Fiere Commercio e Prestiti dei mercanti ebraici molisani.

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Piccoli nuclei ebraici del molise fra il XV e il XVI secolo

di Ada Labanca [1]

Banchieri ebrei in un manoscritto del XV secolo

Eccoli i poliglotta mercanti ebraici che viaggiano, dall’alto medioevo in poi, «da Occidente a Oriente e da Oriente a Occidente sia per mare sia per terra». Dall’Europa portano nel Medio Oriente broccati, pellicce e spade. Percorrono in lungo e in largo il mar Mediterraneo e, toccando Suez e Medina, arrivano in India e in Cina. Qui, dopo aver acquistato numerose spezie (fra le quali aloe, canfora e cannella) ritornano in Occidente ove vendono i prodotti acquistati [2]. Esprimono, in tale andirivieni, lo spirito genuino del Mediterraneo, antichissimo crocevia culturale, ove i diversi popoli, che s’incontrano, s’intrecciano, si affrontano, si confrontano e si sviluppano, lo rendono mare della dialetticità cosmopolita [3].

Le vicende dell’Italia meridionale, terra dall’innata vocazione mediterranea, in epoca medievale e moderna sono altresì legate a quelle delle comunità ebraiche del regno partenopeo e le storie di tali comunità consentono di collegare, da un lato, lo sviluppo culturale ed economico dei diversi territori del regno di Napoli con quelli dell’Italia centro-settentrionale e dell’Europa dall’altro; di approfondire alcune caratteristiche particolari delle dinamiche commerciali meridionali – si pensi ad esempio ai ferri taglienti di Frosolone  – con le aree mercantili del Mediterraneo [4]. Anche nel Molise, che si affaccerà sul mare Adriatico nel 1806, durante il medioevo e l’età moderna vivono e operano alcuni fuochi ebraici. Essi si trovano, per esempio, a Venafro, Isernia, Campobasso [5], Bojano [6], Termoli [7]. Presenze ebraiche sono pure ad Agnone, ancor prima del sacco di Capua del 1505. Da questo anno, infatti, famiglie di religione ebraica si muovono in due direzioni: alcune si spostano verso Campobasso-Boiano per giungere, passando per Casacalenda e Larino, a Colletorto e Termoli; alcune verso Agnone [8], città degli Abruzzi, regione in cui, fino al XVI secolo, non è soggetto al fisco«quello iudio che non prestasse denari, né avesse modo di tenere banco» [9].

L’accoglienza degli immigrati ebrei è ovunque ratificata da una sorta di concordato e per i banchieri è previsto un particolare patto: la condotta.

«Tra le clausole di carattere giuridico-protettivo [della condotta] – ricorda ancora Attilio Milano – la più importante è quella che dà diritto a ricevere la cittadinanza del luogo al prestatore, ai familiari e ai vari addetti. Questa cittadinanza ha effetto li­mitatamente al periodo di validità della condotta; ma in questo periodo dà al beneficiario diritti più estesi di quelli che hanno gli altri ebrei e perfino i cristiani stessi. A differenza dei primi, il prestatore ed i suoi aiuti possono ricevere l’autorizzazione a non portare il segno, a fissare la loro dimora in qualsiasi zona della città, ad andare armati, a girare liberamente per il contado, a esportare i loro beni al termine della con­dotta, e talora a possedere case e terre quando questo è interdetto agli altri ebrei. Nei confronti dei cristiani, il prestatore ha diritto, in que­stioni mobiliari, di fruire di un procedimento giudiziario rapido e coer­citivo, mentre in questioni di principio riguardanti la condotta, ogni deli­berazione è sottratta al potere giudiziario normale e avocata direttamente al signore» [10].

Grande autonomia è riconosciuta agli ebrei argentari anche per quanto concerne le tradizioni culturali e religiose.  Il prestatore, infatti, «viene autorizzato a praticare le proprie cerimonie cultuali in un ora­torio appositamente scelto e che, nei centri minori, egli ricava da una sala della propria abitazione. Ha diritto a mantenere corsi di istru­zione religiosa e laica, sia per i propri figli sia per qualunque altro ragazzo ebreo della città. Gli è consentita la mattazione rituale degli animali, della quale possono beneficiare anche gli altri ebrei residenti nella città e, parimenti, gli viene garantita la facoltà di acquisto di un appez­zamento di terreno da destinarsi a luogo di sepoltura esclusivo di tutti gli ebrei del luogo. Queste [sono] le norme principali contenute nella condotta, la quale ha in generale una durata di tre, cinque, dieci anni, rara­mente di più» [11].

Sin dal IX secolo i mercanti-prestatori ebrei, al pari di quelli cristiani, provengono da altre realtà e sono detti in genere o  lombardi [12]o forestieri [13]. Quest’ultima parola, se nell’uso popolare finisce per esprimere la «diffidenza per tutto quello che non appartiene alla propria comunità e alla propria cultura», indica tuttavia anche coloro che, in quanto ospiti, bisogna «trattare con particolare riguardo» [14]in quanto portatori di fonti di ricchezza e di modelli di comportamento ritenuti emancipati, se non addirittura à la page.

Da sempre, al tempo di fiere, i negotiatores, percorrendo i tratturi, si spostano di piazza in piazza per vendere i loro prodotti. Dal potere politico sono denominati pauperesperegriniperché durante i loro spostamenti sono soggetti a continui rischi (turbolenze climatiche, malattie, briganti) e il breve soggiorno nei diversi paesi ove si recano, se la foresteria è insufficiente, è da molti vissuto in maniera davvero precaria: dormono all’addiaccio, sotto i ponti, sui loro carri. Per questo sono sorvegliati e protetti da quei signori nei possedimenti dei quali o sono di passaggio o svolgono le loro attività commerciali, e tale protezione asseconda i principi delle relazioni solidali dell’etica cristiana che sembra aver mutuato dal linguaggio dei rapporti economici le parole chiave in uso in quello religioso [15].

Sovente, però, i forestieri, sono assimilati – come avviene anche per gli emigranti nel XIX secolo [16]– ai vagabondi, agli erronesche non solo vagano, errano, appunto, di qua e di là e talora si scostano dal giusto percorso, ma possono errare, allontanarsi cioè dalla verità, smarrire la diritta viae quindi peccare;  per tale motivo sono «da tutti odiati» [17] e ritenuti lontani dalle regole, anche economiche, della cristiana comunità ospitante [18].

La grande depressione sociale e economica della prima metà del XIV secolo è dovuta, come è noto, alla crisi agraria del 1315-1317, al crollo demografico derivante dalla devastante epidemia di peste del 1348 e al catastrofico terremoto del 1349. La primavera del 1315 è così umida da rendere davvero difficile il lavoro degli agricoltori. L’estate piovosa fa marcire gran parte dei raccolti e i vigneti sono resi sterili dai continui temporali autunnali.

Il Trionfo della Morte di Palazzo Abatellis a Palermo

Le famiglie, per sostenersi, prosciugano le già grame riserve alimentari, mentre «i più poveri si rivolgono alle risorse della foresta: radici e piante commestibili, faggine, nocciole e addirittura cortecce di alberi».  L’anno successivo la situazione non muta; nel 1317, poi, può sopravvivere solo chi possiede ancora qualche scorta di sementi o macella gli animali da soma sopravvissuti alla fame. Alla fine dell’inverno il mondo svela il suo tragico profilo: quasi ovunque si vedono bambini abbandonati e talora vittime di atti di cannibalismo; non pochi, poi, sono gli anziani che smettono di nutrirsi per consentire ai giovani di sopravvivere. Muore quindi per inedia e per malattie broco-polmonari e patologie coleriche circa il 15 per cento della popolazione europea. Trent’anni dopo scoppia un altro e tremendo cataclisma distinto in due micidiali fasi: l’avvento, nel ’48, della peste nera, che uccide in Occidente «un abitante su tre» [19], e l’apocalittico sisma dell’anno successivo, che mette totalmente in ginocchio specialmente le terre del Mezzogiorno. La recessione è gravissima. Durante la peste «vengono messe in pericolo non solo le attività economiche e sociali, ma anche le amicizie e i legami parentali e familiari…[Si prende distanza]…da tutto e da tutti. Si affievoliscono sensibilmente la solidarietà, la compassione ed il rispetto verso il prossimo.Il terrore di contrarre il morbo tocca anche sacerdoti e religiosi, dopo che alcuni di essi muoiono rapidamente per essersi accostati ai malati assolvendo al loro compito spirituale. Molte abitazioni rimangono piene di cadaveri senza che neppure i familiari abbiano il coraggio di dar loro sepoltura per non infettarsi…Sulla popolazione…si pos[a] un’oscura ombra di morte, che riempi[e] la vita di una paura continua, in un agghiacciante reciproco sospetto» [20].

Il «savio e avaro» re Roberto d’Angiò [21]– mentre altrove, come in Germania, infuriano i pogrom antigiudaici – nonostante l’ostilità di non pochi ecclesiastici meridionali, apre le porte agli ebrei: ha bisogno del loro commercio e del loro denaro per risollevare le sorti del regno. Nel 1315, ad esempio, interviene «in Puglia per alleggerire la loro miseria» e per cercare «di reintegrare in mani ebraiche» quella mercatura «fra città e città, che un tempo era stata loro prerogativa»; l’anno successivo agisce nella stessa maniera a Salerno; nel 1324 fa riaprire le sinagoghe di Rossano e Crotone, sebbene nel 1328, per difendere le frontiere del regno, imponga «una tassa straordinaria di quindici tarì per ogni ebreo maschio in Valle del Crati, in Terra Giordana e nel resto della Calabria» [22]. Nel 1330 favorisce l’immigrazione in tutto lo Stato napoletano delle comunità israelite delle Baleari, promettendo loro di tutelarle «nelle persone e nei beni» e di non costringerle a nessuna forma di discriminazione fiscale [23].

Con Giovanna I (1343-1381) gli ebrei possono «conversari, mercari e praticariet alia facere more hebrehorum» [24]e con Carlo III d’Angiò Durazzo recuperano gran parte dei privilegi perduti. Nelle terre abruzzesi rifioriscono così le antiche comunità giudaiche fra le quali quelle di Aterno (Pescara) e Lanciano, città, quest’ultima, dove nel 1303 erano confluiti anche alcuni ebrei di Termoli [25], paese della riviera adriatica che sin dal 1203, per volontà di Federico II, ha rapporti commerciali con Ragusa [26].

La necessità di accelerare la ricostruzione economica e produttiva del regno, spinge Ladislao il Magnanimo ad incrementare i flussi d’immigrazione ebraica e il 27 luglio 1400 emana un diploma con il quale permette ai giudei di Acciano, Acquaviva delle Croci, Alfedena, Arpino, Bomba, Cagnano, Campo di Giove, Casalbordino, Forcapalena, Montorio Pacentro, Pentima, Prezza, Rivisondoli, Rocchetta, Vittorito [27],dipendenti dal mercante-artigiano israeliano Leucio Mele, e a quelli di Sulmona, Aquila e Lanciano «di avere scuole e cimiteri propri, di non osservare le feste cristiane, né di essere obbligati a lavorare nelle feste ebraiche, di non portare il segno distintivo, di non partecipare alle prestazioni di mutui in comune ed a qualsiasi altra gravezza e peso, di godere i privilegi, le prerogative e le grazie concesse all’insieme degli ebrei del regno, di acquistare beni stabili, di essere denunziati ed accusati civilmente o criminalmente solo ai capitani della città, di non consegnare, se non dopo la restituzione del denaro, quegli oggetti pignorati presso di essi o dagli stessi acquistati, che risultano di provenienza furtiva, di pagare le collette soltanto sui beni stabili, di vendere i pegni appena trascorso un anno dalla data del prestito, di essere giudicati nelle controversie dai capitani delle città di loro residenza, di essere trattati come cittadini cristiani nel pagamento delle gabelle e in tutte le compere e le vendite di qualsiasi merce e bene, di vestire al pari di ogni altro suddito, e di non essere trattenuti o arrestati in nessun luogo» [28].

Si tratta, insomma, di «uno, di quegli ampi e generosi “diplomi”, che servono ad attrarre mercanti e prestatori verso le piazze [meridionali] bisognose di essere vivificate nelle [29]. Tale strategia è seguita da Giovanna II (1414-1435). Nel 1417 la regina riconosce la piena parità giuridica fra giudei e cristiani, tant’è che rilascia ad esempio per Catanzaro, ove gli ebrei gestiscono in maniera felicissima la produzione dei tessuti di seta, un diploma con il quale stabilisce che «tutti i privilegi accordati alla città debbano andare contemporaneamente a favore di cristiani e di ebrei, senza discriminazione. Anzi gli ebrei, essendo stati maggiormente gravati in precedenza [da oneri tributari], affinché desistano dalla minaccia…di abbandonare la città perché troppo oberati, ottengono la franchigia dal pagamento delle gabelle della tintoria e del [tributo pubblico detto] morthafa, la protezione da ogni molestia che possano dar loro gli inquisitori e gli ufficiali regi» [30].

Nel 1420 e nel 1423, poi, la sovrana concede «le licenze di esercizio e di residenza» ad «Angelo da Todi e a Mosé figlio di Abramo di Aquila, acciocché abitino e commercino con i congiunti e i dipendenti» che vivono non solo all’Aquila, Sulmona, Ortona e Cittaducale, ma anche in altre zone fra le quali Isernia, Venafro [31], la Terra di Anglonie Bojano [32]Gli ebrei che erano vissuti ad Agnone prima dell’età normanna avevano probabilmente introdotto quelle attività artigianali che costituiscono il nerbo dell’economia manifatturiera del paese, i cui Statuti, redatti e riconfermati a partire dal 1404 al 1532, favoriscono, attraverso la franchigia di piazza, i rapporti economici del paese con non poche città, fra le quali non solo l’ebraica Lanciano, centro di fiere di notevole importanza [33], ma anche Furci, Fara San Martino e Solofra [34].

La situazione, ovviamente, non è sempre priva di rigurgiti antisemiti, come quelli dell’Aquila, di Bari e Lecce, pogromche sovente acquistano il colore di crociate contro l’usura, presto soffocate dagli stessi sovrani allorché le disumane persecuzioni mettono a rischio l’economia del regno.

  1. Giovanni da Capestrano, nel corso della sua strenua campagna antifeneratizia dal sapore antisemita, nel 1427 sollecita l’emanazione di un provvedimento regio per relegare gli ebrei di Lanciano in una strada ben precisa e il 13 maggio la regina, seguendo i consigli del francescano, emana addirittura un bando con il quale annulla gli antichi privilegi goduti dalle comunità ebraiche. Dopo tre mesi e mezzo, quando la sovrana si accorge che tale discriminazione sta determinando effetti negativi sulla bilancia Stato, ritira l’editto e dà facoltà agli ebrei di prestare il «denaro su qualsivoglia pegno in ragione del 45 per cento all’anno» e, dopo aver riconosciuto «la ragionevolezza» di tale tasso d’interesse, affranca i giudei del regno partenopeo «da ogni taccia di strozzinaggio» [35].
Trionfo di Alfonso I Aragonese

Sono però specialmente i re aragonesi Alfonso I (1442-1458) e Ferrante (1458-1494) che favoriscono la presenza e le attività economiche delle comunità ebraiche sia per lo sviluppo della «politica commerciale mediterranea», sia per «avere sempre un erario ben fornito» [36]. Per Alfonso il Magnanimo, il re banchiere [37], la cosa pubblica deve poter esprimere i valori della giustizia e dell’equità dell’arte mercantile. In tal senso, afferma Mario Del Treppo, il sovrano si fa garante della «gestione unitaria della finanza statale, la quale, su basi conoscitive sicure e sempre aggiornate…[consente]…in ogni momento dell’azione politica la previsione, il controllo e la programmazione della spesa. A tal fine…[re Alfonso promuove e cerca]…i sostegni necessari anche al di fuori dell’ordinamento istituzionale, nei banchi privati» [38].

Così l’Aragonese, che fa del suo regno il «paese più ospitale» per gli ebrei d’Europa [39], appare quasi un «grande operatore mercantile che d’un sol tratto, ad ogni istante…[può]…esattamente rendersi conto dello stato dei suoi affari, dei profitti o delle rendite della sua [nazione] azienda» [40].

Dunque ritorna il federiciano tempo delle fiere – già recuperato dagli Angioini, dopo il disastro della metà del Trecento – sebbene il modo in cui si guarda alla vita sia sempre quello che «si staglia sullo sfondo di antiche mai vinte bramosie di ricchezza – l’antica seduzione dell’oro –, quando l’attesa miracolosa di un subitaneo cambiamento di statuspuò affidarsi solo al ritrovamento di un tesoro nascosto» [41].

L’attività fieristica voluta da Federico II per «attrarre nel Mezzogiorno mercanzie e capitali forestieri e favorire la circolazione dei prodotti regnicoli» [42]era fiorente sin dal 1234 nelle piazze di Sulmona (11 aprile-8 maggio), Capua (22 maggio-8 giugno), Lucera (24 giugno-8 luglio), Bari (22 luglio-10 agosto), Taranto (24 agosto-8 settembre), Cosenza (21 settembre-9 ottobre) e Reggio Calabria (18 ottobre-1° novembre). Bloccata negli anni della fame, risorge gradualmente quando «i traffici tornano a unire città e regioni bagnate dall’Adriatico» [43]e il concilio provinciale di Benevento del 1374 prescrive «di non forzare più gli israeliti a convertirsi» [44]. Per quanto concerne le terre fra Abruzzo e Molise, solo alla fine degli anni Cinquanta inizia la ripresa, allorché, ad esempio, nel 1358 Ludovico d’Aragona e Giovanna I istituiscono ad Agnone, già luogo di frequentazione commerciale di veneti ed anconetani, la fiera di S. Giovanni Battista dal 18 al 26 giugno di ogni anno [45].

La ripresa economica del XV secolo è pertanto dovuta soprattutto all’incremento del numero delle fiere che da 7 dell’età dell’imperatore ghibellino passano a 230 nell’epoca aragonese. Ogni attività fieristica del Mezzogiorno, diretta e controllata da specifiche magistrature, dura da otto a quindici giorni, si colloca nell’arco di tempo compreso fra la primavera e  l’autunno [46], è organizzata in ben precisi quartieri, costituiti da botteghe e logge  (fatte con il legno proveniente, almeno per quanto concerne buona parte dell’Abruzzo Citra, o dai boschi di Castiglione Messer Marino e di Schiavi d’Abruzzo, che si trovano a poche miglia da Agnone, o dalla Dalmazia [47]) e affittate ai mercanti dagli appaltatori delle stesse [48]; così, mentre i negotiatores vendono i loro prodotti, i notai – anch’essi sovente prestatori di denaro [49]come avverrà ancora nel Molise durante il periodo della prima emigrazione [50]– rogano i contratti di vendita con formule di saldo dilazionato da uno a tre anni [51], secondo i principi consuetudinari del pagamento differito, del lucro cessante e del danno emergente atti a porre sotto il controllo ecclesiastico la mentalità capitalistico-borghese dei mercanti, contro i quali la Chiesa, a partire dall’alto medioevo, condannando il commercio come forma di innaturale accumulazione di ricchezza, «continua la serie di rimproveri, invettive» e «battute polemiche» in senso antifeneratizio [52].

Le fiere del regno di Napoli – distinte da Alberto Grohmann in principali e secondarie, ovvero sporadiche, specializzate e complementari [53]– sono organizzate secondo una struttura di sistema, in modo da non accavallarsi e da consentire al Mezzogiorno flussi periodici di mercanti dell’Italia centro-settentrionale e d’oltralpe, «linfe vitali» e «indispensabili», scrive Grohmann, per «l’interscambio dei prodotti primari locali con i manufatti stranieri e regnicoli» [54].

Le fiere nel XV secolo in un dipinto di Peter Bruegel

Dal «punto di vista geografico e viario si possono individuare, all’interno del Regno, cinque zone economico-geografiche ben caratterizzate e distinte fra di loro. Si tratta della fascia abruzzese-molisana, delle Puglie, della Basilicata, della Calabria e della restante area gravitante sulla costa tirrenica. In queste cinque zone sono distribuite le 230 fiere» dello Stato napoletano. I «trasporti di merci nel Meridione s’effettuano, soprattutto, col cabottaggio marittimo lungo la costa» [55] e all’interno si realizzano attraverso la rete dei tratturi, valorizzata, com’è noto, da Alfonso il Magnanimo nel 1447 con la Mena delle pecore di Puglia.

Il sovrano aragonese, in verità, ha a cuore l’«incentivazione della ricchezza dello Stato, intesa principalmente come massa di capitale monetario e di riserve di metalli preziosi». L’incremento del numero delle fiere e dei mercati diventa quindi non solo uno «strumento essenziale» per agevolare «il movimento dei capitali, la circolazione delle merci, lo smaltimento delle eccedenze agricole, l’aumento nelle singole piazze di attività artigianali e di nascenti manifatture», cose queste davvero necessarie all’accelerazione della «domanda interna e a contrastare l’afflusso dei prodotti stranieri», ma anche un mezzo capace di limitare «il potere della feudalità e per sottrarre alla stessa entrate fiscali, in modo da indebolirne la capacità di contrapposizione al potere sovrano» [56]. In tale prospettiva si comprende l’utilitaristica politica di tolleranza interreligiosa e interconfessionale operata specialmente dagli Aragonesi che vedono in particolare negli ebrei gli uomini chiave per lo sviluppo del Regno. Nel 1469, infatti, Ferrante decreta che «a tutti iudei extra regnum che veneranno et practicaranno  mercantia et altre loro facende intra lo regno, in loro venire et demorare possano gaudere tutte quelle grace che gaudeno li iudei del predicto regno» [57] e nel 1476 accoglie la richiesta delle comunità giudaiche meridionali di estendere i privilegi dei quali esse stesse godono «a qualsivoglia università de iudei de qualunque conditione se sia, tanto forestieri, quanto che di novo fussero venuti nel reame, o dovessero venire» [58].

Finalmente le fiere si riempiono nuovamente di ebrei. Si tratta non solo di operatori afferenti agli Strozzi e ai Medici [59], ma anche «di famiglie di piccoli commercianti o di artigiani» che vendono «panni, derrate alimentari, bestiame, argenterie ed oreficerie» e che costituiscono, per le aree interne della dorsale appenninica distanti dagli snodi importanti dei traffici meridionali, «il tessuto connettivo delle attività economiche» [60]. In tali aree si colloca anche gran parte del territorio montano dell’Abruzzo e del Molise, con le sue fiere sì secondarie, ma tuttavia importanti per l’economia del Regno. Non è un caso il fatto che Alfonso il Magnanimo il 26 novembre 1453 decida, per esempio, di tutelare le attività commerciali dei ramai agnonesi [61]ai quali, cinque anni più tardi, consente di acquisire liberamente presso i diversi fondaci del Regno «ogni genere di metallo per la lavorazione dei rami e dei vasi» [62].

La via degli Abruzzi

La cosiddetta “via degli Abruzzi” unisce la capitale del Regno con gli Stati dell’Italia centro-settentrionale e passa per Isernia e Venafro che si trovano così collegate con Perugia, Rieti, l’Aquila, Sulmona, Teano e Capua; sebbene poi la prima, grazie al tratturo Pescasseroli-Candela, con il suo punto di riposo di Colle della Guardia, e Bojano, sulla stessa direttrice con il riposo di Santa Margherita, rendano l’Alto Molise una sorta di crocevia delle stagionali migrazioni tanto fieristiche quanto pastorali dell’Abruzzo, del Lazio, della Campania, della Puglia e persino della Basilicata, tant’è che nel 1488 alla fiera di Senise (Potenza), che si apre il 10 maggio di ogni anno, sono presenti anche operatori economici di Isernia e venditori agnonesi [63].

Nel percorso volto a collegare l’Adriatico con il Tirreno diventano rilevanti la fiera di Larino, che inizia il 10 ottobre [64], quella di Fornelli [65]e le fiere di aprile e settembre di Agnone, concesse nel 1438 [66]; quest’ultimo centro, inoltre, è in diretto collegamento fieristico-commerciale non solo con Lanciano, una delle più pregevoli piazze dei traffici e dei mercati finanziari anche giudaici dell’Adriatico centro-meridionale, ma pure con Foggia, la capitale della transumanza [67]. Campobasso, poi – che, come racconta Lorenzo Giustiniani, è sede di importanti mercati, fra i quali uno del 7 e 8 settembre che «dicesi antichissimo» e un altro del «28 e 29 giugno, concedut[o] dalla regina Giovanna II nel 1419» [68]– grazie al tratturo Castel di Sangro-Lucera, si spinge verso Foggia che è raggiunta dagli agnonesi [69]tramite l’asse Celano-Foggia, passante per la guelfa Trivento, intersecato dal tratturello  Sprondasino-Castel del Giudice. Per arrivare a Lanciano, invece, gli agnonesi costeggiano i fiumi Verrino e Trigno in modo da percorrere, andando verso Nord, prima il tratturo Centurelle-Montesecco, quindi quello di Lanciano-Cupello [70].

I tempi per raggiungere le località fieristiche sono lunghissimi: basti pensare che per coprire il tragitto Napoli-Firenze occorrono dodici giorni di cammino [71]. Dunque, fra andata soggiorno e ritorno, i mercanti e i loro dipendenti stanno, in ogni primavera e autunno dell’anno, lontano da casa dai quattro ai sei mesi circa. Tale movimento periodico, che pare mettere in luce embrionali forme di comportamento liberal-borghese abortiti durante il periodo della rifeudalizzazione vicereale [72], corre su itinera paralleli a quelli della concorrenziale economia etico-solidalistica del clero regolare, con i suoi conventi eretti anche in prossimità delle fiere [73],  e delle carovane della transumanza, impronta decadente, dopo l’aragonese età dell’oro, della travolgente crisi del Seicento [74].

Sui tratturi camminano, però, anche gli emigranti stagionali che si recano a lavorare, ad esempio, nelle masserie di stato di Lucera [75]. Nel 1450, in Puglia, Alfonso il Magnanimo fonda un’azienda agricola di stato, specializzata nella produzione di grano e orzo. Essa è di grande dimensioni: abbraccia cinque masserie ed è vocata al commercio internazionale. A capo v’è un massaro di campo catalano e per otto anni dirigono l’azienda degli amministratori provenienti sempre dalla Catalogna.

Il centro amministrativo è a Lucera, mentre le masserie distano dalla città al massimo venti chilometri; la loro estensione non è diversa da quelle pugliesi e lucane, sorte in età sveva e angioina e crollate con la crisi del XIV secolo, ma è il progetto economico che le sottende è decisamente moderno e innovatore. L’obiettivo dell’Aragonese, infatti, è quello di trovare efficaci mezzi per lo sviluppo economico delle terre del Regno, allo scopo di rendere più solido il patrimonio statale e correlare efficacemente in chiave commerciale l’attività produttiva del settore tessile iberico con quello agricolo dell’Italia meridionale, tramite forme d’incremento del primario.

L’organizzazione dell’azienda lucerina è davvero articolata. La gestione è statale ed è affidata a tre funzionari della corona: il tesoriere, il maestro massaro e il maestro portolano [76]. Il settore amministrativo è costituito da scrivani, notai e conservatori; quello tecnico da mugnai, fornai, maestranze di carri e aratri e artigiani del ferro e del rame. Esistono poi cinque curatoli (ossia dei vicemassari di campo) ognuno dei quali è responsabile di una masseria ed è sottoposto direttamente al mastro massaro, sorta di direttore generale. La forza lavoro è formata da 492 braccianti che «rispecchiano la diversa intensità dei flussi migratori stagionalmente sollecitati dall’attività dell’azienda» [77].

Il 62 per cento degli operai proviene dalla Capitanata e di questa percentuale la metà è costituita da immigrati «slavi, greci, albanesi, magiari e tedeschi» che si sono stabiliti a Lucera. «Il grosso delle località di provenienza [della manodopera] si trova, rispetto a Lucera – scrive Del Treppo –  dentro un raggio di 35…[chilometri]… Entro un raggio più ampio, di una settantina di…[chilometri]…, si trovano quasi tutte le località del Beneventano, dell’Irpinia, della Basilicata e del Molise», regione, quest’ultima, dalla quale, in tempo di mietitura, partono per l’azienda pugliese braccianti di Campobasso, Cercemaggiore, Gambatesa, Campodipietra e Tufara[78].

La produzione e il fatturato dell’attività sono alti, tant’è che la struttura rende annualmente allo stato ben 5800 ducati; i prodotti sono acquistati da «mercanti toscani e catalani» che li diffondono nei diversi mercati europei [79]. La caratteristica fondamentale è data dalla stabilità dei prezzi dei prodotti, a meno che non ci si trovi in epoca di recessione, ovvero durante momenti flagellati da guerre, carestie e terremoti, periodi nei quali, tuttavia, non manca la speranza nel futuro se, come si dice nel 1488, «secondo comunemente sole accadere, si uno anno è moria sono poy deyce anni più de sanitate, et cossì ancora de guerre, accadeno secondo soli tempi che se è visto…[ poy]… sono stati anni di pace» [80].

Terremoto del 1456 – Lorenzo Izzo

Durante la metà del XV secolo la popolazione dell’Italia meridionale, insediata nei vari agglomerati montani pulsanti sulle cime e nelle valli della catena appenninica, è decimata dal catastrofico e «terribil tremuoto» del 1456 [81], a causa del quale scompaiono definitivamente numerosi villaggi, fra i quali il molisano Staffoli [82]. Per la ricostruzione si favorisce «l’immigrazione delle maestranze lombarde» [83], mentre il successivo incremento demografico è, in molti casi, condizionato dal «flusso di famiglie che emigrano verso l’interno» [84]  per evitare o la minaccia della pirateria saracena o, se sono cristiane ma non cattoliche, le crociate indette contro gli eterodossi.

In queste zone di ricovero, il problema del ripopolamento, derivante dal disastro tellurico, è quindi risolto con l’immigrazione di extraregnicoli per i quali, quasi ovunque, viene attivata, come per gli ebrei, una serie di sgravi fiscali in modo da favorire repentini recuperi produttivi. Nel Mezzogiorno finiscono in tal modo per convivere gente di origine diversa, ognuna con le proprie tradizioni linguistiche, culturali e religiose e questi forestieri, scrive Pier Luigi Rovito, «pur in condizioni estremamente difficili e sotto il tallone di una feudalità esosa, contribuiscono a sorreggere l’approvvigionamento della capitale e, con esso, l’economia del Regno» [85].

Fra i rifugiati ci sono i contadini valdesi. Espulsi da Lione, condannati dalla Chiesa, sono costretti a cercare ospitalità in zone sicure, fra le quali le valli alpine. Cresciuti di numero, nel corso della metà del XIV secolo si spostano anche nell’Italia meridionale e precisamente in Puglia e in Calabria, già terre di rifugio ebraico, alla ricerca di terre da coltivare. Un secolo dopo a Volturara, paesino dell’Alto Fortore non lontano da Campobasso e Riccia, dopo che il terremoto del 1456 e un’epidemia pestilenziale del 1500 falcidiano la popolazione, s’insedia, per volontà di Giovan Francesco Carafa, signore di Volturara, un gruppo di valdesi delle Alpi Cozie, i quali, a causa del loro credo protestante, sono nelle loro comunità di origine perseguitati e soggetti a pogrom. Il feudatario dell’area forturina, per ripopolare il suo territorio, ingaggia «nel Piemonte nuovi vassalli», incentivandoli con «notevoli privilegi fiscali ed ordinamentali», tant’è che gli immigrati ottengono «l’esenzione dei pesi fiscali per dieci anni», il «grano in donativo per un anno», la possibilità di acquistare «la proprietà “franca senza pagamento alcuno…[su]…case, vigne, horti et giardini…[e]…liberamente senza impedimento alcuno”, alienare, attribuire in dote, tramandare in successione. Solo per i terreni, anche questi elargiti dal feudatario, i coloni sono tenuti a corrispondere “a la corte de ogni dodece tomola uno delle victuaglie”» [86].

I valdesi, inoltre, possono partecipare alla gestione dell’Università di Volturara. Ogni anno, infatti, la comunità protestante nomina tre uomini per gli affari pubblici del paese: due sono addetti alla giustizia, l’altro, scelto dal Carafa, entra a far parte degli amministratori delle finanze locali. I tre deputati, poi, con gli altri nominati dal primo magistrato del borgo, additano le persone più adeguate a collaborare con il «Capitanio» per l’organizzazione e la gestione della cosa pubblica. Grazie a tali poteri e privilegi i valdesi non solo conservano i loro usi e costumi e possono professare liberamente la propria confessione religiosa, ma si integrano pienamente nella piccola comunità cattolica: partecipano alla messa domenicale e battezzano i loro figli come fanno tutti, sebbene poi, in un’apposita Schola, continuino ad ottemperare ai loro precetti religiosi [87]. L’accoglienza meridionale è però dovuta a ben precisi interessi economici: i feudatari non desiderano «privarsi dell’apporto di gente veramente apprezzata per operosità e onestà», mentre gli ecclesiastici temono di perdere le decime che i numerosi contadini valdesi sono soggetti a versare loro [88].

L’azione di governo di Alfonso il Magnanimo – che consente al Regno di Napoli, sebbene ancora in senso colonialistico, di proiettarsi nell’economia-mondo[89]–, e quindi quella di re Ferrante, il quale è convinto che il bene del suo Regno dipenda dalla ricchezza dei sudditi, rinforzano la politica della tutela e della protezione degli eterodossi e degli ebrei, specialmente dopo la caduta di Costantinopoli in mano ai turchi, la scoperta del Nuovo Mondo e il disastro sismico del 1456.

Ferrante, anzi, il 12 luglio 1468 stabilisce che per i prestiti superiori a 50 ducati l’annuo tasso d’interesse non superi il 24 per cento, per quelli inferiori, invece, il 36 per cento; a Cosenza e ad Altaviva il compenso sul denaro è individuato nel 30 per cento; nella capitale, ove è viva la concorrenza fra i diversi banchieri ebrei, il tasso è del 18 per cento [90].

Le terre d’Abruzzo e il Contado di Molise, serrati dagli Appennini e solcati da «grossi fiumi…sarebbero», scrive Camillo Porzio nel 1570 nella sua Relazione al viceré di Napoli, «di grande impedimento agli eserciti che volessero farsi innanzi» [91].  È questo il motivo fondamentale che induce alcuni gruppi di slavi e di albanesi, che cercano scampo dalle vessazioni ottomane e dalle catastrofi ambientali che li affliggono, a immigrare in quelle zone montuose da tanti, fra l’altro, ritenute lontane e misteriose [92].

Chiuse nelle gole montane, le varie comunità meridionali sono fra loro collegate da tratturi, tratturelli e bracci che «non scansano le montagne, ma le attraversano», rivitalizzando «l’intero territorio» [93]. Lungo le piste erbose degli ovini, oltre ai pastori e alle pecore in tempo di transumanza, e non solo, si vede circolare anche chi è preposto alla vendita delle manifatture artigianali prodotte, per lo più, dalle abili e raffinate mani degli artigiani ebrei che vivono in Terra di Lavoro, nella Puglia, negli Abruzzi, nella Calabria e nel Contado di Molise. Si tratta, ad esempio,  di addetti allo smercio delle sete non solo di Cosenza e Catanzaro, ma anche di Sulmona [94]; dei tessuti di lana di Giffoni, Cerreto, Piedimonte d’Alife, Amalfi, Cava e Sarno; delle ceramiche abruzzesi di Castelli; dei materiali cartacei amalfitani [95]; delle lame taglienti di ferro e di acciaio di Frosolone e Campobasso, manufatti, questi, che arrivano addirittura nei «lontani mercati dell’Alta Italia e della Provenza, sfidando l’agguerrita concorrenza dell’analoga produzione lombarda e toscana» [96].

Su tali arterie si muovono, ancora, orafi di origine veneta, ramai, commercianti marchigiani, fonditori di bronzo e campanari; fra costoro ci sono anche i Marinelli, quelli del mare, per l’appunto. Nel 1339, dopo la terribile peste nera, giungono, solcando le acque dell’Adriatico, dal Veneto alla comunità agnonese ove, appresa l’arte del bronzo da Giuseppe Campato, impiantano poi una fonderia del bronzo [97]. Agnone – città regia dal 1404, la cui comunità è per la gran parte costituita da artigiani, sacerdoti e frati – adagiata sulle alture a confine fra Molise e Abruzzo Citeriore, per accelerare lo sviluppo economico, nel 1456, proprio perché non toccata dal terribile sisma, consente ai forestieri di godere per un lustro di sgravi fiscali, secondo le regole degli Statuti comunali che vincolano, però, i nuovi cittadini alla residenza definitiva nel centro altomolisano: «I forestieri e stranieri che vogliono fissare il domicilio, ossia venire ad abitare nella Terra di Agnone, siano liberi ed esenti ed abbiano franchigia sul reddito del lavoro personale e degli animali di qualunque specie da essi posseduti, per lo spazio di cinque anni da calcolarsi dal giorno in cui vennero ad abitare…Durante il quale spazio di tempo non sono tenuti né possono esservi costretti a pagare alcune delle collette e tasse che in detto tempo per via ordinaria e straordinaria saranno imposte…Che se per caso, dopo questo periodo di tempo di cinque anni, in un modo qualsiasi si allontanassero da detto domicilio per andare altrove, allora siano tenuti e costretti alla locazione e pagamento intero di tutte le cose predette per tutto il tempo dei detti cinque anni…Sia consentito…agli stessi forestieri venire ad abitare nella medesima terra e ivi permanere per sempre purché non siano angarii e pagarii» [98].

La franchigia dal diritto plateatico è ad appannaggio anche di coloro i quali, vivendo e lavorando in altri paesi, stringono con gli agnonesi rapporti di compravendita di generi diversi, purché promettano solennemente di non venir meno ai valori dell’economia etica di origine tomistica e sostenuta dai francescani dell’Ordine minore. Recitano gli Statuti: «…se qualche forestiero venditore o compratore di alcunché dirà di aver comprato o venduto quella cosa per qualcuno abitante nei luoghi sottoscritti, giuri sui Santi Vangeli di Dio, dopo aver toccato il libro [santo] nelle mani del Bajulo o Sindaco di detta Terra, che in tale acquisto non commette frode alcuna e, dato questo giuramento, non si esiga da lui …[il]…diritto plateatico…Sono questi …i nomi delle Terre che hanno franchigia del diritto plateatico…in Terra di Agnone e la Terra di Agnone in essi medesimi. Cioè: Alfedena, Scontrone, Castel di Sangro, Santa Maria delle Cinque Miglia, San Pietro Avellana, Macchia Stirnata, Pescopignataro, Sant’Angelo del Pesco, Pilo, Lanciano e dintorni, Rosello, Castelvetere, Scanno, Cucullo con tutto il circondario, Celano, Foggia, La Preta di Montecorvino con Motta e tutta la baronia, Ariano con Apricena e tutto il suo circondario, Padula, Civita Teatina, Frangeto di Manforte, Pescocostanzo, Canzano, Pacentro e Palena, Frosolone, Salcito, Intradacqua, Monte Ferrante, Torino [di Sangro], Atessa, Archi, Morrone…[Si concede inoltre]…che gli uomini di Agnone possano fare franchi del diritto di gabella tutti e singoli gli uomini e le persone che vogliono affrancare gli uomini di Agnone nei loro territori…» [99].

Se i prodotti di rame, di ferro e di cuoio, al tempo delle fiere, si possono portare con una certa facilità nei centri diversi, ove non pochi posseggono pure dei fondaci nei quali stipano i loro manufatti, come fanno invece i Marinelli a spostare le pesanti campane sugli «impervi costoni» e le «viottole da capre» che avvolgono come in un gomitolo Agnone? Sono i fonditori a «trasportarsi nel luogo dove è richiesta la campana». Vanno «dovunque a costruire il forno». Il laboratorio è impiantato «all’aria aperta o in baracche improvvisate; terra refrattaria, mattoni, legna e le…mani», ecco ciò che occorre [100].

Il rigorismo etico degli Statuti dell’Università di Agnone vieta alle donne di agghindarsi alla maniera ebraica [101], cioè in modo appariscente con monili preziosi e vesti ricercate; gli abiti muliebri sono severi e i gioielli, nonostante la florida attività degli orafi di origine veneta che qui hanno già da tempo aperto bottega, veramente pochi [102]: per devozione giovani ed adulte «gettano nella colata, dopo averli baciati, i loro anelli d’oro e d’argento, le loro collane». Si dice, quasi a conforto, che per questo atto d’amore la voce della campana diventi miracolosamente dolce [103].

Anche Campobasso è paese d’immigrazione. Gli Statuti aragonesi del 1464 hanno concesso «a la detta Università…che tutte et ciascheduna persona forense et aliena a Terra Campibassi a qual signore o barone si fosse, intendesse venire o venesse ex nunc et omni futuro tempore ad abitare et stare in numero de li altri cittadini et abitanti in essa Terra, possa licite et impune la detta Università accettarli; et non possano per occasione alcuna essere chiamati, vendicati et costretti se debbiano partire et rilassare la detta Terra da Signore o Barone alcuno che fosse o reputasse loro o alcuno di loro superiore; sed libere possano in essa Terra stare et abitare, anco gaudire quella libertà, immunità, prerogativa et gratia che per la detta Università li sarà concessa» [104].

Affluiscono nel centro molisano non solo gente proveniente dai borghi limitrofi, ma anche artigiani forestieri che svolgono diverse attività: panettieri lombardi, mercanti veneti (fra i quali quelli che abitano ad Isernia e posseggono fondaci anche nel capoluogo), librai, appaltatori del commercio della seta e dello zafferano originari di Bergamo e sarti abruzzesi[105]. Dal 1538 il Contado di Molise passa «dalla dipendenza di Terra di Lavoro a quella della Capitanata», amministrata dall’Udienza di Lucera e così Campobasso viene «ancor meglio ad allinearsi sulla direttrice dello sviluppo dell’industria armentizia, rappresentata dai principali tratturi i quali solcano tutti la terra molisana» [106].

Gli ebrei vengono emarginati – Nel disegno, Il mercante di Venezia un’opera teatrale di William Shakespeare,

2) Prestiti e Monti di Pietà

Mentre traffici e popolazione s’incrementano, crescono altresì le transazioni economiche relative al prestito privato, gravato dal  convenzionale interesse federiciano del 10 per cento [107], transazioni che sovente nel Molise e in alcuni ambiti territoriali della Basilicata e della Calabria sono realizzate attraverso le cosiddette «monete sostitutive», ossia «bestiame e derrate agricole» [108].

È però nel corso delle crisi di sussistenza dell’età moderna che il gruppo dei benestanti «costruisce le sue fortune sullo sfruttamento della campagna e del lavoro contadino […] La virulenza delle crisi finisce con l’esercitarsi prevalentemente sugli addetti alle attività agricole, sugli artigiani soprattutto, i quali, inoltre, a causa della facile comprimibilità dei consumi non alimentari (di fronte all’incomprimibilità dei consumi alimentari), non hanno modo di compensare le diminuzioni dei loro redditi reali con un immediato aumento nominale del prezzo dei manufatti…[Diversamente il proprietario]…ha modo di investire ogni anno, e sempre al momento giusto, una porzione dei propri capitali anticipando denaro ai contadini…con vere e proprie operazioni di prestito usuraio a brevissima scadenza (da qualche mese a qualche anno)…[Così, mentre]…cresce il numero delle richieste di prestito…i salari nominali permangono allo stesso livello e i signori sono in grado di imporre i propri patti alle campagne e i propri prezzi alle città» [109].

In verità, per porre un argine al dilagare del prestito privato, gestito specialmente dalle comunità ebraiche, si potrebbe far ricorso al Monte frumentario e a quello dei pegni. Ciò, però, non sempre accade per il crescente potere economico tanto dei locati e dei commercianti quanto degli ecclesiastici.

Il Monte frumentario e quello dei pegni nascono a Campobasso nel 1587 ad opera del frate Girolamo da Sorbo, il padre provinciale dell’Ordine dei francescani, che sana il conflitto di interessi e di potere fra le due fazioni in cui il capoluogo del Contado di Molise è diviso: i Trinitari e Crociati [110]che, a causa delle «loro beghe» circa le «elezioni dei dirigenti del Comune», le «questioni di precedenza nelle funzioni religiose» e le «contestazioni con l’autorità vescovile», impediscono di fatto che il capoluogo abbia «la possibilità di sfruttare» pienamente le concessioni del 1464 «strutturando l’amministrazione municipale sulla base delle faglie o corporazioni di arti e mestieri» [111].

I Monti frumentari e i Monti dei pegni si ispirano ai Monti di Pietà, istituiti dai frati minori agli inizi della seconda metà del XV secolo, sulla base delle teorie economiche anticapitalistiche della scolastica [112], allo scopo di combattere l’usura. Il capitale dei Monti è costituito dalle largizioni e dai lasciti fatti da «persone benestanti e timorate» che versano «in una cassa comune una cospicua oblazione in denaro a fondo perduto», nella convinzione di conseguire «la indulgenza plenaria per ogni peccato commesso» [113]. Poiché il rapporto fra domanda del credito al consumo è inversamente proporzionale all’offerta, nel 1515 papa Leone X concede che i depositi e i prestiti bancari siano coperti dall’interesse semplice del 5 per cento annuo in modo da far fronte alle spese di gestione dei Monti [114]. La decisione del pontefice non si discosta dalle tesi tomiste. Posta la sterilità del denaro [115]e negato il valore del lucrum cessans, S. Tommaso d’Aquino aveva affermato che è lecito chiedere un indennizzo solo quando ci sono ritardi nella restituzione del denaro, «ma non si può nei patti fissare una ricompensa per il danaro [prestato] dovuto al fatto che con quel denaro uno non può guadagnare» [116].

I capitali dei Monti sono divisi in piccolissime quote che possono essere cedute in prestito per sei mesi, previa formale dichiarazione di povertà, a coloro che si trovano in situazione di bisogno. Superato il tempo stabilito, entro il quale il debitore può restituire la somma di denaro percepita a tasso zero, il creditore ha diritto ad applicare un lieve interesse sulla somma concessa a titolo d’indennizzo (il damnum emergens) su quanto di cui egli si è privato. Fare ciò, come insegna l’Aquinate, «non è vendere l’uso del denaro, ma evitare il danno…infatti…[nessuno]…ha il diritto di vendere ciò che ancora non ha e che in più modi potrebbe venirgli a mancare» [117].

L’attivazione di queste opere pie da parte dei francescani è dovuta all’ampia campagna contro l’usura svolta da S. Bernardino da Siena, il quale ritiene illecito e peccaminoso ogni «compenso richiesto sul capitale prestato, non importa a qual titolo e in quale misura»[118].

Nel Molise, agli inizi del XVI secolo, il prestito è, come ovunque, alquanto diffuso, tant’è che gli Statuti di alcune comunità lo vietano e lo condannano formalmente. Ad Agnone, per esempio, il 13 marzo 1504 il frate francescano padre Marco da Bologna, che muore nove anni dopo a Campobasso, compila i nuovi Capitoli statutari sulla base di quelli precedenti che s’ispiravano all’economia etica dei francescani, diffusa, nel secolo precedente, da due padri predicatori dell’ordine del Santo di Assisi, i quali avevano soggiornato ad Agnone: nel 1434 S. Giovanni da Capestrano, «discepolo fervido ed amatissimo di S. Bernardino», e nel 1456 Francesco D’Aragona [119].

Gli Statuti agnonesi del 1504, agli articoli 5 e 6, condannano espressamente il prestito con saggio d’interesse federiciano, in quanto ritenuto di natura usuraria: «Capitula reverendi patris fratris Marci da Bonomia petita ad Universitate Angloni obtempta et promissa per ipsam universitatem et homines ipsius sub promissione et observantia ipsorum facta Omnipotenti deo, omnino Universitatem ipsam observaturam, sunt infrascripta videlicet […] Item el quinto capitulo è che qualincha persona verrà trovato far usura imprestando a dece per cento ovvero più ovvero meno, in qualuncha robba se sia, debba esser privato per la Università predicta de tucto lo capitale applicando alla Camera della Università: et quillo che recepe possa domandar justicia del danno suo et ultra de questo tale dante ad usura incorra in la comunicazione imposta per lo Rev.mo Episcopo, et singuli homini siano cacciati dalla predicta terra de Agnone et in quella mai de nullo futuro tempo torne ad habitar. Item el sexto capitulo è che qualuncha darrà dinari sopra victaglie in erbe non possa far pacto se non come valerrà ad raccolta secondo in lo capitulo antiquo contene et qui farà lo contrario perda tucta la prestanza accusando la persona ne guadagnerà la terza parte; le altre due parti siano confiscate a la Camera de la Università et se li officiali non fanno justitia loro incorrano in dicta pena czo è de pagare quella tale robba[…] Die XXVIII martii 1506 in lo loco de Sancta Croce…Sono stati visti et lecti li capituli et promissioni facti in tempo del Rev.do patre fra Marco de Bologna et retrovando in ipsi doi capituli ne li quali sence faceva alcuna scrupolosità de coscientia non per derogare et diminuire de quelli ma per argomentarli in meglio, e, statuito et reformato in quella promissione che del capitulo del rame dove se contene se possa pigliar tre ducati per migliaro atteso che quilli tre ducati, salva coscientia, considerando el mutuo non se possono pigliar che ce sarìa la usura che volendose dar dicti rami aliquo pacto non sende possa pigliar cosa alcuna excepto quando volessero fare compagnia licita et justa ad perdita et a guadagno lo che sia inpecto de qualsivoglia che lo vorrà fare» [120].

Se dunque l’interesse attorno al 10 per cento viene individuato come indicatore di usura, ciò è dovuto al prestito praticato dappertutto e normalmente da coloro che posseggono terre e denaro, tant’è che a Campobasso l’accensione del mutuo, gravato da un interesse mensile oscillante fra l’8 e il 10 per cento, è possibile solo se il mutuatario dichiara di possedere, per fini ipotecari, beni diversi fra i quali terre, animali e contratti d’appalto[121].

La Chiesa ha fra i suoi obiettivi principali quello di aiutare i bisognosi, specie quando il denaro in circolazione è davvero limitato ed è clandestinamente offerto, anche ai ceti marginali, a tassi d’interesse esorbitanti, tant’è che sovente «l’interesse viene corrisposto in natura» [122]. La lotta contro l’attività feneratizia diventa uno degli impegni principali della Chiesa, sebbene molte università, per risolvere i diversi problemi dell’amministrazione comunale, accolgano «di fatto i prestatori entro le loro mura». Inizialmente costoro sono dei cristiani che, allontanandosi totalmente dal magistero della Santa Sede, pongono degli interessi sul prestito davvero alti, cosa che si ripete ogniqualvolta si sostituiscono agli ebrei, che sono cacciati dalle comunità ospitanti dopo una serie dipogrom. È ad esempio il caso di Cosenza ove nel 1506 il tasso d’interesse lucrato dai banchieri cristiani arriva addirittura al 240 per cento all’anno [123]. Il piccolo prestito che invece gli ebrei concedono non è oneroso e ciò permette loro di affermarsi nelle diverse piazze, grandi o piccole che siano, come unici detentori del lavoro bancario [124].

Come accade per i negozianti e i proprietari molisani prestatori del secondo Ottocento, presso i quali gli emigranti accenderanno mutui per recarsi in America in cerca di lavoro[125], così in età moderna «la feconda attività commerciale» degli ebrei – che sono al margine di ogni dialettica politica – concentra «nelle loro mani una cospicua disponibilità di denaro liquido che, in genere, per l’impedimento delle leggi, non si immobilizza in grossi investimenti», ma viene fatta fruttare attraverso attività finanziarie [126].

3) Il Tragico Viceregno: Crisi, Malgoverno, ed Emigrazione

Lo sviluppo delle attività mercantili e commerciali del Mezzogiorno, dalla seconda metà del XIV secolo per tutto il Quattrocento e oltre, è, come si è visto, in prevalenza gestito dai gruppi ebraici. Essi non possono radicarsi in modo permanente nel territorio ove vivono per i diversi atteggiamenti che il Papato assume nei loro confronti e per le mutevoli esigenze politiche e confessionali dei vari detentori della corona di Napoli. Le comunità ebraiche sono, pertanto, periodicamente sradicate dalle città, ove risiedono in virtù dei protocolli d’intesa stipulati con le autorità centrali e periferiche, protocolli che sono annullati quando, rinnovati cicli di sfavorevoli congiunture politico-economiche condizionano la ripresa della violenza antisemita.

L’invasività dell’antonomastico pregiudizio del deicidio, che rende gli ebrei perseguibili agli occhi dell’integralismo cattolico, separa loro stessi e, quindi, il loro lavoro, dall’essenza della cosa pubblica e li riduce a gruppi distinti dalla società, ai quali non è lecito partecipare alle dinamiche politiche delle realtà in cui tuttavia operano, cosa che favorisce la possibilità per le comunità giudaiche di relazionarsi ai detentori del potere solamente quale forza economica non politica [127].

Parallelamente, invece, tanto l’avvento della chiesa recettizia, favorita nel suo nascere e nel suo consolidarsi dai baroni delle diverse comunità [128], quanto i gruppi cristiani regolari – fra i quali i missionari della Buona Novella secondo gli intenti di S. Francesco, per molti versi anch’essi punti di riferimento della feudalità guelfa – si diffondono ovunque, specialmente nei territori chiave dello sviluppo economico-politico del Mezzogiorno [129], anche come divulgatori dei modelli, fra i quali quelli agnonesi, dell’economia morale anticapitalista e solidalidaristica [130].

Questa trova radici nelle teorie tomistiche circa l’appetibilità dell’uso strumentale della ricchezza materiale per combattere la povertà involontaria, quella cioè determinata dalla concentrazione delle risorse nelle mani di uomini avari e spregiudicati, ostacolanti il bene che l’opulentia può favorire, ossia il sollievo materiale e morale degli indigenti [131]. Se dunque da un lato il commercio, fonte di indebito arricchimento individuale e di accumulazione capitalistica, è condannato non solo perché è contro natura far derivare denaro da altro denaro [132], ma altresì perché l’opera del negotiator esprime forme di smodata avidità [133], dall’altro le attività di compravendita e le altre transazioni economiche sono cristianamente ammesse se, posto il giusto prezzo, favoriscono la distribuzione di quei beni, fondamentali per il sostentamento e «per vivere decentemente secondo la propria conditio e il proprio status» [134].

Il commercio, tuttavia,  è un male necessario perché il mercante diffonde i prodotti anche nei luoghi poveri di risorse, e la sua opera si orienta verso il bene se ha come scopo non il profitto, ma l’equo compenso alle fatiche quotidiane, frutto di applicazione di prezzi secondo il principio dell’indigenza; molti oggetti, infatti, avverte l’Aquinate, non sono valutati «secondo la dignità della loro natura, altrimenti un topo, animale dotato di sensi, dovrebbe essere di maggior valore di una perla, cosa inanimata. Alle cose invece si attribuisce un valore a seconda di quanto gli uomini indigent di esse per il proprio uso» [135].

1510 L`espulsione degli Ebrei dal Regno di Napoli

Con la scoperta del Nuovo Mondo il baricentro dell’economia planetaria si sposta dal mare nostrum ai bacini dell’Europa settentrionale. Carlo V è convinto che il suo potere abbia un fondamento metafisico e che la sua missione sia quella di realizzare una monarchia cristiana universale [136]: fra il 1510 al 1541 scaccia,  anche in nome della limpieza de sangre [137], definitivamente gli ebrei dal Viceregno di Napoli, a meno che essi non si siano convertiti, e il Mezzogiorno, oramai monco di una parte importante del ceto imprenditoriale capace di assurgere a dignità di classe borghese, come avviene nelle altre parti della Penisola e dell’Europa, diventa «ben poca cosa: un “puntino” adagiato sul Mediterraneo», cioè «uno Stato a sovranità limitata, marginale e privo d’appeal» [138].

L’Italia meridionale dipende dal 1503 dalla Spagna che, mentre la sfrutta, agisce, per l’approvvigionamento dell’oro e dell’argento, con violento e disumano colonialismo nell’America delle civiltà precolombiane i cui indiossono definiti humunculi, esseri viventisenza né morale e né leggi [139]. Per molti spagnoli, però, anche gli italiani appartengono a una razza inferiore, infatti, come ad esempio sostiene il marchese di Ayamonte, governatore di Milano nel 1570, «sebbene non siano degli indiani, devono essere trattati come tali: devono capire che sono loro a essere sotto la nostra tutela e non noi sotto la loro» [140].

L’ingresso sullo scenario della storia di Carlo V s’intreccia con la Riforma protestante, la Controriforma, la colonizzazione dell’America e l’avvento degli imperi commerciali. Nel 1525, il re di Francia Francesco I, che nutre mire espansionistiche su Milano, è sconfitto a fatto prigioniero dall’Asburgo a Pavia. Dopo un anno di reclusione firma la pace con il sovrano spagnolo. Subito dopo, però,  dà vita alla Lega di Cognac, alla quale partecipano l’Inghilterra, Venezia, Milano, Genova, Firenze e il papa Clemente VII de’ Medici. I lanzichenecchi, i terribili mercenari di Carlo V, sconfitta la Lega, entrano a Roma il 6 maggio 1527 distruggendola.

L’obiettivo dell’iberico è quello di annullare l’equilibrio fra gli stati italiani e le potenze europee al fine d’indurre queste ultime al riconoscimento dell’egemonia della Spagna sulla penisola italiana. Nel 1528 Genova rompe i rapporti con il sovrano francese ed appoggia finanziariamente Carlo V, cosa che favorisce lo scacco dell’iniziativa di Francesco I che vuole impossessarsi del Regno di Napoli avvalendosi dell’esercito comandato da Odet de Foix, visconte di Lautrec, sbaragliato dall’ammiraglio genovese Andrea Doria.

I baroni e la capitale del regno napoletano condividono l’iniziativa francese volta al dominio sul Mezzogiorno, ma il sovrano spagnolo respinge il blocco dei nobili filofrancesi e, dopo aver loro confiscato i beni, introduce nel Sud d’Italia una feudalità a lui pienamente leale. Anche il Molise è vittima delle lotte fra Francia e Spagna; basti pensare a Pesche, che si trova sulla strada per Napoli, quando, come ricorda nel 1694  l’anonimo stesore del «Catasto generale» del piccolo borgo dell’Isernino, «Mdsù Lo Trecco, capitano generale dell’armata di Francesco primo di Francia…[è]…mandato in Italia all’acquisa, assieme con il duca di Borbone…che venendo per la via del Tronto, con grandissima armata di sedici mila fanti e dieci mila cavalli…passando da queste parti la distru[gg]e a forza di laudonari per non voler soccorre [e] darli sussidio» [141].

Il feroce dilagare delle forze ottomane [142]e la volontà di ripristinare il governo mediceo a Firenze legano le sorti della Santa Sede a quella del re asburgico. Nel 1529 – un anno prima che Carlo V sia incoronato re d’Italia e imperatore del Sacro Romano Impero – papa Clemente VII sigla con il sovrano iberico il trattato di Barcellona, con il quale, in chiave assolutistica, viene riconfermato l’istituto del patronato regio, risalente al XIII secolo, ovvero la facoltà del re di «scegliere il vescovo per una diocesi vacante e di presentarlo al pontefice al fine di ottenere l’investitura canonica» [143]. Il trattato, in verità, consente d’imporre nell’Italia spagnola gli stessi rapporti che subordinano la Santa Sede alla politica madrilena [144]. Inoltre, grazie a tale accordo, lungo il perimetro costiero del Viceregno napoletano vengono individuate ventiquattro sedi episcopali di patronato regio, tredici delle quali luoghi di rilevanti fiere[145]; fra le sedi prescelte vi è Trivento, importante città «di cerniera» [146]tra Abruzzo e Molise, prossima al Trigno (il fiume che «per un lungo tratto» segna il «confine» con l’Abruzzo), solcata da una strada battuta che, unendo «l’alto Vastese e l’alto Molise», la unisce ad Isernia, innescandosi «sulla fondamentale Via degli Abruzzi» [147].

L’avvento del Viceregno napoletano è caratterizzato dalla rifeudalizzazione e dalla subordinazione della Chiesa al potere imperiale, tant’è che nel Campobassano il dominio feudal-militare dei Monforte, scrive Costantino Felice, «acquista rilievo anche sotto l’aspetto economico, giacché per il Molise un tale as­setto politico-militare comporta sicuramente un ulteriore risucchio verso la pastorizia pugliese. Nel Molise così pugliesizzato, tanto sotto il profilo doganale (con Foggia) che istituzionale (1’udienza a Lucera), si producono ef­fetti non trascurabili di periferizzazione, almeno per alcune aree.  In particolare Isernia, tradizionalmente favorita dalla sua collocazio­ne sulla classica Via degli Abruzzi, appare ora soverchiata dal più netto inserimento nel sistema armamentario di località contermini quali Capracotta, Vastogirardi e Frosolone» [148].

Agli inizi del XVI secolo il Molise viene unito alla Capitanata e da questo momento si accresce «il ruolo di Cam­pobasso, situata in posizione più vantaggiosa (rispetto ad Isernia, per esempio) nei collegamenti con la Puglia, tanto dal lato amministrativo e militare che da quello economico (controllo sulla via delle pecore).I legami molisani col Tavoliere si rafforzano poi con Andrea Di Capua, il quale a fine Cinquecento, riaggregando i possedimenti dei Di Sangro e dei Monforte, costruisce a sua volta un vastissimo com­plesso feudale che si estende oltre il Fortore fino a Serracapriola» [149].

All’interno della forza economica dei locati, ossia i proprietari delle aziende pastorali, di origine tanto aristocratica quanto borghese, «dall’ alto Sangro debordano nel Molise anche i D’Affitto con la contea di Trivento. Conseguenza del duraturo e pervadente dominio di questa feudalità…è il consolidarsi di un sistema agro-pasto­rale che tende ad attrarre la regione nell’area pugliese, allentando i collegamenti con 1’Abruzzo e ritardando 1’alternativa cerealicola in direzione di Napoli» [150].

La diocesi di Triveneto, la quale abbraccia i territori che dall’alto Chetino confluiscono in quelli dell’attuale alto Molise, è dunque di vitale importanza per la struttura economica del sistema agro-pastorale. Esso è articolato sull’attività della transumanza su cui gravitano non solo le organizzazioni del potere feudale, espressioni speculari dei rapporti fra Santa Sede e impero carolino, quelle del clero regolare e delle chiese recettizie, ma anche le dinamiche delle fiere il cui numero, però, dopo l’aumento notevole dovuto alla dominazione spagnola, le rendono utili solo «ai contadini e agli abitanti dei piccoli centri, che vi accorrono per approvvigionarsi di beni che essi non sono in grado di produrre e ai proprietari fondiari che se ne servono per smerciare le eccedenze agricole» [151].

Le ventiquattro diocesi di patronato regio rappresentano i rivieraschi avamposti dell’antiterrorismo saraceno dell’impero occidentale che è, da un lato, politicamente antislamico e, dall’altro, economicamente antiebraico,  in virtù dell’ideologico fondamentalismo religioso definito dal principio della purezza della stirpe [152], principio che sfocia prima nell’espulsione degli ebrei  e poi nella bolla di papa Paolo IV Cum nimis absurdum(12 luglio 1555).

L’introduzione nel 1554 del “privilegio dell’alternativa” – ossia l’alternanza dei vescovi regnicoli e forestieri per l’equilibrio «etnico» nella «composizione episcopale» – consente all’imperatore non solo «di recuperarealla causa della monarchia i settori più influenti dell’aristocrazia napoletana, ancora in larga parte riottosa a collaborare…con i nuovi padroni…[ma anche di garantire]…la sicurezza dei domini italiani…favorendo l’inserimento e la partecipazione dei ceti forti nel governo delle strutture amministrative centrali e periferiche del Regno» [153].

L’attribuzione dei vescovi delle diocesi di regio patronato è dunque utilizzata dall’iberico «come “merce di scambio” o meglio come adeguato “strumento di ricompensa” per rafforzare i vincoli di collaborazione e di solidarietà con l’intera aristocrazia meridionale. L’accesso alla mitra appare in questo modo pesantemente regolato da ragioni politiche e il reclutamento episcopale nelle diverse diocesi regie tende ad essere pregiudizialmente segnato da scelte che vanno quasi sempre ad esclusivo vantaggio di elementi appartenenti alle classi privilegiate della società regnicola» [154], cosa che ovviamente emerge anche nella controriformista diocesi triventina [155].

L’espulsione del ceto borghese di religione ebraica dalle terre del Mezzogiorno, promulgata nel 1533 e resa esecutiva solo otto anni per la decisa «opposizione popolare all’estensione dell’Inquisizione spagnola nel Regno»[156], determina nell’Italia meridionale «un depauperamento di risorse umane e materiali, di capacità tecniche ed operative, di servizi necessari ed utili»[157].

Il settore dell’artigianato va a grado a grado sclerotizzandosi mentre per la terribile recessione che caratterizza la seconda metà del XVI secolo e l’intero Seicento, dovuta anche alle continue e penosissime guerre [158]e alle ripetute bancarotte spagnole [159], il costo del denaro aumenta, il potere d’acquisto dei salari, quando essi non sono in natura, diminuisce e l’erario pubblico incontra notevoli difficoltà nella riscossione dei tributi. Il processo di pauperizzazione dei ceti meno abbienti e la persecuzione che viene attivata con violenza estrema contro i non cristiani – è il caso dei valdesi di Calabria fra il 1561 e il 1563 [160]– e gli eretici mettono in moto la macchina dell’emigrazione.

Paese d’immigrazione è la Spagna, la terra meno sensibile all’aumento demografico che caratterizza l’Europa dalla metà del XV secolo fino all’inizio di quello successivo [161]. La Francia e l’Italia sono invece Paesi «sovrappopolati» perché alta è la densità della loro popolazione per chilometro quadrato. La forte miseria che caratterizza le realtà più depresse li rende pertanto dotati «di una forza esplosiva» popolare la quale è in parte ridotta dall’emigrazione [162]. Così, ad esempio, i lavoratori della regione francese dell’Alvernia si recano in Spagna «in cerca di salari più elevati», ma alcuni, essendo di confessione protestante, una volta giunti in Castiglia, sono perseguitati dall’Inquisizione e diventano vittima «oltre che della propria fede, anche dell’inflazione del costo della vita» [163].

Un migliaio di italiani, poi, si trasferisce ogni anno in Spagna per andare in America, la terra dell’oro [164]. Molti ebrei del Mezzogiorno, specialmente dopo il 1541, emigrano invece nell’Impero ottomano che, con Maometto II il Conquistatore, Selim I e Solimano II il Magnifico, li accoglie con favore perché sono periti nell’arte delle manifatture e del commercio. Agli immigrati gli ottomani impongono soltanto il «pagamento di un testatico richiesto a tutti i non musulmani». Questa tassa consente ai giudei di essere esonerati dalla corresponsione dei vari tributi gravanti invece sui sudditi islamici, di «esercitare ogni specie di professione e di mestieri», di rivestire «cariche civili» e «di conservare la propria nazionalità e la propria religione». Città d’emigrazione degli ebrei dell’ex Regno di Napoli è specialmente Salonicco ove le sinagoghe sono chiamate con il nome delle province meridionali di provenienza, cosa che avviene anche a Costantinopoli e  Adrianopoli, in Albania, Grecia, Siria, Bulgaria, a Rodi e Cipro, luoghi in cui i nostri emigranti mantengono a lungo gli usi e i costumi della madrepatria, emergenti anche nelle particolari parlate, originale sintesi fra lingua italiana e diversi dialetti meridionali [165].

Non è un caso che nel 1555 Ogier Ghiselin de Busbecq, il fiammingo ambasciatore imperiale presso la corte del sultano Solimano il Magnifico, nota che la caratteristica peculiare dell’enorme impero musulmano è quella di valorizzare non solo «i meriti personali» anziché «quelli di nascita», ma anche «lo spirito di sacrificio» e «la disciplina»[166]. Per tali motivi a un viaggiatore proveniente dall’Inghilterra i turchi appaiono come «l’unico popolo moderno grande nell’agire» [167].

Gli ebrei del Napoletano, insieme a quelli provenienti da altre realtà della lacerata e non erasmiana Europa cristiana, ove infuriano guerre di religione e persecuzioni antigiudaiche, consentono agli ottomani di «mantenersi al corrente con i progressi dell’Occidente in fatto di macchine d’assedio, fortezze, artiglierie, costruzioni navali». Così, mentre gli islamici si giovano del lavoro dei forestieri provenienti dal Vecchio Continente, gli immigrati possono vivere in un clima dominato dalla «massima tolleranza» e dalla «pacifica convivenza di fedi diverse», nel quale non si conoscono privilegi e ove ciascuno può mettere a frutto le proprie attitudini in modo da conseguire fortuna [168].

 


Editing: Enzo C. Delli Quadri 
Copyright: Altosannio Magazine 


[1]Ada Labanca, molisana di Agnone con alle spalle studi filosofici e perfezionamenti in didattica della storia e in bioetica, Docente di Storia, Professoressa, Cultrice di Didattica e metodologia della storia presso l’Università degli Studi del Molise, Relatrice in occasione di numerose manifestazioni culturali, ama la sua terra, coltivandone tutti gli aspetti più significativi, interessanti, importanti e rilevanti quali l’emigrazione, i moti anarchici, la transumanza, la fame, le epidemie, i diritti, la rivoluzione del 1799, i campi di concentramento, la salute e la medicina, i fermenti sociali e politici del Sannio, la crisi d’identità dell’uomo del Mezzogiorno, l’Illuminismo Molisano.
[2]P. G. DONINI, Le comunità ebraiche nel mondo, Roma, Editori Riuniti, 1988, p. 67. V. anche il mio saggio pubblicato sulla “Rivista Storica del Sannio”, n. 1/2006, pp. 125-156. Ed ancora il mio Giurisdizione regia e commerci nel Molise nella prima età moderna, in M. SPEDICATO (a cura di), Stati e chiese nazionali nell’Italia di antico regime, Atti del Seminario, Lecce, 29-30 settembre 2006, Università del Salento, Dipartimento di Studi Storici dal Medioevo all’Età moderna, Galatina (LE), EdiPan, 2007, pp. 265-284.
[3]F. BRAUDEL, La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II, Paris, A. Colin, 1949 ; Il Mediterraneo. Lo spazio la storia gli uomini le tradizioni, trad. it. G. Socci, Roma, Newton & Compton Editori, 2002; G. BRANCACCIO, Nazione genovese. Consoli e colonia nella Napoli moderna, Napoli, Guida, 2001.
[4]Cfr., L. FRANGIONI, I ferri taglienti del Molise nel XIV secolo, Quaderni di Studi Storici, 3, Campobasso, 1993 (Università degli Studi del Molise, Dipartimento di scienze economiche gestionali e sociali).
[5]N. FENORELLI, Gli ebrei nell’Italia meridionale al secolo XVIII, Torino 1915, Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1999pp. 55, 64, 65, 117, 150, 178.
[6]V., p. e., M. CAMPANELLA, Boiano tra storia e cultura popolare, Boiano, s. e., 1977, p. 16.
[7]N. FENORELLI, Gli ebrei nell’Italia meridionale, cit., p. 64; A. LIBERATO, Gli ebrei in Abruzzo, Lanciano, Editrice Itinerari, 1996, cit., pp. 34, 211.
[8]G. BRANCACCIO, Nazione genovese. Consoli e colonia nella Napoli moderna, Napoli, Guida, 2001; A. ARDUINO-C.  ARDUINO, Agnone nella memoria, IV, Agnone, Editore Cristian Arduino, 2003, p. X;
[9]Archivio di Stato di Napoli (da ora in poi ASNA), Regia Camera Sommaria, Part. 20, fasc. 30 t, in N. FENORELLI, Gli ebrei nell’Italia meridionale, cit., p. 134.
[10]Ivi, p. 117.
[11]Ibidem.
[12]Scrive Gemma Volli: il mestiere di prestatore «veniva esercitato anche dai cristiani, specialmente italiani; ed è perciò che essi [ebrei] erano chiamati Lombardi, nome dato loro nei paesi d’oltre Alpe, sebbene fossero prevalentemente toscani e soprattutto fiorentini» (Cfr., G. VOLLI,Breve storia degli ebrei in Italia, II, in Internet, www.morasha.it/ebrei_italia).
[13]La «massiccia presenza in Italia meridionale dei mercanti stranieri – scrive Giovanni Vitolo – già si era manifestata in tutta evidenza durante gli anni di regno di Federico II (1208-1250) e anzi affondava le sue radici nei decenni precedenti» (Cfr., G. VITOLO, Il Regno angioino, in Storia del Mezzogiorno, IV/1, Roma, Edizioni del Sole per Rizzoli, 1986, p. 12). Non a caso gli ultimi sovrani normanni «erano stati costretti, nel timore di una invasione imperiale, a sollecitare l’aiuto…delle repubbliche marinare italiane mediante la concessione di ampi privilegi commerciali» (Ibidem). Fra il XII e il XIII secolo, negli Stati centro-settentrionali della Penisola è già «in atto una fase di intensa urbanizzazione e di espansione demografica» e le città, caratterizzate da «una struttura prevalentemente industriale» e da una serie di prodotti agricoli «sempre più insufficiente alle loro necessità» cercano specialmente nel Mezzogiorno, «uno sbocco alla loro produzione industriale» (Ibidem). Per tale motivo i mercanti forestieri finiscono per diventare «un elemento propulsivo» per le attività economiche del regno meridionale.  Venezia, poi, ha «innanzitutto relazioni con la Puglia: all’inizio del secolo XII, mercanti baresi [la] frequentano e nel 1232 viene proibito agli abitanti del Regno di importare da Venezia prodotti che non provengano dal Regno stesso» (Cfr., J. M. MARTIN, Città e campagna: economia e società, in Storia del Mezzogiorno, III, Napoli, Edizioni del Sole per Rizzoli, 1990, p. 349). I mercanti ebrei delle Marche, regione considerata «il più attivo corridoio commerciale dell’Adriatico», percorrendo «la via di Roma», smistano i prodotti anche dell’Italia centro-meridionale nelle «più importanti città del Nord e su su, fino alle lontane Fiandre». Fra i beni destinati al commercio vi sono pure le pelli e il cuoiame dai quali derivano una quantità di manufatti, infatti appartiene inizialmente a loro «l’arte di conciare in modo perfetto [persino] le pelli locali, poiché sanno come estrarre l’allume dalle vecce»; mentre dal cuoio ricavano «tavoli, armature, apparati o più semplicemente scarpe» (Cfr., M. L. MOSCATI, Breve storia degli ebrei marchigiani, in Internet, www. morasha.it/zehut/ mlm06_ebreimarchigiani. html).
[14]A. GIANNI-L. SATTA, Dizionario italiano ragionato, Firenze, G. D’Anna-Sintesi, 1988, p. 742.
[15]G. TODESCHINI, Commerciare nell’Occidente medievale: il Sacro quotidiano, in Internet, dipeso.economia.unimib.it/pdf/iniziative/todeschini%20wp.pdf, p.1. Maurizio Blondet, nella recensione al saggio di Giacomo Todeschini I mercanti e il tempio. La società cristiana e il circolo virtuoso della ricchezza fra Medioevo ed Età moderna (Bologna, Il Mulino, 2002), sottolinea che lo storico milanese abbia prima di tutto ricordato come «l’economia ”razionale” sia nata nell’ambito culturale del cristianesimo. Già Max Weber aveva affermato nel 1919 che l’inventore collettivo dell’economia scientifica era stato il monachesimo occidentale, ovviamente quello di san Benedetto, dell’ora et labora: proprio perché metodicamente applicati al fine ultimo, la Salvezza, i monaci programmavano e rendevano funzionale allo scopo ogni attimo della vita, compreso quello economico.  La giusta e utile amministrazione della ricchezza è già nelle parole di Cristo. La moltiplicazione dei pani e dei pesci, il mutare l’acqua in vino alla nozze di Cana additano fin dal principio un Cristo “economista”, attento al benessere materiale degli uomini. San Paolo diceva di sé nella Lettera ai Filippesidi poter vivere di poco (penuriam pati), ma anche navigare nel benessere (abundari) senza venir meno al proprio ideale cristiano. Beni spirituali e beni materiali sottilmente si identificano, e nello stesso tempo vengono mantenuti distinti nella coscienza cristiana. Nel 1239, per esempio, re Baldovino, per le necessità del regno, dà in pegno a mercanti veneziani la Corona di spine creduta autentica. Baldovino, però, non potendola riscattare, supplica Luigi IX di Francia di farlo per lui. Ma lo fa aristocraticamente: non gli cede un’obbligazione creditizia, bensì dona al francese la reliquia impegnata che re Luigi riscatta a carissimo prezzo. Le reliquie, quindi, potevano circolare come moneta, essere barattate, rubate, senza essere tuttavia ridotte a meri beni economici soggetti a speculazione» (Cfr., “Avvenire”, 18 Maggio 2002, anche in Internet, www.kattoliko. it/leggendanera/medioevo/partita_doppia.htm).
[16]Cfr., ad esempio, l’art. 65, Sezione VIII, allegato B della Legge 20 marzo 1865, n. 2248; la circolare del Ministero dell’interno del 23 gennaio 1868.
[17]V. PAGLIA, Storia dei poveri in Occidente. Indigenza e carità, Milano, Rizzoli, 1994, p. 233.
[18]V., p. e., O. LANGHOLM, L’economia in Tommaso d’Aquino, Milano, Vita e Pensiero, 1996; G. CECCARELLI, Il gioco e il peccato, il Mulino, Bologna, 2003;O. BAZZICHI, Alle radici del capitalismo. Medioevo e scienza economica, Cantalupa (Torino), Effatà Editrice, 2003; G. TODESCHINI, La ricchezza degli ebrei: merci e denaro nella riflessione ebraica e nella definizione cristiana dell’usura alla fine del Medioevo, Spoleto, Centro Italiano di Studi sull’Alto medioevo, 1989; Id., Il prezzo della salvezza. Lessici medievali del pensiero economico, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1994; Id.,Ricchezza francescana. Da povertà religiosa  alla società di mercato, Bologna, Il Mulino, 2004. In quest’ultimo studio l’A. sottolinea la modernità della visione francescana del mercato, prospettiva che, sin dal suo sorgere, considera la ricchezza individuale un elemento fondamentale del bene comune. Le valutazioni sulle fortune possedute dai cristiani definiscono il modo in cui i credenti devono fare buon uso dei beni terreni. I francescani, quindi, producono testi sulla circolazione del denaro e sulle regole del mercato, distinguendo tra investimento sociale della ricchezza e accumulazione improduttiva. La figura del mercante operoso è positiva se la sua attività consente l’affermarsi della cristiana felicità comunitaria, mentre la ricchezza del proprietario terriero, qualora esprima l’egoistica ed indebita accumulazione di beni e risorse, appare, dinanzi agli occhi di Dio e del suo popolo, sterile e negativa.
[19]P. ACOT, Storia del clima, Roma, Donzelli, 2004, pp. 109-111.
[20]E. BUTTERI ROLANDI, Anno 1347-1348. La terribile peste nera. Vittime: metà della popolazione italiana, in Internet, www.cronologia.it/storia/aa1347b.htm, p. 1.
[21]A. MILANO, Storia degli ebrei in Italia, Torino, Einaudi 19922, p. 56.
22]Ivi, p. 185.
[23]Ivi, p. 186.
[24]ARCHIVIO DI STATO DI NAPOLI (da ora in poi ASNA), Cancelleria Angioina, Registri, 366, f. 111, in N. F. FARAGLIA, Codice diplomatico sulmonese, Lanciano 1898, in N. FENORELLI, Gli ebrei nell’Italia meridionale, cit., p. 63, anche in A. MILANO, Storia degli ebrei in Italia, cit., p. 186.
[25]N. FENORELLI, Gli ebrei nell’Italia meridionale, cit., p. 64; Nel 1172 a Termoli s’insedia una colonia di mercanti di Ravello che costruiscono i loro alloggi in un quartiere extra moenia(C. CAPPELLA, Cronologia degli avvenimenti che hanno coinvolto il territorio di Termoli, Termoli 1990, anche in Internet, www.comune.termoli.cb.it/LaCitta/Storia/ragusa.htm, p.3).
[26]Nel 1203 Termoli stringe rapporti commerciali con Ragusa, ratificati dal trattato del 3 marzo: «Noi Mainardo, Ruggero e Guglielmo Lombardo, giudici imperiali della città di Termoli, e io Trasmundo milite camerario, unitamente all’intero popolo della stessa città, volendo sempre mantenere e avere in comune con i Ragusei vera fratellanza e intatta amicizia, con pari consenso e comune volontà, accogliamo tutti i Ragusei a parità di condizioni tra i nostri cittadini, e vogliamo e desideriamo che gli stessi si sentano tutelati e sicuri nella nostra città. Pertanto condoniamo e quietanziamo a tutti i cittadini di Ragusa ogni tributo di piazza e di alberaggio, affinché, a parità di condizioni, essi siano presso di noi liberi ed esenti dai suddetti tributi, e nessuno presuma o si senta autorizzato ad esigerli, né essi Ragusei siano tenuti a dare ragione di ciò a nessuno. Abbiano i Ragusei nella nostra città gli stessi diritti e le stessi agevolazioni che noi siamo soliti avere» (Cfr., Internet, www.comune.termoli.cb.it/LaCitta/Storia/ragusa.htm).
[27]appartenenti a Giacomo Cantelmo (Cfr. N. FERORELLI, Gli ebrei nell’Italia meridionale, cit., p. 65). «In Abruzzo i Cantelmo vennero con Giacomo nel 1284, che fu nominato dal re Carlo II d’Angiò Giustiziere di Abruzzo Citra. Dopo di allora ebbero molti feudi in Abruzzo e Molise tra cui Acciano, Acquaviva delle Croci, Alfedena, Arpino, Bomba, Cagnano, Campo di Giove, Casalbordino, Forcapalena, Montorio Pacentro, Pentima, Prezza, Rivisondoli, Rocchetta, Vittorito» (Cfr., Internet, www.abruzzoheritage.com/magazine/2001_05/0105_b_it.htm).
[28]ASNA, Cancelleria Angioina, Registri, 366, f. 111, N. F. FARAGLIA, Codice diplomatico sulmonese, Lanciano, s.e., 1898, pp. 262 ss., G. PANSA, Gli ebrei in Aquila nel sec. XV, l’opera dei Frati Minori ed il Monte di Pietà istituito da San Giovanni della Marca, in “Bollettino della Società di Storia Patria negli Abruzzi”, XVI(1905), ser. II; C. MINIERI RICCIO, Notizie storiche tratte da 62 registri angioini nell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli 1877, in N. FERORELLI, Gli ebrei nell’Italia meridionale, cit., pp. 64-65.
[29]A. MILANO, Storia degli ebrei in Italia, cit., p. 187.
[30]Ivi, p. 188.
[31]N. FERORELLI, Gli ebrei nell’Italia meridionale, citato.
[32]ASN, Cancelleria Angioina, Registri, 377, f. 43.
[33]Cfr., p.e., A. BULGARELLI LUKACS, La difficile conquista dell’identità urbana: Lanciano tra XIV e XVI secolo, in “Società e storia”, 1997, 75, p. 12; Id.,«Alla fiera di Lanciano che dura un anno e tre dì». Caratteri e dinamica di un emporio adriatico, in “Proposte e ricerche”, 1995, 35; Id.,Da fiera e città: sviluppo fieristico e identità urbana a Lanciano tra XIV e XV secolo, in “Archivio Storico del Sannio”, 1996, 1; Id.,Mercati e mercanti in Abruzzo (secoli XV-XVIII), in M. COSTANTINI-C. FELICE (a cura di), Abruzzo. Economia e territorio in una prospettiva storica, Vasto, Cannarsa, 1998; A. BULGARELLI LUKACS, Il commercio in Abruzzo tra Quattrocento e Settecento, in Storia dell’Abruzzo, 3, Roma-Bari, Laterza, 1999, in A. GROHMANN,  Le fiere dell’Italia meridionale in età moderna, in P. LANARO (a cura di), La pratica dello scambio. Sistemi di fiere, mercanti e città in Europa, Venezia, Marsilio Editore, 2003, p. 93, nota 25; L. RUSSO, Le fiere di Lanciano, Lanciano, Carabba Editore, 2003.
[34]Archivio Comunale di Agnone, 1539-1543: richieste delle Università di Furci, Fara San Martino e Solfora di voler mantenere l’uso della franchigia di piazza nel commercio, bs. 28, fasc. 256.
[35]A. MILANO, Storia degli ebrei in Italia, cit., p. 189.
[36]Ivi, p. 190.
[37]M. DEL TREPPO, Il re e il banchiere. Strumenti e processi di razionalizzazione dello stato aragonese di Napoli, in Spazio, società, potere nell’Italia dei Comuni, Napoli, Quaderni di “Europa mediterranea”, 1986, 1.
[38]M. DEL TREPPO, Il regno aragonese, in Storia del Mezzogiorno, IV, Roma, Edizioni del Sole per Rizzoli, 1986, p. 151.
[39]N. FERORELLI, Gli ebrei nell’Italia meridionale, cit., p. 71.
[40]M. DEL TREPPO, Il regno aragonese, cit., p. 141.
[41]Ivi, p. 151.
[42]A. GROHMANN, Le fiere dell’Italia meridionale in età moderna, in P. LANARO (a cura di), La pratica dello scambio. Sistemi di fiere, mercanti e città in Europa (1400-1700), Venezia, Marsilio, 2003, n. 27, p. 93.
[43]M. MORONI, Mercanti e fiere tra le due sponde dell’Adriatico nel basso medioevo e in età moderna, in P. LANARO (a cura di), La pratica dello scambio, cit., p. 54.
[44]N. FERORELLI, Gli ebrei nell’Italia meridionale, cit., p. 57.
[45]Cfr., F. LA GAMBA (a cura di) Statuti e Capitoli della Terra di Agnone, Napoli, Athena Mediterranea, 1972, n. 26, pp. 187. Ai veneti si deve la costruzione della chiesa di S. Marco Evangelista, agli anconetani quella di S. Emidio (Cfr., A. ARDUINO-C. ARDUINO, Agnone nella memoria, I, citato).
[46]A. GROHMANN, Le fiere del Regno di Napoli in età aragonese, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1969, p. 60.
[47]L. RUSSO, Le fiere di Lanciano, cit., p.  103.
[48]Ibidem.
[49]È il caso, ad esempio di tal notar Angelo che il 15 aprile 1445, durante la fiera di Bitonto, presta a certo Nicola Antonio un’oncia e 15 tarì, denaro che deve riottenere entro e non oltre il 25 dicembre del 1446, pena una mora pari al doppio della somma prestata (Cfr., A. GROHMANN,Le fiere del Regno di Napoli in età aragonese, cit., p. 406).
[50]Carte Labanca, Memoriadi Antonino Labanca, Agnone agosto 1871: testamenti di Luigi Mario, abate della chiesa di S. Salvatore di Agnone.
[51]A. GROHMANN, Le fiere del Regno di Napoli in età aragonese, cit., pp. 151 ss.
[52]R. MANSELLI, Il pensiero economico del medioevo, in L. FIRPO (diretta da), Storia delle idee politiche economiche e sociali, Torino, UTET, 1983, pp. 830, 842.
[53]A. GROHMANN, Le fiere del Regno di Napoli in età aragonese, cit., p. 59.
[54]Ibidem.
[55]Ivi, p. 57.
[56]A. GROHMANN, Il tramonto di un’istituzione: le fiere dell’Italia meridionale in età moderna, in P. LANARO (a cura di), La pratica dello scambio. Sistemi di fiere, mercanti e città in Europa (1400-1700), Venezia, Marsilio, 2003, pp. 82, 83.
[57]ASNA, Regia Camera della Sommaria, Communae 11, f. 95 t., in N. FENORELLI, Gli ebrei nell’Italia meridionale, cit., p. 72.
[58]ASNA, Regia Camera della Sommaria, Privilegiorum 19, f. 15, in N. FENORELLI, Gli ebrei nell’Italia meridionale, citato.
[59]A. GROHMANN, Le fiere del Regno di Napoli in età aragonese, cit., pp. 50, 156, 157.
[60]Ivi, p. 169.
[61]Scrive Antonio Arduino: «In sostanza gli Ufficiali, i Commissari e gli altri Tribunali del Regno, sotto pena della regia indignazione e della multa di mille ducati per i contravventori, non potevano e non dovevano impedire che i maestri ramai di Agnone vendessero nelle varie Province del Regno oggetti di rame vasa elaborata con i manici di ferro» (Cfr., A. ARDUINO-C. ARDUINO, Agnone nella memoria, I, cit., p. 203).
[62]Ivi, p. 209.
[63]A. GROHMANN, Le fiere del Regno di Napoli in età aragonese, cit., pp. 453, 459.
[64]A. GROHMANN, Le fiere dell’Italia meridionale in età moderna, cit., p. 95,
[65]Ibidem.
[66]Si tratta delle fiere di S. Marco Evangelista (che va da 22 aprile al 3 maggio) e della Natività della Madonna (5-16 settembre). Cfr., F. LA GAMBA (a cura di), Statuti e capitoli della Terra di Agnone, cit., p. 187.
[67]Ivi, p. 192. Non poche sono le famiglie che, adottato il cognome Di Lanciano, dopo la peste del 1656 sono presenti per la prima volta ad Agnone, assieme ad esempio ai Della Banca, commercianti e artigiani del cuoio derivanti dai mercanti-banchieri veneti Anselmo e Troilo Del Banco (Cfr., Archivio Parrocchiale della Chiesa di S. Marco Evangelista, Libro dei battesimi, secoli XVII-XVIII; Carte Labanca, Memoria, citata. Sull’attività dei Del Banco nel XV secolo, v., p. e., A. MILANO, Storia degli ebrei in Italia, cit., pp. 205, 278, 279 e A. GROHMANN, Le fiere del Regno di Napoli in età aragonese, cit., p. 205).
[68]L. GIUSTINIANI, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, III, Napoli 1797, in A. GROHMANN, Le fiere dell’Italia meridionale in età moderna, cit., p. 105.
[69]Statuti e capitoli della Terra di Agnone, citato.
[70]È specialmente il tratturo Pescasseroli-Candela a collegare il Molise ad Ariano Irpino, Casalbore, Greci, Monteverde e Pungoli dell’Avellinese; a Buonalbergo, Circello, Morcone, Pesco Sannita, San Bartolomeo in Galdo, San Giorgio la Molara, San Marco dei Cavoti, Santa Croce del Sannio del Beneventano (Cfr. N. PAONE, La transumanza. Immagini di una civiltà, Isernia, Iannone, 1987, pp. 37-45).
[71]A. GROHMANN, Le fiere del Regno di Napoli in età aragonese, cit.,  p. 48.
[72]P. L. ROVITO, Il viceregno spagnolo di Napoli, Napoli, Arte Tipografica, 2003.
[73]R. COLAPIETRA, Abruzzo Citeriore – Abruzzo Ulteriore – Molise, in Storia del Mezzogiorno, VI, Napoli, Edizioni del Sole per Rizzoli, 1986, pp. 17-266.
[74]S. DI STEFANO, Ragioni per la generalità de’ locati della Mena delle pecore di Puglia, Napoli 1705.
[75]M. DEL TREPPO, Imprese e imprenditori nel Mezzogiorno aragonese, in Il Regno aragonese, in Storia del Mezzogiorno, IV/1, Roma, Edizioni del Sole per Rizzoli, 1986, pp. 154-157.
[76]Ivi, p. 156.
[77]Ivi, p. 155.
[78]Ibidem. Sui contratti di mietitura di trentadue braccianti di Campolieto con la masseria di Botacina, stipulati nel 1578, cfr., V. LOMBARDI, Il fenomeno dell’emigrazione a Campolieto, Isernia, Iannone, 2004, p. 27. Sul fenomeno  degli spostamenti periodici del bracciantato, cfr., p.e., G. MASSULLO, Molise: dalle migrazioni stagionali alla prima emigrazione transoceanica, in E. NOCERA (a cura di), Almanacco del Molise, Campobasso, Edizioni Enne, 2002-2003.
[79]M. DEL TREPPO, Imprese e imprenditori nel Mezzogiorno aragonese, cit., p. 156.
[80]Ivi, p. 157.
[81]  Afferma il Muratori: «Nel dì 5 di dicembre [1456], e in altri susseguenti giorni un sì terribil tremuoto scosse la terra nel Regno di Napoli, che fu creduto non essersi da più secoli indietro provato un somigliante eccidio in quelle contrade…Le persone morte sotto le rovine chi le fece ascendere sino a centomila, con esserne perite nella sola città di Napoli, per attestato d’alcuni, venti, o trentamila» (L. A. MURATORI, Annali d’Italia, XXXVI, Venezia 1790, pp. 514-515). Il sisma «…rovinò in parte – ricorda Anton Ludovico Antinori – con morte di uomini, molte città, e terre per lo che molti, lasciate le case, andarono ad abitare nella campagna, danneggiò non poco Lanciano, Fossacesia, Turino, Paglieta, altri Castelli d’intorno, e il Monistero di S. Giovanni in Venere» (A. L. ANTINORI, Annali degli Abruzzi dalle origini all’anno 1777, XV, Bologna, Forni Editore, 1971-1973). Relativamente alla particolare situazione abruzzese e molisana scrive Raffaele Colapietra: «L’anno 1456 è…memorabile sotto l’angolazione ambientale e culturale della storia delle nostre regioni per il grande terremoto della notte di S. Barbara, il 4 dicembre, che sconvolse letteralmente l’amplissima zona che ne costituì l’epicentro, tra Caramanico…Benevento e Campobasso…”Il Matese se ruppe la faccia” avrebbe annotato l’agnonese Marino Jonata…[nel suo]…Giardeno…In verità le testimonianze sono quanto di più agghiacciante e catastrofico si possa immaginare, 625 morti a Lanciano, quindi circa un sesto della popolazione, 433 ad Ortona, circa 300 a Vasto, 225 morti su 965 abitanti, pari al 23,3 per cento, a Castel di Sangro, un centinaio a Tocco…Isernia “totaliter ruinata et conquassata, et omnia aedificia a maiore usque ad minus proiecta in terram” con strage di non meno 800 persone, che salivano alla cifra forse iperbolica di 1300 per Bojano…350 vittime furono calcolate a Macchiagodena, 317 a Frosolone, 211 a San Giuliano del Sannio, 120 a Vinchiaturo…1313…a Larino…In questo scenario apocalittico le due massime conseguenze di fondo furono costituite dall’abbandono definitivo dei minori centri appenninici e dall’inizio massiccio dell’immigrazione delle maestranze lombarde per i grandi lavori ricostruttivi» (Cfr., R. COLAPIETRA, Abruzzo Citeriore – Abruzzo Ulteriore – Molise, cit., pp. 55-56).  Sulla mortalità rilevata nella diocesi di Bojano e derivante dal terremoto del 1456 v., p. es., G. DI FABIO, Storia di una diocesi. I vescovi di Bojano e di Bojano-Campobasso, Campobasso, Arti Grafiche La Regione, 1997, pp. 63-66.
[82]Il borgo sorgeva nell’attuale ed omonimo bivio a ventuno chilometri da Agnone. Cfr., p.e., A. LABANCA, Catastrofi ambientali e rimedi nell’età moderna, in P. L. ROVITO (a cura di), Il Fortore. Origini e cadenze di una solitudine, Napoli, Arte Tipografica, 1998, p. 304.
[83]R. COLAPIETRA, Abruzzo Citeriore–Abruzzo Ulteriore–Molise, cit., p. 56.
[84]G. MATACENA, Architettura del lavoro in Calabria tra i secoli XV e XIX, Napoli 1983, p. 13, in G. LABROT, La città meridionale, in Storia del Mezzogiorno, VIII, Napoli, Edizioni del sole per Rizzoli, 1991, p. 233. V. a., R. COLAPIETRA, Abruzzo Citeriore–Abruzzo Ulteriore–Molise, citato.
[85]P. L. ROVITO, Dalle «trasturevoli selve» ai pianori «sterili e franati». Note sul disastro ambientale della Campania, in “Rivista Storica del Sannio”, 2001, n. 16, p. 299.
[86]ASNA, Collaterale Iustitiae, vol. 9, fasc. 47, in G. SACCO, Gli eretici «oltremontani» dell’Alto Fortore, in “Rivista Storica del Sannio”, 1995, 3, p. 157.
[87]Ibidem.
[88]Per tali motivi, scrive Giorgio Tourn, «i signori di quei luoghi, temendo che il Papa si accorgesse di questa situazione e potesse far disperdere quella gente con ricadute negative sulla ricchezza del paese, premevano sui curati affinché non si lamentassero dei Valdesi, anche in virtù del fatto che percepivano le decime in maniera molto consistente. Così la protezione dei signori del luogo, nei confronti dei coloni, durò fino al 1560, quando i valdesi calabresi, avendo saputo che i loro fratelli delle valli del Piemonte avevano reso pubblica la loro fede, vollero fare altrettanto, nonostante fosse stato consigliato dal pastore Gilles di riflettere a lungo su questo e di spostarsi in luoghi dove vi era più libertà per le coscienze, onde evitare di esporsi ad estremi pericoli e quindi a persecuzioni. Ma i valdesi di Calabria non vollero abbandonare il loro paese…perciò decisero di continuare a vivere dove stavano e di professare lì la loro fede. Chiesero, dunque, a Ginevra di inviare qualche pastore che potesse predicare nei loro templi costruiti da poco e così arrivò in Calabria il cunese Gian Luigi Pascale, che vi giunse con un collega e due maestri elementari; così nella regione si sparse subito la voce dell’arrivo di un pastore che predicava liberamente la dottrina di Calvino (come si diceva). Appreso ciò il marchese Salvatore Spinelli, signore dei luoghi dove si trovavano le principali chiese riformate e che aveva favorito fino ad allora i suoi sudditi, mandò a chiamare alcuni di essi. Questi chiesero al pastore Pascale che li accompagnasse dal marchese che consideravano persona saggia, civile e coraggiosa, sicuri com’erano che avrebbe sposato la loro causa. Ma lo Spinelli, sentito dire che il clero si era allarmato contro i suoi sudditi a causa del rumore provocato dalla venuta del pastore, volle prevenire i rimproveri che temeva gli sarebbero stati rivolti accusandoli di eresia e proclamando che occorreva convertirli o sterminarli benché in segreto ne desiderasse la loro conservazione, perciò fece incarcerare il Pascale a Fuscaldo in data 2 maggio 1559. Dopo la prigionia del pastore Pascale nelle carceri di Fuscaldo, Cosenza, Napoli e Roma e il suo martirio in questa città il 9 settembre 1560, all’azione del marchese subentrò l’Inquisizione che con l’aiuto delle truppe del viceré, fece piazza pulita delle località abitate dai Valdesi, decapitando e massacrando o gettando in prigione tutti coloro che si rifiutarono di abiurare (è famosa a Guardia Piemontese la “porta del sangue”). Questo eccidio presenta due analogie con quello perpetrato nel 1545 in Provenza : 1) le popolazioni che emigrano in Provenza e in Calabria non lo fanno per evangelizzare quelle regioni, ma per trovare un luogo in cui vivere in maniera tranquilla e dignitosa; 2) in entrambi i casi fu punita una minoranza religiosa che commise il solo “errore” di voler predicare il Vangelo in pubblico e testimoniare a suo modo la fede in Gesù Cristo» (Cfr. G. TOURN, I valdesi nella storia, Torino, Claudiana, 1996, in Internet, www. chiesa valdese. net/valdesi_di_calabria. htm). Dunque il territorio di Cosenza è luogo di immigrazione. Non è certo questo l’unico periodo durante il quale il Cosentino accoglie immigrati protestanti. Un secolo prima, per esempio, un feudatario, aveva affittato una parte dei suoi possedimenti a dei valdesi di Angrogna che erano giunti nei pressi di Montalto già centro di comunità ebraica. Durante la metà del XV secolo costoro, dopo aver concordato con il signore ospitante di versare annualmente un tributo di cinquanta ducati, si stabiliscono definitivamente nella regione calabrese ove fondano San Sisto, Guardia Piemontese (oggi La Guardia Ultramontana), Vaccarizzo e San Vincenzo. (Cfr., p.e., P. GIANNONE, Dell’Istoria civile del regno di Napoli, a cura di A. Marongiu, VI, Milano 1970, p. 63; L. AMABILE, Il Sant’Officio della Inquisizione di Napoli, I, Città di Castello 1892, p. 235; E. PONTIERI, La crociata contro i valdesi di Calabria nel 1561, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, 1938, n. 2, p. 121.; M. SCADUTO, L’epoca di G. Lainez, II, Roma 1974, p. 687; A. MARRANZINI, I Gesuiti Bobadilla, Croce Xavierre e Rodriguez tra i valdesi di Calabria, in “Rivista Storica Calabrese”, 1983, 4, pp. 393 ss., in G. SACCO, Gli eretici «oltremontani», cit., p. 156; Id,“Heretici marci e relassati”. La comunità valdese del Fortore nel sec. XVI, in P. L. ROVITO (a cura di), Il Fortore. Origini e cadenze di una solitudine, Napoli, Arte Tipografica, 1998, p. 209).
[89]I. WALLERSTEIN, Il sistema mondiale dell’economia moderna. L’agricoltura capitalistica e le origini del sistema mondiale dell’economia europea nel XVII secolo, Bologna, Il Mulino, 1978.
[90]ARCHIVIO COMUNALE DI AGNONE, Civitatis Angloni Privilegia, caps. I, fasc. II-XVI [dal 1404 al 1523]; Id, M. DE ALESSIO, Summarium hoc ex diplomatibus a praeteris huius Regni Regibus, a. 1782, bs. 7, fasc. 93, in C. ARDUINO-A. ARDUINO, Agnone nella memoria, I, cit., pp. 191, 196.
[91]C. PORZIO, Relazione del Regno di Napoli al marchese viceré di Napoli tra il 1677e il 1579, Napoli, Officina tipografica, 1839, p. 27, in C. FELICE,  Il Sud tra mercati e contesti, cit., p. 19.
[92]V., p. es., G. BOCCACCIO, Calandrino e l’elitropia, in R. CESERANI- L. DE FEDERICIS, Il materiale e l’immaginario, III, Torino, Loescher, 1983, p. 431.
[93]P. L. ROVITO, Dalle «trasturevoli selve» ai pianori «sterili e franati», cit., p. 301.
[94]M. DEL TERPPO, Il regno aragonese, in Storia del mezzogiorno, IV/1, Roma, Edizioni del Sole per Rizzoli, 1986, p. 179.
[95]I. ZILLI, Arti manifatture nel Mezzogiorno in età moderna (secc. XVI-XVIII), Campobasso, Università degli Studi del Molise, 1996, pp. 16, 20. Sui ferri taglienti di Frosolone e Campobasso, v. anche, p. es., C. FELICE, Il Sud tra mercati e contesti, cit., pp. 61, 74-75.
[96]L. FRANGIONI, I ferri taglienti del Molise nel XIV secolo, in «Quaderni di studi storici», Campobasso, Università degli Studi del Molise, 1993, n. 3, p. 15, in C. FELICE, Il Sud tra mercati e contesti, cit., pp. 61.
[97]G. MARINELLI, Arte e fuoco. Campane di Agnone, Campobasso 1980, pp. 142-144; Id,Campane da mille secoli, in “Il Molise”, Roma 1990, pp. 179-180, in V. FERRANDINO, Una comunità molisana in età moderna. Economia, finanza e società ad Agnone, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1994, pp. 173-174.
[98]Cfr., F. LA GAMBA (a cura di), Statuti e Capitoli della Terra di Agnone, cit., pp. 233-234
[99]F. LA GAMBA (a cura di), Statuti e Capitoli della Terra di Agnone, cit., pp. 32, 191-192
[100]F. JOVINE, Viaggio nel Molise, Campobasso, Nocera, 2001, pp. 31-32.
[101]A. MILANO, Storia degli ebrei in Italia, cit., pp. 563 ss.
[102]«Sia consentito a dette donne [abitanti in detta Terra di Angloni]che vogliono portare addosso argento, che possano portare nelle maniche delle loro tuniche il peso di un’oncia di argento lavorato per pezzo e così per ogni manica ci siano sei pezzi e non oltre…[E possano portare]…le cinture o cinghie con 4 once d’argento lavorato e non più. Chi contravverrà sia punito con la pena di un augustale per ogni volta. E il padrone, ossia il principale di casa, sia tenuto per tutta la famiglia…Giacché a causa della vanità in molte maniere si offende Dio, sia proibito espressamente che in nessun’altra maniera, tovaglie…[giubbe e bustini]…né altro panno di seta o di lino si facciano, ossia siano lavorati con oro come un tempo si faceva, ma si facciano e possano farsi fare soltanto di seta pura oppure di lino senza oro». Cfr., F. LA GAMBA (a cura di), Statuti e Capitoli della Terra di Agnone, cit., pp. 67, 234-235
[103]F. JOVINE, Viaggio nel Molise, citato.
104]Statuti e Capitoli aragonesi della Terra di Campobasso, in V. E. GASDIA, Storia di Campobasso, II, Verona, s. e., 1960, p. 333, in U. D’ANDREA, Storia economica di Campobasso durante il periodo 1506-1806. Appunti e documenti, Abbazia di Casamari, 1994, p. 12.
[105]U. D’ANDREA, Storia economica di Campobasso, cit., pp. 15-18.
[106]Ivi, p. 13.
[107]Tale saggio d’interesse, in verità, è precedente alle norme stabilite da Federico II di Svevia. Già nel lontano 997 venne rogato a Napoli un contratto di mutuo che stabilì un interesse pari al 10 per cento all’anno (Cfr., J. M. MARTIN, Città e campagna: economia e società (sec. VII-XIII), in Storia del Mezzogiorno, III, Napoli, Edizioni del Sole per Rizzoli, 1990, p. 344). In Puglia, invece,«i primi esempi – scrive Jean-Marie Martin – risalgono al X secolo; la pratica del prestito su pegno, il solo documentato all’inizio, tale rimane almeno fino al 1180 circa, mentre esiste già da un certo tempo una forma più moderna di credito: il prestito a interesse con ipoteca. Il primo esempio (atipico) si trova ad Amalfi nel 1020: l’interesse viene corrisposto in natura. A Salerno verso il 1030 compare un interesse regolare corrisposto in moneta, da quinque in sex, cioè del 20 per cento all’anno. In Puglia (vale a dire nel Barese: la Capitanata usa pochissimo il credito) tale forma di prestito non compare prima del 1080 e si diffonde quarant’anni dopo; ma l’interesse è allora più basso: de sex in septem, cioè del 16,66 per cento all’anno» (Ibidem). L’interesse sui mutui d’età federiciana è riconfermato non solo dagli angioini, ma anche da Venezia che, all’indomani della terribile peste nera, permette che il esso passi dal 4 all’8 e al 10 per cento «per operazioni cautelate da pegno, e al 12 senza pegno» (Cfr., A. MILANO, Storia degli ebrei in Italia, cit., pp. 97, 98, 137), mentre nel corso del XVI secolo «per i prestiti allo Stato» si arriva al 15 per cento (Cfr., F. BRAUDEL, Espansione europea e capitalismo 1450-1650, Bologna, Il Mulino, 1999, p. 57).
[108]J. M. MARTIN, Città e campagna, citato. V. a., p.e., G. P. TRIFONE, Tra morale e ragion pratica: il dilemma delle “usurae” in Alfonso de’ Liguori, in «Rivista Storica del Sannio», 2004, 22, pp. 56-96.
[109]A. PLACANICA, La Calabria nell’età moderna, I, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1985, pp. 67,69,70.
[110]G. MASCIOTTA, Il Molise dalle origini  ai nostri giorni, II, Campobasso, Lampo, 1989, pp. 82, 75.
[111]U. D’ANDREA, Storia economica di Campobasso, cit., p. 14.
[112]O. LANGHOLM, L’economia in Tommaso d’Aquino, Milano, Vita e Pensiero, 1996, pp. 34 ss.
[113]A. MILANO, Storia degli ebrei in Italia, cit., p. 164.
[114]Ibidem.
[115]In natura il simile genera il simile. Il denaro ha carattere di merce perché sostituisce gli oggetti che nel mercato vengono scambiati. Esso è cosa artificiale, non naturale e, pertanto, non  può fruttare. La richiesta di interessi sui prestiti è dunque un peccato. Lo scopo naturale del denaro è quello di essere un mezzo di permuta non di generazione di altro denaro (Cfr., O. LANGHOLM, L’economia in Tommaso d’Aquino, cit., pp. 73-74).
[116]S. TOMMASO D’AQUINO, Summa theologiae, II-II, 78, 2, ad 1, in  O. LANGHOLM, L’economia in Tommaso d’Aquino, cit., p. 86.
[117]Ibidem.
[118]A. MILANO, Storia degli ebrei in Italia, citato.
[119]N. MARINELLI, Agnone francescana, Agnone, tip. Sammartino-Ricci, 1927, p. 43.
[120]  F. LA GAMBA (a cura di), Statuti e Capitolo della terra di Agnone, cit., pp. 74, 75, 77
[121]U. D’ANDREA, Storia economica di Campobasso, cit., pp. 18-28.
[122]J. M. MARTIN, Città e campagna, cit., p. 344.
[123]Ivi, p. 222.
[124]A. MILANO, Storia degli ebrei in Italia, cit., p. 112.
[125]V., p.e., ASCB, Atti notarili di Agnone, notaio Apollonio, a. 1868, r. 29, cc. 58 ss.; r. 36, cc. 68 ss; r. 37, cc. 7 ss.
[126]A. MILANO, Storia degli ebrei in Italia, cit., p. 113.
[127]W. SOMBART, Gli ebrei e la vita economica, II, Padova, Edizioni Ar, 1989, p. 42.
[128]La Chiesa nel Mezzogiorno è caratterizzata dalla diffusissima presenza della chiesa recettizia. Essa è diretta un abate e «fondata da laici, i “recepti”, che hanno tutti gli stessi diritti e doveri. I “recepti” possiedono dei territori che mettono in comune e dei quali dividono la gestione in modo equo. Alla base delle chiese recettizie vi è infatti una forma di organizzazione agraria. Nel Mezzogiorno non esiste la canonica: il sacerdote rimane nella casa dei genitori» e grazie a lui cresce il benessere della famiglia. «Il compito di parroco è svolto a rotazione dai recepti, nello spirito della equa ripartizione dei doveri. Le chiese recettizie possono essere numerate o innumerate, le prime sono quelle che accolgono un numero determinato di partecipanti, mentre le seconde non impongono alcun limite al numero dei membri. Ogni chiesa [poi] possiede un procurator ad lites». La recettizia è un modello di chiesa d’impronta spagnola che tramonta definitivamente con l’avvento dell’unità d’Italia (Cfr., L. FEMIA-M. BARRECA,Ambiente, cultura e fede d’età giacobina nel Regno di Napoli, in Internet, www. diel.it /helios/99/5/femia.html, p. 2). Nelle chiese recettizie (presenti anche in ogni paese molisano, sulle quali, però, ancora storicamente non s’indaga) non vi sono né benefici né dignità; il loro patrimonio è costituito da beni, censi, decime amministrate, massa comune. Alla massa comune possono partecipare un numero determinato di sacerdoti locali, detti “figli patrimoniali”. I preti partecipanti, il cui obbligo pastorale si riduce alla celebrazione della messa giornaliera, sono gelosi delle loro prerogative economiche e ostacolano, per questo motivo, la partecipazione alla massa comune di altri preti se non quelli delle famiglie locali che godono diritto di patronato sulla chiesa recettizia. È chiaro che il prete, ossia il “figlio patrimoniale”, è sempre più preoccupato di controllare i propri interessi economici, anziché svolgere, come dovrebbe, la sua attività pastorale. La giurisdizione reale, che teme l’ingerenza della Curia romana negli interessi economici del Regno, e il clero indigeno  ostacolano fortemente l’intervento del vescovo nella questione della partecipazione. La vita religiosa delle comunità locali è perciò molto spesso avvelenata dai contrasti fra clero partecipante e quello non partecipante, dai dissidi tra i vescovi e il baronaggio locale, vero padrone delle chiese recettizie (Cfr., G. DE ROSA, Ordinamenti e statuti delle chiese recettizie, in G. DE ROSA-A. CESTARO, Territorio e società nella storia del Mezzogiorno, Napoli, Guida, 1973, pp. 410-411).
[129]R. COLAPIETRA,Abruzzo Citeriore-Abruzzo Ulteriore-Molise, cit. pp. 17 ss, ; C. FELICE, Il Sud tra mercati e contesto, cit., p. 66.
[130]V., p.e., F. LA GAMBA (a cura di), Statuti e capitoli della Terra di Agnone, cit., pp. 17-19.
[131]O. LANGHOLM, L’economia in Tommaso d’Aquino, cit, p. 34.
[132]«In natura si osserva che nella procreazione si genera il proprio simile: quando il denaro aumenta tramite il denaro, quindi, si ha una sorta di parto. Tale modalità di acquisizione è contro natura: secondo natura, infatti, il denaro va ottenuto in cambio di oggetti naturali, non in denaro…[Ma]…il metallo della moneta è sterile e quindi non può procreare» (Ivi, pp. 73-74).
[133]R. MANSELLI, Il pensiero economico del Medioevo, cit, pp. 817 ss., O. LANGHOLM, L’economia in Tommaso d’Aquino, cit., p. 50.
[134]O. LANGHOLM, L’economia in Tommaso d’Aquino, cit., p. 47.
[135]T. D’AQUINO, Sententia libri Ethicorum, v. 9, a Aristotele, v. 5, 1133a 26-27, in O. LANGHOLM, L’economia in Tommaso d’Aquino, cit., pp. 61-62.
[136]H. G. KOENIGSBERGER, L’Europa occidentale e la potenza spagnola, in R. BRUCE WERNHAM (a cura di), La controriforma e la rivoluzione dei prezzi, in Storia del Mondo Moderno, III, Milano, Garzanti, 1968, p. 301.
[137]N. FERORELLI, Gli ebrei nell’Italia meridionale, cit., pp. 220 ss.
[138]P. L. ROVITO, Il Viceregno, cit., p. 47.
[139]Fra il 1493 e il 1520 gli iberici saccheggiano Santo Domingo, Cuba e le Antille per conseguire un prelievo dell’oro che passa da circa il 5 per cento del primo decennio del XVI secolo al 9 per cento di quello successivo. La ricerca dell’oro alluvionale è effettuata con un abuso così intensivo del lavoro degli indigeni tanto da determinare il loro repentino sterminio, mentre il volume delle esportazioni del prezioso metallo scende dai dieci quintali del quinquennio 1510-1515 agli otto di quello successivo. Dal 1521 al 1540 gli spagnoli, dopo aver sottomesso e distrutto le grandi civiltà precolombiane, fanno saccomanno dei loro tesori. La ricerca dell’argento avviene parallelamente a quella dell’oro. Dagli anni Quaranta si avvia lo sfruttamento  delle miniere d’argento del Messico e del Perù e l’estrazione del metallo – nonostante l’estrazione del metallo e il crollo pressoché totale della popolazione indigena sia per la violenza dei conquistadoressia per l’alta letalità delle malattie infettive diffuse dagli europei – continua ad essere favorevole. L’argento è tratto dal minerale grezzo utilizzando il mercurio che, fino al 1570, è importato dall’Europa. Nel corso di questo anno è individuato a Huancavelica, nel Perù, un rilevante giacimento di mercurio che soddisfa pienamente le esigenze degli spagnoli d’America. La distanza di questa miniera da quella d’argento di Potosì (centro della Bolivia a quattromila metri sul livello del mare) è di milleottocento chilometri e il trasporto è effettuato attraverso il lavoro forzato degli indigeni che, ridotti allo stremo, sono ben presto annientati da un’ecatombe di gigantesco livello (Cfr., M. VERGA, Il tesoro americano, in A. DE BERNARDI-S. GUARRACINO, L’operazione storica, II, Milano, Bruno Mondatori, 1992, p. 152).
[140]H. G. KOENIGSBERGER, The Practice of Empire, Ithaca (N. Y.), Cornell University Press, 1969, p. 48, in H. G. KOENIGSBERGER,  L’Europa occidentale, cit., p. 303; ripreso in D. R. GABACCIA, Emigranti. Le diaspore degli italiani dal Medioevo a oggi, Torino, Einaudi, 2003, p. 15.
[141]A. LABANCA, Poveri pastori e peste nel Molise moderno: il tempo del destino, in “Rivista Storica del Sannio”, 1996, 2, p. 34.
[142]  Agli inizi del secolo XVI, dopo la cacciata completa degli Arabi dalla Spagna da parte dei re cattolici, migliaia di mori profughi si rifugiano sulle coste dell’Africa settentrionale fra il Marocco e la Libia, in tutto quell’esteso territorio detto dai musulmani Magreb e dagli europei Barberia, aggiungendosi alle popolazioni berbere gia dedite alla pirateria, e aizzandole contro i popoli cristiani; vi si affiancano turchi e sudditi turchi che popolano le terre e le isole egee cadute sotto il dominio dell’impero turco di Costantinopoli, ed inoltre molti cristiani rinnegati, banditi e avventurieri che cercano fortuna con le rapine. La pirateria magrebina continua a seminare il terrore nel Mediterraneo, con assalti a coste e riviere per saccheggiare interi paesi e soprattutto per catturare uomini, donne e ragazzi, sia per venderli come schiavi sui mercati che per guadagnare sui riscatti. Sorta per vendetta politica, la pirateria barbaresca, con basi ad Algeri, Tunisi e Tripoli, mia inizialmente alle coste iberiche. La Spagna si accinge alla conquista dell’Africa settentrionale e nel 1509-11 occupa Orano, Algeri, Bona, altre località della costa algerina e marocchina e Tripoli. Tale azione determina una reazione musulmana e dall’Egeo accorrono altri pirati: l’audace Arug, con il fratello Kair ed Din, si pone al servizio dell’emiro di Tunisi ed ha da questi la ”patente di corsa”, cioè il documento che lo autorizza a correre il mare in armi contro i nemici del paese: i cristiani. Egli si trasferisce nel 1512 nell’isola di Gerba, grande covo di predoni, e vi crea la sua base, alternando le ruberie di pirata alle azioni di guerra del corsaro. Nel 1516 conquista Algeri costituendo un regno personale, ma gli spagnoli non gli danno tregualo cacciano da Gerba, lo inseguono fino al Marocco e lo uccidono nel 1518. Suo fratello, detto il Barbarossa, dichiaratosi vassallo del sultano turco di Costantinopoli Solimano il Magnifico già installatosi in Egitto, in nome di lui riprende Algeri e gli altri presidii spagnoli della costa algerina tranne Orano e ricostituisce il regno formalmente dipendente dalla Turchia. Le sue gesta fanno sì che il sultano nel 1534 lo nomini ”capitano del mare”, cioè comandante supremo della flotta imperiale turca e gli conceda armi e forti somme di danaro per le sue imprese. Egli è il vero organizzatore della guerra di corsara e con la sua potente flotta, formata da navi veloci condotte da uomini attirati solo dalle rapine, non conosce praticamente sconfitte. Inseritosi nella lotta tra Francesco I e Carlo V, incomincia ad attaccare, oltre alla Spagna, l’Italia meridionale e la Sicilia. Sempre nel 1534 devasta diversi villaggi costieri siciliani e calabresi, si spinge fino a Napoli passando per Pesche d’Isernia che è rasa al suolo (A. LABANCA, Poveri pastori e peste nel Molise moderno, citato). Giunto sulle coste tirreniche, saccheggia Procida e Terracina, sbarca poi a Sperlonga distruggendola e prosegue fino a Fondi per catturare Giulia Gonzaga e mandarla in omaggio a Solimano; ma la donna, avvertita in tempo, riesce di notte a fuggire, mentre i fondani sono massacrati. Al ritorno dall’Italia, il Barbarossa, approfittando di una lite dinastica, s’impossessa anche di Tunisi, in nome del suo sultano. Carlo V, preoccupato di difendere i suoi domini sempre più minacciati, organizza una grossa spedizione punitiva e il 15 giugno 1535, con 400 navi cariche di 30 mila uomini, sbarca in questa città, difesa da 50 mila musulmani, e l’assedia finché la prende fra il 14 e il 20 luglio; costringe, così, il Barbarossa alla fuga e libera un gran numero di cristiani, catturati precedentemente dal nemico durante le razzie (Cfr., p.e., G. CONIGLIO, I viceré spagnoli di Napoli, Napoli, Fausto Fiorentino, 1967, pp. 71 ss.).
[143]M. SPEDICATO, Il mercato della mitra. Episcopato regio e privilegio dell’alternativa nel Regno di Napoli in età spagnola (1529-1714), Bari, Cacucci, 1996, p. 9.
[144]Scrive Koenigsberger: «I rapporti della Spagna con il papato, a differenza di quelli con Genova, furono piuttosto tempestosi… La corona spagnola si servì degli amplissimi diritti di patronato ecclesiastico per assicurarsi la lealtà degli aristocratici, degli hidalgose della borghesia colta delle città. Fin dal tempo di Ferdinando e di Isabella, i sovrani spagnoli avevano perseguito una linea politica tesa a limitare l’influenza del papato sulla chiesa spagnola. Perciò avevano reclamato il diritto di vietare la pubblicazione in Spagna di certe bolle e di certi brevi papali e avevano cercato d’impedire che i tribunali ecclesiastici spagnoli s’appellassero a Roma. I papi della prima metà del XVI secolo si erano dimostrati abbastanza accomodanti su tutti questi punti; i papi della controriforma, invece, tentarono di riguadagnare il terreno perduto…A Napoli e in Sicilia il re esercitava sulla chiesa un controllo ancora più rigido che in Spagna: infatti, mediante il diritto dell’ exequatur, analogo al droit de vérificationesercitato dai sovrani francesi, il re poteva vietare la pubblicazione di qualsiasi bolla papale. In Sicilia, inoltre, il re deteneva anche l’apostolica legazia, esercitava cioè i diritti e i poteri di un legato apostolico permanente. La prerogativa si basava su una presunta concessione fatta da Urbano II al conte di Sicilia Ruggero I d’Altavilla. Il papa contestò questo privilegio che in pratica conferiva al re, nei confronti della chiesa siciliana, lo stesso potere che i sovrani inglesi esercitavano sulla. chiesa d’Inghilterra. La disputa non fu risolta e rimase aperta fino alla revoca formale dell’apostolica legazia da parte di Pio IX nel 1864» (Cfr., H. G. KOENIGSBERGER, L’Europa occidentale e la potenza spagnola, cit., pp. 330-331).
[145]Si tratta di Aquila (sede di fiera), Lanciano (sede di fiera), Trivento, Ariano (sede di fiera), Trani (sede di fiera), Giovinazzo, Monopoli, Potenza (sede di fiera), Matera (sede di fiera), Mottola (sede di fiera), Oria, Brindisi (sede di fiera), Otranto, Ugento, Gallipoli, Taranto, Cassano allo Jonio, Crotone (sede di fiera), Reggio Calabria (sede di fiera), Tropea, Salerno (sede di fiera), Castellammare (sede di fiera), Pozzuoli (sede di fiera), Acerra, Gaeta (sede di fiera).
[146]C. FELICE, Il Sud tra mercati e contesto, cit., p. 77.
[147]Ivi, p. 64.
[148]Ivi, p. 82.
[149]Ibidem.
[150]Ibidem.
[151]A. GROHMANN, Le fiere dell’Italia meridionale in età moderna, cit., p. 87.
[152]P. L. ROVITO, Il Viceregno, cit., p. 46.
[153]M. SPEDICATO, Il mercato della mitra, cit., p. 12.
[154]Ivi, pp. 12-13.
[155]M. SPEDICATO, Il mercato della mitra, cit., pp. 168 ss.; G. B. MASCIOTTA, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, I, Napoli 1914; rist., Campobasso, Lampo, 1988, pp. 216-222.
[156]M. CASSANDRO, Intolleranza e accetazione. Gli ebrei in Italia nei secoli XIV-XVIII. Lineamenti di una storia economica e sociale, Torino, G. Giappichelli Editore, 1996, p. 174.
[157]Ivi, p. 175.
[158]fra le quali la terribile guerra dei Trent’anni, ormai da tutti definita prima guerra mondiale.
[159]si tratta specialmente di quelle del 1557, 1575, 1577, 1596, 1607 e 1627, bancarotte alle quali è collegata la storia dei mutui della corona madrilena. I prestiti che l’imperatore contrae sono per lo più a breve termine. Carlo V sovente si avvale anche dell’istituto dello juro, con il quale lo Stato, in cambio del denaro, rilascia al prestatore un titolo di credito a rendita perpetua. Alla fine del XVI secolo la Spagna vanta entrate pari a 3.671 maravedi (antica moneta spagnola) dei quali circa la metà sono impegnate nel pagamento degli interessi sui mutui accesi in precedenza. Il bilancio fallimentare degli spagnoli per tutto il Cinquecento è il seguente:

anno interesse annuo

(in maravedi)

saggio di

interesse

(in %)

totale del debito

(in ducati napoletani)

1504 112.362.468 10 2.996.332
1515 129.300.000 9.75 3.536.410.
1522 137.926.000 9.50 3.871.607
1526 186.555.000 9,00 3.327.555
1536 269.530.000 8,00 8.984.333
1340 266.700.000 7,00 10.160.000
1550 323.689.811 6,25 13.811.149
1560 550.687.280 6,78 21.659.283
1573 1.031.892.650 6,78 40.585.748
1584 1.431.318.546 5,81 65.694.482
1598 1.737.860.239 5,79 80.039.619

(Cfr., H. VAN DER WEE, Sistemi monetari, creditizi e bancari, in Storia economica di Cambridge, V, Torino, Einaudi, 1978, p. 431, cit. in A. DE BERNARDI-S. GUARRACINO, Storia del mondo moderno, II, Milano, Bruno Mondatori, 1993, p. 101).
[160]V., p.e., G. CONIGLIO, I viceré spagnoli di Napoli, cit., pp. 100 ss.
[161]                                          popolazione europea fra il xvi e il xvii secolo

NAZIONI NUMERO DEGLI ABITANTI DENSITÀ DELLA POPOLAZIONE PER KM2
Germania 20 milioni 29 abitanti
Francia 16 milioni 35 abitanti
Italia 13 milioni 45 abitanti
Spagna e Portogallo 10 milioni 17 abitanti
Inghilterra e Galles 4 milioni e mezzo 31 abitanti

Dati tratti da F. C. SPOONER, L’economia dell’Europa dal 1559 al 1609, in R. B. WERNHAM (a cura di), La Controriforma e la rivoluzione dei prezzi, inStoria del Mondo Moderno, III, Milano, Garzanti, 1968, pp. 35-36. Ricorda Spooner: «Nel 1672 l’ambasciatore di Venezia a Lisbona scriveva al senato che difficilmente potevano esserci nella provincia del Portogallo più abitanti di quanti ve ne erano, dato che questa regione veniva depauperata dagli emigranti verso le Indie. E l’osservazione avrebbe potuto essere estesa alla Spagna…[Le]…cifre di densità e di entità della popolazione appaiono basse, almeno ai nostri occhi, ma lo stesso si può dire circa la rivoluzione dei prezzi del XVI secolo in rapporto a quelle del XX secolo. Tutto è relativo e il XVI secolo deve essere giudicato anzitutto in ragione dei limiti della sua vitalità e delle stesse dimensioni dei suoi fenomeni» (Ivi, p. 36).
[162]Ibidem.
[163]F. C. SPOONER, L’economia dell’Europa, cit., p. 23.
[164]Ibidem.
[165]A. MILANO, Storia degli ebrei in Italia, cit., pp, 231, 232, 233, 235, 236. Sulla questione ebraica nel Viceregno di Napoli v., p.e., G. CONIGLIO, I viceré spagnoli di Napoli, cit., pp. 23-24, 56-58.
[166]A. BOMBAI, L’Impero ottomano, in Nuove questioni di storia moderna, I/1, Settimo Milanese, Marzorati, 1990, p. 558.
[167]H. BLOUNT, A Voyage into Most Interesting Voyages, X, Londra 1808-1814, p. 222, in L. S. STAVRIANOS, The Ottoman Empire Was It the Sick Man of Europe?, New York 1957, in A. BOMBAI, L’Impero ottomano, citato.
[168]A. BOMBAI, L’Impero ottomano, cit., p. 569.

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Ada Labanca, molisana di Agnone con alle spalle studi filosofici e perfezionamenti in didattica della storia e in bioetica, Docente di Storia, Professoressa, Cultrice di Didattica e metodologia della storia presso l’Università degli Studi del Molise, Relatrice in occasione di numerose manifestazioni culturali, ama la sua terra, coltivandone tutti gli aspetti più significativi, interessanti, importanti e rilevanti quali l’emigrazione, i moti anarchici, la transumanza, la fame, le epidemie, i diritti, la rivoluzione del 1799, i campi di concentramento, la salute e la medicina, i fermenti sociali e politici del Sannio, la crisi d’identità dell’uomo del Mezzogiorno, l’Illuminismo Molisano.

1 COMMENTO

  1. MAGNIFICO!Questo piccolo trattato – di grande cultura e forte passione storica- merita davvero una lettura più approfondita…Dico solo che quest’articolo sembra seguire come logica deliberata spiegazione proprio delle parole di ieri del PAPA ……”indebito arricchimento individuale e di accumulazione capitalistica, è condannato non solo perché è contro natura far derivare denaro da altro denaro….. TORNERò A LEGGERLO CON PIù IMPEGNO…

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