I pastori di Capracotta e la Somalia: la nostalgia del “procuoio” ai tempi dell’A.F.I.S.

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di Francesco Mendozzi

Cartolina turistica di Mogadiscio ai tempi della Somalia Italiana.

Nel 1950 Tommaso Besozzi titolò un pezzo per l’Europeo così: «I pastori di Capracotta vivono di pancotto tutto l’anno». Il celebre giornalista vigevanese – che sovente si occupava dell’area altosannita – descrisse in quell’articolo la vita miserabile a cui erano costretti i pastori disoccupati di Capracotta. In realtà il problema della disoccupazione dei pastori, in larga parte dovuto al venir meno della transumanza, era un problema nazionale o, per esser più precisi, meridionale. Erano in tanti a voler cambiare mestiere, alla ricerca di un posto di lavoro meno faticoso e più “civile”.

Ciononostante molti pastori, nelle nuove vesti di dipendenti pubblici, di impiegatucci privati, di artigiani, dovettero provar spesso quella che definirei “nostalgia del procuoio (il procoio era lo stazzo per il bestiame), dovettero cioè nutrire qualche rimpianto per quelle «rigide giornate invernali in cui si difendevano dalle intemperie, in due, sotto un fragile ombrello o dentro un’affumicata capanna mobile». Sono certo che tanti nostri vecchi, in cuor loro, han provato almeno una volta questa saudade pastorale.

La pietra tombale sulla pastorizia italiana venne fissata negli anni ’50. Quel decennio ha infatti rappresentato il divario definitivo tra la vita transumante e quella post-transumante. E il pastore, così poco conosciuto dall’Italia industriale, è stato forse l’elemento umano più completo ed il più legittimo rappresentante dell’agricoltura d’ogni tempo. In Italia come altrove. Il pastore è l’uomo temprato alla vita rude dei campi, con la sua resistenza fisica ad ogni clima e l’inclinazione alla riflessione e all’introspezione, che gli han consentito di muoversi con sapienza tra gli ostacoli naturali. L’indispensabile utilizzazione dello spazio nazionale per la ricerca di più alti redditi colpì con gran forza la pastorizia negli anni ’50, tanto che i pastori disoccupati erano molti di più di quanto non si immaginasse.

Prima della Seconda guerra mondiale questo spazio era allargato alle colonie africane, specialmente alle zone più aride come la Somalia. Sin dal 1936, infatti, era stato messo in campo dal Ministero dell’Africa Italiana un programma di valorizzazione dei terreni aridi mediante lo sviluppo zootecnico a sistema brado, una forma di colonizzazione semplice e d’immediata realizzazione attraverso personale idoneo (i pastori meridionali) con pozzi per l’acqua d’abbeverata, onde permettere lo stabilizzarsi dell’industria armentizia.

Filippo Murri, membro dell’Associazione fra le Imprese italiane in Africa, in uno scritto del 1951 pensò bene di rivalutare quel programma prebellico e inserirlo, con i dovuti aggiustamenti, nella nuova cornice dell’A.F.I.S., l’Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia attiva dal 1° aprile 1950 al 1° febbraio 1960. Per Murri era necessario riaffermare la centralità dell’industria zootecnica attraverso il trapianto (volontario) in Somalia di parte della disoccupazione agricola italiana, per affermare che essa doveva costituire, in Africa, «la nostra vera pacifica avanguardia».

Insomma, i pastori capracottesi degli anni ’50, quelli che lasciarono le Puglie in cerca di una qualsiasi occupazione nel Lazio o in Campania, avrebbero dovuto rappresentare – per una parte degli imprenditori attivi in Somalia – il braccio pastorale dei loro interessi economici. Per Murri, infatti, «pastori disoccupati […] non ve ne sono soltanto a Capracotta» e, fortemente critico nei confronti di Besozzi, sosteneva che «noi spendiamo miliardi e miliardi per una amministrazione fiduciaria chiusa nell’unico scopo di educare i Somali all’autogoverno, per dare loro insegnamenti teorici, per compiere lavori pubblici», senza considerare la dimensione produttiva ed effettivamente economica della faccenda.

La storia, come sappiamo bene, andò in tutt’altro modo. La Somalia diventò completamente – e sciaguratamente – indipendente, con l’Italia, la Comunità europea e l’Onu a biasimare qualsiasi aspirazione coloniale, foss’anche l’amministrazione fiduciaria, una formula che forse avrebbe potuto aiutare davvero l’Africa. Tuttavia va detto che se i nostri pastori si fossero ritrovati catapultati dal Verrino al Giuba, da Monteforte al Karkaar, dalla Guardata allo Scebeli, non credo che avrebbero patito molto per le differenze culturali e ambientali: tutt’al più avrebbero sentito una dolorosa fitta al cuore, la nostalgia del procuoio.


Bibliografia di riferimento:

  • P. Di Cicco, Il Molise e la transumanza. Documenti conservati nell’Archivio di Stato di Foggia (secoli XVI-XX), Iannone, Isernia 1997;
  • E. Mannucci, I giornali non sono scarpe. Tommaso Besozzi: una vita da prima pagina, Baldini & Castoldi, Milano 1995;
  • P. Maurea, Un agricoltore nel latifondo… trasformazione!, Zobel, Foggia 1922;
  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017;
  • A. Morone, L’Onu e l’Amministrazione fiduciaria italiana in Somalia. Dall’idea all’istituzione del trusteeship, in «Italia Contemporanea», 242, Ist. naz. Ferruccio Parri, Milano, marzo 2006;
  • F. Murri, Il latifondo somalo, in «Affrica», V:6, Ass. fra le Imprese italiane in Africa, 1951;
  • E. Sarno, Un’analisi integrata quali-quantitativa per rilevare l’identità territoriale dei borghi montani, in T. Banini, Identità territoriali. Questioni, metodi, esperienze a confronto, Angeli, Milano 2013.

Copyright: Letteratura Capracottese

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