Don Ciccio

3
1257

di Maria Delli Quadri [1]

Il dottore Fancesco D’Onofrio, detto familiarmente da tutti “Don Ciccio,” è stato il medico condotto di Agnone negli anni della mia infanzia, poi adolescenza e, quindi,della mia prima giovinezza. Era sempre onnipresente;  figura nota nelle case dei ricchi e dei meno fortunati, tutti si affidavano a lui con cieca fiducia che egli ricambiava con amore e devozione  senza distinzione di classe sociale o di censo. Figura nobile di uomo e di professionista, aveva un aspetto  improntato a bonomia,  occhi mobili e vivaci, capaci di captare la malattia al primo sguardo. Saliva e scendeva le scale di tutte le case del paese due volte al giorno, con la borsa del pronto soccorso, entrava nella camera del malato, spesso maleodorante e, infilando il suo termometro disinfettato sotto le ascelle dell’infermo, aspettava  anche un quarto d’ora perché la temperatura fosse misurata per bene. Nel frattempo, se lo spazio a disposizione era sufficiente, camminava avanti e indietro, con le mani congiunte dietro la schiena, parlando del più e del meno e chiedendo al malato conto dei suoi malesseri. Poi, dopo un’ultima sbirciata all’orologio, sfilava il termometro, lo guardava e comunicava l’esito, non mancando mai di dire una parola d’incoraggiamento se la febbre era alta.

Infine dalla borsa tirava fuori lo stetoscopio, a quei tempi una specie di trombetta, per  ascoltare  il battito cardiaco e i bronchi; quindi contava le pulsazioni, dietro le spalle picchiettava con le dita, faceva fare il colpetto di tosse più il 33, infine guardava attentamente la gola, spalancandola con un cucchiaio che immancabilmente provocava il vomito. A mia sorella più grande,vittima di tonsilliti micidiali, diceva: “Rosariuccia, spalanca di più la bocca!”. A mia madre diceva: “Minestrina leggera, bevi acqua e stai a riposo. Ci vediamo stasera, Chiarina!”. Aveva il vezzo dei diminutivi-vezzeggiativi. Sua figlia, nonché amica mia, si chiamava Chiarella.
Farmaci già confezionati pochi, piuttosto qualche pozione in polvere chiusa nelle ostie medicinali che Don Serafino, il farmacista, preparava  con scrupolo e grande esperienza col bilancino. La sera il rito si ripeteva: il dottore tornava, rimetteva il termometro, passeggiava, discorreva con amabilità, poi, se trovava la febbre più alta del mattino (ed era probabile), ordinava pezze fredde sulla fronte, si raccomandava di conservare la calma e, a volte, ordinava le siringhe.
Il panico! “E ora come facciamo?” Qui interveniva la “signora Angiolina”, donna esperta nell’assistenza ai malati, che arrivava sollecita e assolveva il compito con precisione e sicurezza (fu la maestra di molti, a cui insegnava su un cuscino a maneggiare ago, punture e sederi finti).
Le siringhe dell’epoca non erano sterili come quelle odierne: erano di vetro, contenute in una scatolina di alluminio o di acciaio inossidabile, da bollire ogni volta sul fuoco almeno per 10 minuti. Saranno responsabili di molte epatiti C, manifestatesi poi nel corso degli anni a venire.

Aveva, don Ciccio, una macchinina  con la quale si spostava da una parte all’altra del paese, su e giù e anche in campagna se era possibile. A tutti una parola d’incoraggiamento, un consiglio e il malato con la famiglia, dopo la sua visita, si sentiva meglio. Impacchi bollenti di semi di lino sulle parti dolenti, suffumigi di acqua calda e sciroppi dai colori delicati. Tazze di camomilla, malva, tiglio, pezze calde e il malanno, senza rimedi sofisticati, “di solito” passava.  Aggiungo che i casi più gravi, il dottore, ugualmente, con scrupolo e perizia, li curava con medicinali più potenti. Si affacciava allora al mondo della medicina  la penicillina, ultima scoperta della scienza che avrebbe rivoluzionato le cure mediche risolvendo molti casi difficili.
“Corri a chiamare don Ciccio”era l’ordine ricorrente nelle case quando si  presentava qualche malanno improvviso. La persona investita del comando correva a perdifiato per il paese, dopo essere stato prima a casa del medico e non averlo trovato; quindi, di casa in casa, finalmente arrivava in quella giusta, riferiva il messaggio, poi si accasciava come Filippide alla fine della maratona. Agnone è lungo più di un chilometro: quindi possiamo avere pietà, senza ombra di dubbio, del poveraccio, trafelato e sfinito,  se si buttava a terra e chiedeva un bicchiere d’acqua. “Non potevate chiamarlo a telefono?” potrebbe obiettare un ventenne: “No, caruccio, l’aggeggio non era ancora in uso! Noi eravamo primitivi, ricordi?”

Aveva, don Ciccio, una macchinina con la quale si spostava da una parte all'altra del paese
Aveva una macchinina con la quale si spostava da una parte all’altra del paese… ( sinistra nella foto)

A Natale gli si regalava il pollastro bello, vispo, grande o anche la gallina tonda tonda per il brodo della “zuppa a la santé”. A Pasqua le uova, scelte uno per uno, tante, grosse, avvolte ognuno nella carta e depositate in un cesto, coperto da un tovagliolo bianco immacolato.
A casa mia di solito ero io che assolvevo questo compito delicato. La timidezza mi tagliava la voce in gola, poi alla fine riuscivo a dire: “auguri, questo ve lo manda papà!”; “Oh, grazie, come si chiama papà?” Io rispondevo, un po’più rincuorata questa volta. La signora Teresa, suocera di don Ciccio continuava: “aspetta, bella che ti voglio dare due dolcezze!”: erano dolci certo più raffinati dei soliti “abbotta-pezzenti”. E mentre la cameriera liberava il contenitore delle uova, io già pregustavo di assaporare la mia parte di “dolcezze”, avvolte in un tovagliolo di carta, cosa da me mai vista. Questo compito è stato svolto a turno da tutti i bambini del paese.
A me, in particolare, toccò una volta di vedere con i miei occhi il pavimento della soffitta trasformato in un mare bianco di uova tondeggianti, sistemate con cura l’uno accanto all’altro. Nella mia ingenuità pensai: come faranno a mangiarle tutte?

La casa del dottore si trovava allora all’ultimo piano di un palazzo gentilizio, il Palazzo Sabelli, nel cui androne si dipartivano, e si dipartono tuttora, due scalinate parallele, che si ricongiungono al primo piano, formandone una sola e così via fino al terzo piano dove abitava il dottore. Di solito mi avviavo sempre per la scalinata di destra facendo attenzione, se portavo le uova, a non farle rompere o litigando col galletto che furiosamente mi aggrediva.
In giro per le campagne una volta il dottore scoprì, tra le povere masserizie, una consolle antichissima, forse settecentesca, con specchio e ripiano, incorniciati e riccamente decorati. Lì dov’era, era sporca, piena di polvere, col vaso da notte poggiato sopra. Don Ciccio inorridì nel vedere questo scempio e chiese di poterla comprare. Il padrone di casa rispose “portatla, portatla pure senza pagarmela, magari t la purtisc, ca m liv ru mbicc, ca a me me da fasctidio” (magari me la togliessi di mezzo, mi levi questo impiccio che a perché a me da fastidio).
Il dottore, tuttavia, la comprò, la fece restaurare a Napoli, poi la sistemò nel soggiorno della nuova casa di Viale Marconi su una parete dove irradiava e irradia luce e raffinatezza. Casa luminosa, accogliente, arredata con gusto.

La bella casa di Viale Marconi

Sono andata via da Agnone nel 1964 e del dottore non ho più sentito parlare. Penso che ad un certo punto anche lui, da pensionato, abbia cercato di vivere una vita più distesa. Il nome dei D’Onofrio è stato ereditato, insieme con la professione, dal figlio e dal nipote che porta il suo stesso nome.

______________________________
[1] Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti.

 

musica: Erik Satie – Gymnopédie No.1
editing: Enzo C. Delli Quadri

[divider]

3 Commenti

  1. Clemente Lo Ricordò con affetto a 20 anni dalla scomparsa , La Signora Maria Di Loreto a 30. Se avrò  fortuna ai 40 dedicherò una targa ricordo su casa sua .Un pensiero ai figli specchio dei genitori Marino Giuseppe Chiara . Grazie Don Ciccio , Clemente

  2. Grazie di cuore per questo bel ritratto di mio zio Ciccillo: come vedete anche lui, in famiglia, aveva un vezeggiativo affettuoso. Putroppo lo zio morì non molto dopo mio papà, quando ero un bambino piccolissimo, e non ne ho ricordi diretti.
    Un caro saluto,
    Alberto

  3. Se quella notte invernale, rivelatasi dopo infernale, fossi andato a chiamare don Ciccio la mia vita avrebbe preso un altro verso.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.