I migliori cacciatori sono i pecorari: lacci e beccacce per gli incalliti seguaci di S. Uberto

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di Francesco Mendozzi

Di primo acchito il nome di Gaetano Del Vaso non dice nulla a nessuno. Egli fu probabilmente un semplice amatore dell’arte venatoria nonché corrispondente romano di “Caccia e Tiri”, organo ufficiale del Kennel club italiano, una rivista pubblicata dal 1890 al 1898. Più che di armi e di caccia, il Kennel club si occupa di selezionare, categorizzare e migliorare le razze canine, tanto che dai suoi rami è sorto l’Ente nazionale cinofilia italiana (ENCI), ancor oggi attivo e operante in tutto il mondo. La rivista “Caccia e tiri” ha invece chiuso i battenti prima dell’anno 1900 ma ha dato vita a una marea di figli spuri.

Dicevamo di Gaetano Del Vaso. In una relazione datata 20 febbraio 1896, il buon cacciatore romano avvisò i lettori di un’uscita venatoria in quel di Maccarese per scovare e abbattere le ricercatissime beccacce. Nel suo articolo, Del Vaso, evidentemente sconfortato dal magro bottino, inserì una storiella che un suo amico – il sig. De Lellis – gli aveva precedentemente confidato, non senza una punta d’ilarità. Era questa ambientata a Capracotta, luogo ideale per cacciatori d’ogni specie: di selvaggina, pesci, funghi, tartufi, frutti e pure di minerali. Il De Lellis «si trovava in compagnia di altro amico a Capracotta a caccia alle beccaccie [sic]. Avevano faticato tutto il giorno e non avevano trovato il becco di un animale». Il problema principale della scarsezza di selvaggina stava, a suo dire, nella folta presenza dei “lacci”, vere e proprie trappole in fil di ferro che servivano alla cattura di animali selvatici proibiti – come mi ha avvertito il bravo cacciatore Piergiorgio Di Rienzo.

Fatto sta che, ad un certo punto, i due cacciatori «s’imbatterono in un numero sterminato di lacci, e da buoni figliuoli si dettero a strapparli, intenzionati a distruggerli tutti. Quand’ecco sbucca [sic] fuori un pecoraro che tutto piagnucoloso si raccomandò di non rovinarlo». Cacciatori e pastore giunsero così a un accordo: i primi avrebbero lasciato intatti i benedetti lacci mentre il pastore si impegnava a scovare le introvabili beccacce. Andò che «fu combinato il provvisorio armistizio e detto fatto a pochi metri dalla capanna del pecoraro furono alzate le tre beccaccie e uccise».

La principessa Ruspoli a Capracotta tira al piattello (foto: G. Paglione)

Ho già detto che Capracotta, al pari dei comuni limitrofi, è il paradiso di ogni cacciatore, e lo era ancor di più in quell’arco temporale che va dall’Unità d’Italia all’avvento del fascismo. Il mio paese era la meta prediletta dei nobili romani e napoletani che vi trascorrevano le vacanze estive: prova ne siano le tante fotografie della famiglia Ruspoli scattate nei primi vent’anni del Novecento. A tal proposito, dirò che Francesco Ruspoli (1899-1989), VIII principe di Cerveteri, in un’intervista rilasciata alla Repubblica del 1987 ebbe modo di affermare: «Mio padre era un gran cacciatore, io ho preso un fucile in mano quando avevo sette anni, a tredici ho ucciso il mio primo “cignale”. Quando ero più piccolo andavamo d’estate a Capracotta in Abruzzo. Facevamo un pezzo di strada in treno sulla linea Carovilli-Agnone, poi prendevamo la diligenza a cavalli. A Capracotta ci arrampicavamo su per Monte Campo che era un posto di caccia alle pernici, ora invece c’è la strada asfaltata e il monte è tutto coperto di case».

Ma, tornando alla nostra storia, il corrispondente Gaetano Del Vaso terminò il suo reportage del 1896 ammettendo che «i migliori cacciatori del mondo sono i pecorari e vi assicuro sarebbe meglio vendere fucile, cane, stivaloni, comprarsi un po’ di pecore e andarvi a fare… cacciatore». Come dargli torto?


Bibliografia di riferimento:

  • A. De Nino, Bellezze naturali di Capracotta, in «Il Secolo XX», V:7, Milano, luglio 1906;
  • G. Del Vaso, Roma, 20 febbraio 1896, in «Caccia e Tiri», X:431, Milano, 27 febbraio 1896;
  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016;
  • D. Pasti, A caccia di cinghiali nelle terre dei principi, in «La Repubblica», 19 agosto 1987.

Copyright: Altosannio Magazine

1 COMMENTO

  1. L’articolo dice della gloria passata di Capracotta… oggi pur essendo meno popolosa è certo sempre frequentata da tanti turisti… –OGGI MENO PECORARI, MA FORSE Più CACCIATORI….
    Però i suoi figli ancora la amano e le danno lustro, unitamente ad altri che vi risiedono…sempre. E penso all’amica MARIA DELLI QUADRI , che di / da Capracotta scrive e racconta con altrettanto umorismo e piacevolezza, come hai fatto tu, nativo …digitale capracottese!

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