GIUSEPPINA “UPPETTA” – di Maria Delli Quadri

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Per chi ha vissuto intensamente il tempo giovanile trascorso nel paese d’origine è facile che riaffiorino alla memoria fatti e persone del passato, nonostante la distanza nel tempo e nello spazio.
A me spesso capita di rivedere con gli occhi della mente alcune figure scomparse da anni che, inspiegabilmente, hanno lasciato traccia nei miei ricordi agnonesi, tanto che, a distanza di anni, ne ricostruisco con precisione i tratti e i comportamenti.
Una di queste è Giuseppina “Uppetta”, detta anche la “zannìuta”. Non so da dove derivasse il suo primo soprannome, né quale fosse il suo cognome. Abitava lungo il corso, di fronte al negozio di rame Gino Cerimele, in una casa di sua proprietà che, dopo la sua morte, sarà  venduta dai nipoti non residenti in paese.

Il nomignolo che la etichettava le si attagliava  addosso come un guanto ed aveva nello stesso momento un suono quasi onomatopeico, riproducendo nella scansione delle sillabe il suo modo di incedere quasi a passo di marcia molleggiata. Donna di mezza età (così me la ricordo), aveva una faccia puntuta e una bocca prominente da cui sporgevano i denti simili a zanne (nasce qui il secondo soprannome) storte e nere. Maniche corte d’inverno e d’estate, gonna dritta e deformata con bretelle, calze  sbrindellate o senza addirittura. Le scarpe non potevano chiamarsi tali: erano piuttosto un paio di sandali col tacco alto e distorto e col cinturino perennemente sceso dietro. Su questi piedistalli incerti e traballanti spuntavano due gambe pelose e un po’ arcuate che reggevano il busto sempre proteso in avanti. Il tutto era coronato da una capigliatura scura, spesso spettinata, con ciuffi che ricadevano sulla fronte e si agitavano al vento.

Viveva da sola e, per compagnia, ospitava in casa alcune gallinelle che avevano diritto di accesso alle camere, potevano passeggiare sulla tavola e becchettare  nel suo piatto; inoltre si affacciavano con lei alla finestra, precisamente a “ru fenestrillo” come si dice ad Agnone o a “r buccitt” come si dice a Capracotta. Giuseppina sporgeva la testa da uno, la gallina di turno dall’altro. Che spettacolo inconsueto! Una famiglia mista, mescolanza di umano e gallinaceo. In cambio le bestiole fornivano alla donna qualche ovetto fresco, cosa tanto rara ai giorni nostri. Camiciaia di mestiere, si diceva che fosse molto brava, anche a rimettere polsi e colli nuovi, come si usava una volta, quando nelle scatole dei capi comprati c’erano i pezzi di ricambio.

La mia nonna materna era sua cliente, avendo in casa, tra marito e figli maschi, diversi uomini. Le due donne si rispettavano e, come si usa tra buoni vicini, talvolta si scambiavano qualche piccola cortesia. Sicché nonna Eufemia un giorno si permise di chiedere, a pagamento, una gallina per fare il brodo al figlio che tornava da lontano. Giuseppina si offese: lei non avrebbe dato la gallinella neanche per un milione. Mia nonna dovette mettersi a buone parole e chiedere scusa. Il brodo fu fatto, ma non con la gallina di Uppetta.

Giuseppina aveva una nemica: la sua dirimpettaia, donna formosa, dalla voce forte e tonante, che sedeva sempre fuori nella bella stagione, e la provocava vantandosi dei suoi corteggiatori che la cercavano (diceva lei) a tutte le ore del giorno e della notte. Questo era il motivo principale della contesa; nella foga della baruffa spuntavano nomi eccellenti di professionisti agnonesi che non disdegnavano affatto l’approccio amoroso con donne popolane dal fisico prorompente, pur essendo mariti o padri amorevoli e devoti. Puntualmente la mattina, dopo l’incontro serale o notturno di una delle due, scoppiava la rissa verbale. Motivo del contendere era naturalmente il carisma e l’autorevolezza del notabile di turno.
Queste frequentazioni particolari fra uomini di tutto rispetto nella scala sociale e donne del popolo piacenti e un po’ ruspanti fanno riflettere sulla natura dell’uomo che, nelle società sanfediste e non, hanno due aspetti diversi e contraddittori: Dio, Patria, Famiglia, questo l’emblema ufficiale; poi…. le altre “cosette” che restano nascoste e segrete, da riferire forse al parroco dietro la grata del confessionale. Sono peccatucci veniali la cui assoluzione è garantita.

Vecchia cartolina di Agnone che riprende la parte di Corso V. Emanuele dove abitava Giuseppina

Giuseppina aveva un’amica: Ndin-Ndon, la escort nostrana con la quale scambiava visite, passeggiate e confidenze. Da questo non si è autorizzati a pensare che anche lei seguisse lo stesso percorso di vita. Erano due anime sole e derelitte in cerca di amicizia e solidarietà; insieme trovavano conforto reciproco e comprensione. Uppetta passeggiava anche da sola lungo il corso principale di Agnone; muovendo testa e occhi da una parte all’altra, esattamente come le sue galline, sembrava quasi volere assorbire nella mente tutto ciò che c’era da vedere: persone, negozi, il bar del Legionario, movimenti di uomini e animali, qualche rara macchina in transito. Il paese allora era movimentato e presentava un aspetto più vivo con crocchi di gente che stazionava, commentando i fatti del giorno, con donne che camminavano pudiche per timore di essere guardate dai maschi, con bambini vocianti che giocavano per via e spesso la molestavano. Lei si difendeva brandendo la borsa come un’arma.
Sapeva che la morte l’avrebbe colta in solitudine e per questo si era raccomandata a due uomini, vicini di casa: il fratello di mia madre e il titolare della tabaccheria vicino casa sua, persone per bene che le avevano assicurato l’assistenza “post mortem”. E invece il destino volle che i due galantuomini morissero entrambi prima di lei. Chi li abbia sostituiti in questo triste incarico non so. A un certo punto, tornando al paese, non l’ho più vista. Era passata a miglior vita. Allora ho pensato, con dolore e con tristezza che di certe persone non resta traccia se non nella memoria di qualcuno che, per un motivo o per un altro, conserva tra i suoi ricordi quello di una persona particolare che ha impressionato, in altri tempi, la sua fantasia.

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Maria Delli Quadri: Molisana di Agnone (IS), prof.ssa di Lettere, oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti. In questa rubrica Maria volge lo sguardo sul mondo almosaviano e nascono pensieri e ricordi.

Editing: Flora Delli Quadri
Copiright: Altosannio magazine

10 Commenti

  1. Pur non avendo mai conosciuto Uppetta, leggendo il ricordo di Maria, molto ben scritto, è come averlo fatto. Personaggio caratteristico e pittoresco che suscita una tenera simpatia. 
    Quando il ricordo, viene trascritto in articoli di questo spessore, lascia ai lettori, un vero e proprio tesoro. 
    Grazie

  2. era veramente un personaggio!  Mio marito era un  conservatore nato: guai a buttare una camicia col collo rovinato! Giuseppina  aveva un compito preciso: ogni estate cambiare o , addirittura girare. i colli delle camicie militari di Giovanni.Quest’ultimo era molto generoso e pagava sempre più del richiesto,un giorno che  la nostra aveva riportato il lavoro  eseguito a puntino, si trovò con Giovanni che usciva dal bagno ,nel vederlo ebbe un’uscita che ,a casa nostra, è rimasta memorabile, esclamò: Scì bendett addò pisc! Davvero il massimo dell’apprezzamento!

  3. …..grazie ancora alla fantastica signora Maria per averci regalato un racconto scritto benissimo….mi ha fatto sorridere tanto anche se condivido pienamente il passaggio finale relativo alla tristezza che accompagna alcune persone…..
    ….io ricordo Giuseppina molto anziana….con i capelli bianchi e scompigliatissimi….la gallina la portava fuori dalle sue stanze, in braccio…a mò di cagnolino…una volta entrò nella farmacia di don Nicola Falasca ed esordì:”….uè…gallnella bella…dì bonasera a don Nicola….”…io ero piccola e rimasi sconcertata….
    ….sulla mitica Upetta, da me meglio conosciuta come la Zanniuta…ho sempre sentito raccontare un’altra storia….in primavera usava fare il bagno alla “callara”, che veniva collocata sul balcone alla “via d’arret”…..si evidenzia che difronte vi era ubicato l’istituto tecnico industriale….potete immaginare i commenti dei ragazzi….     

  4. Giuseppina, forse pochi lo sanno, aveva un suo strano ” vezzo”.. Si affacciava al balconcino che dava sul dietro della strada, completamente nuda, con i seni cadenti, la pelle bianchissima e molle, i peli pubici quasi spariti e quelli che restavano completamente bianchi.Stava lì spesso e a lungo come ad aspettare che qualcuno la guardasse e desiderasse( come ha ricordato maria Pia Marinelli di fronte c’era l’Istituto tecnico Industriale ). Io la ricordo con la chioma canuta e sempre spettinata. Sì, pare fosse molto brava nel suo lavoro di camiciaia e molto economica e spesso si faceva pagare in natura: un quarto di olio d’oliva, del caffè o altro.Inutile dire che il suo lavoro era esclusivamente fatto a mano, non aveva la macchina da cucire. A noi bambine faceva molta paura.

  5. Io ringrazio tutti. Voglio dire che a me viene spontaneo descrivere e rievocare fatti e persone conosciuti tanti anni fa. Credo che ne  siano passati più di 60.

  6. Giuseppina e’ un carissimo ricordo della mia infanzia ad Agnone. Veniva spesso a casa nostra, e mia mamma, Ninuccia Sabelli, le voleva bene. Si’, perche’ nonostante la sua apparente “scorbutichezza” Giuseppina sapeva farsi volere assai bene. 
    Giuseppina mi incuriosiva molto, sembrava un folletto ! forse era un folletto ! 

  7. Da noi a Villalago c’era Clotilde, veniva a casa a raccontarci le canzoni ” favole ” d’inverno, per farci stare quieti,in realtà lo faceva per stare un pò al caldo, ma questo l’ho capito solo in seguito.

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