1. Gavio Papio Mutilo, Capo Supremo dei Sanniti

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Tratto da Viteliù-Il Nome della Libertà di Nicola Mastronardi [1] con editing e breve nota introduttiva di Enzo C. Delli Quadri e Musica di Mstislav Rostropovich – Chant du Menestrel – 18 Ottobre 2014

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Peter Paul Rubens – Guerre Sannitiche

Gavio Papio Mutilo, Meddis [2] supremo dei Sanniti Pentri, fu l’Embratur dei Vitelios, in altre parole comandante in capo dell’Esercito Italico; insieme con Quinto Poppedio Silone, capo dei Marsi, condusse la Guerra Sociale o Italica o Marsica – 91 a.C. / 88 a.C. – (http://www.altosannio.it/guerra-italica/) contro Roma, per assicurare alla sua gente gli stessi diritti di cui godevano i cittadini Romani. La guerra non fu vinta militarmente da Roma, come spesso si legge; tuttavia, dopo un primo momento di sbandamento, la Repubblica di Roma seppe difendersi e contrattaccare fino al cuore del territorio Peligno e Sannita. Politicamente, alla fine, la guerra fu vinta dagli Italici che ottennero quello per cui avevano combattuto. Ma questo non significò la pace definitiva tra Roma e i Sanniti. Fu, in particolare, il dittatore romano Lucio Cornelio Silla che, tornato dall’Oriente, non accettando l’immissione degli Italici nel mondo romano quali “Cives Optimo Iure”, marciò su Roma e tentò di sterminare la “Touto” [3] dei Sanniti Pentri.

Nicola Mastronardi, in apertura del suo meraviglioso romanzo storico, Viteliù – Il nome della Libertà, traccia in modo impeccabile gli avvenimenti degli anni successivi, fatti raccontare, in prima persona, proprio da Gavio Papio Mutilo. E’ il momento in cui egli svela la sua identità alla famiglia cui era stato consegnato un “ragazzo” di vitale importanza per il popolo sannita, salvato, diciassette anni prima, dalla strage della sua famiglia, perché fosse custodito al meglio.

Era giunto il momento che quel “ragazzo” si riunisse a Gavio Papio Mutilo per intraprendere la strada della memoria, della verità e del riscatto.

 

Denario-Zecca-al-seguito-di-Papio-90-a.-C.-Testa-di-Libero-e-sul-retro-Toro-Sannita-che-abbate-la-lupa-romana
Denario-Zecca-al-seguito-di-Papio-90-a.-C.-Testa-di-Libero-e-sul-retro-Toro-Sannita-che-abbate-la-lupa-romana

Scritto tratto da Viteliù – Il nome della Libertà di Nicola Mastronardi

“Il mio nome è Gaavis Paapiís Mutíl, Meddíss toutico dei Pentri e dei Carricini, Embratur dei Vitelios nella grande guerra contro Roma”.

Silenzio. Un lungo, interminabile attimo di stupore fra i due coniugi. Lucio Stazio dapprima scosse la testa, evidentemente incredulo, poi reagì; scattò in piedi e affrontò il vecchio faccia a faccia, sovrastandolo minaccioso, come se questi potesse vederlo.

Non è possibile, sei un impostore! Papio Mutilo si è ucciso a Teano più di otto anni fa [4] Tutti videro la sua testa nel trionfo di Silla e poi sui rostri del Foro. Chi sei e cosa vuoi da noi, vecchio? Farai bene a lasciare subito questa casa se non vuoi…”

Il tono della voce era stato violento, minaccioso, ma Lucio Stazio non riuscì a finire la frase. Colui che aveva detto di chiamarsi Papio gli aveva chiuso la bocca con un gesto della mano, interrompendolo. Si alzò di nuovo.

Era la testa di mio fratello, morto durante l’assedio di Nola. Aveva il volto in parte sfigurato in modo che non fosse riconosciuto. Mia moglie Bantia, d’accordo con me, l’aveva inviata a Silla in un cesto: volemmo fargli credere che lei mi avesse rifiutato l’ingresso presso la sua casa paterna e che io mi fossi suicidato. Molti pensarono che lei stessa mi avesse fatto uccidere per salvarsi da Silla; io, infatti, ero in cima alla testa di tutte le liste dei proscritti del… Romano! Ma Lucio Cornelio, pur facendo credere a tutti quella storia, non cadde nell’inganno”.

Tolse la mano dalla bocca di Lucio e tornò lentamente a sedersi.

“Ma lasciate che vi racconti tutto, affinché possiate sapere”.

Lucio Stazio si avvicinò alla moglie prendendole le mani.

Aveva ancora il respiro grosso dovuto alla reazione di poco prima. Si sedette accanto a lei e l’abbracciò. Entrambi avevano lo sguardo fisso sul vecchio; nel viso di Lucio Stazio si leggeva ancora l’ombra del sospetto, in quello di Livia la paura. Il suo cuore intravedeva, con terrore, il vero motivo di quella inattesa visita.

“Mi catturarono più di un anno dopo. Nola si era appena arresa ed io stavo tentando di tornare sui miei monti poiché anche Aisernio, la nostra ultima capitale, era caduta. Fu Verre a prendermi, sui sentieri del Monte Tiferno. Lo aveva inviato Silla. Lui non aveva mai smesso di cercarmi, in segreto. Da qualche tempo mi ero ritirato, cieco, stanco di guerre, lotte, sangue, di tanti sogni infranti di un’intera nazione e di tanti altri popoli, contro il destino che aveva sempre favorito, implacabilmente, Roma. Tuttavia abbandonare la lotta contro i nemici della nostra libertà non era stato possibile per me. Pur avendo ceduto da anni il comando a Ponzio Telesino, l’odio di Silla per me era vivo ed io sapevo di non poter cadere nelle sue mani. Avevo fatto di tutto perché la fazione del Cornelio fosse sconfitta, progettai io l’assalto diretto contro le mura di Roma suggerendo la strada che condusse l’esercito a Porta Collina.[5] Lì il sogno di sconfiggere la Repubblica degli Optimates fu a un passo dall’essere realtà. Poi il fato ancora una volta aveva favorito Silla. I Sanniti, lui, non li aveva mai perdonati. Il suo desiderio di vendetta non si era saziato delle stragi e del sangue italico versato a fiumi come non si era visto a memoria d’uomo. Egli voleva anche me. Voleva la vendetta contro chi era riuscito a progettare persino uno stato indipendente da Roma minacciando ancora una volta la sua stessa sopravvivenza; contro il capo dei più ostinati nemici… i più pericolosi: i Samnites, sotto il comando dei quali, insieme ai Marsi, la rivolta di tutti gli Italici aveva avuto origine. Noi, che avevamo osato alzare la testa per riconquistare l’antica dignitas e la libertà… la nazione che al tempo dei padri era stata la sola vera alternativa a Roma e che ne aveva messo in discussione il dominio sull’Italia. Io,sopra tutti; mi considerava la mente della rivolta insieme a Silone, lo stratega della nuova nazione. Il Romano non mi aveva perdonato nemmeno la moneta oscena del Toro e della Lupa che ricordava a tutti l’oltraggio delle Forche a Caudio. Non aveva perdonato il nostro allearci con Mario e suo figlio, pur di vedere la sconfitta dei nobili conservatori. Infine, avendo subito più volte sconfitte da noi, considerava la touto dei Pentri nefasta per la glorificazione piena della sua persona”.

Una pausa. Si aprì le vesti e mostrò in silenzio il tatuaggio sul petto. Nella stanza il silenzio era assoluto. Riprese.

“Se fossi giunto sui miei monti, essi mi avrebbero nascosto. È lì, nell’Alto Sannio, che avrei voluto finire i miei anni. Ma il Romano non volle lasciarmi andare. Fu dopo la caduta di Nola e la mia cattura, che il dittatore decise di ritirarsi a vita privata. Fu il suo ultimo atto, aveva compiuto ciò che doveva e voleva”.

Lucio Stazio si liberò dalla mano della moglie e, ancora evidentemente incredulo, esclamò: “Perché mai Silla ti avrebbe lasciato in vita?”.

“Volle sfruttare l’inganno in cui mia moglie avrebbe voluto farlo cadere. Aver mostrato al popolo anche la ‘mia’ testa aveva reso completo il suo trionfo su tutti i suoi nemici ora che per tutti anche l’Embratur degli Italici ribelli era morto. Con me in vita, accecato e ridotto in schiavitù nella stessa Roma, la sua sete di vendetta otteneva ancora di più: la mia umiliazione a vita e, attraverso me, l’umiliazione perenne di tutti i Sanniti pentri. Progettò che il mio dolore dovesse rinnovarsi giorno dopo giorno, fino alla mia morte che avrebbe dovuto coincidere con la sua. Fu questa, ai suoi occhi, la sua vittoria più raffinata. Più dei suoi trionfi su Mitridate o sullo stesso Mario. L’ultimo Meddíss toutico, l’Embratur del popolo che a Caudio aveva umiliato Roma e rovinato la sua gens, il comandante supremo di quella gente ‘feroce’ e guerriera la cui scomparsa totale era per Silla l’unica garanzia per la sicurezza dei Romani. Il capo dei capi dei Safinos costretto ad assistere al trionfo di Lucio Cornelio Silla, all’avvento del suo potere assoluto, alla restaurazione della grandezza di Roma. Capite, ora?” Ancora una volta solo il silenzio rispose alla domanda del vecchio.

“Nei mesi in cui mi ha tenuto prigioniero, prima che morisse, egli mi faceva informare delle sue vittorie e di tutti i trionfi di Roma ovunque accadessero. Sapevo puntualmente delle sue vendette contro i nemici e delle proscrizioni, delle riforme che avrebbero riportato la Repubblica all’antica purezza, ma con un potere e domini immensamente più grandi. Roma, dopo la definitiva scomparsa dei Sanniti, e grazie anche al loro sangue, avrebbe potuto finalmente dominare il mondo”.

Chiese dell’acqua. Gli fu portata dal servo Elvio, anch’egli come gli altri incredulo di quanto le sue orecchie stavano udendo. Riprese.

“Fui messo a conoscenza di tutti i dettagli della devastazione cui sottopose la mia terra e della deportazione della nostra gente. Un suo centurione recitava per me, una volta al mese, l’elenco dei nomi di capi famiglia catturati e decapitati nel Sannio da Verre e m’informava del destino di ogni famiglia i cui membri erano trucidati e i figli condotti in terre lontane. Le giovani stuprate, i giovinetti fatti schiavi. Seppi ancora delle distruzioni, della rovina delle cinte murarie di ogni tipo e delle città fino al più piccolo vico… Un resoconto puntuale in cui le atrocità venivano narrate ridendo. Forse Silla sperava in un mio suicidio. O forse era solo il suo modo di torturarmi. Si avverava ciò che aveva promesso: la cancellazione della nazione sannita e della sua memoria; l’oblio eterno dei nomi dei luoghi e dei monti abitati dai Pentri. Fui anche costretto, il giorno della ricorrenza, a essere presente alla festa della vittoria che ricordava la battaglia di Porta Collina e l’eccidio dei guerrieri sanniti… il mio servo doveva raccontarmi tutte le cose che io non potevo vedere. Anche le più oscene contro il mio popolo”.

Kaeso, fuori della stanza, annuì conservando l’espressione di stupore e terrore assunta fin dall’inizio di quel racconto. I suoi occhi erano sgranati all’inverosimile.

Lucio Stazio e Livia apparivano impressionati da ciò che udivano, così come il loro servo che aveva continuato ad ascoltare anch’egli fuori della stanza. Nessuno osò ancora fiatare.

“Una crudeltà” riprese il vecchio, “superiore a ogni umana immaginazione. Poteva dirsi uomo Lucio Cornelio Silla, il dittatore dei Romani? Poteva avere sentimenti umani il capo di un popolo tanto crudele? Quando fui accecato, la notte della mia prima cattura diciassette anni fa, l’ultima cosa che mi fu concessa di vedere era stato lo sterminio di tutti i membri della mia famiglia. Tutto per un suo preciso ordine”.

Chinò il capo e, per la prima volta dall’inizio del suo narrare, una smorfia di dolore gli apparve nel volto.

“Aveva deciso l’estinzione del sangue della mia famiglia oltre che della mia touto…”

Una lunga pausa come a cercare un pensiero più profondo degli altri.

“Ma il romano non ha vinto” disse, e alzò la testa in un rigurgito di orgoglio.

Livia strinse forte la mano del marito, mentre un dolore acuto le attraversò il petto. Lucio Stazio si scosse e riuscì a parlare. Si accorse in quel momento di avere la bocca secca.

“Cosa… che cosa vuoi nella mia casa, forse ti sono venuti meno gli aiuti statali? Perché racconti a noi tutto questo. Sono storie passate. Silla è morto da anni, ormai. Anche se tu… anche se voi foste davvero chi dite di essere, che senso ha ricordare il passato. E perché farlo oggi, qui in casa mia?”

Gavio Papio Mutilo alzò il capo e volse i suoi occhi spenti verso i coniugi; sembrava che li vedesse.

“Una notte di sedici anni fa” disse lentamentericeveste qualcosa da custodire. Lo avete fatto bene. Qualcosa, o meglio, qualcuno che è caro a me come a voi, ma che non vi appartiene. Quel ragazzo è sangue del mio sangue e parte della grande nazione safina. È l’ultimo dei Papii. Appartiene ai suoi monti, non a voi e tanto meno a Roma”.

Livia emise un urlo appena soffocato, il marito dovette sorreggerla. La donna cadde, esanime, fra le sue braccia.

Nocola mastronardi Viteliù

Altosannio, il luogo dove si sviluppano le vicende narrate in Viteliù. Aufidenia=Alfedena. Hereclanom=Schiavi d’Abruzzo. Pesco di Guardia=Pescopennataro. Trevento=Trivento. La Pietra che viene avanti=Petravenniende (Pietrabbondante). Sella dei Sacrati=Sella di Capracotta. M.Karakenos=Monte Saraceno. Santuario della Nazione=Teatro Italico di Pietrabbondante. M.Kaprum=Monte Capraro. Ver=Verrino. Città del Toro Sacro=nei pressi di Agnone. Le tre cittadelle=Le Civitelle
Altosannio, il luogo dove si sviluppano le vicende narrate in Viteliù. Aufidenia=Alfedena. Hereclanom=Schiavi d’Abruzzo. Pesco di Guardia=Pescopennataro. Trevento=Trivento. La Pietra che viene avanti=Petravenniende (Pietrabbondante).
Sella dei Sacrati=Sella di Capracotta. M.Karakenos=Monte Saraceno. Santuario della Nazione=Teatro Italico di Pietrabbondante. M.Kaprum=Monte Capraro. Ver=Verrino. Città del Toro Sacro=nei pressi di Agnone. Le tre cittadelle=Le Civitelle

 

 

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[1] Nicola Mastronardi, Molisano di Agnone (IS), direttore della biblioteca storica. Laureato in Scienze politiche è cultore di materie storiche, giornalista pubblicista e, soprattutto, scrittore. Il suo romanzo storico “Viteliú. Il nome della libertà” è, oramai, un evento letterario riconosciuto da tutti.
[2] Il Meddis tuticus era il più alto magistrato sannitico. Eletto annualmente, era il capo militare del Touto (lo “Stato” sannita), ne curava l’amministrazione della legge, delle finanze, della religione e presiedeva le assemblee collegiali che aveva il potere di convocare.
[3] Il termine osco Touto indicava l’organismo composito, ossia l’unità politica corporativa a base territoriale variabile che costituiva lo “Stato” dei Sanniti.
[4] (80 a. C., 8 anni dopo la fine della guerra italica)!
[5] (82 a. C., sei anni dopo la fine della Guerra Italica);

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