33. I rivali di Roma – Mamerco – Parte trentatreesima

0
255

Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri rivali di Roma

 Storia romanzata [1] di Paride Bonavolta 

310-304 a. C. – Siamo sul finire della seconda guerra sannitica – Mamerco partecipa alle guerriglie che anticipano la grande chiusura della guerra – in una di esse incontra il figlio Lucio avuto da Valeria – Di guerriglia in guerriglia si giunge ad una pace concordata con Roma che consente al Sannio di mantenere la sua  indipendenza, seppur con un territorio meno esteso.

Seconda Guerra Sannitica terminata nel 304 a.C.

I rivali di Roma – Mamerco – Parte trentatreesima

310 – 304 – Quando infine, ed era il 310, gli etruschi entrarono in guerra con i romani molte speranze si riaccesero nel Sannio anche se in effetti, l’adesione alla guerra non fu data dalla totalità delle città etrusche ma solo da una parte di esse guidate dalla città di Volsinii. Le città etrusche entrate in guerra erano infatti quelle del centro nord dell’Etruria. L’inizio delle ostilità fu l’attacco a Sutrio che i romani, come Nepi, avevano trasformato in colonia latina. Tutti i comandi sanniti vennero allertati per una prossima ripresa delle ostilità visto che l’intervento avrebbe distogliendo dal fronte sannita parte delle forze romane avrebbe consentito di riconquistare posizioni perdute. Non era infatti pensabile un ricongiungimento con le truppe etrusche perché questo avrebbe comportato un atto di ostilità verso le città neutrali del sud dell’Etruria. La rivolta contro Roma presto si estese nell’anno successivo anche alle tribù appenniniche della parte centrale della penisola dove Ernici, Equi, Marsi, Peligni, Marrucini e Frentani scesero in campo rivendicando l’indipendenza perduta.

La risposta romana all’apertura di questo nuovo fronte non si fece attendere. Il console Rulliano si dispose a fronteggiare gli etruschi mentre il suo collega C. Marcio Rutilio prese il comando delle truppe che avrebbero operato contro i sanniti. Sutrio rimase in mano romana pur se assediata dagli etruschi che vinti in una prima battaglia sembravano non voler recedere dai loro piani.

Sul fronte sannita la prima mossa fu del console Rutilio che riconquistò Allifae che i sanniti tenevano dal dopo Caudio e operando una diversione in Campania operò uno sbarco a Pompei per razziare il territorio di Nuceria. Una spedizione che iniziata bene finì per tradursi in una sconfitta perché i romani spintisi troppo verso l’interno per fama di bottino vennero ricacciati con forti perdite dai nocerini anche se i romani tenacemente continuarono a premere sui nocerini per completare l’accerchiamento del Sannio. Si combatté a lungo sui confine romano-sanniti e Mamerco in un primo tempo operò nella zona del Volturno ma per quanto i romani si ritrovassero con forze ridotte i sanniti non riuscirono a riportare significativi successi e ci si dovette rassegnare a considerare ininfluente il tardivo intervento etrusco e la successiva discesa in campo delle tribù appenniniche anche perché apparve subito evidente l’impossibilità di coordinare le operazioni. Richiamato poi dalla zona di operazioni, fu incaricato dell’addestramento dei nuovi quadri delle truppe sannite che ormai andavano ufficialmente adottando lo schema base del manipolo per ridisegnare i propri reparti secondo le idee di Brutolo Papio con la conseguente ulteriore e pubblica rivalutazione del ruolo e della figura dello stesso che veniva ora unanimemente riconosciuto come l’uomo che prima d’ogni altro aveva avuto idee chiare nella guerra in atto con Roma. Un compito che inizialmente non gradì ma che finì per trovare interessante rendendosi conto di quanto lo stesso fosse necessario tanto per l’immediato quanto per il futuro del suo paese. Nel suo incarico ebbe spesso occasione di essere con la famiglia e fu lieto dell’apprezzamento che gli dimostrò Aracoeli felice di vedere finalmente rivalutate le teorie del padre .

-Ti devo già molto per il rapporto che ci lega e per la felicità che mi hai dato. Ora ti sono debitrice di aver restituito l’onore tolto a mio padre. Conoscendomi sai bene che non ho mai dato peso alle accuse che a suo tempo gli furono mosse ed al disonore che si cercò di gettare su lui. Ma saprai anche quanto ne ho sofferto e spero che gli dei benigni facciano sì che anche lui, ovunque si trovi, possa sapere cosa, oggi, nel Sannio si pensa di lui.
-A me non devi nulla, ricorda che la storia finisce sempre per rendere giustizia a chi ha ben operato.
-Non sminuire il tuo ruolo in questa faccenda e sappi che questo ti rende ai miei occhi ed al mio cuore infinitamente più caro.

Detto questo a Mamerco sembrò che Aracoeli volesse aggiungere qualcosa ed attese osservando Brutolo che poco lontano simulava un duello con un immaginario nemico sicuramente romano. Sedevano sotto un alta quercia del bosco che contornava le loro proprietà e la bella giornata e la buona colazione consumata sembravano indurre Aracoeli ad una non consueta introspezione. Sembrò infine farsi coraggio.

-Il nostro è sempre stato un rapporto felice e ci stiamo avviando a diventare una vecchia coppia.

A questa che più che una constatazione sembrava una premessa seguì una lunga pausa.

-Fra noi, quasi fosse una regola non detta ma implicita, in tutti questi anni abbiamo evitato di parlare dei nostri sentimenti. Ci siamo sposati come se fosse una cosa normale da farsi tra vecchi amici soli e spaesati. Abbiamo condiviso tante cose ma sempre mantenendo un riserbo circa il nostro legame. Ma sono trent’anni che ci conosciamo e non posso tacerti qualcosa che avrei sempre voluto dirti. Ricordi il nostro primo incontro? Quel giorno mi sono innamorata di te ed in questi anni lo sono sempre stata forse anche di più. Ho ceduto a tuo fratello ma forse l’ho fatto perché sentivo di non poterti avere e lui era in un certo senso una parte di te. Ma io ti amo!

Mamerco, impreparato, tornò mentalmente indietro nel tempo quando vecchie ferite e delusioni avevano fatto sì che una corazza tagliasse fuori di se tutto ciò che riguardava sentimenti e disponibilità emotiva verso il genere femminile. Dovette ammettere di essere molto cambiato da allora cancellato dal suo rapporto con Aracoeli e che restava solo di tradurre in parole quello che sentiva di avere da tempo nel cuore. Eppure ancora non sapeva fare quest’ultimo passo che tanto doveva stare a cuore a sua moglie. Tuttavia le parole lentamente si formarono sulle sue labbra.

-Per me è difficile parlare di queste cose ma sappi che avevo già data la mia parola a tuo padre che se lui fosse caduto in guerra io mi sarei preso cura di te prendendoti in moglie. Questo non perché lui me lo avesse chiesto, né perché io mi sentissi in alcun modo obbligato verso di lui e tanto meno verso di te, ma perché stranamente sentivo che qualcosa ci avrebbe portato l’uno verso l’altra, e che saresti stata per me la compagna ideale. E, in effetti, la mia decisione di allora ha dimostrato che avevo ragione. Non sono pratico in questo genere di discorsi ma credo di poterti garantire che sei sempre stata la donna migliore che potessi trovare, che gli anni passati insieme sono stati anni felici e che tu per me rappresenti il solo punto fermo della mia vita. Non so se questo sia amore ma se non lo è non potrei immaginare qualcosa che possa definirsi tale.

Aracoeli sorrise distesa convinta che di più Mamerco non avrebbe saputo dire e che bene o male, dopo tanti anni di vita in comune il suo uomo le avesse, a modo suo, fatta la prima e forse unica dichiarazione d’amore. Brutolo reclamò la presenza del padre per i suoi giochi e nello sguardo dei suoi genitori nel suo semplice mondo di ragazzo lesse un sincero sguardo d’amore.

Il 308 segnò la fine delle ostilità con gli etruschi ma se uscivano di scena gli etruschi per buona sorte dei sanniti le tribù appenniniche della parte centrale della penisola continuavano la loro lotta per l’indipendenza da Roma e le forze romane pur fronteggiandole riuscirono in Campania ad ottenere che Nuceria Alfaterna abbandonasse la alleanza con i sanniti. Con i romani in grado di disporre di forze maggiori Mamerco venne destinato a comandare un reparto che avrebbe operato in Apulia. Soddisfatto del comando assegnatogli fu anche lieto di sapere che con lui avrebbe avuto Staio Mina che conosceva da tempo e che sapeva essere un abile comandante della fanteria. Avrebbe potuto quindi personalmente assumere il diretto comando della cavalleria pur coordinando, ovviamente, l’intero corpo ai suoi ordini. Raggiunta la famiglia per salutarla e per prendere quanto gli occorreva lesse nel viso della moglie il dolore per la nuova separazione e per i pericoli che essa avrebbe inevitabilmente comportato, ma lesse anche la gioia di lei nell’apprendere che gli era stato assegnato il comando che solo lei sapeva quanto lui avesse segretamente desiderato. Ma sopratutto Aracoeli fu lieta di sapere che con lui ci sarebbe stato Staio Mina.

-E’ Staio Mina che tanti anni fa veniva a casa di mio padre?- domandò in cerca di una quasi superflua conferma.
-Proprio lui, lo ricordi?
-Come potrei non ricordarlo, era il più giovane tra voi e mi sembrava molto timido quando parlavate di cose militari ma sempre pronto a farvi degli scherzi quando le vostre riunioni erano terminate.
-Vedo che lo ricordi bene.
-Ricordo in particolare uno dei suoi scherzi quando dopo una delle vostre notti lussuriose con le belle schiave di mio padre nascose tutti i vestiti.
-Che ne sai tu? Ci spiavi allora?
-Non proprio, ma non potrò certo scordare che improvvisamente vi ho visti uscire tutti, uomini e donne, completamente nudi per inseguire Staio che scappava con i vestiti. Capirai che per una ragazzina fu interessante poter osservare il fior fiore della gioventù sannita saltellare nudo intorno casa.
-Non sapevo di questi tuoi vizi– scherzò Mamerco sorridendo al ricordo della scena e dell’ allegria che ne era seguita.
-Si può quindi dire che ti conoscessi già bene quando mi sono innamorata di te-scherzò di rimando Aracoeli.
-Non sarà stato quello a convincerti?
-Non credo proprio perché essendo interessata a te notai con disappunto che non eri fra i più dotati. Quindi il mio fu vero amore!   

Lo scherzo li aveva riportati indietro nel tempo sdrammatizzando la situazione e Mamerco trovò naturale avvicinarsi alla moglie e di sorpresa scioglierle la tunica e lasciarla nuda di fronte a lui.

Lo scherzo continua– annunciò allegro-Sei rivuoi i vestiti dovrai acchiapparmi!
Mamerco!-gridò con voce scherzosamente scandalizzata una divertita Aracoeli-se arriva Brutolo o qualcuno ci vedesse cosa penserebbe vedendo una matura signora che insegue nuda il marito?
Combatteremo ad armi pari allora-e Mamerco a sua volta si denudò rapidamente.

La corsa ebbe tuttavia una rapida conclusione perché vedendo correre la moglie così bella, nuda ed allegra Mamerco preferì concludere la corsa perché, come si giustificò, il suo desiderio eretto gli rendeva difficile sfuggirle. Gli abbracci che ne seguirono continuarono allegri come il gioco che li aveva preceduti e finalmente, l’uno nelle braccia dell’altra, Mamerco seppe dire quelle parole d’amore che non aveva mai pronunciato.

Raggiunti i suoi uomini, Mamerco notò con piacere che conosceva molti dei combattenti che avrebbe avuto ai suoi ordini e notò con altrettanto piacere che quasi tutti sembravano conoscerlo quantomeno di nome. Convinto dell’importanza del rapporto fra comandante e gregari ebbe una parola per quelli che conosceva e cercò un dialogo con quelli con i quali più diretti sarebbero stati i futuri contatti, riprovando la consueta gioia di ritrovarsi tra i suoi soldati. Ben sapendo quanto in guerra dipendesse anche dall’armamento individuale controllò personalmente, con l’aiuto dei vari capi coorte, le dotazioni dei suoi uomini ed alla fine della ispezione fu pienamente soddisfatto del risultato e fu certo di aver non numerosi ma certamente buoni soldati perché ognuno sembrava aver dato il giusto peso al proprio armamento individuale. Quando passò in rassegna la cavalleria la sua esperienza e pignoleria lo portò a scartare alcuni cavalli che fece rimpiazzare con quelli di riserva che di solito seguivano l’esercito in marcia viaggiando con le vettovaglie. L’ultima ispezione toccò alle attrezzature dei mastri d’ascia, degli armieri, dei fabbri e dei maniscalchi. Sperò che altrettanto stesse facendo o avesse fatto Staio Mina con gli uomini che si sarebbero riuniti ai suoi ma si sentì tranquillo perché anni addietro il loro comune maestro aveva molto insistito su tale argomento. A Mamerco sembrava di riascoltare le parole di Brutolo Papio.

-Nulla deve essere lascito al caso. Un buon comandante deve conoscere nomi e capacità di ogni diretto collaboratore e grado di fusione ed efficienza dei loro reparti. Un controllo frettoloso delle dotazioni individuali potrà costare un giorno la vita ai vostri soldati. Non dimenticate fabbri e maniscalchi. Collaudate la celerità con la quale i vostri uomini sanno allestire e smontare un campo ed ogni possibile apprestamento sia difensivo che offensivo. Scartate senza pietà i pigri, punite i fannulloni, usate la frusta con gli ignavi. Se occorre sappiate punire, anche con la morte, chi lo merita perché una punizione esemplare e giusta rinsalderà lo spirito degli uomini che comandate. Siate sopratutto equi nella divisione del bottino così come dovete essere tolleranti con le giuste sfrenatezze dopo una battaglia se queste non comportano situazioni di pericolo o di insubordinazione. Evitate sempre e comunque inutili crudeltà.

Ricordando questi insegnamenti, che erano poi gli stessi datigli anche dal padre, Mamerco ripensò a quanti giovani ufficiali e capi coorte li avesse instancabilmente ripetuti negli anni. Quando tutto fu pronto e controllato l’esercito si mise in marcia con il suo seguito di rifornimenti, di artigiani e delle donne, mogli o schiave ma spesso semplici prostitute. Prima della partenza come consuetudine erano stati offerti sacrifici agli dei e sacerdoti ed auspici avevano tratto i presagi per quella campagna. Ovio aveva voluto personalmente selezionare le scrofe da sacrificare per controllare che fossero immuni da difetti che potessero non renderle accettabili dagli dei, aveva liberato in volo gli uccelli che dovevano segnalare, a seconda della direzione che avrebbero preso, se gli dei avrebbero accordato il loro favore ai partenti ed aveva infine voluto personalmente compiere il periplo delle truppe schierate per tracciare loro intorno, con il sangue delle vittime appena offerte, il cerchio divino che li avrebbe dovuti difendere dalle offese nemiche. Il responso dell’esame delle viscere degli animali sacrificati fu concorde con quello già dato dal volo degli uccelli e quindi propizio anche se Ovio annunciò che intravedeva nella lettura molto sangue. Tutti i presenti vollero intendere che fosse sangue romano e Ovio si astenne da ulteriori precisazioni.

L’esercito in marcia non dovette attendere a lungo il suo primo scontro perché non appena entrato in Apulia trovò sul suo cammino truppe romane. Mamerco avvistato un campo trincerato romano, per rispettare gli ordini ricevuti, cercò di aggirare la postazione nemica, ma la sua manovra venne impedita da successive cariche di cavalleria che lo costrinsero ad arrestare la marcia e prepararsi allo scontro. La situazione peraltro gli apparve piuttosto favorevole perché a seguito dell’iniziata manovra di aggiramento si trovava ad occupare una collina che dominava il campo romano. Lasciato Staio a presidiare la collina dagli attacchi romani riuscì, non visto, a disimpegnarsi con la cavalleria per portarsi in prossimità del campo nemico. Attese con pazienza che le forze romane, forti della superiorità numerica, lasciassero il campo per attaccare gli uomini di Staio per lanciare la cavalleria contro il campo ora sguarnito. La sua manovra improvvisa sconcertò il comandante romano incerto se proseguire nell’attacco appena iniziato o ripiegare per difendere il campo. Una indecisione fu fatale perché presto si ritrovò tra de fuochi in quanto Staio dalla sua posizione difensiva si era mosso in avanti in una pronta azione offensiva. Lo scontro si risolse in breve perché le truppe romane colte di sorpresa si scompaginarono presumibilmente anche perché costituite da soldati poco esperti e non adeguatamente preparati che preferirono lasciare le armi sul campo e disperdersi cercando una via di fuga.

Mamerco con scarse perdite si ritrovò quindi vincitore su truppe numericamente superiori e padrone di un ricco bottino in armi ed equipaggiamenti. Con delusione dei suoi non si preoccupo’ di razziare il campo perché preferì riprendere la marcia interrotta. Vista la vicinanza del territorio sannita mandò però dei messaggeri ad informare la più vicina postazione sannita di quanto avrebbe potuto razziare nel campo ormai abbandonato. Il compito assegnatogli era di raggiungere Venusia e di qui proseguire per Bantia e, costeggiando il Bradano, puntare su Silvium che risultava non adeguatamente presidiata da truppe romane. Durante la lunga marcia avrebbe dovuto ricercare ed intercettare le carovane che portavano i rifornimenti alle truppe romane ma ben presto si rese conto che i romani abbandonato il sistema delle troppo vulnerabili grandi carovane di muli spesso frazionavano i rifornimenti in piccoli carichi affidati direttamente ai cavalieri che, in caso di attacco, se ne sbarazzavano per mettere agilmente mano alle armi. Un successivo scontro con le forze romane fu affrontato tra Venusia e Bantia e fu un combattimento difficile perché i romani si batterono con la forza della disperazione avendo immaginato, come in effetti fu, che i sanniti non avrebbero fatto prigionieri per non doverne subire il peso. Durante lo scontro, che si rivelò particolarmente cruento, Mamerco si trovò in difficoltà essendo rimasto isolato dai suoi. Divenuto un naturale bersaglio dei soldati romani, che in lui avevano riconosciuto il comandante assalitore, disarcionato e ferito si batté come un leone pur essendo ormai il suo scudo quasi in pezzi per i numerosi colpi subiti e parati.

-Si vede che gli dei hanno deciso che oggi sia il mio ultimo giorno di vita-pensò- E così sia anche se cercherò di vender cara la vita. D’altro canto questa è la giusta fine di un soldato e personalmente reputo di aver avuta una vita piena di soddisfazioni ed anche di amore.

Ma quando ormai era convinto che non avrebbe più avuta la forza di reggere lo scudo e di maneggiare la spada i romani che lo circondavano desistessero dall’assalto e inspiegabilmente si allontanarono. Stupito si guardò intorno e vide un giovane ufficiale romano il cui viso gli sembrò familiare. L’uomo dovette capire che si stava sforzando di collegare il suo viso ad un ricordo e per aiutarlo sollevò di fronte a lui il suo scudo. Il serpente che vi era sbalzato rese tutto chiaro a Mamerco. I loro sguardi si incrociarono a lungo, in silenzio, e poi fu il romano a parlare.

Padre tu mi hai salvato la vita a Saticula oggi saldo il mio debito con te.
Perché mi hai chiamato padre?
-Perché io e te abbiamo lo stesso emblema sui nostri scudi e perché mia madre non mi hai mai nascosto che non ero figlio di suo marito ma di un sannita che probabilmente avrei potuto riconoscere dal fatto che avrebbe avuto uno scudo con il mio stesso emblema.
Ha mantenuta la promessa-sussurrò più che altro per sé Mamerco. Poi a voce più alta proseguì- Lei era convinta che noi due ci saremmo incontrati un giorno.
-Era pure convinta che se ti avessi un incontrato sarebbe stato su un campo di battaglia e che tu saresti stato uno dei comandanti sanniti.

Cadde un lungo silenzio durante il quale ognuno, non volendo, cercò nel viso dell’altro dei caratteri somatici in comune. Fu nuovamente il giovane romano a parlare.
-Posso sapere il tuo nome. . . padre? Credo che sia l’unica cosa di te che mia madre mi ha taciuto per difendere uno di noi o forse entrambi .
-Sono Mamerco Pentro figlio di Tauro.
-E’ un nome che ho spesso sentito nei nostri bivacchi quando si parlava dei più valorosi comandanti nemici.
-Anche tu Lucio sei un valente soldato.
-Si vede che buon sangue non mente.

Mamerco aveva deposte le armi, tamponata una profonda ferita alla spalla sinistra e si era seduto su di un grosso masso muschioso presto imitato da Lucio.

-Parlami di te e dammi notizie di tua madre.
-Volentieri. Se mia madre ci vedesse sarebbe molto felice. Non mi ha mai nascosto che sei stato il grande, ma fugace amore della sua vita. Sarà molto felice se un giorno, se tornerò vivo a casa, potrò raccontarle di questo incontro. Vorrà sapere tutto di te e della tua vita

Parlarono a lungo dimentichi di ogni senso di colpa per aver lasciato il proprio posto nello scontro che in lontananza andava spengendosi alla luce delle fiamme della città appena caduta in mano sannita. Ma vedere le fiamme di Silvium riportò Lucio alla realtà dimenticata.

-Dovrò considerarmi tuo prigioniero?
-Non scherzare. . . figliolo dovresti sapere che siamo fatti di una pasta che non ci consente di essere fatti prigionieri.
-Allora devo andare. Sono pur sempre un romano e tu un sannita. I nostri mondi sono troppo distanti. Ma sappi che non odio i sanniti e questo anche se non avessi saputo di avere nelle mie vene il tuo sangue. -poi titubante aggiunse-Posso abbracciarti padre?
-Avrei voluto essere io a chiedertelo ma avevo paura di un rifiuto. Sono fiero di te figlio mio!

Si strinsero in un abbraccio e poi Lucio, recuperato il proprio cavallo, montò in sella.

-Addio padre. Sono contento di averti incontrato.
– Anch’io figliolo. Abbi cura di te!
-Anche tu fa lo stesso padre!
-Abbraccia Valeria e dille che non l’ho mai dimenticata.

Lucio ormai in movimento fece un ampio gesto per salutare e fare   intendere che aveva capito il messaggio e si lanciò al galoppo. Mamerco ricambiò il saluto levando anch’egli il braccio ma più che un saluto il suo gesto sarebbe voluta essere una benedizione. Rimasto solo sentì scorrere una lacrima che finalmente poteva rigargli il viso e pronunciare la sua paterna benedizione.

-Che gli dei ti proteggano Lucio. . figlio mio.

Fu infine raggiunta Silvium che in effetti non essendo presidiata da consistenti truppe romane cadde in breve in mano sannita.

Le forze sannite svernarono a Silvium e la città oltre a stabili ripari offrì anche ai soldati quei piaceri, principalmente vino e donne, che scarseggiavano durante le campagne militari . Anche Mamerco approfittò della disponibilità di una giovane vedova, ortensia, ben lieta di dividere il proprio letto con un comandante piuttosto che con un gregario. Il rapporto puramente sessuale per Mamerco per la donna costituiva invece l’unica possibilità di mantenere il ruolo sociale precedente in quanto il marito era stato un importante esponente cittadino ucciso dai romani in quanto ritenuto filosannita. Nonostante la stasi invernale non mancarono sporadici scontri armati perché i romani, facendo propria la tattica sannita, conducevano frequenti attacchi, anche se di modesta entità, per cercare di alleggerire la pressione nemica e di frazionare le forze sannite. In primavere lasciato un forte presidio a Silvium Mamerco, con la sua sola vereia, ripercorse a ritroso il percorso già fatto all’andata. .

Con l’inizio del nuovo anno si venne a sapere che i romani avrebbero messe in campo forze minori degli anni precedenti e se le tribù appenniniche sperarono di avere un lungo periodo di relativa tranquillità i sanniti decisero di approfittarne per un’offensiva. Mamerco si trovò quindi coinvolto nella grande offensiva che portò alla conquista di Caiatia e successivamente di Atina, Arpinum e Sora riuscendo a portarsi nel territorio degli alleati Ernici che per essere i più vicini a Roma risentivano più degli altri popoli in rivolta il peso degli attacchi romani. Mentre si realizzava questo collegamento i romani rapidamente attraverso il Sannio raggiunsero l’Apulia riconquistando Silvium per poi riprendere la via del ritorno ancora una volta devastando lungo la marcia il Sannio.

Il Consiglio aveva infatti deciso di approfittare del momentaneo indebolimento del fronte occidentale romano per tentare un colpo decisivo in quella direzione. Staio Mina avrebbe dovuto procedere su Sora e Mamerco su Calatia entrambi con l’intento di bloccare le vie di comunicazione romane e di impedire i rifornimenti romani diretti verso l’Apulia. Mamerco mosse su Calatia a marce forzate e non incontrò particolari difficoltà ad occupare la città che, per la gioia dei suoi soldati, si rivelò ricca di bottino. Da Calatia, puntò quindi, ancora una volta senza indugio per sfruttare l’elemento sorpresa, su Nola che sapeva essere un osso duro ma determinante per l’attuazione del piano sannita. A Nola, come previsto, i sanniti incontrarono una forte resistenza ed ancora una volta si dovette dare atto della maestria degli ingegneri romani, ben superiore a quella sannita. La città era infatti protetta da notevoli opere difensive che impensierirono Mamerco consapevole di non avere il tempo di allestire a sua volta un campo fortificato ed iniziare un assedio. Ma la fortuna giocò a favore dei sanniti perché la fazione filosannita cittadina trovò il modo di informare Mamerco di essere pronta, dall’interno degli apprestamenti difensivi urbani, a collaborare attivamente una volta conosciuti i suoi piani di attacco. Mamerco chiese ai nolani di appiccare fuochi in numerose parti della città per disorientare i romani e li informò che il suo attacco sarebbe stato indirizzato sulla sola porta Nord dove quindi si attendeva venisse creato il massimo danno e scompiglio. Con questo aiuto interno non fu particolarmente difficile occupare la città anche perché buona parte dei difensori vistisi attaccati su due fronti preferì deporre le armi e darsi prigioniera. Quando si procedette a valutare le perdite Mamerco notò sollevato che le sue erano state assolutamente esigue mentre non altrettanto poteva dirsi per quelle romane. Gli si pose però il problema del gran numero di prigionieri che risolse, non volendo ricorrere ai drastici metodi che le circostanze avrebbero richiesto e che del resto erano consueti ai vincitori, lasciando liberi tutti coloro che credibilmente risultarono forzatamente arruolati o che facevano parte di quei contingenti non certo entusiasticamente forniti dagli “alleati”di Roma. Quando pochi giorni dopo fu raggiunto da Stazio Gellio, latore della notizia della conquista di Sora, cedette a lui il comando della città. Da solo a solo con il suo comandante in capo ne ascoltò con interesse le considerazioni.

-Per la seconda volta siamo ad un punto tale che Roma può ritenersi seriamente minacciata. Città importanti come Anagnia e Frusino dopo la caduta di Sora sono spontaneamente passate dalla nostra parte ed il Liri, ora alle nostre spalle, non può costituire una minaccia. Anche se al Sud abbiamo perso Silvium la cosa non mi impensierisce perché quel teatro delle operazioni è tagliato fuori. Le notizie che mi sono pervenute parlano di una feroce repressione romana e non ho nessun problema nel crederci visti i precedenti.

Mamerco pensò ad Ortensia che aveva rimandata nella sua città ma in cuor suo volle credere che la donna, vista la sua determinazione, se la sarebbe cavata. Questo pensiero lo spinse ad un commento che il suo comandante sembrò non condividere.

Sarebbe ora che anche noi cominciassimo ad imparare qualcosa dai romani-aveva detto-Non riusciamo mai a lasciarci alle spalle né terra bruciata né popolazioni decimate.
Non è questo che fa parte della nostra tradizione e cultura. -aveva replicato Stazio Gellio- Noi, quale che sia il quadro che i romani fanno del nostro popolo, non siamo dei macellai!E poi parli proprio tu che hai appena liberato gran parte dei tuoi prigionieri?Nessuno avrebbe avuto nulla da obiettare se li avessi passati tutti per le armi.
E’ giusto quello che dici, ma comincio a credere che stiamo sbagliando. L’ obbedienza dei popoli e delle città pur toppo si ottiene più con la forza che con la nostra magnanimità.
-Lo penso spesso anch’io ma, quale che sarà l’esito finale del nostro scontro con Roma, noi saremo sempre ricordati oltre che per il valore anche per la pietà e benevolenza dimostrata ai vinti.
– Purtoppo, e dovrai essere con me d’accordo, la storia la scrivono sempre i vincitori. Temo quindi che se alla fine, e non me lo auguro, dovessimo soccombere il romano che scriverà la storia di queste guerre finirà per attribuirci tutte le possibili nefandezze quale che sia stato il nostro reale comportamento.
-Proprio per questo dobbiamo essere noi a vincere così che la storia la scrivano i nostri discendenti! Ma parliamo di cose pratiche come valuti la situazione?
-Abbiamo decisamente ottenuto grandi risultati su tutto il versante tirrenico ma probabilmente questo è imputabile al fatto che quattro legioni romane siano impegnate in Apulia da dove in pratica siamo stati ormai estromessi ma temo che presto l’attenzione dei consoli romani sarà concentrata su di noi e quello sarà il momento della verità. Purtroppo non nutro grandi speranze per il nostro immediato futuro e temo che presto pagheremo le razzie che stiamo facendo nell’Agro Falerno ed in quello Stellate.

Le previsioni di Mamerco non tardarono a verificarsi. I due consoli penetrando dalla zona di Capua nella valle del Volturno presto ripresero Caiatia e Tremula e per i sanniti iniziò un doloroso ripiegamento verso i confini nazionali. Una decisiva battaglia si combatté nell’estremo tentativo di arginare le forze romane quando ancora i sanniti si trovavano lontani dal loro territorio. I consoli su due diverse colonne si mossero per superare il massiccio del Matese con la colonna più orientale che sarebbe passata per Cales e Teanum Sidicinum e l’altra che sarebbe passata per Suessa Aurunca. Quasi contemporaneamente altre forze romane dal territorio ormai sottomesso degli Ernici recuperata Sora guadato il Liri entravano in territorio sannita conquistando Arpinum e puntando su Aesernia, Venafrum ed Aquilonia. Le forze sannite cercarono in ogni modo di bloccare le due colonne guidate dai consoli ma questi riuscirono a ricongiungersi sul Volturno a Rufrae. Con i romani ormai sul confine la resistenza sannita si fece più accanita e si misero in campo tutte le forze disponibili di Venafrum, Aesernia, ed Aquilonia già peraltro minacciate dalle forze romane che scendevano dal nord. Stazio Gellio, si decise ad affrontare il nemico anche se per farlo non poté scegliere un terreno ideale ed i due eserciti si prepararono a quello che si preannunciava come uno scontro cruento e decisivo perché entrambi i contendenti sembravano determinati a dare una svolta a quella lunga guerra. Quando tutto sembrava pronto, e si attendeva solo l’ordine di attacco da parte dei comandanti, alle spalle dell’esercito romano si videro levarsi verso il cielo grandi fiammate mentre il cielo si oscurava di un denso fumo. Stazio Gellio e Mamerco si scambiarono una tacita occhiata e non ci fu bisogno di parlare perché entrambi intuirono che i consoli romani dovevano aver dato ordine di dare alle fiamme il proprio campo per precludere ai suoi soldati una eventuale base sulla quale ripiegare. Tale prassi non veniva frequentemente usata ma se attuata denotava la determinazione di affrontare il combattimento con l’unica alternativa di vincere o morire sul campo.

Ovviamente Roma ed il Sannio erano arrivati alla medesima conclusione! Anche i soldati sanniti avevano realizzato quanto stava avvenendo in campo avverso e si erano predisposti con animo sereno e determinato allo scontro che molti di loro non avrebbero mai saputo come si sarebbe concluso perché i loro corpi nel corso della giornata sarebbero stati, forse più volte, calpestati, nelle alterne vicende dello scontro, da amici o nemici. I primi a muovere furono i romani e la loro marcia inizialmente lenta prese, man mano che le distanze si riducevano, un ritmo sempre più veloce per passare poi alla corsa. Se i romani così muovendo in pratica rinunciarono alla copertura delle frecce e dei giavellotti i sanniti vi fecero ampio ricorso per bloccare quella rapida avanzata ma dovettero presto anch’essi rinunciarvi per la velocità dell’avanzata nemica. Anche i sanniti, lanciato a loro volta l’urlo di guerra, mossero a passo di corsa incontro alle truppe nemiche e presto iniziò il corpo a corpo e la conseguente sanguinosa carneficina. Man mano che le prime file di combattenti si assottigliavano erano sostituite dalle successive ed a lungo si combatté in posizione pressoché stazionaria e gli unici spostamenti erano dovuti all’impossibilità di continuare a combattere sui corpi dei caduti. Quando i romani gettarono nella mischia la cavalleria anche i sanniti fecero lo stesso impegnando i cavalieri romani in uno scontro che presto, visto il gran numero dei disarcionati, si trasformò in un ulteriore combattimento tra truppe appiedate. Fu poi per entrambi i comandanti il momento di utilizzare anche le truppe di riserva e a quel punto ognuno dei due aveva messo in campo tutte le proprie forze senza che si avesse alcun cedimento nei due schieramenti.

Nel corso della battaglia cadde ucciso Minucio, uno dei consoli, ma poco dopo nelle file sannite rincuorate da questa notizia corse la voce che il loro comandante Gallio Egnazio era caduto in mani nemiche. Questa notizia ovviamente scompaginò i quadri sanniti e Mamerco ed altri ufficiali faticarono non poco ad impedire un generale sbandamento e per riuscire nel loro intento andavano ripetendo che con il sole ormai al tramonto la conclusione del combattimento era ormai prossima. Ma repentinamente l’ala destra dello schieramento sannita cedette e sembrò questo un segnale per un generale sfaldamento di tutto il fronte. Mentre le truppe sannite si ritiravano cercando di raccogliere i propri feriti, i romani, vinti a loro volta dalla stanchezza, rinunciando all’inseguimento e lasciate cadere le armi cercarono riposo su quello stesso terreno risuonante delle invocazioni e dei lamenti dei numerosi feriti.

Mamerco ed i suoi cavalieri furono gli ultimi ad arrendersi all’evidenza che la ritirata era ormai irreversibile e dovettero ripiegare cercando di recuperare dal terreno le insegne abbandonate dai propri commilitoni così che i romani non potessero poi esibirle gloriandosi di una vittoria che a battaglia finita si riduceva ad un’arida conta di morti, se del caso di prigionieri ed insegne tolte al nemico. Con l’esercito sannita in rotta le truppe romane galvanizzate da quella difficile e sanguinosa vittoria l’indomani stesso non vedendo grandi ostacoli si divisero nuovamente per entrare in territorio nemico su due direttrici diverse una destinata all’occupazione di Aesernia l’altra più a sud di Bovianum .

Questo successo, più psicologico che sostanziale, della morte di uno dei due consoli fu però riequilibrato dalla successiva cattura di Stazio Gellio. Toccò quindi a Mamerco assumere il comando supremo di quell’esercito sfiduciato ed in rotta e quasi a nulla portò la sua dolorosa decisione di punire con la morte i disertori o i rei di insubordinazione. Le sue disperate richieste di ottenere rinforzi furono ignorate anche perché sull’altro fronte era in atto l’ altrettanto vigorosa offensiva romana, considerato che Aesernia, ormai sguarnita di truppe per avergli già fornito rinforzi, presto sarebbe stata attaccata su due fronti decise di lasciare la città al suo destino portandosi con le sue truppe in difesa di Bovianum se non altro per il valore simbolico che aveva come capitale. A Bovianum trovò il Consiglio, ormai riunito in permanenza, in preda al panico e con prevalenti voci che chiedevano di deporre le armi prima che una ancor più netta affermazione delle armi romane rendesse impossibile trattare per l’ottenimento di una pace equa. Non meno preoccupante era la situazione della popolazione . Chi poteva aveva già lasciata la città e chi restava stava cercando posti sicuri dove nascondersi o dove nascondere i pochi beni personali. Mamerco conoscendo i metodi dei romani e immaginando le violenze che i civili avrebbero dovuto sopportare si adoperò per ristabilire un minimo di ordine al fine di favorire l’evacuazione della maggior parte della popolazione. La superstite cavalleria ai suoi ordini venne privata dei cavalli destinati a trainare improvvisati carriaggi che favorissero l’esodo dei civili e dei loro beni di prima necessità. Occorse avere il pugno duro per evitare che i più prepotenti prevaricassero i più deboli e per dare la precedenza ad anziani, donne e bambini mentre di autorità si reclutarono gli uomini validi per armarli o per destinarli al miglioramento delle opere difensive. I più stretti collaboratori di Mamerco notarono che non si stava facendo caso ad ammassare scorte alimentari e compresero che il loro capo non doveva nutrire grandi speranze di resistere a lungo all’imminente assedio.

Dopo pochi frenetici giorni di attività la città ormai quasi totalmente abbandonata dalla popolazione si preparò all’imminente attacco. Fra le ultime operazioni si provvide ad allontanare sotto scorta il tesoro del tempio e i pochi membri del consiglio che non avevano imitato altri loro colleghi che erano stati fra i primi ad abbandonare la città. Un esiguo numero di membri rifiutò comunque di abbandonare la città ed abbandonate le toghe indossò le corazze ed impugnò le armi in quanto da vecchi soldati preferivano chiudere la loro vita così come l’avevano vissuta nei lontani tempi della loro gioventù. Solo allora Mamerco dette l’ordine ai suoi uomini di abbandonare la città per trasferirsi nella rocca e di bruciare la città così da privare i romani della gioia del saccheggio e dello sperato bottino. Mentre ancora la città bruciava si videro arrivare i primi manipoli romani presto seguiti dal grosso dell’esercito. Dalle mura Mamerco constatò che i romani non dovevano avere il minimo dubbio di poter prendere la rocca perché quando allestirono il campo si limitarono a realizzare il minimo indispensabile di opere difensive anche se apparve evidente che non sembravano impazienti di muovere all’attacco della rocca forse preferendo attendere i reparti che sarebbero arrivati dopo aver presa Aesernia e forse attendendo anche di essere raggiunti dai reparti dei genieri con le loro macchine ed armi d’assedio che avrebbero consentito di aver più rapidamente ragione delle spesse mura della rocca e dei suoi difensori. I difensori sanniti si dimostravano all’altezza della situazione attendendo con calma il momento dell’attacco e Mamerco instancabile visitando le diverse postazioni difensive fu fiero di essere il comandante di tali uomini con i quali, ne era sicuro, presto avrebbe condivisa la morte. L’attacco vero e proprio fu preceduto da giorni di martellamento delle catapulte e da lanci di frecce incendiarie e quando i primi varchi si aprirono nelle mura non restò che attendere l’avvicinamento delle torri d’assedio e della fanteria nemica. Mamerco si pose allora il dilemma se aspettare l’assalto finale o se tentare, cosa che in effetti preferiva, una disperata sortita che in un certo senso avrebbe tecnicamente evitata la conquista della rocca e la immancabile resa dei difensori superstiti. Fu un anziano membro del consiglio che era rimasto e che aveva prese le armi a convincerlo sulla scelta fra le due alternative. L’uomo di grande statura e dal viso abbronzato quanto deciso mancava di un braccio e portava le sue armi con una disinvoltura che denotava una lunga e pregressa vita militare.

-Ho combattuto con tuo padre e con Brutolo Papio tuo suocero e credo di saper quali siano i tuoi pensieri. Non ti dirò il mio parere ma credo di poterti dire con certezza quello che loro farebbero nella nostra attuale situazione. Tuo padre disponendo dei suoi cavalli non avrebbe avuto il minimo dubbio di tentare una sortita con una carica come quella che gli è costata la vita a Caudio ma anche senza cavalli avrebbe preferito non aspettare la morte come un topo chiuso in trappola ma cercarla attaccando il nemico. Tuo suocero avrebbe presa la stessa decisione ma l’avrebbe fatto non solo per cercare quella morte eroica che a lui è stata negata ma nella speranza che piccoli gruppi di guerriglia potrebbero essere organizzati dai pochi eventuali superstiti di una disperata sortita .

-Non sbagli, vecchio saggio, perché proprio pensando a cosa avrebbero fatto loro due, i miei maestri, darò l’ordine di tentare una sortita. Dimmi il tuo nome perché io possa sapere chi devo ringraziare per le sue parole.

-Cosa è un nome in questo momento che ci prepariamo a morire come ogni soldato almeno una volta nella sua vita ha sperato? Oggi, lo vedi, sono solo un semplice soldato, non ho più un passato e non avrò più un futuro e sono felice di poter morire stringendo questa spada che mi ha fedelmente accompagnato nella mia lunga vita e che non speravo più poter usare per il mio paese.

L’ordine di prepararsi alla sortita suscitò l’entusiasmo degli assediati e quando fu messa in atto colse impreparati i romani ma non tanto da impedir loro di decimare, con successivi lanci di frecce, le file sannite che di corsa si erano lanciate sul terreno scoperto che divideva la rocca dal campo nemico. Molti furono pure i caduti nel successivo corpo a corpo e pochi, e fra questi Mamerco, coloro che dopo aver strenuamente combattuto quasi senza accorgersene ad un certo punto si resero conto di non avere più nemici intorno e di avere alle spalle il campo nemico e che i romani visto il loro esiguo numero non avevano ritenuto di lanciare la cavalleria al loro inseguimento.

Mamerco si diede alla macchia riunendo a sé altri soldati decisi a combattere ancora e gli fu presto evidente che soprattutto nelle zone montuose si andavano costituendo altre unità simili alla sua che sfruttando la conoscenza del terreno conducevano attacchi ai reparti romani soprattutto lungo le principali linee di collegamento e, in accordo con similari formazioni degli Equi e dei Peligni, ostacolavano i lavori di costruzione della strada militare Valeria che nelle intenzioni dei romani doveva attraversare la penisola. Mamerco instancabile divenne per i romani quello che un tempo era stato Brutolo Papio e spesso ai momenti di esaltazione per le azioni compiute si alternavano momenti di ansia al pensiero della sua famiglia pur confidando che il buon senso di Aracoeli sapesse consigliare ai suoi familiari le più opportune scelte. Il Consiglio, nel disperato tentativo di dimostrare che il Sannio sia pur invaso non era domo ed era comunque in grado di resistere continuava a mandargli superflui ordini di non desistere dalla sua guerriglia così da avere il tempo di ottenere la pace durante una fase di belligeranza attiva.

Il Sannio sia pur lentamente sembrò superare l’iniziale sgomento e se i romani avevano attinta la loro forza dalla umiliazione di Caudium ora i sanniti sembrarono ritrovare la stessa forza nel fatto che combattevano per l’integrità del proprio territorio. Gran parte del merito fu dovuto al contagioso entusiasmo dei giovanissimi che con entusiasmo crescente sempre più numerosi si univano alle diverse unità combattenti per vivere le loro prime esperienze da soldati. Mamerco, accogliendo i più giovani, memore di suo fratello Murcus, non si stancava di esortarli alla prudenza ed aveva per loro un’attenzione particolarmente vigile. Per i romani abituati alle grandi battaglie campali quella guerriglia e l’essere costretti ad operare in zone montuose quella guerra di logoramento condotta in loro danno da piccole ed evanescenti formazioni si andava facendo sempre più insostenibile con il rischio di creare uno spirito di emulazione in altri popoli soggetti. Rendendosi conto che difficilmente avrebbero potuto avere ragione di quelle forze nemiche il Senato romano si decise ad accogliere le richieste di pace sannite quando queste furono avanzate.

Quando la pace fu ottenuta un sospiro di sollievo corse per il paese apprendendosi che ancora una volta era stata ottenuta da “amici” e non, come si temeva, da “alleati”, il che in pratica riconosceva la piena indipendenza del Sannio che però si vide costretto ad accettare la perdita nel bacino del Volturno di Saticula, Tabula ed Allifae Luceria e di una gra parte della valle del Liri ormai saldamente controllata da ben cinque colonie latine Fregelle, Interamna, Sora e dalle vicine Cales e Suessa Aurunca. Nella valle del Liri al Sannio infatti restava Atina ed il suo territorio ed il controllo delle miniere della Meta. Bovianum abbandonata dai romani poté tornare anche se ferita ad assumere il suo ruolo di capitale e di sede della Lega. Deponendo le armi, gli ultimi sanniti sapevano che la loro nazione oltre che per popolazione ora, anche se non di molto, era inferiore a Roma anche per territorio ma restava la consolazione che il Sannio a differenza di tutti gli altri popoli italici diventati “alleati” e quindi subalterni di Roma restava come unica nazione “amica” di Roma così come era stata fin dal tempo del trattato del 354. Al di fuori dei suoi confini il Sannio, perse ormai tutte le pianure abitate dai popoli di lingua osca, dovette rinunciare anche ad ogni pretesa nei confronti dei Frentani così che si ritrovò non solo privo dell’unico sbocco al mare ma anche quasi completamente accerchiato da territori sotto il controllo romano restando fuori dell’orbita romana la sola Lucania sempre che si fosse riusciti a mantenere gli antichi rapporti.

Mamerco sciolse le sue truppe raccomandando loro di dedicarsi alle attività trascurate ma di non abbassare la guardia.

-Questa pace purtroppo non credo che possa essere definitiva. Quando sarete a casa pensate alle vostre famiglie, riprendete gli aratri ed i commerci ma tenete affilate le armi. Addestrate i giovani, trasferite le vostre esperienze. -Poi quasi a sdrammatizzare le sue parole –Godetevi le vostre donne ma non scordatevi di metterle incinte perché il nostro paese ha persa gran parte della sua gioventù. Unite quindi l’utile al dilettevole.

.


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine

[1] (Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella di “romanzare la storia” per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma) al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosi quali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here