Halloween, antiche origini molisane e abruzzesi

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di Mauro Gioielli

Anticamente, il giorno di Ognissanti, nei paesi dell’area matesina, gruppi di questuanti si presentavano davanti agli usci delle case e urlavano «Ciciotti ciciotti per l’anima dei morti» [1], ottenendo legumi e frutta di stagione. La mattina della ricorrenza dei Defunti, nelle località abitate dalle minoranze slave del Molise, schiere di bambini andavano «di casa in casa gridando: bumblice! bumblice!» [2] e ricevevano in dono dolcetti.

La richiesta rituale formulata durante tali questue, com’è facile notare, equivale alla frase pronunciata dai ragazzini nordamericani per la ricorrenza di Halloween: «Trick or treat» (Dolcetto o scherzetto?). Difatti, gli elementi caratteristici della festa di Halloween sono gli stessi di consimili usanze italiane, un tempo abbastanza diffuse e che persistono in alcune aree culturali. Il più distintivo di tali elementi è senz’altro la zucca antropomorfa [3], riscontrabile in specifici riti calendariali di varie regioni [4], fra cui l’Abruzzo e il Molise.

La zucca e la candela

Nella seconda metà dell’Ottocento, Antonio De Nino, trattando la commemorazione dei Defunti in Abruzzo, dà notizia di «monelli chietini» che vanno «a picchiare e ripicchiare in tutti i portoni. Recano anche in giro delle zucche vuote con fori che vi rappresentano occhi, naso e bocca di un teschio e con un lumicino dentro. Pongono questi arnesi anche sulle finestre» [5]. Poi aggiunge che a Canzano Petruzio, «sulle porte delle case, mettono lumi coperchiati con zucche vuote e coi soliti fori da somigliare [a] occhi e nasi di teschi» [6].

Pressoché identica era la tradizione di Lanciano dove, la vigilia del giorno dei Morti (ma a volte anche nelle sere precedenti e successive), gruppetti di ragazzi con un temperino scolpivano a mo’ di volto una zucca oblunga (chiamata cucocce dell’anema de le murte, osemplicemente l’anema de le murte). Dentro l’ortaggio scavato ponevano una candela accesa, ottenuta riciclando la cera recuperata da quella colata dai lumini del camposanto. Poi infilavano la zucca su una canna alta circa due metri e giravano per le strade, cantilenando così: «L’anema de le murte… tà tà tà! L’anema de le murte… tà tà tà!» [7].

Anche nel Molise, a Pescolanciano, fino a pochi decenni fa, la vigilia e la sera di Ognissanti, sui davanzali delle finestre e agli angoli delle strade buie, per far paura ai passanti, si esponevano delle zucche intagliate a somiglianza d’un cranio, con all’interno un piccolo cero [8].

La festa di san Martino

Il già menzionato De Nino attesta l’uso delle cucurbitacee anche in occasione della festa di san Martino: «La vigilia a notte, figuriamoci di stare in mezzo a un vero baccano, anzi a un vero baccanale […]. I giovinastri del paese ci si sono preparati per tempo. Ciascuno tiene in serbo una zucca vuota. […] In Ortucchio, alla vuota zucca si fanno dei buchi a forma di occhi, bocca e naso. Dentro vi si adatta una candela. Nel cocuzzolo si legano due corni più o meno lunghi. L’operazione si compie con l’infilare ad un palo la zucca cornuta. Fatta notte, si accendono le candelette di questi strani lanternoni (forse i cerei dei saturnali), e si gira per il paese al grido di Viva san Martino! Viva le corna!».[9]

Gennaro Finamore accenna a medesime tradizioni abruzzesi, caratterizzate anche dal frastuono: «Ne’ nostri comuni, forse senza eccezione, nelle prime ore della notte che pre­cede la festa [di san Martino], un’accozzaglia di monelli e di beceri chiama a raccolta le persone più notoriamente devote al santo; e con qualche tamburo vecchio, campanacce, padelle, cannelli di canna da urlarvi dentro, e altri strumenti di simil fatta, portando lumi dentro delle zucche vuote, vanno in giro e strepitano più che mai innanzi alle case di coloro che alla finta processione sono in obbligo di andare per far onore al patrono».[10]

Nel Molise, un rituale corrispondente si ripete annualmente a Chiauci, in provincia di Isernia. Anticamente veniva effettuato l’11 novembre ma da alcuni anni lo si fa coincidere col sabato precedente (com’è stato nel 2008) [11] oppure con quello successivo (come è accaduto nel 2009). Ecco la descrizione che ne fa Carmine Di Vincenzo. «…a Chiauci, per la festa di San Martino, in tutte le case si preparano gli gnocchi (cavati) al sugo di carne di maiale. Viene anche cucinata la zucca con le patate pistate condite con la pancetta. Nel pomeriggio i ragazzini allestiscono un fantoccio imbottendolo di paglia; come testa utilizzano una zucca. La cucurbitacea, svuotata, viene intagliata per ottenere il profilo della bocca, del naso e degli occhi. Al suo interno si sistema una candela accesa oppure un lumino. Al buio la luce si diffonde dai fori incisi nella zucca che, vista da lontano, appare spettrale. I ragazzi si nascondono nei pressi e quando sta per arrivare qualcuno fanno un gran rumore e gridano come forsennati fino a far scappare il passante. All’imbrunire, in piazza, si accende un falò con la legna raccolta dagli stessi ragazzini e, in corteo, si trasporta il fantoccio in giro per le vie del paese gridando: «Ué ué, Sante Martì’, tutte le corna a le Quasarì’» (Quasarine è un rione del paese). Non mancano gli sfottò ed i doppi sensi. Alla fine del corteo il pupazzo viene bruciato sul grande falò, a segnare la fine dei chiacchiericci e delle malelingue».[12]

Rifacendosi a tali usanze, Ernesto Giammarco, nel suo Dizionario Abruzzese e Molisano, alla voce “sammartine” scrive: «…maschera ricavata dalla zucca e illuminata all’interno da una candela, che i ragazzi portano in giro alla vigilia di S. Martino (10 novembre) per avere doni».[13]

Editing: Francesco Di Rienzo

Copyright: www.maurogioielli.net

Note

[1] D. Piombo, Morcone, in Il Regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato da Filippo Cirelli, vol. XIV, “Molise”, Napoli 1853-1858, p. 24. La monografia fu redatta da Piombo nel 1855. A quel tempo Morcone era in provincia di Campobasso; nel 1861 passò alla provincia di Benevento.

[2] M. Resetar, Die Serbokroatischen Kolonien Suditaliens, Vienna 1911 (edizione italiana: Le colonie serbocroate nell’Italia Meridionale, a cura di W. Breu e M. Gardenghi, Campobasso 1997, p. 76). Nel libro di Resetar, la notizia della questua nel giorno dei Morti è ribadita, laddove egli scrive che in tale ricorrenza «i bambini vanno per le case a chiedere le bublice. Si danno loro fichi, mandorle, noci, mele, filze di sorbe, e chi non ha tutto questo dà loro fave da sgranocchiare» (op.cit., ed. ital., p. 187). Le bumblice o bublice forse sono delle ciambelle salate (op.cit., ed. ital., p. 239).

[3] La zucca intagliata a forma di testa, con occhi, naso e bocca, è elemento tipico di riti che si effettuano (o si effettuavano) la vigilia delle calende di novembre (in qualche caso pure nei giorni precedenti) o in date ricadenti nella prima decade dello stesso mese (a volte, fino alle idi). In via eccezionale, anche in altri mesi dell’anno.

[4] Le fonti scritte e orali testimoniano l’uso rituale delle cucurbite in tutte le regioni italiane. A titolo d’esempio, segnalo le lumere lombarde, la suca baruca (o suca santa) veneta, la piligréna emiliana, le mortesecche umbre e toscane, le cocce priatorje pugliesi.

[5] A. De Nino, Usi e costumi abruzzesi, vol. I, Firenze 1879 (ristampa, Cerchio 1988, p. 61).

[6] A. De Nino, op. cit., p. 86.

[7] Testimonianza di Angelo Gioielli (nato a Lanciano il 14 giugno 1928).

[8] Testimonianze di Ersilia Pellegrino (nata a Pescolanciano il 6 marzo 1935) e Aida D’Onofrio (nata a Pescolanciano il 12 ottobre 1934).

[9] A. De Nino, op. cit., p. 74.

[10] G. Finamore, Credenze, usi e costumi abruzzesi, Palermo 1890, pp. 184-185.

[11] Nel 2008, l’8 novembre, ho condotto un’indagine sulla festa di san Martino a Chiauci, ed ho anche prodotto una copiosa documentazione fotografica.

[12] C. Di Vincenzo, La festa di San Martino a Chiauci, «Extra», a. XV, n. 38, 8 novembre 2008, pp. 16-17.

[13] E. Giammarco, Dizionario Abruzzese e Molisano, vol. IV, Roma 1979, p. 1815. Il Dizionario italiano ragionato di G. D’Anna, alla voce “zucca”, spiega che la cucurbita maximaveniva usata «dai ragazzi per realizzare teste di fantocci rustici o maschere».

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