26. I rivali di Roma – Mamerco – Parte ventiseiesima

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Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri rivali di Roma

 Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta 

Siamo negli anni della seconda guerra sannitica (328-306 a.C.) – Mamerco partecipa a molti scontri con l’esercito romano.

Resti dell’anfiteatro Romano di Alifae

I rivali di Roma – Mamerco – Parte ventiseiesima

Siamo nel 328 – 321 – In casa di Tauro, come del resto in tutte le case, assemblee e mercati del Sannio l’argomento su cui tutti dibattevano era lo scontro con Roma. Che guerra dovesse esserci non c’era alcun dubbio; quello che non si riusciva a definirne era solo una precisa collocazione temporale. Il paese in pratica si andava dividendo in due partiti: coloro che senza indugio e senza tanti preliminari, rituali e quanto altro volevano passare alle armi e coloro che, pur certi dell’ineluttabilità dello scontro, pensavano ad una improbabile ricucitura dell’ultima ora che potesse, se non evitare, allontanare una guerra che tutti sapevano sarebbe stata radicale e sanguinosa come non mai. Le discussioni non evitavano che comunque il paese si andasse preparando alla guerra, gli eserciti si formavano nei modi consueti, nelle zone di frontiera si concentravano truppe, l’organizzazione dei rifornimenti ammassava scorte in proporzioni tali che mai si erano viste.

Mamerco ben ricordava quando il padre, dopo aver partecipato al consiglio della Lega, aveva portato la notizia che era prevalsa l’opinione di Brutolo e degli interventisti contro la corrente più moderata rappresentata da Tauro. I tre figli di Tauro, in cuor loro più vicini alle teorie di Brutolo, si astennero da commenti che avrebbero potuto suonare come critica alla posizione paterna e si prepararono con gioia ai preparativi per la guerra. Tutti, in quanto anche il più il più tranquillo Ursidio sembrò lasciarsi contagiare dal clima euforico che sembrava aver pervaso il paese ed in specie i più giovani. Quando ognuno conobbe le proprie destinazioni risultò che Ursidio avrebbe accompagnato il padre destinato a raggiungere il poderoso esercito che, al comando di Ponzio Erennio, avrebbe operato prevalentemente al centro della penisola, dove più diretto sarebbe stato lo scontro. Murcus non sarebbe stato destinato a reparti di primo impiego ma avrebbe fatto parte di una specie di milizia territoriale per garantire il paese da possibili attacchi nemici. Mamerco infine era destinato all’esercito del Nord.

Se Mamerco inizialmente ritenne penalizzante la sua destinazione in quanto si riteneva che il fronte più caldo sarebbe stato in Campania. Fu per lui comunque piacevole trovarsi fin dall’inizio organicamente inserito, e con compiti di comando in una unità sannita combattente. Una situazione ben diversa da quella a suo tempo vissuta nell’esperienza contro gli epiroti quando si era trovato quasi per caso al fianco dei suoi connazionali in guerra. La preparazione militare comunque non gli mancava e seppe metterla pienamente a frutto in una realtà operativa che gli permetteva di conoscere aspetti organizzativi e gerarchici con i quali subito familiarizzò. Comprese che per un soldato non era la battaglia in quanto tale l’unico momento in cui realizzarsi in quanto la complessa macchina di un esercito assorbiva tempo ed impegno non indifferenti anche in periodi di normalità.

L’attacco romano sferrato partendo da Fregelle [*] investì in pieno le truppe sannite nelle quali Mamerco era inquadrato e le stesse, se anche non furono colte di sorpresa, sembrarono impreparate all’attacco.
[*] Fregellae (collocazione storica contesa tra i comuni di Pontecorvo (FR) da una parte e Ceprano e Arce (FR) dall’altra), fu una città del Latium adiectum, situata lungo la Via Latina fra Aquinum (Aquino) e Frusino …
Mamerco si trovò, quindi, per la prima volta impegnato contro i romani e non poté non ammirare la perfetta disciplina dell’esercito nemico e la determinazione con la quale i legionari affrontavano il nemico. Si combatté a lungo prima che i romani riuscissero ad infrangere la resistenza sannita e, quando i corni suonarono il comando di ripiegare, Mamerco provò una gran rabbia pur comprendendo la giustezza di quell’ordine. Con la ritirata i romani ebbero via libera per il loro ingresso nel Sannio e per le truppe sannite quella non fu che la prima delle ritirate. Incaricato di compiti di retroguardia, per Mamerco cominciò un duro compito di ritardare se non proprio contrastare l’avanzata nemica. Svolse il suo compito con grande impegno coadiuvato da commilitoni che dimostrando in lui una grande fiducia si dimostrarono più che affidabili in circostanze spesso critiche. Grazie al vantaggio che le sue azioni riuscirono a garantire al grosso dell’esercito sannita, fu possibile affrontare nuovamente il nemico a Rufrae (in pr. di CE), ma ancora una volta i romani riuscirono a riportare una vittoria che costrinse ad una nuova ritirata. Mamerco ed i suoi uomini furono gli ultimi a guadare il fiume e la loro strenua resistenza permise al resto dell’esercito di avere ancora una volta un buon margine di vantaggio sugli inseguitori. Fu inevitabile per Mamerco, mentre a sua volta puntava su Allifae (in pr. di CE), dove si sperava di arginare l’avanzata nemica, affrontare dopo ogni scontro il doloroso compito della conta dei caduti. Gli uomini che di volta in volta mancavano all’appello per lui non erano dei semplici nomi ma persone delle quali aveva ben presente il viso e dei quali aveva cominciato a conoscere anche molti particolari personali, tanto come uomini che come combattenti. Fu doloroso lasciare indietro i feriti che avrebbero ritardato i movimenti così come lo fu il fatto di dover dare la morte ai più gravi che lasciati indietro non avrebbero avuta la minima speranza di salvezza. Non c’erano dubbi sul fatto che i romani non avrebbero fatto prigionieri, così come era sicuro non li avrebbe fatti Mamerco se si fosse trovato al loro posto. Desolante era anche vedere molti villaggi abbandonati o altri che, ostinatamente presidiati dagli abitanti, si preparavano, con rassegnazione e forse scarse speranze, a subire la immancabile violenza nemica, rappresaglie, stupri e quant’altro una avanzata nemica avrebbe comportato. I pochi giovani dei villaggi saraceni che gli chiesero di potersi unire a lui furono accolti anche se la loro presenza sicuramente non si sarebbe rivelata in alcun modo utile anche se alla volta fu proprio il contrario perché la loro conoscenza del territorio si rivelò utile per attacchi a sorpresa che rallentavano i romani. Nelle ore di bivacco Mamerco pensò spesso a Brutolo Papio, del quale in pratica stava mettendo in atto metodi e strategie .

Anche Allifae, per quanto strenuamente difesa, cadde e Mamerco, che si era trattenuto con i suoi nell’ultima disperata lotta casa per casa, vide, con i romani già dilagati in città, un primo quadro delle violenze che una inerme popolazione civile poteva subire da un nemico vittorioso. A stento abbandonò la città e lo fece solo quando si rese conto dell’inutilità di ogni sua azione ma soprattutto quando contati i pochi superstiti fra i suoi uomini lesse nei loro visi tanto la stanchezza quanto l’orrore per quello che stava accadendo ed ebbe la certezza che presto la loro disciplina sarebbe definitivamente crollata condannandoli a morire per una resistenza moralmente utile ma sterile sotto un profilo militare.

Conquistata Allifae, i romani, come apparve subito evidente, paghi dei successi riportati, posero fine alla loro avanzata forse anche perché le truppe che avevano di fronte avrebbero potuto ricevere rinforzi dai reparti sanniti dislocati in Campania ed ora non più molto lontani. Sicuramente anche i romani dovevano sentire la necessità di riorganizzarsi e di colmare i vuoti sicuramente pesanti che si erano aperti nelle loro file e ad Allifae si sarebbero trovati non molto lontani da basi romane in grado di rifornirli e di inviare aiuti in caso di una controffensiva nemica. Ai reparti sanniti non restò che predisporsi a fronteggiarli procedendo ad una loro riorganizzazione. Durante questa fase di vigile attesa si ebbero le prime notizie dagli altri fronti e si seppe che Neapolis aveva aperte le porte ai romani.

Quando gli sforzi della diplomazia sannita portarono alla discesa in campo dei Vestini [*], i romani, per evitare che i due eserciti si congiungessero, ne invasero il territorio. Mamerco che con il suo reparto aveva scortato in quella regione i mediatori sanniti si ritrovò a combattere al fianco delle truppe vestine in quelle che furono vere e proprie battaglie.
[*] I Vestini erano un popolo italico di lingua osco-umbra , stanziato in una vasta zona che comprendeva l’attuale Altopiano delle Rocche, la valle dell’Aterno (L’Aquila) e arrivava a toccare il Mar Adriatico all’altezza di Penne e probabilmente Città Sant’Angelo.
Un primo scontro, avvenuto a Cutina (oggi in pr di PE), vide i vestini sconfitti ma in grado di effettuare un ordinato ripiegamento. Svincolato da ordini precisi mosse sul fronte del combattimento a suo piacimento ricercando i punti dove sembrava più necessario un suo apporto. La presenza delle insegne sannite e la rapidità di spostamento lungo il fronte dei combattimenti fece temere ai romani che il ricongiungimento fra i due eserciti nemici fosse avvenuto e seminò non poco scompiglio nel comando tanto che per un certo tempo sembrò perfino che potessero ordinare un disimpegno delle proprie truppe. Il secondo scontro, avvenuto di fronte a Cingoli (oggi in pr di Macerata), fu più duro e più cruento del primo. Questa volta Mamerco ed i suoi si tennero vicini al comando per assisterlo nelle scelte sul campo e per difenderlo dai diretti attacchi romani. Quando non ci furono più dubbi sul fatto che le truppe romane avrebbero nuovamente prevalso, Mamerco ed i suoi si sganciarono dagli alleati, cercando di operare il ricongiungimento con il grosso delle truppe sannite che, avendo appreso della sconfitta degli alleati, avevano interrotta la loro marcia di avvicinamento. Attraversando il paese ebbe modo di notare le tragiche conseguenze della guerra nei villaggi e nelle campagne. Interi villaggi erano stati rasi al suolo, ed i molti cadaveri non sotterrati dimostravano come non si fosse fatta alcuna distinzione di sesso ed età nel punire un popolo reo di aver preso le armi contro Roma. Quasi più doloroso dello spettacolo dei morti era quello dei pochi sopravvissuti che in tanto disastro si aggiravano attoniti nei villaggi distrutti alla ricerca di persone e cose.

Rientrato nelle file dell’esercito sannita del Nord, Mamerco riprese il proprio ruolo e compito cercando di cancellare dalla mente le scene più dolorose delle quali era stato testimone. Quanto aveva visto lasciò traccia ma non influì sul modo di comportarsi verso il nemico vinto o prigioniero e verso civili inermi. La crudeltà gratuita e l’inutile spreco di vite umane continuarono a sembrargli il lato più deprecabile dell’essere in guerra.

La lunga contesa riprese con i consueti scontri che nulla alteravano negli equilibri in atto ed il peso della guerra in atto finiva per ricadere, in entrambi i fronti, sulle popolazioni di confine atavicamente a ciò rassegnate e nei loro occhi sembrava leggersi una indifferenza totale su quanto succedeva e il solo desiderio che tutto finisse non importando poi chi fosse il vincitore. Furono i civili, più dei reparti combattenti, che in questi primi anni di guerra si videro costretti a sopportare le più dure conseguenze perché oltre alla perdita dei già miseri beni materiali si videro costretti a sottostare a violenze fisiche e morali conseguenti agli improvvisi rovesciamenti di fronte. Donne romane e sannite alternativamente si vedevano sottoposte a stupri e violenze e si sarebbe quasi potuto ipotizzare, estremizzando la situazione, che gli stessi combattenti ormai non avessero più ben chiaro se la città appena conquistata fosse, in partenza, una città propria o nemica.

A lungo andare la vita del campo e gli inutili duelli cominciarono a far sentire il loro peso ma Mamerco, pur se oppresso dall’imperante clima di provvisorietà, rifiutò i periodi di riposo che gli sarebbero spettati perché in effetti non sentiva alcun particolare richiamo verso casa dove, salvo la madre e la piccola sorella, nessuno in modo particolare lo attendeva. Sentendo sempre bruciare in sé il ricordo delle precedenti esperienze vissute evitò a lungo di legarsi, come altri facevano, a una donna in particolare, preferendo rivolgersi a quelle al seguito della truppa o a qualche nemica che non disdegnava accompagnarsi ad un nemico in grado di assicurarle qualche vantaggio materiale. Capitava spesso, infatti, che non potendo più contare sulla presenza dei propri uomini perché morti, in armi o comunque lontani, alcune donne si aggregassero alle truppe cercando una protezione che in nessun altro modo poteva esser loro garantita.

            Fu così che Mamerco, alla fine e per un lungo periodo, finì per legarsi ad una ragazza romana che, rimasta sola in un villaggio conquistato, aveva scelto di seguire le truppe nemiche offrendosi al loro comandante che poteva se non altro garantirle qualche piccolo privilegio rispetto alle più sventurate compagne che, pur di trovare una protezione che sposi, fratelli o genitori non potevano più loro garantire offrivano il loro corpo a chiunque della truppa, cercasse una compagnia femminile. Quando, un rovesciamento di fronte, fece trovare la giovane nuovamente dalla parte dei romani fu naturale per lei, come del resto per Mamerco, che rientrasse per così dire nei propri ranghi. Lungi dal pensare a stabilire intese particolari con membri dell’altro sesso o di lasciarsi coinvolgere emotivamente, Mamerco condivise la scelta della ragazza e non sentì minimamente la sua mancanza anche se, per la prima volta, aveva avuto al suo fianco la stessa donna per un apprezzabile periodo di tempo. Il coraggio ed il senso del dovere gli erano nel frattempo valsi la massima considerazione degli altri ufficiali e dei superiori per cui, quasi senza accorgersene, si trovò ad aver percorsa rapidamente la scala gerarchica del comando dimostrandosi completamente affidabile in ogni incarico affidatogli.

Ovunque si cominciava a parlare di una tregua e la voce, che sicuramente circolava su entrambi i fronti, sembrava allettare i soldati nei quali era sempre più montante la nostalgia dei propri cari. Quando effettivamente la tregua fu annunciata fu salutata da tutti con gioia.

Sapendo che il padre era aveva avuto un ruolo nelle trattative della tregua pensando di poterlo ancora trovare a casa, Mamerco decise di prendere una delle sempre rifiutate licenze ed affrontò, senza affrettarsi, il viaggio verso casa   approfittandone per percorrere il paese per farsi un’idea delle conseguenze della guerra e una personale opinione dei sentimenti della popolazione non in armi. Lungo le zone di confine così come nella zona in cui egli stesso operava fu colpito dalla vastità delle distruzioni e da un velato risentimento che le sue insegne di soldato e di ufficiale suscitavano. Constatò le distruzioni operate dalle truppe romane ed ascoltò con dolore i racconti di chi ancora aveva il coraggio di parlarne. In questa logorante e statica guerra infatti le avverse truppe trovavano come unico stimolo al combattimento la facoltà loro concessa di fare bottino e il paese si andava chiaramente logorando in questo altalenante cambiamento di posizioni. Quando, lasciate le zone di confine, prese a percorrere zone più interne non poté non notare un atteggiamento del tutto diverso nella popolazione civile. Tanto i giovani che gli adulti, intuendo che tornava dalle prime linee, facevano a gara per avere notizie, dettagli, racconti di quanto stava accadendo quasi guardando a lui con invidia in quanto aveva la fortuna di essere partecipe agli avvenimenti. Frequente era anche vedere reparti di rincalzi che dirigevano con giovanile baldanza verso le prime linee ed il timore di molti era che la guerra potesse terminare prima che essi stessi avessero potuto avere il loro personale momento di gloria. In genere più ci si addentrava all’interno del paese più era palpabile un generale ottimismo ed un crescente senso di aspettativa per un successo sannita. La fiducia sannita si basava sulla compattezza indiscussa della nazione alla quale certo non poteva dirsi corrispondere uguale compattezza nelle file romane, come i fatti della guerra latina avevano chiaramente messo in luce, e forte e diffusa era la speranza che in campo avverso si potesse improvvisamente verificare un ribaltamento di alleanze o che in Apulia si aprisse un secondo fronte in grado di indebolire la posizione degli avversari.

Giunto a casa trovò ad attenderlo solo la madre e pochi giorni dopo fu raggiunto anche da Ursidio. Tauro infatti era stato richiamato dal suo comandante dopo un breve periodo di riposo che, come si lamentava Paculla, tutto era stato meno che riposo. Era stato più volte convocato a Bovianum dal Consiglio e aveva per giunta dovuto fare un giro nella Pentria e per sollecitare leve di nuove truppe e per controllare che il flusso degli approvvigionamenti proseguisse con regolarità. Al figlio Paculla confidò che il padre si era mostrato preoccupato per l’andamento della guerra lamentando la mancanza, su tutti i fronti, di successi significativi e le sconfitte riportate sul suo fronte.

Mamerco notò come la madre, pur essendo sempre una bella donna, avesse ormai i capelli quasi completamente imbiancati anche se questo sembrava il solo apparente effetto prodotto su di lei del trascorrere del tempo. Realizzando come negli ultimi anni fosse stato lontano da casa e dalla madre, verso la quale provava grande affetto, dedicò gran parte del tempo alla riscoperta del loro forte legame così come lo dedicò alla sorellina Papia che, ormai tredicenne, si avviava ad essere una bella ragazza molto matura per la sua giovane età ma, com’era del tutto naturale, molto curiosa nei confronti di questo fratello grande da tempo lontano da casa e che in pratica conosceva meno degli altri proprio per le sue prolungate assenze. La frequentazione delle sue donne in certo senso fece sentire a Mamerco la mancanza di affetti al di fuori del suo ambiente familiare. Pensò anche con amarezza ai due suoi figli che non conosceva e dei quali avrebbe sempre tutto ignorato.

Ursidio, una volta a casa, gli raccontò gli avvenimenti salienti della battaglia di Imbrivium e delle successive operazioni condotte da Tauro al comando della cavalleria. Ma l’animo essenzialmente pacifico di Ursidio lo portava spesso nelle sue chiacchierate con il fratello a commentare gli aspetti deleteri che la guerra in atto stava infliggendo all’economia sannita. Le campagne infatti mancavano di braccia mentre gli eserciti in armi avrebbero richiesto sempre una maggior quantità di rifornimenti. La guerra aveva impedito la consueta transumanza e l’allevamento del bestiame ovino ne aveva fortemente risentito anche perché non era facile reperire il foraggio necessario non essendosi in molte zone provveduto alla semina o ai raccolti per mancanza di braccia.

Mentre Mamerco in pratica cominciava a trovare noioso il soggiorno a casa, Ursidio con entusiasmo ne approfittava per riordinare l’azienda familiare secondo le necessità che la guerra imponeva. Oltre a Tauro anche Murcus era lontano da casa impegnato a quanto di lui si sapeva, e non era molto, in operazioni militari secondarie come membro di quell’esercito territoriale cui era affidata la difesa della parte più interna del paese. Le scarse notizie che dava di sé, a mezzo di viaggiatori e soldati di passaggio, avevano denotato con il tempo una sua crescente insofferenza per questo incarico che lo teneva lontano dalle linee operative. Mamerco ben presto non seppe più resistere all’ozio forzato sentendosi da un lato viziato dalle sue donne di casa ma dall’altro trascurato in quanto, con Ursidio, dedicavano gran parte del tempo all’azienda.

Prima di rientrare al campo decise di andare a fare una visita a Brutolo Papio che sapeva in licenza. Grande fu la sua delusione quando, giunto a Terventum, apprese che l’amico era già ripartito. Lasciato riposare il cavallo stava per rimontare in sella e partire quando si sentì chiamare dalla familiare voce di Aracoeli.

– Vorresti forse lasciare la mia casa senza salutarmi solo per il fatto che mio padre è partito?
– Salve Aracoeli, non volevo disturbarti.
– Mio padre si inquieterebbe con me se venisse a sapere che ho lasciato ripartire un suo amico senza dimostrarmi ospitale. Scendi da cavallo ed entra in casa così che possa offrirti qualcosa da bere o da mangiare.

Mamerco ebbe un attimo di indecisione. In una frazione di tempo valutò la situazione e trasse le sue considerazioni. La ragazza doveva avere ora circa vent’anni, era quindi una donna fatta ed era di aspetto decisamente piacevole. Non alta di statura, aveva un viso grazioso reso particolarmente attraente da occhi brillanti e da un sorriso che lo illuminava e che formava delle deliziose fossette sulle guance. Decise di accettare l’invito e sceso da cavallo la seguì nella casa che ben ricordava e che gli dette l’impressione, già provata in occasione del suo precedente soggiorno, di ordine e di ospitalità.

Quando mio padre è via – prese a dire Aracoeli, versandogli del vino in una coppa e ponendogli di fronte un invitante piatto di dolci – ho così poche occasioni di parlare con qualcuno che venga da fuori che non vorrei proprio perdere la fortunata occasione di scambiare due chiacchiere con te.
Fa piacere anche a me. Ti trovo – esitò come per cercare la parola adatta -. . . cresciuta.
– Pensavi forse che le donne per il solo fatto di non essere dei soldati crescessero in modo diverso da voi uomini? Gli anni passano anche per noi e passano in modo più scialbo non avendo le vostre distrazioni, i vostri viaggi, le vostre guerre e . . così via.
– Mi avevano detto che avrei trovato tuo padre ma vedo che si è trattenuto poco con voi.
– E’ ripartito proprio ieri. Non vedeva l’ora di ritornare fra i suoi uomini. Se non fosse per me, credo, non li lascerebbe mai. Non è mai stato un casalingo ma ora con questa guerra in corso le sue scappate a casa si sono rarefatte e ridotte al minimo indispensabile giusto per riabbracciarmi ed assicurarsi che non mi manchi nulla. Con lui c’era tuo fratello Murcus.
– Murcus è stato qui?
– Ti stupisci? Non sapevi che tuo fratello e mio padre sono in stretto contatto? In questi ultimi tempi Murcus è stato spesso da noi. Ha una vera adorazione per mio padre che lo tratta come avrebbe trattato il figlio maschio tanto desiderato che non ha avuto. Tuo fratello, non suoni come una cattiveria nei tuoi confronti, è molto diverso da te anche se in effetti non credo di poter dire che ti conosca. E’ sempre allegro e disponibile ed è una vera gioia averlo per casa. Alle volte è venuto a trovarmi anche quando non c’era mio padre approfittando di noiosi incarichi che, come lui dice, lo inchiodano alla nostra terra e lo tengono lontano da quella che lui definisce la grande guerra.
Murcus è sempre stato così – confermò Mamerco. – E’ sempre stato insofferente allo stare fermo e darebbe non so cosa in questo momento per essere nelle prime linee.
– Ma parlami di te Mamerco – lo interruppe Aracoeli – cosa hai fatto in questi ultimi anni.

E Mamerco prese a raccontarle dei suoi impegni militari, delle devastazioni cui aveva assistito o alle quali aveva, suo malgrado, preso parte. Le parlò della gioia che gli dava la vita al campo e della sua incapacità di ritrovarsi a casa. Aracoeli, abituata a suo padre, era un’ottima ascoltatrice ed un’intelligente interlocutrice e con poche domande seppe indurre Mamerco a raccontarle quelle cose della sua vita che lui stesso non avrebbe mai pensato di rivelare ma parlandone si rendeva conto come quella parte di sé stesse lentamente svanendo e sembrasse ora un vago ricordo che non gli procurava più le sensazioni di un tempo come se ormai quel passato gli appartenesse solo in parte. Senza quasi che se ne rendessero conto i due giovani avevano consumato un pasto che solerti e quasi invisibili servi avevano loro servito. Solo a pranzo ultimato Mamerco realizzò di non aver vista la nonna di Aracoeli.

Non vedo tua nonna – notò ad alta voce.
E’ morta circa tre anni fa quasi subito dopo la tua visita.
Ma allora vivi qui da sola?
– Ovviamente, visto che mio padre e la nonna erano tutta la mia famiglia.
– Raccontami di te, ho parlato sempre io e non so nulla di te.
– Lascia perdere, cosa vuoi che possa raccontare una ragazza che vive in campagna e che raramente ha lasciata la propria casa ed il proprio villaggio? Lascia perdere Mamerco ma parlami tu dei tuoi programmi futuri.

Mamerco trovò naturale riprendere a parlare e si interruppe solo quando notò che la notte era ormai scesa. Rendendosi conto del tempo passato si levò precipitosamente in piedi.

E’ tardi devo andare.
– Perché dovresti ?- obiettò calma Aracoeli. – Ti ho già fatta preparare una stanza e conoscendo il tuo senso di lealtà dormirai nella grande casa mentre io sarò in quest’altra. Non ti creerò quindi nessun imbarazzo e ogni convenienza sarà salva anche se non vedo perché ci si debba preoccupare di salvare vuote apparenze.
– Ma io. . . . – cercò di replicare Mamerco.
Saresti scortese con mio padre e con me se non volessi accettare l’ospitalità in una casa amica.

Mamerco non seppe e non volle replicare ed una volta tacitamente accettata l’offerta ripresero le loro chiacchiere tranquille e piacevoli. Quando i servi si furono ritirati fu la stessa Aracoeli a provvedere che non mancasse il vino al suo ospite e che il fuoco continuasse a riscaldarli. Solo molto più tardi Aracoeli pose fine alla serata dopo aver acceso a Mamerco una lampada che lo guidasse verso la casa e la camera che, con un fioco lume già acceso per guidarlo, lo attendeva. Quando fu solo ripensò a lungo alla piacevole serata appena trascorsa ed alla pace che gli aveva procurato. Il giorno successivo fu Mamerco che chiese ad Aracoeli di dividere con lei la sua abituale giornata. Fu così che assistette agli incontri che la donna ebbe con alcuni fattori con i quali vennero affrontate, con competenza e decisione, svariate questioni inerenti l’andamento delle vaste proprietà di famiglia. Mamerco, in gran parte digiuno degli argomenti trattati, realizzò dall’atteggiamento dei vari fattori che questi provavano un profondo rispetto per la loro padrona della quale riconoscevano fuor di dubbio la competenza. Quando più tardi, rimasti soli, si complimentò con Aracoeli questa minimizzò il suo ruolo.

– Ho dovuto imparare presto vista la discontinuità di una presenza maschile in questa casa di un soldato. Mia nonna è stata, più di mio padre stesso, un’ottima maestra visto che anche il nonno è sempre stato uno spirito inquieto e che fra l’altro è morto molto giovane.
In casa nostra – replicò Mamerco-, forse Murcus te l’ha detto, è nostro fratello Ursidio quello che sa tutto di queste cose.
– Sì Murcus mi ha parlato di lui e mi ha sempre detto come voi siate stati pronti a delegargli i vostri compiti. Ma dimmi della tua sorellina. Basta parlare di voi uomini!

La giornata proseguì con la visita ad un bosco dove era in corso il taglio e dove Mamerco si offrì volentieri di unirsi ai tagliaboschi per smaltire la abbondante colazione che si erano portata dietro. Gli uomini impegnati nel taglio, che avevano accolta con gioia la loro padrona, accettarono anche Mamerco e più tardi all’imbrunire, accesi i fuochi, tutti insieme consumarono una abbondante colazione che un carro aveva portato sul posto. Agli uomini nel frattempo si erano unite anche delle donne e, alla luce dei fuochi, si levarono suoni e canti. Mamerco notò l’affiatamento e la familiarità che legavano Aracoeli ai suoi subalterni e, da soldato, notò il rispetto che tutti le portavano riconoscendo in lei, al di là del rapporto di dipendenza, le qualità necessarie in un superiore. Tornando a casa fu naturale trascorrere un’altra notte nella casa dell’amico e l’indomani quando si salutarono, prima che Mamerco riprendesse la strada di casa, il loro impegno fu di ritrovarsi quando sarebbe nuovamente tornato a casa in licenza, il tutto indipendentemente dal fatto che anche Brutolo Papio fosse a casa.

Tornato al suo reparto cominciò a sentire sempre con maggiore frequenza parlare di attacchi portati alle linee nemiche da reparti sanniti più o meno irregolari e capì che Brutolo Papio aveva cominciato a mettere in atto le sue tecniche di guerriglia e che le stesse stavano causando non pochi problemi ai romani. Quelle notizie sembravano le sole che potessero dare ai sanniti la sensazione che nonostante i rovesci finora subiti la resistenza del Sannio non era fiaccata. Dal momento in cui la tacita tregua si poteva dire operante compito di Mamerco divenne quello di visitare ed ispezionare gli avamposti sanniti. Percorrendo il territorio, spesso per linee interne, ebbe spesso occasione di incontrare reparti non numerosi di soldati sanniti, che avevano dato vita a quelle che potevano definirsi truppe irregolari, che, agli ordini di Brutolo Papio, ed in virtù di una tacita acquiescenza del Consiglio, conducevano azioni di guerriglia secondo gli schemi tattici teorizzati dallo stesso Brutolo. Gli ordini di Mamerco, non dissimili da quelli impartiti agli altri comandi sanniti, erano di ignorare tali reparti che con le loro azioni violavano la tregua in atto. Capitò tuttavia che quando in quei reparti trovò degli amici, si intrattenne con loro ansioso di conoscere i risultati delle loro rapide ed incisive azioni che stavano provocando non poco disagio alle truppe romane. L’entusiasmo dei soldati era alle stelle e i racconti degli scontri affrontati e vinti erano una celebrazione delle teorie di Brutolo. I Romani, si diceva, stavano pagando un alto prezzo a fronte di queste incursioni che minacciavano le linee di rifornimento e gli stessi presidi. I consoli dovevano distaccare reparti alla loro ricerca e non era compito facile vista la mobilità che avevano sul territorio. Una mobilità che permetteva di beffare ogni iniziativa nemica. Da questi racconti Mamerco apprese che Murcus si era creato fama di valoroso e che era diventato uno dei più stretti collaboratori di Brutolo. Molte delle sue azioni avevano qualcosa di leggendario e alimentavano la fantasia dei sempre più numerosi adepti di Brutolo. Con suo grande dolore successivamente apprese che il fratello aveva trovata la morte in un assalto contro una munita postazione romana . Addolorato cercò di consolarsi al pensiero che il fratello aveva vissuta la vita che aveva sempre sognata e che il suo nome sarebbe stato a lungo ricordato cosa che per un soldato equivaleva al più alto riconoscimento del proprio valore. Da soldato, quale era, accettò la morte del fratello in un certo senso, affettuosamente, invidiandolo perché in un breve lasso di tempo aveva saputo meritare quella fama che anelata da tutti i soldati difficilmente veniva consacrata. Ma la situazione ancora una volta si evolse quando i romani ritenendo che le azioni di Brutolo Papio avevano rotto quella fragile tregua che tutto sommato non rispettavano neanche loro perché razziavano il Sannio per approvvigionare le loro truppe, ne pretesero la consegna ed il Consiglio sannita aderì alla richiesta. Quando poi giunse notizia che Brutolo Papio si era dato la morte e che la guerra sarebbe ripresa, Mamerco apprese di essere stato destinato all’esercito che operava in Campania e quindi sul fronte che probabilmente sarebbe tornato ad essere il più impegnativo.

 


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma) al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosi quali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

 

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