Gita di primavera a Marina di Camerota

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di Luciano Pellegrini

Il Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni si trova in Campania, nella provincia di Salerno. Il 5 dicembre 1998 l’Unesco lo ha iscritto nella lista del Patrimonio dell’Umanità per l’interesse naturalistico, storico e archeologico. La costa è infatti celebre per la bellezza paesaggistica e per la qualità delle acque di balneazione. Essa è molto frastagliata, costellata di grotte marine, sorgenti, baie inaccessibili dalla terra… ma sabbiose, con alte pareti rocciose a picco sul mare. Nel Parco è inserita la Cala degli Infreschi, un’area marina protetta.

Il programma della Sezione Majella del C.A.I. di Chieti prevede una gita di primavera a Marina di Camerota (SA), base di appoggio per le escursioni. Partiti da Chieti, scegliamo di fermarci durante il percorso a Venosa (PZ), una cittadina costruita dai romani nell’anno 291 a.C. dove nacque il poeta latino Quinto Orazio Flacco (65 a.C.-8 a.C.), che all’età di undici anni, per continuare gli studi, si trasferì a Roma dove poi trascorse l’intera sua infanzia. Visitiamo la casa dove egli venne alla luce e che il poeta cita come la domus affacciantesi sulla grande valle del Reale. Culturalmente, Venosa è conosciuta per:

• il Castello Aragonese, edificato dove sorgeva l’antica cattedrale;

• il Museo nazionale archeologico, noto per l’organizzazione del lapidarium (una raccolta di epigrafi latine ed ebraiche) e di altro materiale archeologico della zona;

• la fontana di San Marco;

• la Cattedrale di Sant’Andrea;

• il parco archeologico, di cui fanno fanno parte le terme, le domus, la SS. Trinità e l’anfiteatro.

L’architettura della SS. Trinità è un richiamo che coinvolge due chiese: la chiesa antica (o vecchia), ovvero una basilica che risale all’epoca paleocristiana, col fonte battesimale esagonale; la chiesa nuova (o incompiuta), la cui costruzione fu iniziata tra l’XI e il XII secolo per ampliare quella antica, ma la cui realizzazione non fu mai portata a termine.

Il tempo trascorre veloce, cosicché è obbligatorio tornare all’autobus per raggiungere la destinazione. Poco distante dalla costa c’è un’isola desolata – chiamata dai residenti Isola della Marina di Camerota – che somiglia vagamente a un cuore. I residenti più anziani mi raccontano che, quand’erano giovani, la raggiungevano a nuoto dalla spiaggia della Calanca. L’isola era allora abitata solo da congili e capre, lasciate libere di pascolare. I proprietari ci ospitano in due residence dignitosi, sia per il vitto che l’alloggio, con un ampio panorama.

Il programma della seconda giornata prevede un’interessante escursione collina/mare, dalla spiaggia Lentiscelle di Acciaroli alla Cala degli Infreschi. Veniamo accompagnati dal consigliere centrale del C.A.I. Eugenio Di Marzio e da Anna Maria Martorano del C.A.I. di Salerno, ex presidente di questa sezione e della Regione Campania per due mandati. La Martorano è una donna “tosta”, preparata, sicura, energica, sempre pronta a dare spiegazioni.

Per percorrere la distanza di circa cinque chilometri, impieghiamo circa tre ore, trascorse a scattare le foto, a parlare e a fissare nella mente quei paesaggi. Cominciamo l’escursione dalla spiaggia di Lentiscelle, situata sotto il promontorio alla sinistra del porto, dove c’è la Grotta della Cava, di origine calcarea. Geologicamente questa ha preso forma fra 210 e 195 milioni di anni orsono: interessanti le stalattiti e stalagmiti. Il sentiero inizia a salire e ci imbattiamo in una grotta pastorale, col panorama sul golfo che corre all’infinito. La segnaletica verticale è scarsa e su di essa si nota la sigla “TPC” (Trans Parco Cilento: un sentiero che da Agropoli arriva a Scario percorrendo gli oltre 100 km. di costa cilentana) e “Sentiero Mediterraneo E12”, che parte da Castrocucco di Maratea, in Basilicata, e percorre tutta la costa tirrenica fino a Ventimiglia, in Liguria.

Il nostro sentiero è un continuo saliscendi con dislivello di 400 metri e difficoltà T/E. Vi sono tratti con asfalto, altri terrosi, boscosi e ombreggiati, con scorci mozzafiato sul mare. Superato l’ultimo promontorio – dopo aver ignorato i sentieri che raggiungono la spiaggia di Pozzallo e Cala Bianca –giungiamo alla Cala degli Infreschi, conosciuta dagli antichi romani perché qui si rifornivano dell’acqua dolce che fuoriusciva da un pozzo naturale. Il colore turchese dell’acqua invoglia al tuffo per il primo bagno della stagione! Rilassatici e consumato il pranzo al sacco, attendiamo i barcaioli che ci traghettano a Marina di Camerota. È incantevole entrare nelle grotte, in alcune delle quali siamo costretti a semisdraiarci per non urtare il capo; luoghi di cui, con cultura e professionalità, ci vengono fornite da questi uomini di mare tutte le informazioni, con ricchezza di appunti storici, culturali e paesaggistici.

Visitiamo la Grotta di Cala Fortuna, conosciuta anche come Grotta Azzurra, per il miracoloso risultato creato dall’azzurro proveniente dal fondale marino e dalla luce del sole che penetra da una piccola apertura situata nella grotta stessa a livello del mare.

La Grotta del Pozzallo è invece celebre per la presenza d’un pozzo naturale, ma ciò che lascia senza fiato è la figura appesa alla sommità interna della grotta, simile ad una testa di cinghiale.

C’è anche la Grotta delle Noglie, termine che in dialetto locale significa “salame”, tant’è che all’interno sono presenti stalattiti a forma di insaccato.

La Grotta degli Innamorati deve invece il suo nome a una leggenda, dopo che due ragazzi decisi a sposarsi ma ostacolati dai rispettivi genitori, fuggirono rifugiandosi all’interno di questa grotta. Al loro ritorno a casa, le famiglie si videro costrette a celebrare il “matrimonio riparatore”!

Il volo ed “ammaraggio” dei gabbiani ci accompagna durante questa escursione in barca, e il vedere bagnanti nelle piccolissime baie bianche di Cala Bianca e Pozzallo, a prendere il sole o in mezzo all’acqua, fa emergere spontanea l’esclamazione: «Beati loro!».

La terza giornata è impegnativa e la viviamo fra l’ambiente (la risorgenza di un fiume carsico) e la cultura (i dipinti e la casa di José Ortega a Bosco).

Morigerati (SA), nel Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano, è un comune di circa 800 abitanti ed ospita nel suo territorio un’oasi WWF creata nel 1985 che ha un’estensione di 607 ettari. Da quest’oasi si ammira la risorgenza del fiume carsico Bussento che è anche inserita nella lista Geoparchi Mondiali, considerando che custodisce questo rilevante fenomeno carsico. Questo fiume nasce sul Monte Cervati a 1.000 m. e, dopo un percorso lungo poco più di 37 km., sfocia in mare nel Golfo di Policastro, in prossimità dell’abitato di Policastro Bussentino. Lungo il suo percorso si arricchisce delle acque di numerose sorgenti, torrenti e ruscelletti. In prossimità di Caselle in Pittari, si inabissa in un colossale inghiottitoio, La Rupe, per tornare alla luce… 5 km. più a sud, dopo aver percorso il suo viaggio misterioso nelle viscere della terra, nella meravigliosa Forra di Morigerati. È uno dei fenomeni carsici più importanti d’Italia dopo quello del fiume Timavo in Friuli.

Le grotte del Bussento offrono difatti un habitat ideale per la flora e la fauna fluviale. Lungo la forra dell’oasi c’è un microclima che favorisce sia la crescita di muschi molto sviluppati e sia di fauna rara e protetta, come i gamberi, i granchi, la lontra e la salamandra dagli occhiali.

L’escursione inizia da Morigerati su una bellissima mulattiera lastricata in pietra ed in parte scavata nella roccia. Poco prima di raggiungere la grotta, osserviamo attentamente il mulino ad acqua costruito alla fine del XVIII secolo, ora completamente restaurato e funzionante. Fino agli anni ’60, questo mulino è stato fondamentale per l’economia del paese e per tramandare l’importanza che il grano ha rivestito per questa comunità. Nel mese di luglio, proprio a Caselle di Pittari, si organizza il Palio del Grano, dove il grano raccolto viene macinato in questo mulino ad acqua.

Dopo una serie di tornanti in discesa, raggiungiamo l’ingresso della grotta, dove si nota la profonda forra. Per osservarla meglio e poterla fotografare, si scende una scala di roccia.

Ci fermiamo sul ponte di legno… ecco… si vede il fiume… risorto!

In questo ambiente tenebroso, misterioso, si respira un’aria insolita, quasi fiabesca, e il silenzio è violato dal rumore del fiume. Il Bussento, in superficie, offre suggestive visioni lungo la gola, dove acque limpide e fresche formano specchi d’acqua e cascate. Ma non finisce qui…

Su una parete di roccia ci sono i fossili di rudiste. Le rudiste sono molluschi bivalvi tipici del Mesozoico, che vissero in ambienti marini dal Giurassico superiore (150 milioni di anni fa) alla fine del Cretacico (62 milioni di anni fa). Questi fossili si riproducevano in ambienti marini poco profondi, caratterizzati da acque limpide, calde, ben ossigenate ed illuminate. Inoltre indicano con buona precisione l’età della roccia in cui vengono rinvenute.

Tornati al paese, una visita breve ma doverosa al Palazzo Baronale. È un’abitazione privata, ancora abitata ed il proprietario è felice di accogliere i visitatori. Conserva gli arredi originali alla pari di un museo.

Soddisfatti per le emozioni suscitate dalla “risorgenza” del fiume Bussento, al termine della giornata c’è un altro impegno culturale. Bisogna infatti fermarsi a Bosco, una frazione di San Giovanni a Piro. Questa frazione partecipò ai Moti del Cilento nel 1928 ed il pittore José García Ortega immortalò questa insurrezione con un murale su ceramica all’ingresso del paese… con tanto di dedica: “Historia dipinta di Bosco capoluogo per tre volte incendiata e distrutta dai Borbonici che invano tentarono di distruggere con le case e le strade anche l’amore per la Libertà 1828 – perché per tre volte Bosco risorse più fiera e più bella e nel verde di fronte al mare sempre pronta a battersi per la libertà – dipinto da Josè Ortega su ceramica 1980”.

Ortega è stato un pittore e scultore spagnolo. È nato ad Arroba de los Montes in Spagna ed è morto il 24 dicembre 1990 a Parigi. Allievo ed amico di Pablo Picasso, fu un pittore realista che dedicò la vita a esprimere, attraverso la sua opera, i temi sociali che più gli stavano a cuore. Per la sua vicinanza al popolo e la continua rivendicazione della libertà per i suoi concittadini, fu imprigionato durante il franchismo e poi esiliato dalla Spagna. Scrisse questa riflessione: «I creatori d’arte, i poeti, i musicisti, i pittori, si devono rendere conto che il popolo ha bisogno di forme artistiche che attraggano all’unione, per restituire libertà e democrazia al paese». Grazie ad un amico si trasferì a Matera e poi a Bosco. Qui trovò una realtà molto vicina al suo modo di vivere e pensare: la semplicità e la dedizione verso il lavoro nei campi gli facevano ricordare il suo Paese. A Bosco è stato creato un museo per consentire a tutti di ammirare alcune delle opere più belle dell’artista.

Fa da guida ai visitatori un amico fraterno di Josè Ortega, il dott. Nicola Cobucci che ci illustra le sue opere. Visitiamo anche la sua casa, realizzata in un’ambiente rilassante con un panorama meraviglioso!

È ora di tornare a Marina di Camerota, ma devo prima raccontarvi questo divertente episodio. L’autobus è rimasto incastrato in una via… dove non c’era segnaletica stradale che ne vietasse l’accesso. Immediatamente alcuni cittadini han cercato di collaborare con l’autista per aiutarlo a liberare il mezzo, ma hanno soltanto aumentato la confusione. Eugenio Di Marzio, pur trovandosi al mare – quindi senza attrezzatura alpina – ha aiutato l’autista per uscire da questo tunnel, senza che l’autobus subisse un graffio alla carrozzeria, avanzando con una tolleranza di pochi millimetri.

Prima di tornare a Chieti, nel quarto giorno di escursione, compiamo una breve visita a Palinuro per ammirare la costa e rammentare un po’ di storia. Palinuro, protagonista dell’Eneide, era il timoniere di Enea che cadde in mare durante il viaggio verso le coste laziali perché il dio del sonno lo fece addormentare con musica e dolci parole. Lottò per diversi giorni contro la furia del mare aggrappato al relitto, per salvarsi, ma quando toccò la riva fu barbaramente ucciso dagli abitanti di quei luoghi: da allora quel promontorio prese il nome di Capo Palinuro. Tornati al residence, consumiamo il pranzo e poi il definitivo ritorno a Chieti.

Questa gita ha interessato i soci per gli argomenti proposti: l’ambiente e la cultura. Il direttivo del C.A.I. ha scelto la località, ha stilato il programma adatto per accontentare tutti i partecipanti, ha curato i collegamenti e, non ultimo, il costo… incredibilmente basso!

Editing: Francesco Mendozzi
Copyright: Altosannio Magazine

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Luciano Pellegrini Abruzzese di Chieti, oggi in pensione, continua, con dedizione, a praticare le sue passioni: Alpinismo, Ambientalismo, Fotografia, Reportage, Viaggi, Gastronomia, scrivendone su web, carta stampata, su riviste anche on-line.

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