I rivali di Roma – Mamerco – Parte ventiquattresima

1
87

Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri rivali di Roma

 Storia romanzata di Paride Bonavolta [1]

Per la prefazione al romanzo e la sintesi della storia di Mamerco clicca su i-rivali-di-roma-mamerco-parte-ventunesima


 

I rivali di Roma – Mamerco – Parte ventiquattresima

Siamo nel 330 a.C. – Mamerco lascia la Sicilia e la sua vita degradante; dopo un periodo di sosta a Taranto, si unisce alla sua gente sannita per combattere Alessandro d’Epiro detto il Molosso. Al termine della battaglia che vede la morte del re Alessandro, ritrova suo padre Tauro.

I giorni di traversata gli dettero l’occasione di far mente locale agli avvenimenti e lo rafforzarono nell’intenzione di riprendere una vita normale. Come per lasciarsi dietro il passato, si tagliò la barba che aveva ormai da tempo e constatò con piacere di aver riacquistato un aspetto familiare che lo riportava al giovane che aveva iniziato quel viaggio. Ma la somiglianza si limitava però ad un mero aspetto esteriore perché si sentiva interiormente molto cambiato.

Quell’unica notte trascorsa con Valeria aveva significato la prima vera esperienza di un rapporto fondato sul sentimento e gli aveva fatto vedere in luce diversa quelli che lui credeva fossero stati i sentimenti provati per Marzia e che gli erano costati quella cocente umiliazione. Quella stessa notte si era gettato alle spalle i tanti incontri improntati al solo sesso, o peggio ancora all’interesse, e si sentiva sicuro di poter ritrovare sé stesso.

Pur rinnegando una parte delle sue più recenti esperienze sentiva, pur tuttavia, di non doverle cancellare perché ognuna l’aveva portato a quel suo nuovo e responsabile io. Riteneva, inoltre, che i numerosi incontri gladiatori avrebbero, nel suo futuro di soldato, avuto un utile peso, avendogli permesso di acquisire una grande sicurezza nelle sue capacità addestrandolo, come mai avrebbe potuto fare maestro migliore, a tutte le possibili tecniche, corrette o meno, di uno scontro. Il suo fisico si era temprato ad una scuola che in fatto di durezza non aveva uguali e le sue doti di concentrazione nello scontro si erano esaltate al massimo. Se non altro, in vista di quello che considerava il suo futuro, poteva ritenere sotto questo punto di vista di aver messo a frutto il tempo trascorso. Riteneva ancora di aver messo a buon frutto anche altre esperienze avendo imparato, anche se a sue spese, a valutare il prossimo sulla base di una prima ma attenta valutazione. Il mondo in cui aveva vissuto non permetteva infatti errori di valutazione che spesso potevano costare la vita. Completata nelle lunghe ore di navigazione questa introspezione sentì di poter affrontare con una nuova determinazione le esperienze future.

L’arrivo a Taranto, così come preannunciatogli dal comandante del battello, era spettacolo degno di nota. Passando dal mare più grande a quello interno, dove c’era il porto, si godeva di una splendida vista di quella bianca città che armoniosamente si era distesa lungo i due golfi che la caratterizzavano. Il loro arrivo coincise con l’ora di rientro di numerose barche di pescatori e da ognuna di esse si levò un amichevole saluto nei loro confronti . Saluti festosi vennero loro indirizzati anche da turbe di ragazzi nudi o seminudi che lungo i moli del mare interno, o piccolo come veniva chiamato, erano festosamente impegnati nella pesca . Lo sbarco coincise con le operazioni di scarico, dalle varie barche dei pescatori, del pesce pescato. Richiami si intrecciavano da riva e dal mare, voci stentoree invitavano gli acquirenti a valutare il ricco pescato, e non mancavano lazzi, litigi ed animate discussioni amichevoli o meno. Il tutto con una lingua che sarebbe dovuta essere quella greca ma del tutto o quasi irriconoscibile nell’uso che ne veniva fatto. Tanta animazione, la bella giornata, il vocio festoso sembrarono un incoraggiante approccio con la città che si intravedeva ricca di marmi e di importanti costruzioni molte delle quali si moltiplicavano nel riflesso di quel mare di un incredibile azzurro. Il suo arrivo non passò inosservato ad una turba di ragazzini che, individuato in lui il forestiero danaroso, corsero ad offrirgli, litigando fra loro, una serie di servizi. Volendo tenersi lontano dal genere di taverne che aveva frequentato negli ultimi tempi, disponendo di mezzi, cercò e trovò decoroso alloggio nella villa di una vedova che ospitava alcuni giovani suoi coetanei.

La città era e voleva apparire greca in tutto e per tutto anche se il suo porto, come del resto i suoi abitanti, erano aperti alle influenze di vari popoli. Mamerco sapeva bene, ricordando le lezioni a suo tempo impartitegli dal suo precettore, che Taranto in anni di lotta, con la fierezza che le derivava dalla sua lontana origine spartana, aveva da sola o congiuntamente alle altre città greche della penisola a lungo lottato con l’elemento indigeno, con Lucani, Bruzi e Messapi ed anche con i Siracusani opportunamente dichiaratisi, per estendere il loro dominio nella penisola, protettori dei popoli indigeni. Finita l’egemonia siracusana Taranto, che aveva avuti buoni rapporti con il tiranno di Siracusa, aveva acquistato, in lotta con le città greche della penisola, una posizione egemone sulle stesse ma una quindicina di anni prima si era ritrovata nuovamente in guerra con Messapi e Lucani ed aveva chiesto ed ottenuto aiuto da Archidamo, uno dei due re di Sparta che aveva perso la vita nell’impresa. Ancora una volta minacciata dai suoi vicini era stato recentemente richiesto l’aiuto alla lontana madre patria ed a difesa dei tarantina era arrivato il re dell’Epiro Alessandro, detto dal nome della sua stirpe il Molosso, abile stratega e cognato di quell’Alessandro che stava creando un vasto impero in Oriente in danno dei Persiani.

Facendo mente locale sulla storia della città nella quale ora si trovava, Mamerco ricordò alcuni discorsi di suo padre che parlava di Taranto come di una città non amica, della sua gente o più esattamente dei popoli di lingua osca del sud della penisola che il Sannio sarebbe stato pronto ad aiutare in caso di necessità, volendo conservare un sia pur lontano vincolo di sangue. Ricordò anche che prima della sua partenza da casa aveva sentito parlare dell’arrivo di Alessandro d’Epiro detto il Molosso (362 a.C. circa – Pandosia, 330 a.C. circa, re d’Epiro e zio materno di Alessandro Magno) e della possibilità che il suo intervento al fianco dei tarantini potesse avere delle conseguenze per la sua gente. Si rese conto di come negli ultimi anni si fosse estraniato dagli avvenimenti del mondo e ricordando la promessa fatta a suo padre di tornare se il Sannio fosse stato coinvolto in una guerra, si ripropose di informarsi riguardo ad un possibile coinvolgimento della sua gente contro il re epirota .

Con l’aiuto dei compagni di alloggio, che subito lo avevano accettato ed accolto, dedicò i primi giorni alla scoperta della città, dei suoi mercati, dei suoi templi e teatri e trascurò solo l’arena dove erano in corso giochi di gladiatori. Il gruppo di giovani nel quale si era inserito era costituito da forestieri danarosi venuti in città per seguire una delle tante scuole che erano il vanto della città e che costituivano un forte richiamo. Essendo tutti muniti di denaro, la vita era particolarmente piacevole anche se oziosa: lunghe ore venivano trascorse in una delle palestre tenuta da un famoso atleta greco ormai ritiratosi dalla vita agonistica. Ben presto, nel gruppo, finì per stringere un più stretto rapporto con Quinto Rennio Prisco, un lucano, figlio di un ricco impresario edile di Siponto, minuto di struttura,   poco portato per quanto richiedesse attività e prestanza fisica, ma assiduo frequentatore di una delle tante terme dove, oziando, si potevano dimenticare eventuali problemi commentando gli avvenimenti sportivi più importanti. Inserito nella vita cittadina, Mamerco aveva finito per dimenticare di informarsi sullo stato dei rapporti tra la città che lo ospitava ed il suo paese e questo anche perché, non avendo mai nascosta la sua origine sannita, nessuno l’aveva trattato come avrebbe fatto con un cittadino di una nazione ostile.

Fu infine riportato a quella realtà nel corso di un discorso con Quinto Rennio Prisco

Mio padre –diceva il suo amico– a suo tempo mi ha mandato a Taranto per tenermi lontano dalla politica che trovo la più affascinante delle materie proprio perché nessuno é in grado di insegnarla con valenza universale ma da quando la mia gente è di nuovo in guerra con i tarantini io e molti lucani presenti in città siamo in pratica divenuti ostaggi.
Non vorresti sottrarti a questo e ritornare a combattere per la tua gente?– lo interruppe Mamerco.
Fai presto tu a parlare. Non credo che sarebbe facile sottrarmi alla vigilanza dei tarantini e non credo certo che, se anche vi riuscissi, potrei essere di valido aiuto nel combattere Alessandro. Non mi resta quindi che aspettare che la guerra volga a nostro favore e, forse questo potrebbe anche verificarsi visto che, dopo averci fornito un aiuto non ufficiale, la tua gente sembrerebbe alla fine decisa a scendere in campo al nostro fianco.
I sanniti potrebbero quindi essere coinvolti in questa guerra?
– E’ quello che ci auguriamo. Ma tu come sannita come fai a non sapere nulla di tutto questo? Dove ti eri cacciato negli ultimi tempi per ignorare questo che non è certo un segreto dei meglio custoditi?
– Lascia perdere le domande stupide. Pensi che ci sia una possibilità a breve di uno scontro con i greci e che la mia gente combatterà al vostro fianco?
– Me lo auguro e mi auguro che ciò non sia lontano nel tempo. Aspettiamo da tempo un vostro coinvolgimento ufficiale ed in armi e se questo avverrà speriamo che la guerra possa prendere una diversa piega, forse risolutoria ed allora molti di noi tenteranno di rientrare in patria per prendere le armi.
– Quinto ho promesso a mio padre che se anche lontano dal Sannio sarei rientrato non appena avessi saputo che il mio paese era in guerra. Tienimi informato perché per me è molto importante non venir meno a quella promessa.

Quando Prisco ritornò in argomento le notizie non erano certo delle migliori.

– Il tuo popolo si è finalmente deciso e le sue truppe, riunitesi alle nostre, hanno assalito quelle epirote che da Paestum risalivano verso l’interno ma sono state sconfitte.
– Partiamo Prisco, non perdiamo tempo! Al secondo scontro dobbiamo assolutamente essere presenti!
– Come al solito parli per te stesso. Tu sei un guerriero nato, per me è diverso, non sono tagliato per le armi.
– Baderò io a te Prisco, non temere. Andiamo!
– Calma Mamerco, lascia che parli agli altri e che si prepari un piano per allontanarci senza dare nell’occhio

Con impazienza Mamerco vide passare i giorni mentre il gruppo dei lucani elaborava strategie per garantire chi rimaneva e per raggruppare intorno a Prisco, che da buon politico ne era finito per diventare l’animatore, un discreto numero di combattenti. Quando tutto fu pronto, Mamerco, quasi senza accorgersene, si trovò a capo dei lucani in fuga da Taranto e, con grande impazienza, puntò, a marce quasi forzate, per operare un ricongiungimento con i reparti combattenti. Raggiunto l’obiettivo Mamerco, fermato dalle sentinelle degli avamposti, si qualificò come sannita e, non senza difficoltà, venne inquadrato in un reparto combattente sannita. Appena arrivato a Taranto aveva provveduto a farsi preparare da un famoso artigiano uno scudo della classica foggia sannita e ad applicare sullo stesso il serpente d’oro che Valeria gli aveva regalato e che ben si adattava ora al suo scudo. Ovviamente un oggetto così bello e prezioso non poteva non attirare su di lui l’attenzione dei commilitoni e degli ufficiali che gli rivolsero al riguardo insistenti domande in quanto un oggetto così bello e prezioso era di solito prerogativa di comandanti e di famiglie note. A tutti, senza fare distinzione di grado dette la medesima ferma risposta.

Il mio nome è Mamerco, questo scudo è mio, sono sannita e sono qui per compiere il mio dovere.

Il tono non ammetteva repliche; mescolato tra i fanti, prese posizione fra le file sannite mentre Prisco ed i suoi amici venivano inquadrati in una unità lucana.

Le truppe di Alessandro tenevano tre colline che dominavano una vasta ma accidentata piana dalla quale l’esercito lucano-sannita mosse per dare battaglia dividendosi in tre colonne che manovrarono portandosi ognuna verso una delle colline tenute dal nemico.

Cadeva una pioggia torrenziale che in gran parte coprì la marcia di avvicinamento alle posizioni nemiche. Furono così evitati i lanci di frecce che sicuramente, dalla posizione dominante tenuta dagli epiroti, avrebbero aperto grandi varchi nelle sia pur protette schiere attaccanti. Giunta ai piedi della collina destinatale l’unità di Mamerco lanciato l’urlo di guerra ne iniziò l’ascesa arrivando ad ingaggiare un furioso corpo a corpo con le truppe epirote.

Mamerco, che occupava un posto in prima linea, fu uno dei primi a venire a contatto con il nemico e finalmente si sentì realizzato nel suo grande sogno di soldato. Il suo scudo, essendo comparso un sole splendente, prese a brillare divenendo quasi un’insegna ed un punto di riferimento per i combattenti. L’impatto violento tra i due schieramenti aprì in entrambi ampi varchi ed al primo scontro fra i caduti sanniti si contarono il giovane legato che aveva il comando ed il suo aiutante. Rimasti privi di un comandante gli uomini dopo un primo momento di smarrimento, vedendo l’impeto con il quale Mamerco si batteva, cercando di scompaginare le file nemiche, trovarono logico seguirlo così come avrebbero seguito il loro comandante. Mamerco nella foga del combattimento non si era accorto di nulla e solo quando, occupata la collina e fatti molti prigionieri, i soldati sanniti si strinsero intorno a lui acclamandolo, come avrebbero fatto con un comandante vittorioso, realizzò che in pratica lui, l’ultimo venuto, veniva acclamato e riconosciuto sul campo come loro capo.

Nel mondo sannita, come del resto in quello romano, essere acclamato dai soldati sul campo di battaglia costituiva grande onore e privilegio e per chi non avesse un grado un automatico riconoscimento dello stesso che nessuno avrebbe potuto poi disconoscere. Si ritrovò, quindi, al comando dei suoi commilitoni e senza por tempo in mezzo prese le più opportune decisioni. Riuniti i prigionieri nemici ormai disarmati li fece condurre con una piccola scorta verso il campo sannita, ordinò ad una parte dei soldati di inseguire i nemici in fuga, anche per evitare che potessero riorganizzarsi o portare aiuto agli altri commilitoni, e guidò poi il gruppo più numeroso dei suoi verso una delle colline dove ancora si combatteva e dove le truppe lucane, in evidente difficoltà, avevano trovato a contrastarle lo stesso Alessandro d’Epiro.

Arrivarono alla base della collina nel momento più opportuno in quanto il Re epirota, respinto l’assalto, stava per rompere l’accerchiamento dei lucani e guadagnare la pianura dove gli sarebbe stato possibile riunirsi alle truppe in fuga dalle altre colline per riprendere lo scontro o per sottrarsi allo stesso. L’attacco violento dei soldati di Mamerco inchiodò gli epiroti alla basa della collina in un nuovo corpo a corpo . Ben presto però Mamerco ed i suoi si trovarono impegnati anche alle spalle dalle truppe epirote in fuga dalle altre colline e che ora stavano cercando di ricongiungersi al loro Re. Deciso a resistere a tutti i costi sperò che, vedendo la sua difficile situazione e intuendo che con i suoi uomini impediva la fuga di Alessandro, altre truppe accorressero in suo aiuto.

Ma l’aiuto sperato sembrava non dovesse arrivare e le file sannite impegnate nello scontro si andavano progressivamente assottigliando. Comprendendo che non avrebbe potuto da solo resistere a lungo sui due fronti cercò con lo sguardo il Re nemico deciso ad affrontarlo direttamente. Alessandro montato a cavallo era sul punto di guadare il fiume che scorreva alla base della collina e ciò facendo avrebbe in pratica rotto l’accerchiamento. Aprendosi la via verso Alessandro, si rese conto che non avrebbe mai fatto in tempo a fermarlo. Alessandro infatti, guadato il fiume, si era rivolto ai suoi ancora bloccati dai sanniti e lucani per invitarli con un gesto imperioso a seguirlo. Ma il gesto rimase improvvisamente interrotto perché nel girarsi verso i suoi si ritrovò ad essere scoperto: Alessandro il Molosso fu raggiunto da un giavellotto alla gola e, già morto, cadde nelle acque del fiume che lo trascinarono via. Lo scontro fu deciso in quel momento; gli epiroti, visto cadere il proprio comandante, gettarono le armi consegnandosi ai nemici o cercando la fuga; le truppe alleate, con un grido ripreso da tutti i combattenti, salutarono la vittoria. L’urlo di gioia si era già levato inizialmente dalle file lucane, proprio perché dalle stesse era partito il giavellotto che aveva in pratica posto fine allo scontro. Ora in alto sugli scudi i lucani portavano inneggiando uno di loro che Mamerco riconobbe essere il suo amico Quinto Rennio Prisco. Quando più tardi i due amici si ritrovarono la curiosità di Mamerco lo spinse a domandare notizie per quello che gli era sembrato un vero e proprio trionfo.

Cosa diavolo mai sei riuscito a combinare per vederti portato sugli scudi dai tuoi?
– Un colpo da maestro Mamerco. – sorrise Prisco strizzandogli maliziosamente un occhio – O meglio, amico mio, un gran colpo di fortuna. Tu sai quanto io mi senta poco adatto come soldato, ebbene, durante la battaglia mi sono visto sballottato da una parte all’altra senza mai riuscire a realizzare cosa dovessi fare. Distinguevo a malapena gli amici dai nemici! Poi improvvisamente ho visto un uomo su un cavallo, ho capito che doveva essere un nemico e gli ho lanciato quel giavellotto che continuavo a stringere in mano senza sapere cosa farne. Non so come abbia potuto colpire ed uccidere quell’uomo e ho capito chi era solo quando hanno cominciato a festeggiarmi.
– Hai visto? In pratica hai deciso l’esito della battaglia.
– Pare di sì a sentire voi esperti. Ma ti confesso che non capirò mai come sia riuscito a piazzare un colpo tanto superbo. E’ stata solo fortuna ma mi farò furbo e quindi lo ammetterò solo con te. Non mi dispiace che la mia gente e soprattutto mio padre mi considerino un eroe e questo sicuramente mi spianerà la via della politica .

Parlando si erano allontanati dal frastuono del campo e camminavano tutti soli nella campagna improvvisamente ritornata silenziosa dopo i clamori dello scontro.

Cosa farai ora Prisco?
– Rientrerò sicuramente in patria a godermi la fama appena acquisita. E tu Mamerco?
– Rimarrò con le truppe sannite e seguirò i loro spostamenti. Questa era la vita che volevo e quindi sarebbe sciocco riprendere la strada da solo.
– Ho sentito che hai avuta una promozione sul campo e quindi la tua vita militare è cominciata sotto i migliori auspici.
– Le nostre strade dunque si dividono qui.
– Allora salutiamoci qui lontani dalla confusione. – propose Prisco.

Si abbracciarono con reciproche promesse di incontri futuri. Mentre Mamerco si dirigeva verso il campo sannita, sentì una voce autoritaria.

– Ehi! tu con lo scudo del serpente, aspetta.

Giratosi vide un giovane legato sannita.

– Dici a me?
– Certo che parlo con te, siamo soli ed io non parlo certo a vuoto. Il mio comandante mi ha mandato a cercarti. Ha sentito parlare di te e non ha, anche se da lontano, potuto fare a meno di notarti con quello scudo che attirava l’attenzione più di una insegna.

Mamerco lo seguì e fu condotto verso un recinto dove erano riuniti vari ufficiali tra i quali primeggiava il comandante in capo Brutolo Papio.

– Voglio conoscere il tuo nome ragazzo, mi si dice che hai saputo guadagnarti il rispetto di valorosi soldati che ti hanno riconosciuto sul campo come loro capo. Qual’è il tuo nome?
– Sono Mamerco figlio di Tauro Pentro.

L’orgogliosa risposta sembrò colpire uno degli ufficiali che, di spalle, stava curando un ferito. Questi si alzò di scatto e, giratosi verso Mamerco, il suo viso si illuminò.

– Mamerco!
– Padre! replicò felice Mamerco .

Volarono l’uno nelle braccia dell’altro. Fu Mamerco il primo a sciogliersi dall’abbraccio.

– Ho mantenuto la mia parola padre.
– Hai fatto molto di più figliolo, ti sei battuto da valoroso a quanto ho sentito dire. Si è molto parlato a proposito di uno sconosciuto con lo scudo col serpente e ora scopro che sei tu. Hai dato onore al nostro nome. Bentornato figliolo!

Le truppe sannite, dopo la Lucania, passarono in Apulia dove da tempo i sanniti avevano delle unità militari per garantire la disponibilità dei necessari pascoli estivi. Tauro aveva voluto Mamerco nella sua unità ed il tempo trascorso insieme servì a ristabilire fra loro un rapporto che inizialmente la lunga lontananza sembrava aver reso difficile. Mamerco apprezzò il fatto che suo padre non gli chiedesse notizie degli anni trascorsi lontano da casa perché in effetti egli stesso non sapeva cosa o quanto di quegli anni fosse disposto a raccontare. Del suo recente passato, infatti, in cuor suo voleva tutto dimenticare e riprendere ora nel suo paese e fra la sua gente la sua vita come se quegli anni non fossero esistiti e l’unico segno lasciato dagli stessi fosse il suo scudo che tanta attenzione aveva attirato su di lui. .

Ebbe spesso anche l’occasione di intrattenersi con Brutolo Papio stabilendo con lui, nonostante il divario di età e grado un solido legame di simpatia. Giunto il momento di sciogliere i reparti, Brutolo Papio volle salutare Mamerco da solo a solo.

Conosco tuo padre e la tua famiglia da tempo e non posso meravigliarmi delle tue doti. Ti ho tenuto d’occhio perché sono sicuro che tu sia un ottimo soldato. Quando, tornato a casa, ti sarai annoiato della vita tranquilla che troverai, vienimi a trovare. La mia casa è a Terventum (Trivento) e quindi siamo vicini. Anch’io lontano per troppo tempo dal campo sicuramente mi annoierò. Per fortuna mi vengono spesso a trovare vecchi amici e giovani ufficiali attirati dal mio buon vino, dalla bellezza delle schiave a loro disposizione e spero anche dalla mia compagnia. Devi sapere che sono vedovo da tempo e che, essendo ancora innamorato di mia moglie, non desidero nessun rapporto che mi possa coinvolgere. L’unica donna della quale accetto la presenza in casa, e che amo, è la mia unica figlia. Abbiamo un ottimo rapporto anche perché sa essere tanto intelligente da capire esattamente quando ho ospiti se e quando farsi vedere e, tanto é discreta che molti non sanno neppure della sua esistenza. Ti aspetto quindi se vorrai unirti a noi.

 


[2] Paride Bonavolta, agnonese nella testa, nel sangue e nel cuore, da anni è tornato a vivere in Molise con tanta voglia di mettersi a disposizione per il bene del territorio.  Chiunque, interessato alle sue aspirazioni, può contattarlo tramite i seguenti contatti: e-mail: paride.bonavolta@virgilio.it; cellulare: 335 6644839

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

1 COMMENTO

  1. In questa parte del romanzo Taranto viene descritta come città grande e onorata ed altrettanto MAMERCO, acclamato capo dai soldati sul campo. Cosa che lo onora e lo inorgoglisce , come quel suo scudo è la cosa più bella e grande posseduta- ricordo d’un amore lontano…

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here