Due poesie per Monte Campo: Amelia Rosselli ed Elvira Santilli, ermetismo e tradizione

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di Francesco Mendozzi

Monte Campo visto dal sagrato della Chiesa Madre (foto: N. Mendozzi)

Una delle scoperte più rilevanti che mi vanto di aver compiuto coi miei studi è stata quella riguardante il soggiorno capracottese di Amelia Rosselli (1930-1996), grandissima rappresentante della cosiddetta generazione degli anni Trenta, che ha dato i natali a Umberto Eco, Giovanni Raboni o Alda Merini. Ciò che ho scoperto sulla Rosselli è contenuto nel secondo volume della mia “Guida alla letteratura capracottese” e sarebbe inutile riproporlo pedissequamente su questo magazine; tuttavia, voglio porre un confronto tra la sua (immensa) opera poetica e quella di Elvira Santilli (1923-2013), orgoglio letterario del popolo capracottese. La Santilli, infatti, non è stata soltanto una valida scrittrice ma anche una raffinata poetessa. La maggior parte dei suoi componimenti è contenuta ne “L’ora dei sogni”, una silloge che l’autrice non avrebbe forse nemmeno pubblicato se non l’avessero spronata. Fatto sta che le 84 poesie de “L’ora dei sogni” sono molto più che orecchiabili: sono bellissime. Tra di esse ve n’è una dedicata “A Monte Campo”, la più alta vetta capracottese, una montagna che per l’orografia e la sua croce rappresenta qualcosa di mistico per molti altomolisani. La poesia di Elvira Santilli è la seguente:

Stammi di fronte,
fermati
sulle schegge dei tuoi macigni,
non increpuscolarti
nel fondo di smarrite memorie.
Noi, popolo antico,
e tu, gigante vivo,
restiamo
sugli arvali silenzi
delle primavere morte
e le nivee ghirlande
posate sui tetti.

La Santilli afferma che «questa poesia è venuta così, superba come un monte, come Monte Campo, un peccato di vanagloria». L’autrice era infatti assai modesta riguardo la propria produzione poetica, non essendo convinta appieno della validità letteraria. Per quanto mi riguarda, trovo che “A Monte Campo” rappresenti in modo superlativo l’orgoglio del popolo capracottese, la sua immodestia, il suo paradosso meteorologico e, di conseguenza, antropologico. La Santilli tratta il Campo come persona vivente e il capracottese come popolo imperscrutabile, il tutto senza ombra di malinconia ma con un deciso sguardo verso l’avvenire. Il suo linguaggio, seppur ricercato da un punto di vista grammaticale, è essenziale ed intelligibile per tutti: nel componimento non v’è infatti manierismo e non vi sono chiaroscuri. Elvira Santilli canta Monte Campo come un sacerdote canterebbe la venuta del Salvatore.

V’è poi un ulteriore elemento ad elevare l’opera – questa opera – di Elvira Santilli e di cui qualcuno poco accorto o digiuno d’arte nemmeno si accorgerebbe. Mi riferisco a quegli «arvali silenzi delle primavere morte», ovvero il riconoscimento di una tradizione precristiana alle pendici di Monte Campo. Gli arvali erano infatti, nella Roma antica, i sacerdoti addetti al culto della dea Cerere, la divinità protagonista della Tavola Osca di Capracotta, il bronzo che qualche stravagante ricercatore locale vorrebbe oggi ridimensionare sia in termini geografici che cultuali. La Santilli riporta al proprio posto il culto osco-romano di Kerres/Cerere, ampiamente rispettato e invocato in quella fascia territoriale che da Monte Campo scendeva a Guastra, passando per S. Nicola, Cannavina e Macchia. Di più: la Santilli ne certifica la morte, definitiva e assoluta, seppur ancor oggi suggestiva.

Capracotta vista dalle pendici di Monte Campo (foto: N. Mendozzi)

A questo punto devo proporVi la poesia di Amelia Rosselli da me selezionata in quanto rappresentativa del suo periodo capracottese, una produzione confluita nella “Serie ospedaliera”. Il seguente “Si staglia netto il campo, e il” è un componimento complesso ed ermetico che alla fine tenterò, in parte, di chiarificare:

Si staglia netto il campo, e il
cielo (color pattume) rifiorisce
nell’altitudine, permettendoti
noie, silenzi, e gioconde risate
interiori, mentre il sole scava.
Di sera s’alza un vento perspicace
ribelle di sua natura, ma umilmente
impiegato a spazzarmi gli occhi
di pulci.
S’attende la sera ch’io sia meno
brava, ch’io possa ancora alzare
gli occhi a tanta serenità la quale
non è per niente nei giornali annunciata
come pericolosa vergine.
Ma io nel mio armadio ho cose buone
friabili per la vista di queste
montagne inoperose che tutto dànno
al mio sovvenirmi della fame.
Ho anche una tristezza nel ginocchio
che non si piega a tutte le passeggiate
ma infedele domanda grazia e anche
costanza. Si siede e sviene, non
hai alzato le tende ancora? E purgatorio
non è così ribelle che non tenti
ancora di vestirsi di gramaglie per
poi sapere che non è cosa vana
questo amare, incauta.

Dico subito che non c’è alcuna prova che suffraghi la teoria secondo cui «il campo» della Rosselli sia Monte Campo ma è legittimo pensare che le «montagne inoperose» che ella ammirò dalla camera della pensione in cui soggiornava fossero le nostre vette, minori per altitudine a quelle dell’Abruzzo. Il linguaggio dell’autrice è prevalentemente ermetico – uno stile fortemente osteggiato da Elvira Santilli – e si nutre di allegorie che è ancor oggi difficile decifrare. Il forte vento che le spazza «gli occhi di pulci», le lunghe escursioni che costringono le sue ginocchia a domandar «grazia e anche costanza», quella serenità invocata «come pericolosa vergine» e mai giunta, fanno di questa poesia una vera e propria perla del movimento ermetico italiano. Capracotta, nella fraseologia di Amelia Rosselli, è uno sfondo indefinito e sbiadito di impressioni cupe ed ammonimenti, di nera nostalgia e nero avvenire, il contrario esatto di quanto espresso dalla semantica santilliana.

Diverse – se non agli antipodi – per gusto e per temi, per vita vissuta e per morte raggiunta, Elvira Santilli ed Amelia Rosselli sono accomunate non dall’anagrafe ma da questa parallela esperienza con l’Appennino altosannitico che ha prodotto nei loro inconsci risultati poetici tanto diversi. Monte Campo sta invece sempre lì, crudo ed immutabile, roccioso e mistico, guardiano dell’intero Alto Molise e della valle del Sangro. A quanto pare, la sua staticità provoca sentimenti fortemente contrastanti.


Bibliografia di riferimento:

  • A. Cortellessa, La furia dei venti contrari. Variazioni Amelia Rosselli con testi inediti e dispersi dell’autrice, Le Lettere, Firenze 2007;
  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017;
  • A. Rosselli, Serie ospedaliera, Il Saggiatore, Milano 1969;
  • E. Santilli, L’ora dei sogni, Oxiana, Anacapri 2005.

Copyright: Letteratura Capracottese

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