E noi del cul’ facemmo anco trombetta

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Racconto di Gustavo Tempesta Petresine [1]

Tornavamo da Roma, io e “frateme” diretti a Pescopennataro per fare visita alla vecchia madre ultra novantenne.
Dopo avere onorato la casa natale e controllato la vecchia genitrice scambiando quattro chiacchiere, decidemmo di andare – come consuetudine – a terminare la giornata con una cena. A volte ci recavamo presso “l’abete bianco” alla vecchia Pescara, altre da Mina a “guado liscia dove l’inverno bestemmia di neve il crocevia che porta a Pescopennataro, Agnone e Capracotta, altre, allo “scamorzaro in quel di Rosello, provincia di Chieti. Molise- Abruzzo, confini stabiliti da una umana idiozia, che prescinde da: un dialetto in comune, da tradizioni in comune, da persone che cantano le stesse canzoni in dialetto.

Lo Scamorzaro

Le poche lampade sui pali ronzavano la frequenza delle dieci di sera su quella salitella che portava al ristorantino. Alitava la fredda compagnia di novembre, che dispensando sfilacci di foschia invitava a coprirsi con pellicciotti e sciarponi.
Nei giorni feriali quel posto rimaneva pressoché deserto. Il paciero silenzio rotto solo dal crepitio dei ciocchi di legna che ardevano nel camino, invitava a un raccoglimento fuori dalla confusione; oltre il mangia e caga di signori e signore in libera uscita, azzimati e vestiti degli abiti buoni, nel fine settimana (week end fa più tendenza)

Da un portello stile far west apparì, allora, la trasognata figura del buon Felice, che con taccuino e matita si prodigava con tutta la calma disponibile nel prendere le ordinazioni (commande, fa più tendenza)
Quella sera gli chiedemmo: sagne e fagioli. Dopo circa mezz’ora ci portò sagne a taccune al cinghiale. E che vuò fa! Felice è Felice, e se non ci fosse bisognerebbe inventarlo!
Finito di divorare il primo piatto raccomandammo che ci portasse una abbondante porzione di fagioli rossi con cotica di prosciutto.
Fra una fiaschetta di vino che partiva vuota e tornava piena. mille chiacchiere facevano da terzo assente fra me e “frateme”
Un persistente fumigare di odore ignorante e sincero sorprese i nostri nasi. Dalle transenne far west troneggiavano due piattoni di fagioli. I nostri scostumati stomaci si predisposero per ricevere il cibo più volgare, a volte ignorato con predeterminata volontà dai menù tradizionali e obsoleti.


Mangiammo con avida ingordigia, compensando un atavico senso di vuoto interiore, fuori dalle regole civili, ignorando il galateo di monsignor “della Casa”

Ci precipitammo poi, fuori dal locale, dove: un animìo di cielo aspettava di essere considerato tale, “ridondando di sordidi rumori un luccichio di stelle e un aere silente” 

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[1] Gustavo Tempesta Petresine, Molisano di Pescopennataro (IS), si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati i premi conseguiti e la stima di tutti.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

4 Commenti

  1. Bellissimo il racconto, pieno di umorismo e ironia. Le signore impellicciate mangiano questi cibi così volgari? Io crsdo di si, salvo poi a sfumicare sul terrazzo di casa.

  2. Dallo stile ironico e allo stesso tempo VERO, autentico e genuino, questo racconto mi ha invitata ad una cena, un po fuori dal comune ma graditissima 🙂 Bravissimo Gustavo

  3. Il locale in questione è:  da Felice alla “cannavina” sulla strada che da guado liscia porta a Capracotta.

  4. Direi quasi accattivante, distensivo ed ammiccante! Se “l’animo” umano si esprimesse sempre come mangia e fa rumore tutto sarebbe chiaro, senza musi e ne signori, il cielo ci guarderebbe bene e i fiori crescerebbero sani! Grazie Gustavo, il tuo allegro ma SOBRIO racconto fa scuola a chi, per strappare qualche risata, ogni due parole ne spara tre sguaiate. Un saluto!   

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