Filastrocche Almosaviane – Il Lamento della Madonna

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Tratta da Le Feste di Agnone  di Domenico Meo – Palladino Editore, Campobasso 2001

Il Mercoledì Santo, nelle chiese parrocchiali, cominciavano le funzioni della Settimana Santa, con l’ufficio detto: Mattutino delle tenebre o battiture, chiamato in dialetto ru vattetìure.[1] Alla celebrazione partecipavano schiere di giovani e ragazzi, perché in un momento particolare  del rito, potevano generare un intenso frastuono.  Nei pressi dell’altare veniva collocato un candelabro triangolare, con infisse 15 candele. L’officiante recitava 14 salmi (9 salmi al mattutino e 5 alle lodi) e a ognuno si spegneva una candela. La chiesa in quell’atmosfera contemplativa e trepidante si riempiva di mistero; le donne raccolte in sublime preghiera, gli uomini attoniti, disposti in fondo al tempio, i ragazzi che attendevano con ansia il momento cruciale creavano uno scenario mistico. Quando rimaneva accesa  l’ultima candela, il sacerdote, inginocchiato, con una bacchetta simulava le battiture e il candelabro si deponeva dietro l’altare. Cominciava l’attimo fatidico per la masnada di ragazzi, che colpivano fortemente lo scalino dell’altare con  dei bastoni nodosi, provocando rumori assordanti. I più discoli, presi dalla frenesia, non esitavano ad infliggere duri colpi  alle porte d’ingresso, ai confessionali, alle sedie e ai banchi.

Le famiglie, il mercoledì, usavano recitare una cantilena religiosa, struggente e monotona intitolata: Ru lamiénde de la Madonna (Il lamento della Madonna), che qui di seguito è trascritta:

 

Addemane e Giuveddì Sande

Madonna e san Giovanni

la Madonna se métte ru mande
e aveva da partì
sola sola se ne iva.
La ngundrètte San Giuanne:
“O Maria, pecchè tu piange?”
“Io piango dal dolore,
ho perduto il Salvatore”.

Casa di Pilato

“Alla casa de Peleate,
loche re truove ngatenate”.
Tucche, tucche: “Chìa é”
“So’ Maria, so’ mamma téja”.
“Mamma, mamma, ndi pozz’aprì
ca re giudei me fanne murì”.
Che sètte fune štiénghe ngateneate,
che sètte chjìeave štiénghe arrenzerrate.
Vàttene pe chéssa via deritta,
ca truove ru masctre che fa re chiuove.
“O mastro ben galande e ben gendile,
allegramènde, che arte facéte?”
“Facce re chiuove a Gesù Nazzaréne”.
“Re chiuove farre curte e ben settile
chéna passà la carne del figlio mia gendile”.
Loche deréte štava Peleate:
“Re chiuove s’éna fa lunghe, late e gruosse
chéna passà polpa, cusctate e uosse”.
Maria quande sendètte quella novella
subbete se iettètte a faccia ndèrra:
De lacreme ne facètte na fundeana
re piéde a San Giuanne je laveava.

Madonna e San Giovanni


Domani è Giovedì Santo/la Madonna indossa il manto/e doveva partire/sola sola se ne andava./La incontro San Giovanni/“O Maria perché piangi?” / “Io piango dal dolore, / ho perduto il Salvatore”./“Alla casa di Pilato,/là lo trovi incatenato”./ Toc, toc “Chi è?”/“Sono Maria, sono mamma tua”./“Mamma, mamma non posso aprirti,/che i giudei mi fanno morire:/Con sette funi sto incatenato,/con sette chiavi sto rinchiuso./Vai per questa strada diritta,/che trovi il mastro che fa i chiodi./“O mastro ben galante e ben gentile,/allegramente, che arte fate?”/ “Faccio i chiodi a Gesù Nazareno”./“I chiodi falli corti e ben sottili/che debbono passare la carne del figlio mio gentile”./ Là dietro stava Pilato:/“I chiodi debbono trapassare polpa, costato ed ossa”./Maria nel sentire questa nuova,/subito si gettò di faccia in terra./Di lacrime ne fece una fontana,/i piedi a San Giovanni lavava.
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[1]Ru vattetìure (le battiture), volevano simulare le percosse dei Giudei a Gesù.
Nel Dizionario Abruzzese e Molisano di E. Giammarco, Ed. Dell’Ateneo, Roma 1968,  il termine si trova sotto la voce vatteture con un duplice significato: battitura, percossa, oppure tabella, strumento che si suona la Settimana Santa. Un altro termine molto comune nel Molise è scurdìa: oscurità, lo scuro, riferito proprio al momento delle battiture.

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