldato, di avere buone basi nelle scienze, nelle lingue e nell’arte di comunicare con il prossimo. A prescindere da questi insegnamenti voluti dal padre Mamerco si era data tutta una serie di ferree leggi cui si atteneva scrupolosamente. Aveva quindi dedicato molto tempo alla costruzione del suo fisico e si era assoggettato periodicamente a pesanti privazioni tanto nel cibo che nel bere quasi volesse valutare il proprio estremo punto di rottura. Fin da piccolo si era voluto abituare a sostenere i rigori del freddo più pungente o il calore delle giornate più torride. La corsa e le lunghe marce erano, tra i suoi personali impegni con sé stesso, un ulteriore banco di prova per il suo fisico integro. Ricordava le tante volte che la madre lo aveva rimproverato per questo suo continuo mettersi alla prova ma ora, a quindici anni, lasciando la casa paterna ,poteva constatare come i sacrifici che si era imposto gli avessero data una sicurezza totale delle sue capacità.

            Già alto di statura, era da tempo più alto del padre e della totalità dei suoi coetanei e conoscenti, Mamerco aveva un fisico asciutto e muscoloso ed una notevole forza fisica. La vita all’aria aperta gli conferiva, più o meno per tutto l’anno, una costante abbronzatura che metteva particolarmente in risalto l’azzurro dei suoi occhi e il colore chiaro dei capelli. Sapeva di essere,oltre che prestante fisicamente, anche di piacevole aspetto pur non attribuendo a ciò importanza alcuna. Mirava, senza secondi fini e quasi inconsciamente, ad imporsi e prevalere sui coetanei e sui più grandi dai quali era naturalmente riconosciuto come un leader anche per la semplicità che ostentava e per il fatto che fosse sempre pronto ad accollarsi i lavori più pesanti ed ingrati e ad aiutare chi ne avesse bisogno. Inconsciamente conduceva una personale guerra per meritare l’ altrui rispetto per i propri meriti personali non volendo essere rispettato o privilegiato per essere il figlio di Tauro od il nipote di Papio Pentro. Proprio questa sua silenziosa lotta lo aveva portato lentamente alla conclusione che gli sarebbe piaciuto allontanarsi dalla sua cerchia abituale per potersi confrontare con un mondo che null’altro avrebbe visto in lui se non quello che effettivamente era o valeva.

            Un lato particolarmente inesplorato per lui era quello dei rapporti con l’altro sesso. Alla sua età era facile che un giovane avesse già avute le sue prime esperienze con una schiava compiacente o con qualche matrona o vedova che cercasse nelle braccia di un giovane il calore di un marito lontano o morto. Non che gli fossero mancate le opportunità ma aveva sempre pensato che la prima esperienza sarebbe dovuta avvenire, per cercare se stesso anche sotto questo profilo, quando fosse riuscito ad uscire dal suo mondo. Spesso, nella ristrettezza del suo villaggio, pensava con amarezza che solo una guerra avrebbe potuto, finalmente, offrirgli l’opportunità di quell’evasione della quale sentiva un disperato bisogno. Ciò nonostante pensava che quell’occasione l’avrebbe solo in parte soddisfatto perché non gli avrebbe consentito, come desiderava, di fare quelle esperienze personali che tanto desiderava. Aveva meditato di affrontare il padre per esternargli questo desiderio di evasione ma si era sempre astenuto dal farlo perché la sua richiesta sarebbe potuta suonare come un rifiuto di accettare il mondo in cui viveva e del quale non aveva nulla da eccepire salvo la opprimente ristrettezza degli orizzonti.

            Quando insperatamente il padre l’aveva chiamato proponendogli di partire da solo aveva colta l’occasione al balzo e, accettando l’offerta, aveva posto la condizione di avere la massima libertà di azione e di movimento senza doverne rispondere ai suoi. Si era sentito tuttavia in dovere di assicurare il padre che il suo girovagare si sarebbe interrotto, comunque, in qualsiasi momento ci fosse stato bisogno di prendere le armi per il suo paese.

            Ed ora era in viaggio e senza meta come aveva sempre sognato.

            Il suo primo obiettivo era quello di imparare a conoscere l’intero suo paese e la sua gente. Percorse quindi il Sannio in tutte le possibili direzioni senza una meta od un itinerario prefissato anche nella convinzione che il giorno che sarebbe diventato un soldato questa conoscenza del territorio gli sarebbe stata particolarmente utile. Per scelta vestiva abiti comuni per non tradire la sua appartenenza ad una famiglia ricca, ed in certo senso aristocratica, e, costatando di essere ovunque ed in qualsiasi ambiente ben accetto, ne fu molto lusingato. Non aveva voluto accettare dal padre denari deciso a procurarsi con il lavoro quanto potesse occorrergli il che non era poi molto vista la spartana educazione che si era data. Era il mese di febbraio ma il clima rigido non limitava minimamente i suoi movimenti ed in più, essendo un buon cacciatore, anche se colto da bufere o temporali, era sempre in grado di trovare della cacciagione ed un rifugio.

            Dopo aver percorso i grandi tratturi, piuttosto spopolati in quella stagione, si era addentrato in zone più interne dove era più difficile incontrare, fuori dei centri abitati altre persone. Spesso un accenno colto al volo, chiacchiere ascoltate in un affollato mercato o i discorsi in un bivacco di pastori lo inducevano a cambiare il sia pur vago itinerario prefissato per compiere deviazioni improvvise dettate dalla sola curiosità. Lentamente oltre al territorio cominciò a farsi un’idea precisa dei suoi compatrioti e a notare come un forte spirito di coesione nazionale unisse le diverse genti sannite già legate dalle medesime tradizioni e da un comune senso di religiosità che permeava le occasioni di raduno. Lavorò spesso nei campi, in una fabbrica di tegole, dove fu particolarmente apprezzata la sua velocità nella marcatura delle stesse e la finezza dei suoi caratteri, aiutò fabbri e carpentieri, collaborò a lavori di apertura di nuove vie senza sottrarsi mai a nessuna fatica. Dovunque si fermò più a lungo, meritò l’apprezzamento dei compagni di lavoro e dei padroni essendo, anche nei più elementari compiti, sicuramente aiutato dalle rivalutate lezioni di Stazio Magio che avevano acuito il suo senso di osservazione e di analisi e facilitato quindi la componente di iniziativa e di razionalizzazione che poneva nel lavoro. In molte occasioni le sue capacità gli procurarono lucrose proposte di lavoro che, seppur rifiutate cortesemente, lo lusingarono. Spesso si vide costretto a riprendere la via proprio per evitare l’attenzione involontariamente attirata su di sé.

            Le tappe più significative furono Aufidena dove si trattenne per la raccolta dell’uva e Trebula Balliensis dove si trattenne per il periodo della vinificazione. Trascorse girovagando, proprio come aveva sempre desiderato, il primo anno sentendosi pienamente appagato. Il secondo inverno lo trovò a Luceria dove, nel grande e cosmopolita mercato, venne a contatto con persone di diverse nazionalità apprezzando nuovamente gli insegnamenti ricevuti da Stazio Magio nel campo della conoscenza delle principali lingue. Da Luceria puntò su Venusia e da qui a Maleventum dove aveva deciso di fare una prima vera sosta. Vi giunse a Marzo e fu subito colpito dalla grandezza della città che meritava in pieno il ruolo di capitale dell’Irpinia. Aperta ai commerci ed agli scambi con le popolazioni greche, la città, anche nell’architettura risentiva di influssi del tutto particolari tanto nell’edilizia pubblica e sacra quanto in quella civile. I suoi mercati erano ampi ma ciò nonostante nei giorni di mercato parevano insufficienti, i suoi templi ricchi di statue di ottima fattura e di preziose offerte votive che testimoniavano la ricchezza del popolo irpino. La relativa vicinanza alla terra dei Campani ed ai ricchi porti di Neapolis e Cuma nonché a città altrettanto ricche come Nola e Capua avevano, in effetti, influito più che altrove sui costumi e le usanze locali ben diverse da quelle della parte montuosa del Sannio dove aveva sempre vissuto. La città sembrava pervasa da un senso di generale benessere che però faceva particolarmente risaltare la povertà di alcuni quartieri fittamente abitati dove viveva e lavorava gran parte della cittadinanza che tuttavia sembrava vivere senza problemi la propria condizione.

            Dopo aver girovagato per alcuni giorni alla scoperta della città e dei rumorosi suoi abitanti, deciso a trovarsi un’occupazione stabile pensò che la cosa migliore fosse sedere in una delle affollate taverne dove sembrava che tutti, tra una bevuta e l’altra, per quanto frettolosa, discutessero di affari e concludessero accordi. Non tardò molto a trovarsi coinvolto nella generale discussione e ben presto si trovò ad accettare l’offerta fattagli da un grasso fattore di quella che ritenne essere una rinomata azienda per la produzione dei tipici vini dal lieve aroma affumicato.

Iniziò quindi un nuovo lavoro con l’incarico di occuparsi, con altri, di magazzinaggio e di spedizioni, compiti questi che presupponevano una certa responsabilità e una media cultura e che pertanto erano reputati di prestigio. Ancora una volta dovette ringraziare le ore di lezione rendendosi conto come il saper leggere, scrivere e far di conto, essendo patrimonio di un numero limitato di persone, gli consentivano un lavoro ben remunerato e che, almeno per un certo tempo, non avrebbe comportato un impegno fisico. Alloggiato con i lavoranti dell’azienda seppe acquisirne la fiducia e la stima così come godeva di quella del fattore che ben presto si offrì di farlo incontrare con il ricco padrone che, a suo dire, avrebbe potuto meglio di lui apprezzarne le doti. Mamerco dovette più volte rifiutare questa proposta dichiarandosi ben lieto di quanto aveva.Il fattore, timidamente e garantendogli il massimo segreto, avendo notato i suoi modi e la sua innata gentilezza, un giorno gli pose la domanda se fosse uno schiavo fuggitivo di una ricca famiglia e se fosse questa la ragione per cui desiderava mantenere il suo anonimato. Pur non essendo certo di credere alla replica di Mamerco rispettò comunque il suo desiderio di non porsi in vista ed i loro rapporti non subirono alcun cambiamento salvo il fatto che Mamerco fu spesso invitato nella casa del fattore e della sua mastodontica moglie.

            Capitò comunque che un giorno, mentre era intento a impartire direttive in molti dialetti e lingue ad una lunga schiera di spedizionieri venuti a ritirare i loro carichi, un silenzio improvviso attirò la sua attenzione su un uomo obeso e riccamente vestito che era entrato nel magazzino. Realizzando di essere di fronte a Claudio Calidio, il proprietario dell’azienda, cercò di non farsi notare pur continuando nel suo lavoro ma l’uomo, preceduto dall’aroma di ricchi profumi, puntò verso di lui come se volesse studiarlo. Cominciò a pregare che l’uomo, sicuramente disgustato dagli odori del locale e dal sudore di chi vi lavorava, si stancasse di stare lì a guardare e, accennato un doveroso saluto, continuò il suo lavoro mentre sembrava che la precedente febbrile attività, che prima aveva pervaso quel magazzino, fosse improvvisamente cessata. In quell’irreale silenzio una voce autoritaria ma gentile lo richiamò alla realtà.

            – Mi dicono ragazzo che tu parli la vera lingua greca. Voglio metterti alla prova, vieni con me.

            Pur riluttante interruppe il lavoro e seguì il padrone nella non distante casa padronale nascosta da alberi secolari che ne impedivano la vista dell’azienda. Entrato nell’atrio ebbe ordine di prendere un bagno e di presentarsi entro una mezz’ora, ben ripulito, al padrone. La gioia di un buon bagno in un ambiente confortevole pervase Mamerco che spinto da una strana vanità mandò un garzone che conosceva a prendere nel suo alloggio uno dei suoi abiti rifiutando di indossare la tunica che gli veniva offerta. Introdotto al cospetto del padrone notò che questo in un primo momento aveva stentato a riconoscerlo tanto un bagno ed una semplice veste di buona fattura lo avevano cambiato.

            – Comanda padrone– disse semplicemente.
Ragazzo, per tutti gli dei, non ti avrei riconosciuto per quanto sei cambiato! A chi hai rubato quelle vesti!

            L’offesa colpì Mamerco che seppe trattenersi da una replica immediata e quando ebbe smaltito il moto d’ira la sua risposta fu più pacata ma non certo servile.

            – Il fatto che lavori per te non ti dà diritto di offendermi. Quest’abito è mio e non vedo perché il fatto che io lavori per te mi debba necessariamente far considerare un miserabile.

            Claudio Calidio stupito della risposta si meravigliò sentendosi pronunciare una frase di scusa nei confronti di un suo sottoposto.

            – Chi sei allora?
Il mio nome è Mamerco. Altro non ti dirò perché non ha alcuna importanza per te. Sappi che sono un uomo libero e che non ho nulla da nascondere né agli uomini né agli dei. Comandami, visto che è per questo che sono stato chiamato.

            Il flaccido Calidio accusò anche il colpo di questa risposta che nuovamente non si aspettava abituato com’era al terrore che incuteva ai suoi dipendenti. Dopo un attimo di incertezza si riprese ed affrontò l’argomento.

            – Ho qui da me dei dannati mercanti tarantini che vogliono trattare una grossa partita dei miei vini ma ho delle difficoltà ad intendermi con loro. Vediamo se saprai aiutarmi. Ma…ma bada, hai la lingua lunga e la risposta pronta e tagliente. Stai attento a te!

            Detto questo e credendo con la minaccia formulata di averlo rimesso al suo posto lo introdusse in un ampio salone dove i mercanti assaporavano i vini che erano loro versati da premurose schiave. Ai mercanti Calidio, con voce melliflua e servile, annunciò che quel suo dipendente avrebbe fatto da interprete per evitare spiacevoli malintesi, possibili, precisò per non risultare offensivo quando non si comprendevano reciprocamente le sfumature delle lingua parlata. Mamerco si trovò così coinvolto nella trattativa e fu subito chiaro che il suo apporto sarebbe stato determinante. Calidio, sorpreso del ruolo che quel ragazzo stava gestendo, si stupì anche della profonda conoscenza che mostrava parlando di qualità, quantità, misure, costi di noli e di trasporto. Ben presto arrivò a realizzare di essere stato praticamente tagliato fuori dalla trattativa essendo il suo apporto limitato a poche parole che Mamerco provvedeva a tradurre in una fluente e precisa forma che sembrava sedurre i sia pur scaltri compratori. Gli stessi schiavi si trovarono a servire Mamerco come se fosse un ospite di riguardo ed i tarantini mostrarono chiaramente il piacere che, da buoni mercanti, sapevano trarre da una trattativa certamente più avvincente per loro di quella che avevano iniziata con quel rozzo commerciante che era loro parso Calidio. Ma Calidio letteralmente allibì quando realizzò che le quantità che stava inizialmente trattando, e che per lui costituivano già un grosso affare, erano state raddoppiate ed il tutto avrebbe costituito una prima campionatura di prova.

            – Che io sia dannato– borbottò fra sé- questo ragazzo è un vero mago negli affari e nell’arte di trattare il prossimo. La mia borsa si va rapidamente riempiendo di buone monete sonanti!

            La trattativa fu conclusa con reciproca soddisfazione e le strette di mano suggellarono l’accordo. Un bel mucchio di monete passò nelle mani di un estasiato Calidio che si stupì ulteriormente nel vedere Mamerco accompagnare i compratori come se fossero vecchi amici, venendone ricambiato con la stessa gentilezza.

            – Se non hai altro da comandarmi torno al mio lavoro.

            Calidio si riscosse.

            – Dove diavolo credi di andare dannato ragazzo! Non vorrai tornare in quelle puzzolenti cantine! Non è quello il tuo posto! Perché hai taciuto di essere un mercante!
Perché non lo sono – replicò con calma Mamerco- Io sono e sarò un soldato. Per il momento ho messa da parte la mia spada per conoscere il mio paese e la sua gente.
            – Dimmi qualcosa di te amico mio. Ho subito capito vedendoti che non eri quello che volevi dare ad intendere. Calidio è furbo e nulla gli sfugge.
Io non sono tuo amico. Io lavoro per te e ricevo quanto mi è dovuto. Non sono per questo tenuto a dirti altro.

            Detto ciò si allontanò in direzione del magazzino. La sera stessa mentre Mamerco dormiva nel suo alloggio una giovane schiava venne a svegliarlo.

            – Signore la mia padrona Marzia, moglie di Claudio Calidio, mi ha ordinato di portarti da lei. Sii sollecito signore perché se tardi mi farai frustare.

            Pur dubbioso fu subito in piedi e indossato il normale abito da lavoro seguì la schiava. Giunto alla villa padronale fu introdotto in quelli che dovevano essere gli alloggi della moglie di Calidio perché denotavano una raffinatezza certo non ascrivibile al rozzo mercante. Arrivato al cospetto della donna rimase senza fiato quando vide. Non dimostrava più di venticinque anni al massimo e la sua bellezza era stupefacente. Sdraiata su un comodo triclinio indossava una preziosa tunica che metteva in risalto la perfezione della sua figura, i lunghi capelli biondi le ricadevano sulle spalle parzialmente scoperte ed i suoi occhi, di un incredibile verde, lo scrutavano come per valutarlo.

            – Salute giovane Mamerco. Oggi, senza che voi mi vedeste, ho assistito alla trattativa che hai condotto. Ho visto ed apprezzato il modo con il quale sei riuscito a mettere a posto quel bifolco di mio marito ed a rintuzzare la sua arroganza. Hai risvegliato la mia curiosità e vorrei saper qualcosa di te. Lo farai se sono io e non il mio rozzo marito
            – Signora la tua bellezza è un premio così grande per me che potrai sapere tutto quel che desideri. Ma…- e Mamerco s’interruppe dubbioso.
Coraggio. Dimmi quello che stavi per dire
            – Io lavoro per Calidio e non vorrei scontentarlo. Intenderei trattenermi qui ancora per un certo tempo non perché abbia bisogno del suo lavoro ma perché per me non è ancora il tempo di andare altrove.
            – E allora?
            – Non vorrei mancare di rispetto al tuo sposo dicendo a te quello che non ho detto a lui. Se lo sapesse avrebbe motivo di essere inquieto con me.
            – Non temere di scontentare quell’ubriacone di Calidio. Oggi subito dopo aver riempita la sua borsa con i soldi che tu gli hai fatto guadagnare è partito per correre a riempirsi di vino e per circondarsi di quelle donne di facili costumi che sono le sole capaci di farlo sentire uomo. Comunque stai tranquillo, non ho alcuna intenzione di fargli sapere che ti ho parlato né i miei schiavi tradirebbero mai un mio segreto.
            – D’accordo signora, dimmi cosa vuoi sapere e lo saprai.
          – Vorrei sapere tutto quello che riterrai di potermi dire.Da dove vieni, chi sei, quanti anni hai, perché ti celi sotto spoglie che non ti si addicono, cosa vai cercando. Tutto quel che mi dirai di te mi farà piacere. Sono spesso sola e da queste parti è ben difficile poter parlare con qualcuno con il quale valga la pena di parlare. Parlami mentre i servi ci serviranno qualcosa da bere e da mangiare.

            E Mamerco, senza sapere esattamente il perché, le raccontò tutto di sé, del suo mondo familiare, del suo desiderio di evasione, del suo vagabondare senza meta, dei tanti lavori fatti e soprattutto del suo grande desiderio di poter un giorno essere chiamato a combattere per il suo paese. Parlare a Marzia fu come parlare a se stesso tanto lei si rivelò una attenta ascoltatrice pronta a porgli domande tanto curiose quanto intelligenti. Concluse il suo soliloquio, in un certo senso liberatorio, confidando che l’anno trascorso non gli aveva portato i frutti sperati salvo una maggiore conoscenza della sua terra e del suo popolo e l’essersi potuto finalmente sottrarre ad una quotidianità tutt’altro che stimolante. Marzia, che l’aveva ascoltato con piacere, sembrava aver capito quanto Mamerco si era sforzato di tradurre in parole e quando lui sembrò non avere più nulla da dirle fu lei che, senza esserne richiesta, prese a parlare come se, a sua volta, contagiata dal bisogno di confidarsi con qualcuno che la potesse capire.

            – Mio padre era un commerciante di vini della Gallia. Fu nella mia casa che conobbi Calidio quasi dieci anni fa. Veniva spesso da noi per i suoi affari ed ogni volta cercava con regali ed attenzioni di farmi interessare a lui per intuibili motivi, peraltro non celati, di prendersi delle libertà con me. Per questo l’ho sempre disprezzato. Ma un brutto giorno dovetti rendermi conto che mio padre era pesantemente indebitato con lui che non potendomi in nessun altro modo avere, o forse intimorito dalla mia superiore educazione, aveva posta la condizione che io diventassi sua moglie. Mio padre, essendo sempre stato un ottimo genitore, non fece nulla per forzarmi in questa scelta.Sentii comunque, senza pressioni, come un mio dovere filiale quello di far buon viso alla richiesta di Calidio ed acconsentii alla sua ripugnante richiesta. Mi sentii comprata e, in un ultimo rigurgito di ribellione, decisi che se Calidio doveva avermi non avrebbe avuta in me la vergine che sperava. Scelsi quindi, a mente fredda, di perdere la verginità con un vecchio compagno di giochi, quasi un fratello, e così feci. Sfortunatamente da quell’unico amplesso, che ebbi più per dispetto che per desiderio, rimasi, per inesperienza mia e del mio giovane compagno, incinta e non mi fu possibile nasconderlo. Calidio accusò il colpo ma tuttavia insistette nella richiesta di avermi in moglie ponendo la condizione che perdessi il bambino che aspettavo. La richiesta allora mi parve generosa ed acconsentii ad interrompere la mia non voluta gravidanza e a sposarlo. Il medico cui mi rivolsi provvide a quanto richiesto ma mi informò subito dopo che non avrei più potuto generare figli. Per ulteriore senso di ribellione tacqui questa informazione a Calidio. Mio padre poco dopo le mie nozze in pratica si lasciò morire avendo compreso il sacrificio che, seppure non costretta, avevo fatto per lui. Realizzai ben presto che il mio non voluto sposo aveva perso ogni interesse a me in quanto, una volta avutami, non ero più un trastullo per i suoi smodati e depravati appetiti sessuali ed inoltre, non avendogli ancora generato un figlio, avendomi fatta visitare dal suo medico aveva appreso che non avrei potuto farlo. Da allora, in pratica, mi ha messa da parte in un angolo, sia pur dorato, ricordandosi di me di tanto in tanto per impormi con la forza, quasi a volermi punire, i suoi diritti di marito. Per il resto si circonda di donne che ostenta sapendo di ferirmi e che non posso vantare diritti nei suoi confronti.

            Mamerco, che aveva ascoltato questo sfogo così franco e non richiesto di una donna bella e più matura di lui, ed in pratica a lui sconosciuta, rimase in silenzio. Ben presto il silenzio divenne insopportabile per entrambi e con suo grande sollievo Marzia fu la prima a reagire chiamando la schiava e licenziandolo con poche brusche parole.

            – Le tue parole mi hanno spinto a dire cose che non credevo avrei mai detto ad alcuno e che mi hanno fatto male. Dimentica quanto ti ho detto. Tu bada a te stesso e non farti piegare da Calidio. Sei più forte di lui.

            La vita di Mamerco nella azienda da quel giorno cambiò. Non più semplice magazziniere si ritrovò ad operare come consigliere del padrone per risolvere numerosi problemi logistico- commerciali. Inizialmente turbato dall’incontro con la moglie di Calidio aveva pensato di riprendere la strada dei suoi vagabondaggi ma poi aveva quasi dimenticato l’incontro pur avendo spesso nella mente, quasi a livello inconscio, il pensiero di Marzia. La sua franchezza nei rapporti con Calidio, abituato ad un supino servilismo dei suoi collaboratori, lo portò in pratica a gestire, quasi senza accorgersene, la fiorente azienda in quanto lo stesso Calidio, apertamente apprezzando il suo contributo, sembrava sempre più estraniarsi dalle sue occupazioni e passare lunghi periodi lontano dalla tenuta.

            Si stupì rendendosi conto di desiderare di incontrare nuovamente Marzia ma, pur frequentandone la casa, non ebbe mai occasione di incontrarla. Cominciò nuovamente a pensare alla partenza ma dovette ammettere che l’avrebbe fatto solo dopo aver rivista la donna di Calidio che ormai per lui era diventata un’ossessione. Fu Calidio che risolse i suoi inespressi problemi. Mandatolo a chiamare gli aveva impartito i suoi ordini.

            – Mia moglie ha da tempo lasciata questa casa e si è ritirata in una proprietà in campagna a mezza giornata di viaggio. Dovrei farle avere con urgenza del denaro e ti sarei grato se fossi tu a portarglielo non avendo io la minima voglia di andare.

            Mamerco non tradì la gioia che quell’incarico insperato gli procurava. Ricevute le istruzioni ed il denaro raggiunse la villa in campagna e fu subito introdotto dalla servitù che lo conosceva e che sapeva del suo ruolo nell’azienda del padrone. Informato che Marzia era nel giardino della casa, con quell’autorità che tutti ormai gli riconoscevano, liquidò con un gesto la schiava che lo doveva accompagnare e si diresse verso il giardino.

Trovò Marzia intenta a raccogliere fiori e prima di annunciarsi sostò per ammirare, non visto, la bellezza della donna ancor più messa in risalto in quell’ambiente così solare e tranquillo. Marzia vestiva una corta e semplice tunica e camminava nei viali fermandosi di tanto in tanto per recidere un fiore che univa al mazzo che teneva fra le braccia. Un ramo di un cespuglio le imprigionò la tunica all’altezza di una spalla ed invano cercò di districarsi timorosa, forse, di rompere il tessuto. Dopo qualche tentativo abbassò le spalline per poter meglio districare la stoffa e la leggera tunica le si ripiegò in vita. Mamerco rimase senza fiato vedendola con le spalle nude che lasciavano intuire i seni liberi. Istintivamente si ritrasse dietro un folto cespuglio sperando in cuor suo che si girasse verso di lui per poterne ammirare i seni nudi. Ma Marzia, liberata la stoffa, fece il gesto di rimettere la tunica a posto ma a metà del gesto le mani si fermarono e la tunica ricadde sui fianchi. Senza girarsi proseguì il cammino e quando si piegò per cogliere un fiore Mamerco, con il cuore in subbuglio, ne intravide i seni. Si scoprì intento a pregare gli dei di non essere visto e di poter ancora godere la vista di quel corpo seminudo. In accoglimento della sua muta preghiera Marzia si girò verso di lui per tornare a casa. Mamerco sentì che le gambe gli tremavano ed istintivamente si appoggiò ad un tronco quasi temendo che le gambe non lo sorreggessero. La vista degli splendidi seni di Marzia, che pur solidi oscillavano al ritmo dei suoi passi gli procurarono spasimi di dolore all’inguine. La grazia e la spontaneità di quella nudità non consapevole rendeva maggiore la sua eccitazione. Percorse con occhi avidi la rotondità dei seni, la loro attaccatura, l’aureola rosata dei capezzoli che, forse al contatto dell’aria, si andavano inturgidendo sotto il suo sguardo. Pur estasiato fu preso dal terrore di essere colto in fallo e si sentì ormai costretto a celarsi alla vista di Marzia. La donna avanzò tranquilla fino ad una fontana che zampillava in un angolo del giardino e, deposto il mazzo di fiori per terra, presa l’acqua nelle mani a coppa se ne asperse il viso prima ed i seni poi. Le mani di Marzia dopo aver spruzzata l’acqua sui seni lentamente presero a spargere su di essi la frescura con un gesto lento che presto sembrò trasformarsi in una carezza. Del tutto repentinamente Marzia, con un solo gesto, molto femminile, liberò la tunica che le scivolò sul corpo cadendole ai piedi e fu nuda di fronte a lui. Gli occhi avidi di Mamerco la percorsero tutta soffermandosi poi sul folto triangolo del pube. Il corpo femminile nudo non aveva ovviamente segreti per Mamerco che tuttavia non avrebbe creduto possibile che la vista di una donna nuda potesse scatenare in lui una così forte eccitazione ed emozione. Marzia, distesa al suolo la tunica, vi si adagiò e dopo aver presa nuovamente dalle mani l’acqua dalla fontana prese a spargerla con una lenta carezza su tutto il corpo. Sulla peluria del pube le mani sembrarono indugiare e le gambe lentamente si divaricarono man mano che la mano destra carezzava il biondo monte di venere ed un dito sembrava perdersi in esso. Mamerco intuì che il gesto dovesse essere l’equivalente della masturbazione maschile anche perché man mano che la carezza si protraeva le labbra e gli occhi di Marzia rivelavano il piacere che si stava dando. Non seppe resistere oltre. Irrazionalmente si spogliò e, muovendo senza far rumore, raggiunse Marzia, ormai dimentica del mondo circostante, e, chinatosi, pose la sua mano su quella con la quale la donna si dava il piacere. Marzia non aprì gli occhi, lasciò che la mano di lui imparasse dalla sua il movimento e la sostituì pian piano alla sua pur continuando con lieve pressione a dirigerla.

            – Sei tu Mamerco? Era tanto che ti aspettavo ragazzo. Non l’avevo forse fatto chiaramente intendere il giorno che ti ho conosciuto?

            Socchiudendo gli occhi e le labbra in un languido e dolce sorriso con il braccio libero guidò la testa di Mamerco verso le sue labbra socchiuse in attesa di un primo bacio. Dopo pochi istanti il ventre ed il corpo di Marzia furono scossi da un lungo fremito e, mentre il suo viso si distendeva per il raggiunto piacere, le mani di lei cominciarono a cercare il corpo di Mamerco prima dolcemente e poi con ansia crescente.

            – Sei bellissima Marzia– farfugliò tra un bacio e l’altro mentre cercava di attirare il più aderente possibile al proprio il corpo della donna che nel frattempo percorreva con l’altra mano in una lunga carezza.

            – Sei dolcissimo Mamerco– rispose lei aiutandolo a far meglio aderire i loro corpi.
Marzia ti prego…- ansimò Mamerco
Cosa vuoi piccolo caro? Non ti basta avermi?
Marzia…non l’ho mai fatto. Insegnami.!
Vieni vicino, toccami ..ti insegnerò io …se ce ne sarà bisogno.

            Lentamente Marzia lo portò su di sé aprendosi a lui e Mamerco istintivamente la penetrò e fu in lei, sorpreso dalla dolcezza della penetrazione. Istintivamente il suo corpo si mosse con colpi frenetici sulla donna che, sorridendo felice della sua focosa irruenza, ne frenò la furia dei colpi sussurrandogli in un orecchio.

            – Dolcemente piccolo caro, dolcemente.

          E Mamerco raggiunse il suo primo indimenticabile orgasmo reso più esaltante dal fatto di averlo raggiunto contemporaneamente a quello della donna. Rimasero nudi in giardino fin quando, con l’approssimarsi della sera, la temperatura prese ad abbassarsi costringendoli a rientrare, abbracciati, in casa. Marzia si rivelò un abile maestra, dolce ed esigente ad un tempo, tanto nel dare quanto nel prendere il piacere, insegnando con naturalezza che in amore non c’era gesto o carezza o movimento che non fosse in grado di dare piacere ad entrambi. Dormirono insieme abbracciati e questa fu per Mamerco un’altra sensazione inebriante. Svegliandosi più volte nel corso della notte contemplò la deliziosa e a volte scomposta nudità della compagna. Capitò anche che Marzia, quasi sentendo il suo sguardo, si risvegliasse dimostrando con gioia la propria disponibilità a lasciarsi guardare, toccare, accarezzare e prendere. Di buon grado, in quella lunga notte, Marzia lo guidò nell’esplorazione del suo corpo cercando anche lei di scoprire quello di lui. Quelli che la sera prima erano stati una donna matura ed un giovanetto la mattina dopo erano due amanti dimentichi della differenza di età che li separava. Lei aveva dato a piene mani il proprio corpo e la propria esperienza, lui aveva dato la propria irruenza e spontaneità giovanile da neofita. Il conto fra loro era pari.

            Mamerco si trattenne per altri due giorni in campagna e quando dovette lasciare Marzia lo fece con rammarico. Si riproposero comunque di ritrovarsi non appena possibile. Le occasioni di incontro si ripeterono con una certa cadenza e Mamerco, notando l’inconsistenza di taluni incarichi che Calidio gli affidava, cominciò a pensare che fosse al corrente della loro relazione e che in un certo senso la favorisse. Notò anche una certa ironia nello sguardo di Calidio quando alludeva ai suoi soggiorni nella villa ma, felice di incontrare Marzia, non si preoccupo’ della cosa. Un giorno, a letto con Marzia, interrompendo le carezze con le quali lei stava risvegliando la sua virilità affrontò l’argomento.

            – Ho la sensazione che Calidio sappia di noi.
Non credo– rispose lei- ma la cosa non mi importa minimamente se non ostacola i nostri incontri.
            – Ma perché dovrebbe accettare questa situazione?
          – Forse perché ormai si sente uomo solo con le sue puttane. E’ tanto tempo che non viene nel mio letto ma se anche volesse non riuscirebbe a possedermi perché la sua virilità è spenta. Forse, ma non credo, ritiene che non avendo più interesse a me come donna io possa cercare il mio piacere pur continuando agli occhi di tutti ad essere, quando gli occorre, la sua fedele compagna da esibire come un trofeo.

            La primavera trascorse con incontri sempre più frequenti e Mamerco, pago delle parole di Marzia e dell’apprezzamento di Calidio per il suo lavoro, non si pose ulteriori problemi. Si sentiva stregato dal corpo di Marzia e dal piacere che lei sapeva dargli, quasi rinnovandosi ad ogni incontro. Imparò in fretta ogni accorgimento che nei loro appassionati amplessi potesse aumentare il reciproco piacere e lontano da Marzia ne sentiva terribilmente la mancanza. Marzia nei loro periodici incontri si dimostrava particolarmente appassionata ed il loro affiatamento era perfetto.

            – Mi sembra che i tuoi seni si siano fatti più belli e.. non sono come dire.. diversi quando li tocco o li prendo fra le mie labbra.
            – Solo questo?
            – Che altro avrei dovuto notare?
            – Non hai notato che ti desidero di più?
            – Sì…mi pare di averlo pensato ma…cosa c’entra questo con quello che ho detto dei tuoi seni?
            – Non hai notato che il mio corpo sembra essersi, anche se di poco, appesantito?
            – Forse… non lo so, ma cosa sono tutte queste domande?
            – Caro ragazzo significa che aspetto un figlio. Ora ne ho la certezza.
            – Un figlio!- allibì Mamerco- E Calidio?
Calidio non lo saprà per un pezzo visto che non viene mai in questa casa. Dopo si vedrà. Non temere, io sono felice di aspettare questo bambino.
            – Ma è mio figlio!
            – Non avevi mai pensato che un giorno sarei potuta rimanere incinta?
            – Ma…ma tu mi hai detto che non potevi avere figli.
            – Alle volte i medici sbagliano.
            – Ma io che devo fare?
            – Nulla.
            – Ma noi possiamo…?
           – Certo che lo possiamo fare, anzi proprio per il fatto di aspettare un figlio, desidero farlo più spesso.
            – Ma.. il bambino?
            – A lui non importa quel che facciamo. Vieni, prendimi, non perdiamo altro tempo.

            Mamerco era palesemente disorientato e Marzia, divertita, si alzò dal letto e, lasciando cadere il lenzuolo che la ricopriva, si diresse verso la vasca da bagno lasciando che Mamerco studiasse sul suo corpo i mutamenti che gli aveva appena indicato. Indugiò vicino alla vasca, si mise di profilo di fronte a lui quasi per mettere in risalto il leggero arrotondamento del ventre che ora Mamerco, sapendo, poteva notare. La mano di lei carezzò la rotondità del ventre.

            – Ora lo vedi? Mi dovrei arrabbiare con te per non aver notato nulla di diverso. Mi devi guardare ben poco per non esserti accorto di nulla.

            Mentre parlava la mano destra di Marzia continuava la sua carezza mentre la sinistra si levava dal fianco iniziando una profonda carezza tra le gambe.

            – Ti ho appena detto che una donna in attesa di un bambino ha più voglia di fare l’amore. Devo continuare da sola o vuoi aiutarmi?

            Era talmente bella e provocante nella sua impudica carezza che Mamerco si sentì eccitato e mosse verso di lei. Marzia rispondendo con un diniego al suo invito ad avvicinarsi si infilò nella vasca da bagno invitandolo a seguirla e Mamerco l’accontentò.

            Il mattino seguente uno schiavo portò a Mamerco l’ordine di Calidio di rientrare alla fattoria in quanto Calidio stesso si doveva allontanare per un lungo periodo. Anche se a malincuore obbedì e una volta tornato, si immerse nel lavoro. Passarono due mesi senza che Calidio tornasse e senza che dalla villa giungesse alcuna convocazione. Separato da Marzia e senza notizie sul rientro di Calidio, cominciò ad essere irrequieto e, in un certo senso, preoccupato temendo che l’imprevista gravidanza di Marzia potesse aver creato qualche problema. Stanco di aspettare decise di recarsi da Marzia inventando un pretesto. Raggiunta la villa si catapultò all’interno senza che alcuno potesse vederlo e questo non per nascondere la sua presenza ma per fare una sorpresa alla sua amante. Non avendo trovata Marzia in casa diresse sicuro verso il giardino E fu lì, infatti, che la trovò. Marzia era seduta sul bordo della fontana nuda e con il ventre notevolmente ingrossato. Ai suoi piedi una grossa figura, anch’essa nuda, affondava il viso tra le sue gambe divaricate, mentre con mani avide le palpava i seni divenuti turgidi e pesanti. La scena imprevista parve a Mamerco rivoltante per la sua oscenità e offensiva per l’inequivocabile tradimento nei suoi confronti. L’istinto l’avrebbe spinto a precipitarsi tra i due per separarli ma la prudenza lo costrinse a trattenersi.E fu un bene perché nell’uomo, quando si alzò, riconobbe Calidio.

            Scoprire che Calidio prendeva il suo osceno piacere con la moglie non fu meno doloroso di quanto lo sarebbe lo scoprire che l’uomo era uno sconosciuto. Ammutolito vide la mano di Marzia percorrere il corpo del marito cercandone il membro turgido ed una volta presolo in mano guidarlo, con prepotenza, verso la propria bocca mentre l’altra mano si sostituiva alla lingua dell’uomo fra le proprie gambe iniziando una violenta masturbazione. Non sembrava proprio che Marzia stesse subendo una indesiderata violenza da parte del marito e questo lo disorientò ulteriormente e lo decise ad allontanarsi prima che la sua presenza potesse essere scoperta.

            Arretrando fu tradito dallo spezzarsi di un ramo finito sotto i suoi piedi. Il rumore che ne seguì attirò su di lui gli sguardi della coppia. Nessuno dei due sembrò turbato dalla sua presenza. Mentre Calidio si sottraeva alle labbra della moglie per guardare verso di lui Marzia continuò a toccarsi quasi a dimostrare un ulteriore piacere potendolo fare sotto i suoi occhi. Scoperto Mamerco attese. Fu Calidio a prendere la parola.

            – Hai fatto un buon lavoro ragazzo e se non fosse che ne sei stato già ampiamente ricompensato dai favori di mia moglie dovremmo pure ringraziarti. Gli dei sono stati generosi con me salvo il fatto che mi hanno dato un seme non vitale che mi ha precluso la gioia di una paternità. In pratica, ti ho usato per avere il tuo seme e Marzia mi assicura che con lei ti sei ben comportato, cosa prevedibile conoscendoti, tanto da non renderle particolarmente odioso quanto, per amor mio, ha dovuto subire da te, fino al momento della certezza del risultato.Ma ora rassegnati, questo lavoro non ti sarà più richiesto. Torna in fattoria e tieni la bocca ben chiusa se vuoi vivere.

            Marzia nel frattempo, avendo evidentemente raggiunto l’orgasmo, lanciò un grido liberatorio con gli occhi ironicamente puntati su Mamerco oggetto e spettatore della masturbazione appena terminata. Parlò poi sottovoce al marito che sorrise e che si rivolse, con repellente ironia negli occhi, a Mamerco.

            – Mia moglie mi suggerisce…visto che sei di casa, di unirti a noi per un’ultima prestazione. Chissà che anche per me non si riveli piacevole vedere come sai dare piacere a mia moglie e chissà che non decida di unirmi a voi per prendere a mia volta piacere da te.

            Gli occhi di Marzia silenziosamente lo invitavano ad accettare l’offerta mentre il suo bacino sformato, ma sempre desiderabile, si muoveva verso di lui.Una mano carezzava alternativamente entrambi i seni mentre l’altra si immergeva nuovamente fra le sue gambe e tra i peli biondi del pube che non nascondevano più la sua femminilità.

            Mamerco fu scosso da conati di vomito. Giratosi corse fuori dalla villa e si allontanò piangendo per il cocente ed umiliante tradimento ricevuto dalla prima donna che avesse voluta, desiderata ed amata. Prese le sue poche cose e si mise in marcia puntando su Neapolis. Partiva non come un ragazzo umiliato ma come un uomo offeso.

 


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma) al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosi quali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

 

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