E chɘ è, ca mɘ ièttɘ déndrɘ a sɘ cutinɘ?

1
106

di Domenico Di Nucci
tratto dal libro “A la Mereca” [1]

Porto di Napoli, anni 1960

Nel periodo antecedente alla Prima Guerra Mondiale, un nostro conterraneo ebbe modo di frequentare per poco tempo la scuola elementare: le esigenze familiari lo costrinsero a seguire la stessa trafila di quasi tutti i suoi coetanei.  Dapprima garzone di carbonai durante tutta l’invernata al seguito di una squadra, poi a primavera e in estate contadino, pastore, falciatore e mietitore poi di nuovo ad autunno tagliaboschi e carbonaio.

Non era una vita facile la sua e,quando tornò dagli Usa un suo vicino di casa, si informò accuratamente sulle condizioni di vita degli emigranti, sul lavoro e sulla paga. Ebbe le risposte che cercava anche se l’amico fu molto sincero: c’era il lavoro per tutti anche se non mancavano difficoltà di tutti i tipi dalla lingua a nuove abitudini, dai turni di lavoro alla nostalgia di casa. I dollari non si guadagnavano facilmente però le condizioni di vita erano migliori.

Chiese così al vicino di casa se poteva fargli l’atto di chiamata e si salutarono. Non era facile ottenere il visto d’ingresso e l’attesa dell’atto di chiamata affievoliva inevitabilmente la sua volontà di partire. Dopo oltre un anno ricevette dal Consolato americano l’avviso che il visto gli era stato concesso, che doveva richiedere il passaporto e che aveva tre mesi di tempo per imbarcarsi.

Contattò un’agenzia di navigazione che pretese un anticipo e fissò il giorno della partenza dal Porto di Napoli. Con la solita valigia di cartone e con le lacrime agli occhi, insieme a un paio di compaesani, con un calesse scese a San Pietro Avellana: una pioggerellina fitta e insistente accompagnò il viaggio fino alla stazione e salì per la prima volta nella sua vita sul treno. Non fu una gita di piacere: un nubifragio lo accompagnò per tutto il viaggio e a ogni fulmine sobbalzava spaventato. Finalmente arrivò a Napoli e insieme ai compaesani arrivò al porto.

Non aveva mai visto il mare, al massimo lungo il Verrino aveva visto i laghetti in uno dei quali, in dialetto“rɘ cutinɘ”, situato dopo una cascata, i pastori buttavano le pecore prima della tosatura: era quello il più grande specchio d’acqua che aveva fino ad allora visto. Il mare nel porto era in tempesta: enormi cavalloni si frangevano fragorosamente sulle strutture portuali, anche la nave su cui avrebbe dovuto imbarcarsi ondeggiava e beccheggiava. Fu preso dal panico: «E chǝ è, ca mǝ ièttǝ déndrǝ a sǝ cutinǝ?» disse ai compagni di viaggio. Riprese la carrozzellafino alla stazione, il treno fino a San Pietro e tornò a Capracotta.

 

 


[1]Il libro, edito dall’Associazione “Amici di Capracotta”, racconta storie di emigrati capracottesi nel Nuovo Mondo.

Copyright Amici di Capracotta
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

 

1 COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here